ANTIOCHIA di Siria. - Città nella fertile valle del fiume Oronte, a 25 km. dal mare, oggi Antakjéj.
SOMMARIO.: I. A. nella Bibbia. - II. A. nell'archeologia cristiana. -
III. Il patriarcato di A
IV. I concili di A
V. La scuola di A
VI. Il rito antico
VII. A. dei Maroniti. - VIII. A. dei Melkiti. - IX. A. dei Siri.I. A. nella Bibbia. - A. fu la capitale del regno seleucida, fondata nel 300 a. C. da Seleuco I Nicator, che così la denominò in onore di Antioco suo padre. Grazie al porto di Seleucia e alla sua posizione sull'incrocio delle vie dall'Eufrate al Mediterraneo e della Siria all'Asia Minore, ebbe grande importanza commerciale, ma fu anche centro di corruzione. Città cosmopolita, contava all'inizio dell'era volgare ca. 300.000 ab., oltre gli schiavi (ca. 200.000). Nel 64 a. C. Siria (v.) a provincia romana, con capitale A., divenuta la più grande città dell'impero romano dopo Roma e Alessandria.
A. ebbe parte rilevante nella primitiva diffusione del cristianesimo. La sua evangelizzazione si iniziò, poco dopo la morte di Stefano, per opera di giudei convertiti espulsi da Gerusalemme; Barnaba (v.) che chiamò in suo aiuto Saulo (Paolo): la comunità fu presto prospera e ivi i discepoli di Cristo furono per la prima volta chiamati cristiani (Act. 11, 19-26). A. fu il punto di partenza e di arrivo del primo e secondo viaggio apostolico di S. Paolo (Act. 13, 1-14, 27; 15, 35-18, 22), ed il terzo mosse pure di là (Act. 18, 23). Ad A. sorse la disputa intorno ai rapporti delle osservanze legali con la nuova religione (Act. 14, 26-15, 1); perciò fu dapprima comunicata ad A. la soluzione data dagli Apostoli adunatisi a tale scopo a Gerusalemme (Act. 15, 2-32). Ivi troviamo pure S. Pietro (Gal. 2, 11) come capo di quella comunità (Eusebio, Hist. ecc., 3, 36; PG 20, 228), benché ignoriamo la data e la durata del suo governo.
Importanti scavi sono stati compiuti dal 1932 in poi dalla Università americana di Princeton: C. S. Fisher, F. O. Waage, J. Lassus, Antioch on the Orontes, The Excavations of 1932, Princeton 1934; R. Stillwell (con altri), II, 11; The Excavations of 1933-36, 11; R. Stillwell (con altri), II, 11; The Excavations of 1933-36, 11; R., A. Campbell, The Third Season of Excavations at Antioch on the Orontes, in American Journal of Archaeology, 40 (1936), pp. 1-10; R. J. Braidwood, Mounds in the Plain of Antioch: An Archaeological Survey, Chicago 1937; C. R. Morey, The Mosaics of Antioch, Londra 1938; G. M. A. Kaufmann, Notes on the Mosaics from Antioch, in Amer. J. of Archaeology, 43 (1939), pp. 220-46; G. Downey, The Gate of the Cherubim at Antioch, in Jewish Quarterly Review, 29 (1938-39), pp. 167-177; cf. R. Krautheimer, in Riv. di Archeologia Cristiana, 16 (1939), pp. 129-32.
II. A. NELL'ARCHEOLOGIA CRISTIANA. - A., subito dopo Roma, è la città che offre maggiori testimonianze per lo sviluppo del culto dei martiri. La città sembra per grazia divina come fortificata tutto intorno dalle reliquie dei Santi, così esterna. Gio. Vanni Crisostomo (In geometrielli appellationem, 1; PG 49, 393). Il cosiddetto sermone dello pseudo Eusebio (BHO, 70), il Martirologio siriaco dell'anno 411 e il Martirologio geronimiano permettono di ricostruire il calendario della Chiesa di A. con la lista dei suoi vescovi e martiri. Grandi promotori del culto dei martiri furono il vescovo Flaviano, costruttore di chiese in loro onore, e con i loro sermoni. Giovanni Crisostomo e il patriarca Severo. Caratteristica di A. è anche la frequenza delle traslazioni dei corpi dei martiri, eseguite con solenni processioni che andavano ad accogliere le reliquie, spingendosi anche a molta distanza dalla città. Sono così documentate le traslazioni delle spoglie di molti martiri, quali S. Ignazio, S. Biblia, S. Melezio, S. Eustazio, S. Simone Stilita, ecc.
I natali dei martiri venivano solennemente celebrati in A. con preghiere, canti, letture, veglie notturne, panegirici, banchetti (Eusebio: PG 21, 1066; S. Giovanni Crisostomo: PG 50, 587; Teodoro: PG 83, 1033). S. Giovanni Crisostomo consiglia i fedeli di pregare sulle tombe dei martiri, abbracciando i sacri cofagi (PG 50, 665); così si usava sui sepolcri dei mar
ANTIOCHIA - Pianta archeologica.
tiri Babila, Gioventino e Massimino, Bercince e Prosdocce, Barlaam. Purtroppo alla ricchezza della documentazione non si aggiunge quella dei monumenti superstiti.
La comunità cristiana di A. ebbe al di fuori della città più cimiteri. Uno molto esteso era situato all’aperto in un’area recinta sulla strada per Dafne; aveva nel mezzo un sontuoso mausoleo rotondo, munito di peribolo, contenente le tombe di molti martiri (s. Giovanni Crisostomo: PG 49, 393. 541). Ivi nell’anno 392, s. Girolamo venerò le reliquie di s. Ignazio (De viris illustr., 16); vi erano pure deposti i martiri Babila, vescovo al tempo di Decio, Gioventino e Massimino, in uno stesso sarcofago (s. Giovanni Crisostomo: PG 50, 571). Giuliano di Cilicia, la vergine Drosis (s. Giovanni Crisostomo: PG 50, 685). Nel vi secc. era ancora in uso perché il vescovo Domno III vi trasferì da Emesa le reliquie del martire locale, s. Tommaso.
Un altro cimitero si trovava fuori porta Romanesia; usurpato per qualche tempo dagli eretici, il vescovo Melezio trasferì nel monumento superiore i corpi dei martiri ricoprendo il resto (S. Giovanni Crisostomo, In Ascens., I: PG 50, 442).
Recentemente oltre la porta S. Paolo e presso le mura della città si sono scoperte numerose tombe cristiane ricoperte di museo disposte in un portico antistante ad una chiesa del sec. v; inoltre tombe di monaci del sec. IX e X (J. Lassus, Sanctuaires Chrétiens de Syrie, Parigi 1947).
Quanto agli edifici di culto in A. il Chronicon Paschale (ed. Bonn, p. 584) ricorda che i cristiani si riunivano in un luogo molto spazioso detto παλατα, che Teodoreto chiama l’Apostolico (Hist. eccl., 38: PG 82, 110) e Malala indica vicino al Pantheon, nella via di Singone (Chronicon, ed. Bonn, p. 42).
Eusebio ci ha lasciato la descrizione del sontuoso ottagono, fatto erigere da Costantino, edificio unico nel suo genere per grandiosità e splendore, degno della città (Vita Const., 3, 50). In un vasto recinto, grandi portici immettevano alla tipica costruzione ottagona, tutta in pietra, con emicicli all’esterno e nicchioni alterni curvilinei e rettangolari all’interno. La mole si innalzava a grande altezza mediante due piani sovrapposti ed era ben visibile all’orizzonte da molto lontano. L’interno era sfolgorante per i riflessi d’oro, di bronzo e di altri materiali preziosi. Eusebio (De laude Const.: PG 20, 1109) ricorda la ricchezza della pavimentazione, degli intarsi nelle pareti, delle colonne che sostenevano la cupola dorata (Teofane, Chronogr.: PG 108, 111); S. Girolamo chiama perciò l’edificio dominicum aureum; esso venne dedicato a Cristo da Costanzo II, il giorno dell’Epifania dell’anno 341, donde anche la sua denominazione di ottagono del Signore (Teofane, Chronogr.: PG 86, 2468). L’altare, contro il solito, era rivolto verso Occidente (Socrate, Hist. eccl., 5, 22).
J. Lassus, mediante la figurazione di un museico pavimentale del 470 ca., scoperto nel 1932, riconosce che l’ottagono costantiniano si trovava sull’isola formatà dal fiume Oronte, nella città nuova, presso la porta Tauriana, poco lungi dal palazzo imperiale (J. Lassus, Antioch on the Orontes, I, Princeton 1932, pp. 114-28).
Il Grabar ritiene che Costantino facesse iniziare la costruzione dopo la sua vittoria su Licinio e la fusione dell’Occidente con l’Orient; in tal senso quindi spiega la denominazione data all’ottagono in alcuni documenti: δμονλα, concordia. La chiesa venne fatta chiudere nel 362 dall’imperatore Giuliano; gravi danni le cagionò il terremoto dell’anno 526; l’architetto Efrem ne curò il restauro, ma rifece il tetto in legno, usando i cipressi del bosco sacro a Dafne.
Altre chiese sono: Chiesa di S. Ignazio; Teodolio II (405-50) trasformò in edificio sauro il tempio della Fortuna (τυχαῖον) e vi trasferì le reliquie del santo vescovo; Chiesa della Theotokos, eretta dall'immiparente Giustiniano; Chiesa di S. Pietro in collina; Chiesa del protomartire S. Stefano nella parte occidentale della città; Chiesa dei SS. Cosma e Damiano; Chiesa di S. Tecla; Chiesa con le reliquie dei sette Maccabei, ricordata da s. Giovanni Crisostomo (BHC 1008, 1009) e dall'itinerario dello pseudo Antonino di Piacenza (Itin. Hieros., ed. Geyer, Vienna 1898, p. 190); Chiesa di S. Barlaam, eretta dal vescovo Flaviano (H. Delehaye, S. Barlaam martyr à Antioch, in Analecta Bolland., 22 (1903), pp. 129-45); Chiesa di S. Romano, diacono d'una chiesa prossima a Cesarea, ma mortiziato in A. nel 303 e celebrato da s. Giovanni Crisostomo, da Prudenzio e da Severo; Chiesa di S. Leonzio, costruita nel 507 sul luogo della distrutta sinagoga; Chiesa di S. Simeone.
Ebbero pure grande venerazione in A. le due giovani martiri Drosi e Pelagi, celebrate da s. Giovanni Crisostomo, e i due presbiteri martiri Luciano e Teodoro.
Agli edifici di culto urbani si devono aggiungere quelli fuori città. Tra questi primeggia la Chiesa di S. Babila, identificata da J. Lassus a Kaoussié, trecento metri oltre il fiume Oronte. Era a forma di croce con quattro bracci uguali di m. 25 x 11 (detti εξέδαι), partenti da un quadrato centrale di 16 m. di lato. Venne costruita dal vescovo Melezio nell'anno 381 per contenere le reliquie di s. Babila. Ma le spoglie del santo vescovo erano già state rimosse dal cimitero di A. da Gallo Cesare (351-54) per deporre a Dafne nella Basilica appositamente eretta in suo onore; l'oracolo si era allora ammutolito, tanto che nel 362 l'imperatore Giuliano aveva fatto tessere il riportare al cimitero di A. le reliquie del martire. Il vescovo Melezio venne sepolto nello stesso sarcofago di s. Babila (s. Giovanni Crisostomo: PG 50, 544). Il suo successore Flaviano abbellì il pavimento con musicai che portano la data dell'anno 387. Di poco posteriore è il battistero con tre sale annesse. Vi è poi la Basilica con le reliquie di s. Giuliano, martire di Cilicia. Fu eretta dal vescovo Flaviano; vi furono pure depositi il martire Marino e i santi asceti Aftate, Teodosio e Macedonio (Teodoreto, Relig. Hist., 10, 1199; 13, 1215; Malala, Chronogr., 18); Chistia di S. Giovanni detta τοῦ προδόμου σου annesso battistero nel vicus Tiberinus; Chiesa di S. Marta; Chiesa di S. Michele dove erano i corpi di ss. Foca e Procopio; Chiesa fuori porta S. Paolo in località detta Ma'šukā, scoperta nel 1936, a tre navi divisa da colonne, con pavimento a musicao e preceduto da nar-tece (D. Levi, Antioch Mosaic Pavements, Princeton 1947, p. 368 e tavv. 140-41). Ancora più lontane erano le chiese di S. Simeone Stilita, fine del v sec., nel Gebel fra A. e Aleppo (v. QAL'AT SIM'ĀN). Finalmente: S. Simeone Stilita del monte Ammirabile, fra A. e Seleucia. Chiesa ottagna della fine del sec. VI, senza cupola, ingrandimento di schemi architettonici immaginati per cupola e vòlte.
Dalle fonti letterarie e dai non cospicui avanzi monumentali alcuni hanno riconosciuto in A. un'importanza preponderante quale centro di formazioni artistiche passate poi nell'arte occidentale. In tal modo l'ottagono costantiniano di A., avrebbe ispirato l'ottagono di S. Vitale in Ravenna (Strzygowski, Morey). Caratteristica antiochiana sarebbe la lavorazione dell'ornato, gli effetti policromi. Lo Strzygowski fin dal 1902 propose di riconoscere come prodotti dell'arte antiochiana i due pilastri acritani della piazzetta di S. Marco e alcuni capitelli in S. Marco a Venezia; la cattedra eburnea di Massimiano in Ravenna, che per il Morey è invece un prodotto di artisti alessandrini dimoranti a Costantinopoli. Strzygowski riteneva pure che i sarcofagi tipo Sidamara, a nicchie e colonne, avessero A. come centro di produzione, il che non può provarsi.
Certo A. fu la capitale della cultura dell'Asia Minor; il fattore siro-palestinese nello stile e nella iconografia si è formato non in Gerusalemme ma in A. Gli elementi decorativi dei musicai pavimentati d'A. (recentemente editi da D. Levi e da J. Lassus) ritornano nelle miniature della Genesi di Vienna, della topografia di Cosma Indicolpeuste, nell'evangelista s. Marco e nell'ultima Cena del Codice purpureo di Rossano, negli evangeliani di Entschmidzian e di Rabula; c'è insomma un'influenza degli Scriptoria antiochiani sulla serie di miniature con scene del Vecchio Testamento e dei Vangeli. Così pure, secondo il Morey, nei musicai ravennati, specie nello sfondo architettonico del palazzo di Teodorico, nella fenice e nei pavoni della cattedra di Massimiano. Così negli intarsi del battistero degli ortodossi di Ravenna si è vista una derivazione di quelli dell'ottagono di A. descritti da Eusebio.
Un'intera letteratura si è riunita per il cosiddetto argomento calice di A., che si dice scoperto in un pozzo presso l'Oronte nel 1910, ora nella collezione Fahim-Kouchak-Kji a Nuova York; ma la provenienza da A. venne infiormata da Ch. Diehl e dal Woolley. Differenti ipotesi datano questo prodotto dell'arte siracica dal 50-70 d. C. (Strzygowski) al sec. VI (de Jerphanion). La decorazione cesellata a sbalzo rappresenta tralci vitine sui quali sono assisi in cattedra due volte Cristo e gli Apostoli; il piede è sproporzionato alla coppa. Contro l'autenticità ha scritto G. Wilpert con argomenti ritenuti insufficienti dal Redenvaldt e da altri. Sarebbe desiderabile un'analisi chimica, secondo la proposta del Dussad. Il Brehier e il Diehl hanno proposto di riconoscere come prodotto da A. un gruppo di tesori di argenteria siriaca, tra i quali lo scudo argento di Teodosio e il cofano d'argento di s. Nazzaro.
Per l'arte in A.: G. Strzygowski, Antiochische Kunst, in Oriens Christianus, 2 (1902), pp. 421, 433; 15 (1915), pp. 83-110; id., in Denkschriften der K. K. Akademie der Wissenschaften, Vienna 1905, p. 169; id., A sarcophagus of the Sidamara type, in Journal of Hellenic Studies, 27 (1907), pp. 99-122; H. C. Butler, nel rendiconto dell'American Archaeological Expedition to Syria in 1899-1900, parte II: Architecture and other arts, Nuova York 1903; id., nel rendiconto della Princeton University Archaeological Expedition to Syria in 1904-1905, Division II: Ancient Architecture in Syria, Leida 1908; O. Wulff, Altchristliche und Byzantinische Kunst, Berlino 1918; id., Biblio-graphisch-kritischer Nachtrag, Potsdam 1935, pp. 24-36; C. R. Morey, Early Christian Art, Princeton 1942; D. Levi, Antioch Mosaic Pavements, 2 voll., ivi 1947.
Per il calice di A.: G. A. Eisen, The great chalice of Antio-chie, Nuova York 1923; G. de Jerphanion, Le calice d'Antioch.
III. IL PATRIARCATO DI A
I. Dall'introduzione del cristianesimo fino al Concilio di Calcedonia (451)
A. diventò centro di espansione del cristianesimo verso l'Asia Minore, l'Armenia e anche verso l'Ostione. Nonostante la persecuzione, il cristianesimo vi fiorì particolarmente e, soprattutto dopo la distruzione di Gerusalemme, A. fu la più importante sede cristiana del vicino Oriente. Spicca allora la figura di s. Iga- zio (v. IGNAZIO DI SAN PAOLO), vescovo di A., arrestato dal governatore della provincia e inviato con due compagni, Rufo e Zosimo, a Roma dove patì il martirio sotto Traiano. Celebre è anche fra gli apologeti il vescovo di A. Teofilo, e più tardi s. Demetriano, deportato in Persia da Sapore I. Fra i martiri antiocheni segnaliamo i ss. Babila e Cirillo sotto Decio e Diocleziano, il diacono Romano di Cesarea e la vergine Drosis. Dopo Roma, A. è la città che vanta il maggior numero di martiri conosciuti, come ha messo in rilievo il Delcahye.Nel Concilio di Nicea (325), dove fu presente il vescovo antiocheno s. Eustazio, uno dei più valenti campioni dell'ortodossia contro Ario, fu sancita nel can. 6 la privilegiata situazione che aveva A. il cui vescovo esercitava diritti metropolitani non soltanto sui 22 vescovi della Celesiria, ma anche su quelli della Cilicia, della Mesopotamia, della Palestina e di Cipro. Questa preminenza patriarcale veniva ribadita dal Concilio di Costantinopoli (381) nel can. 2 e da quello di Efeso (431) che però sottrasse ad A. Cipro.
Nella seconda metà del sec. IV a. fu turbata dallo scisma di Melezio che divise l'Occidente e gli Alessandrini da una parte e la maggioranza degli Orientali dall'altra. La deposizione di s. Giovanni Crisostomo (v. CRISOSTOMO) ne provocò un altro finché poi i suoi successori non inserirono nei diritti il suo nome, d'accordo col papa Innocenzo.
Nel Concilio di Efeso gli antiocheni, guidati dal vescovo Giovanni un po' amico di Nestorio, pur non condividendo gli errori di questo, non accettarono subito l'operato di s. Cirillo e degli ortodossi, anzi celebrarono un conciliabolo per condannarli. Dopo lunghe trattative fecero la pace con s. Cirillo nel 433: rimase però più o meno latente fra alcuni antiocheni l'avversione al linguaggio «diofisita». Senonché il Concilio di Calcedonia (451) innalzando a prima sede dell'Oriente il patriarcato di Costantinopoli, a scapito anche delle antiche glorie antiochene, non trovò grata accoglienza presso molti in Siria. A poco a poco si infiltrò il monofisismo sicché finì per costituirsi in A. una sede patriarcale eretica, alla testa della cosiddetta Chiesa si chiamata «giacobita», Baradai (v.) propagatore degli errori.
2. Lotte religiose interne del sec. VI, l'invasione araba della Siria nel sec. VII, vittoria dei Bizantini (569-1098), dominio dei Latini (1098-1268) e dei Mamelucchi di Egitto. - Dopo il Concilio di Calcedonia comincia la decadenza del patriarcato greco che fino alla metà del sec. VI fu alle volte monofisita ed altre volte ortodossia, mentre da allora in poi si trovano due gerarchie una accanto all'altra: una monofisita e l'altra ortodossa. Questa decadenza era già preparata nelle lotte cristologiche intorno a Nestorio, ed in parte dallo scisma meleziano. Dal 512 al 518 Severo monofisita fu patriarca di A.; venne deposto dall'imperatore Giustino I e visse poi in Alessandria, ove morì nel 538. Fedeli al Concilio di Calcedonia furono i patriarchi e scrittori Efrem (529-45) e Anastasio I (559-99) esiliato dall'imperatore Giustiniano perché aveva combattuto contro l'aftartodocetismo di lui, ma poté ritornare nella sua sede in seguito all'intervento del papa Gregorio Magno. Anastasio II (599-609) tradusse in greco la Regula pastoralis di s. Gregorio Magno. Propagandisti del monofisismo furono, oltre a Giacomo Baradai, Bar-
antiocina - Pianta della chiesa di Ma'âukâ (fine sec. v).
sumas siro d'origine e di lingua, Pietro Fullone patriarca di A. (470-71) per grazia del governatore della Siria, il futuro imperatore Zenone, eil patriarca Giovanni Codonato (478, deposto dopo tre mesi) dopo il secondo patriarcato di Pietro
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**ANTIOCHIA - Pianta della chiesa di Ma'sukà (fine sec. v.).**
Sumas siro d'origine e di lingua, Pietro Fullone patriarca di A. (470-71) per grazia del governatore della Siria, il futuro imperatore Zenone, e il patriarca Giovanni Codonato (478, deposto dopo tre mesi) dopo il secondo patriarcato di Pietro Fullone. Stefano II (478-81) patriarca cattolico, morì martire della fede. Seguirono altre lotte interne alimentate dal patriarca Acacio di Costantinopoli. Pietro Fullone riuscì una terza volta fino alla sua morte (488) ad occupare la sede di A.; gli succedette Palladio pure eretico. Contro s. Flaviano (498-512) si rivalorano molti, soprattutto Severo monaco, il futuro patriarca come abbiamo già detto, ed organizzatore della Chiesa giacobita la quale verso la metà del sec. VI era già costituita; circa la metà degli abitanti della Siria (numero totale di questi ca. 4 milioni) aderì alla Chiesa monofisita.
Un altro grave detrimento provenne alla Chiesa greca di A. dall'occupazione araba della Siria (638-
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ANTIOCHIA DI SIRIA
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969). Mentre i giacobiti, indigeni, ricevettero i favori dei nuovi dominatori musulmani, i fedeli della Chiesa greca si trovarono in triste situazione. Durante il sec. VII la sede di A. fu spesso vacante; nei giorni di calma ebbero la dignità di patriarca eretici come Atanasio, Macedonio, Giorgio. Il patriarca Macario fu deposto dal Concilio ecumenico VI. Dal principio del sec. VIII la sede di A. fu vacante per 40 anni. In questi tempi cade probabilmente la scissione dei Maroniti. Nelle lotte iconoclastiche del sec. VIII il patriarca di A. difese l'ortodossia cattolica: come nel Concilio VII così pure nel Concilio ecumenico VII il patriarca venne rappresentato e fu concorde col Papa.
La dominazione bizantina apportò alla Chiesa greca di A. migliori tempi; però s'accentua anche più di prima la sottomissione del patriarca di A. al patriarca «ecumenico» di Costantinopoli. Sappiamo che Giovanni II (996-1029) recitò il nome del Papa nei dittici; sotto di lui la Grecia la quale era in relazione stretta con A. dalla fine del sec. v, ebbe maggiore autonomia. Pietro III (1052-56) partecipò la sua nomina a patriarca al papa Leone IX e tenne, come recentemente il Michel ha dimostrato, un contegno pacificatore fra l'Oriente e l'Occidente, usando un linguaggio forte e coraggioso verso il patriarca Cerulario di Costantinopoli.
Al tempo delle crociate il patriarca greco Giovanni V (1006-1100) poté restare al suo posto per qualche tempo. Soltanto dopo la sua partenza per Costantinopoli fu eretto il patriarca latino di A. Il principe Boemondo III ricondusse ad A. il patriarca greco Atanasio il quale benedisse le nozze dell'imperatore Manuele Comneno con la sorella minore di Boemondo nel Natale del 1161. Già nel 1137 Raimondo d'A. sembra aver fatto un passo simile. Teodoro III Balsamon (1185-95) è noto come canonista. Il patriarca Simeone partecipò alle dispute religiose fra i delegati del papa Gregorio IX ed i Greci a Nif presso Smirne nel 1234. Al patriarca Davide, forse cattolico, il papa Innocenzo IV inviò una bolla (9 ag. 1246), nella quale gli raccomandava il suo legato Lorenzo, francescano (Potthast, 1224); l'anno seguente cercò di guadagnare i vescovi di A. alla causa della Chiesa cattolica (Potthast, 1263; E. Berger, Les registres d'Innocent IV, II, Parigi 1887, nn. 4051-53). I patriarchi greci di A. tennero la loro residenza spesso a Costantinopoli non soltanto sotto il dominio dei Latini, ma anche per un tempo non ben determinato sotto il governo dei mamelucchi. Sotto questi ebbero luogo i due noti Concili per l'unione, di Lione (1274) e di Firenze (1438-45). Il patriarca Teodosio di A., residente a Costantinopoli, sembra esser stato favorevole all'unione di Lione. Il patriarca Doroteo si fece rappresentare nel Concilio di Firenze, ma rimase fermo alle decisioni di questa unione non oltre l'anno 1443.
3. Il patriarca greco dissidente di A. sotto la dominazione turca (1517-1920). Sotto i Turchi continuò la decadenza della Chiesa greca dissidente di A. Di-scordie interne che si manifestarono soprattutto in occasione delle elezioni dei patriarchi, e difficoltà finanziarie, ma anche lotte interne religiose turbarono molto la vita ecclesiastica. I patriarchi Gioacchino V (1584-87) e Macario II (1647-72) intrapresero viaggi in Russia per cercare elemosine; l'ultimo - accompagnato dal figlio, l'arcidiacono Paolo d'Alepope, il quale ci ha lasciato una preziosa descrizione - partì da Damasco il 9 luglio 1652, si trattenne più di un anno in Moldavia, ben ricevuto dai principi; il 26 genn. 1655 entrò a Mosca, e presto ricevuto dall'imperatore Ales-sio, si fermò in quell'impero fino al 21 ag. 1656 per passare di nuovo in Moldavia e di là in Valacchia. Egli ritornò ad Aleppo il 7 maggio 1661.
Alla fine del sec. XVI un patriarca giacobita di A., Namat Allah, era favorevole all'unione della sua Chiesa con la Chiesa cattolica; unione che nei secoli XVII e XVIII, con l'aiuto efficace dei missionari latini, diventò in parte un fatto compiuto, e si ebbe la Chiesa di rito sìro con un patriarca. Accanto a questo movimento d'unione si ebbe l'origine della Chiesa cattolica di rito melkita preparata efficacemente nel sec. XVII e stabilita nella prima metà del sec. XVIII. Questi due fatti importantissimi (massimamente l'unione dei melkiti) ebbero ripercussioni profonde sul patriarcato greco di A., anzi diedero occasione a una azione comune dei patriarchi dissidenti greci in sinodi (cf. Mansi, XXXVII) e in passi, che ebbero purtroppo successo, presso il governo ottomano contro l'apostolato cattolico.
Quando nell'anno 1860 i Drusi fecero massacri dei cristiani, non soltanto i cattolici (ad es. quelli beatificati dal papa Pio XI), ma anche i sudditi del patriarca dissidente di A. ebbero a soffrire. In questa occasione la chiesa patriarcale di Damasco col tesoro e con la biblioteca venne distrutta completamente. Dello stato attuale del patriarcato dissidente sarà fatta menzione più sotto.
4. La Chiesa cattolica di rito melkita sotto i Turchi
Siamo bene informati sullo sviluppo dell'unione dei melkiti grazie soprattutto alle investigazioni del rev. Cirillo Korolevskij e di mons. Ludovico Petit e di parecchi documenti ancora inediti. Non pochi sono i documenti scritti dai patriarchi greci di A. ai Sommi Pontefici nel sec. XVII. Il primo di questi finora noti è la lettera del patriarca Ignazio (segnalata recentemente in Orientalia Christiana Periodica, 9 [1943], p. 311), del 4 luglio 1625; che non è una professione di fede cattolica, ma nondimeno è molto importante per conoscere la mentalità allora regnante tra i capi della Chiesa greca di A. e per comprendere meglio le origini della Chiesa cattolica di rito melkita. Egli si lamenta dei travagli che deve sopportare da gente «alienigena» dell'Arbia (intende probabilmente i dominatori musulmani), ma più ancora si querela contro il patriarca Cirillo Lukaris di Costantinopoli «il quale è la ruina di questa nostra Chiesa» («un più di 40.000 crosi»). Evidentemente questo documento è in prima linea una supplica per ricevere aiuto finanziario dal Papa, ma è molto istruttivo. Non si può dire se questo patriarca abbia avuto notizia di Leonardo Abel, inviato di papa Gregorio XIII in Oriente, e dei rapporti di questo ambasciatore col patriarca greco di A., Michele VII, allora dimissionario e ritirato in Aleppo. Del patriarca Eutimio III vien riferita (v. gerarchia e dei fedeli di rito orientale, p. 139) una professione di fede, mandata a Roma nel 1634. Questi - come sappiamo da una lettera del gesuita Gerolamo Queyrot al padre generale Muzio Vitelle-schi, da Berea (Aleppo), Siria, del 12 sett. 1640 - invitò il padre a venire a Damasco, residenza del patriarca, per dare l'insegnamento («fassus est se nullum habere in sua Ecclesia hominem litteratum»); dopo iterata domanda e dopo aver preso consiglio coi suoi confratelli, il p. Queyrot infatti si recò a Damasco, il 12 maggio 1641, e prese alloggio dal giorno del suo arrivo, il 23 maggio, nella casa del patriarca; senza tuttavia poter celebrare la S. Messa. Il patriarca Macario II (1647-72) sopra nominato mantenne buoni rapporti coi missionari latini (e ci è giunta una lettera a lui diretta del papa Alessan-dro VII, in data 22 luglio 1662 pubblicata interamente da Grumel; ma date le sue relazioni quasi simultanee coi Greci dissidenti (partecipazione al Sinodo del 13 marzo 1663) si deve andar riservati nell'annoverarlo tra gli amici autentici di Roma. Anche la personalità del patriarca Atanasio III Dabbas, nonostante le sue lettere alla Curia romana, offre il fianco ad osservazioni; egli fu antipatriarca (1685-94), e patriarca dopo la morte del patriarca vero Cirillo V Zaim (1720-24). Cirillo V, guadagnato alla causa cattolica dal suo amico Poullard, console di Francia a Saida, mandò la sua professione di fede a Roma nel 1716. Un apostolo indigeno dell'unione fu allora Eutimio Saifi, metropolitano di Tiro e Sidone (m. nel 1722). Suo nipote Cirillo VI Tanas diventò patriarca cattolico di rito melkita nel 1722 e poté, nonostante l'accanita resistenza del patriarca greco dissidente Silvestro cipriota e di altri, salvare la Chiesa greca cattolica «indigena». Mentre i cattolici melkiti dispersi nei due patriarcati di Alessandria e di Gerusalemme rimanevano per circa mezzo secolo sottomessi alla Custodia di Terra Santa, il patriarca melkita residente allora nel

Libano, ricevette, col decreto di Propaganda del 13 luglio 1775 anche l'amministrazione di quelli. Il patriarca Massimo III Mazlum, eletto nel 1832, profittando della invasione egiziana, fissò la sua residenza a Damasco. Egli
Libano, ricevette, col decreto di Propaganda del 13 luglio 1775 anche l'amministrazione di quelli. Il patriarca Massimo III Mazlum, eletto nel 1832, profittando della invasione egiziana, fissò la sua residenza a Damasco. Egli ricevette il titolo di patriarca di Gerusalemme e di Alessandria dal papa Gregorio XVI, titolo che di fatto anche i suoi successori aggiungono a quello di patriarca di A. Gregorio II Jusof (1864-1897) si distinse per il suo grande zelo e la sua prudenza pastorale. Leone XIII sottomise nel 1894 alla giurisdizione del patriarca melkita tutti i melkiti dell'impero ottomano. Sotto i suoi successori si ottennero molte conversioni nelle regioni di Tripoli, Homs e della Transgiordania. In questa epoca la Società dei Missionari melkiti di S. Paolo si è acquistata speciali meriti.
Intorno alla formazione dei sacerdoti della Chiesa cattolica di rito melkita lavora dall'anno 1882 con zelo ammirevole il seminario di S. Anna a Gerusalemme, diretto dai Padri Bianchi. Il numero totale dei loro alunni tra gli anni 1882-1923 fu di 946. Nel seminario orientale affidato all'Università di S. Giuseppe sotto la direzione dei Gesuiti a Beirut erano, nell'anno scolastico 1930-31, 18 greci melkiti.
La vita attiva della chiesa melkita si mostra anche nei sinodi fra gli anni 1761 e 1902 i cui atti sono pubblicati da mons. Petit nel grosso volume (il XLVI) interamente loro dedicato della collezione Mansi.
Giorgio Hofmann
IV. I CONCILI di A
Tra i numerosi concili e conciliaboli che si celebrano in sé si possono menzionare i seguenti:1. I concili contro Paolo di Samosata, vescovo di A. nel 264 e nel 268. - I critici discutono ancora sul loro numero: Tillemont, Duchesne, Harnack ne distinguono tre, mentre Baronio, F. A. Zaccaria, G. Bardy ne ammettono solamente due, opinione che sembra la più soddisfacente. Differenti pure sono le opinioni, che si riscontrano negli autori, circa la loro data; ciò nonostante, si può dire che oggi l'accordo, se non completamente, è almeno in gran parte raggiunto. Il primo ebbe luogo nel 264 ed il secondo nell'autunno del 268. Lo scopo precipuo di questi due concili fu di combattere gli errori di Paolo (v.) di Samosata, successore di Demetriano nel seggio antiocheno, verso il 260. Infatti Paolo, negando insieme i misteri della Trinità e dell'Incarnazione, si costituiva uno dei principali eretici dell'antica Chiesa, qual vero precursore di Ario e di Nestorio.
Il primo Concilio fu convocato forse per opera di Eleno di Tarso, e v'intervennero gran numero di vescovi della Siria, della Palestina, della Fenicia, dell'Alrabia, della Cappadocia e del Ponto. Fu invitato anche Dionigi di Alessandria, ma questi declinò l'invito con una lettera indirizzata alla comunità di A., dove notificava schiettamente la sua opposizione agli errori del Samosato. Firmiliano di Cesarea fu il personaggio che più spiccò nella riunione, e perciò è da credersi che ne ebbe egli stesso la presidenza. Paolo
di Samosata, chiamato a giustificarsi, riusciva, a forza di abilità sofistica, a far credere alla sua ortodossia, e prometteva di evitare le espressioni equivoche. I Padri prestarono fede alle sue promesse e si separarono senza concludere alcunché: ben sapevano, del resto, che l'eretico godeva stima e protezione presso Zenobia, regina di Palmira, giunta allora all'apogeo della sua potenza. Sotto questa potente egida, Paolo, incurante degli ammonimenti che molti vescovi della regione gli rivolgevano, non mutò affatto condotta. Sembrò allora a tutti opportuno di adunare un nuovo concilio, per porre termine allo scandalo che il vescovo dava, negando apertamente le fondamentali verità del cristianesimo.
Nell'autunno del 268 circa ottanta membri si riunivano di nuovo sotto la presidenza di Eleno di Tarso; Firmiliano morì mentre si recava al Concilio. Questa volta Paolo, ridotto alle strette dalla fine dialettica d'un certo Malchione, dovette pienamente riconoscere i suoi errori, e fu deposto e sostituito da Donno. Come di consueto, i Padri, prima di separarsi, scrissero una lettera sinodale e l'inviarono a tutti i vescovi cattolici. Lo storico Eusebio ci ha tramandato lunghi frammenti di questo importante documento, omettendo però, disgraziatamente, i principali passaggi d'indole dogmatica (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 2).
È noto che Paolo si beffò della sentenza, rifiutando di consegnare ai cattolici la «casa della Chiesa», vale a dire la chiesa e l'attingo vescovado, proprietà della comunità cristiana, e non lasciò il seggio se non dietro l'intervento della polizia dell'imperatore Aureliano, che era allora di passaggio in A. (271).
5. I concili durante la controversia ariana
a) Un sinodo, detto della Dedicazione in encaenitis, fu tenuto nell'estate del 341 alla presenza dell'imperatore Costanzo II in occasione della consacrazione della grande chiesa di A., costruita per ordine di Costantino e che fu chiamata la «chiesa d'oro».La riunione contò ben 97 vescovi, tutti orientali, in gran parte dipendenti d'A. e per lo più ortodossi. Vi fu una piccola rappresentanza di arianizzanti, fra i quali anche il vecchio Eusebio di Nicomedia, che da poco si era insediato a Costantinopoli (339); e per questo furono gli eusebiani che, in realtà, diressero il Concilio. Essi ottennero la conferma della deposizione di Atanasio e, fingendosi ortodossi, usarono parole di riguardo circa il Concilio di Nicea, mentre omettevano il termine «consuntziale», domoùsios, nelle quattro professioni di fede che compilarono. Queste professioni, conservateci da S. Atanasio (De Synodis, 22-25), rigettano l'arianismo puro e sono atte a ricevere una interpretazione ortodossa; S. Ilario, del resto, ne ha approvate esplicitamente due (De Synodis, 29-32): qua e là, però, trapela l'equivoco. La terza, redatta da Teofronio di Tiana, condanna segnatamente Marcello d'Ancira ed il suo mascherato sabellianismo. Solo la quarta, diretta all'imperatore Costanzo, è la più ortodossa, ma, come le altre, non parla affatto di consueto, stanzialità; perciò è lecito concludere che queste formule preludono al cosiddetto «omnesianismo», ed il Sinodo diventò celebre più per i venticinque canoni disciplinari che formulò, che per questi simboli di fede.
Ben presto l'Oriente e l'Occidente accolsero quei canoni quale «opera dei santi Padri». Il 4° ed il 5° furono anche citati nel Concilio di Calcedonia, ed anche i papi Zaccaria e Leone IV vi fecero ricorso. Il titolo di Synodis Sanctorum Patrum suscitò dubbi riguardo alla loro autenticità, come opera del Concilio del 341. I critici, infatti, emettono in proposito ipotesi diverse, che Hefele diffusamente espone nell'Histoire des Concilies (Hefele-Lecleerq, I, pp. 706-14). Si può ritenere con lui che questi canoni, di cui alcuni rivelano l'influenza degli eusebiani, siano stati formulati dal presente concilio.
I can. 4 e 12 sono particolarmente diretti contro il Sinodo romano del 340 e contro il diritto di appello alla S. Sede; del resto, la loro legislazione fu una opera eccellente e ci spiega come facilmente furono accettati tanto in Oriente che in Occidente.
b) Un altro concilio venne convocato nel 363, all'inizio del regno dell'imperatore Gioviano, da Acacio di Cesarea. Questi era, fino allora, un fervente ariano, ma, passato poi all'ortodossia per compiacere al nuovo sovrano, aderì al Sinodo niceno con Melezio di A. e venticinque altri vescovi. Nella lettera sinodale, diretta a Gioviano, i Padri diedero una spiegazione, certamente ortodossa, del termine domoùsios, tuttavia non priva d'equivoco là dove è detto che il Figlio è simile al Padre quanto alla sostanza, domoùsios, vescovi (cf. Atanasio, De Synodis, 41; Socrate, Hist. eccl., III, 25).
c) Ad un terzo Concilio, riunitosi nel sett. 379, nove mesi dopo la morte di S. Basilio, parteciparono 146 Padri, i quali tentarono, sia pure invano, di estinguere lo scisma di A. e diedero nuovo incremento al trionfo della Chiesa sull'arianismo che, poco prima, aveva perduto, nella persona di Valente, un grande protettore. Sottoscrissero, inoltre, apponendovi alcune clausole, il tomo del Concilio romano del 369 e mandarono una lettera ai vescovi d'Italia e delle Gallie.
6. Altri concili
Si ricordano tra i principali: a) Il Concilio provinciale del 389, riferito da Sozomeno nell'Hist. eccl., VII, 15, che proibì ai figli di Marcello di Apamea in Siria, di vendicare la morte del loro padre, martirizzato dai pagani, il quale, per ordine dell'imperatore Teodosio, aveva fatto distruggere molti dei loro templi.b) Il Concilio del 424, che molti pongono nel 418. Di esso non si hanno altri particolari all'infuori dell'espulsione di Pelagio da A. e della condanna della sua dottrina (Mansi, IV, coll. 474-75).
c) Il conciliabolo monofisita del 521, che insediò in A. il famoso Severo, detto per questo Severo di A.
d) Il Concilio latino del 1139, adunato per la questione di Raulo di Domfront. Questi, prima vescovo di Mamistra o di Mopsuestia, fu poi eletto, per acclamazione popolare, patriarca di A., alla morte di Bernardo di Valenza (1134-35). In pieno scisma di Anacleto II (Pierleone), Raulo, non volendo ricevere il pallio dal legittimo papa Innocenzo II, se lo prese da sé sull'altare. Nel frattempo, due canonici di A., che si erano opposti alla sua elezione e che si lagnavano di lui, fecero ricorso a Roma. Il Papa allora delegò Alberigo, cardinale di Ostia, per un'inchiesta sul luogo. Questi, riunito un concilio nei mesi di nov. dic. 1139, depose Raulo per causa d'irregolare elezione, di simonia e d'incontinence. Si noti tuttavia che il principe Raimondo, ostile al patriarca, contribuì pure lui nell'ingiungere una si grave sentenza. Raulo, però, riuscì a fuggire e venne fino a Roma, ove senza dubbio poté giustificarsi.
V. La SCUOLA DI A
I. Nozione generale
Sotto il nome di Scuola di A., si suole designare un certo numero di Padri e scrittori ecclesiastici dei secc. III, IV e V, originari d'A. e dei dintorni, o anche di altriluoghi, che hanno come base comune non di aver studiato ad una stessa scuola, o sotto gli stessi maestri, non d'insegnare una stessa dottrina filosofica e teologica, ma di adoperare un metodo simile nell'interpretazione della S. Scrittura.
Posteriore alla cosiddetta scuola di Alessandria, la scuola di A. è nota come oppositrice di quella. Gli alessandrini, soprattutto a partire da Origene, sotto l'indubbia influenza di Filone e della filosofia neoplatonica, erano caduti, nell'interpretazione biblica, in un allegorismo eccessivo e veramente dannoso. Per reazione, fin dalla fine del sec. III, e specialmente nel IV, gli antiocheni stabilirono come massima che, nell'interpretare i libri sacri, bisognava soprattutto ricercare il senso letterale, grammaticale, storico, e per questo valersi dei mezzi atti a scoprirlo, procurandosi anzitutto il miglior testo possibile, quello che ha la fortuna di riprodurre il testo originale o di avvicinarglisi maggiormente. Essi non respingevano perciò il senso spirituale o tipico, ma affermavano con ragione che questo senso tipico, per non essere un puro prodotto dell'immaginazione, doveva basarsi sul senso letterale, avere un fondamento nella S. Scrittura stessa o derivare normalmente. Diodoro di Tarso designa questo senso tipico con la parola teoria (θεωρία), che egli oppone all'allegoria (ἀλληγορία) degli alessandrini. Sebbene la sua opera sull'argomento sia andata perduta, si possono tuttavia ritrovare le regole fissate per la ricerca della θεωρία (A. Vaccari, La θεωρία nella scuola eseguita di A., in Biblica, I [1920], pp. 3-36). Problema discusso tra gli storici è di sapere se i primi antiocheni hanno subito l'influenza delle scuole giudicatrici di Babilonia e di Siria.
Sebbene non si possa parlare di unità di dottrina filosofica nel gruppo di cui parliamo, è incontestabile che esso tenda verso l'aristotelismo piuttosto che verso il platonismo. In teologia lo spirito realista della scuola cerca di mettere in rilievo la distinzione delle persone divine tra loro e, per quanto riguarda il mistero dell'Incarnazione, di insistere sull'umanità del Salvatore e sulla sua integrità. Diodoro di Tarso e Teodoro di Mopsuestia tenteranno di spiegare il modo d'unione delle due nature divine e umana. Questo tentativo sarà sfortunato e tradirà una tendenza razionalista. La polemica contro l'arianismo e l'apollinarismo si spingerà naturalmente ad accentuare da una parte la trascendenza del Verbo, dall'altra le manifestazioni più realiste della natura umana alla quale egli si è unito. Saranno ben presto accusati di voler rinnovare l'adozianismo di Paolo di Samosata.
7. Profilo storico
L'eredità razionalista Paolo di Samosata ebbe dei discepoli durante la sua vita e dopo la sua morte. Ad A. stessa una piccola comunità di paolianisti si è mantenuta per qualche tempo. Secondo un'opinione comunemente accolta, ma oggi
promisero la sua memoria e formarono gruppi intorno ad Ario, uno di loro, quando questi svelò la sua eresia. E il gruppo dei collucianisti, parola adoperata dallo stesso Ario nella sua Lettera ad Eusebio di Nicomedia (cf. Teodo
combattuta da parecchi critici di valore, proprio da questo centro sarebbe uscito colui che si reputa generalmente come il vero fondatore della Scuola d'A., cioè il prete s. Luciano di Samosata, morto martire a Nicomedia il 7 genn. 312.
La questione consiste nel sapere se quel Luciano, di cui parla s. Alessandro di Alessandria nelle sue lettere ad Alessandro di Bisanzio (Teodoreo, Historia ecel., I, 4, 46), sia lo stesso che il martire di Nicomedia. R. Ceillier, F. Loofs e recentemente G. Bardy (Recherches sur s. Lucien d'Antioche et son Ecole, Parigi 1936, pp. 47-60), negano questa identificazione e apportano delle ragioni serie, che non danno però la certezza.
Sicuro è che il martire s. Luciano fu ad A., verso la fine del sec. III e al principio del IV, un rinomatissimo professore di esegui, al quale si deve una recensione di tutta la Bibbia sui testi originali. Sebbene egli non abbia scritto quasi nulla, indizi sicuri permettono di affermare che nell'interpretazione dei libri sacri cercava soprattutto di rendere chiaro il senso letterale e grammatico. Perciò proprio lui si può considerare come il primo rappresentante della Scuola d'A. Ebbe numerosi discepoli, sui quali esercitò una considerevole influenza; tuttavia alcuni di essi com
promisero la sua memoria e formarono gruppi intorno ad Ario, uno di loro, quando questi svelò la sua eresia. E il gruppo dei collucianisti, parola adoperata dallo stesso Ario nella sua Lettera ad Eusebio di Nicomedia (cf. Teodoreo, Historia ecel., I, 5, 4). I principali furono: Eusebio di Nicomedia, Mari di Calcedonia, Teognide di Nicea, Asterio il Sofista, Atanasio di Anazarbo. Se si dovesse credere a questi discepoli, s. Luciano sarebbe il vero padre dell'arianesimo. Senza ammettere questo giudizio, si può pensare che il maestro adoprasse nel suo insegnamento, almeno in una data epoca, delle parole infelici, delle espressioni equivoche riguardo alla divinità del Verbo (v. LUCIO II, PAPA).
Soltanto parecchio tempo dopo la morte di s. Luciano, verso il 360, il vero teorico della scuola, Diodoro di Tarso, raggruppò intorno a sé, nel monastero che aveva fondato ad A., un certo numero di discepoli, di cui i due più illustri furono s. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia. Se a questi tre nomi si aggiungono quelli di Nestorio e di Teodoreo, si avranno rappresentanti più importanti per i loro scritti, i più celebri per la parte che hanno sostenuto e per l'influenza esercitata. Disgraziatamente, questa influenza non è sempre stata di buona qualità. Diodoro passa per colui che ha seminato i primi germi dell'eresia che porta il nome di Nestorio. Teodoro l'ha sviluppata ed esposta nei particolari. Nestorio non ha avuto timore di predicarla a Costantinopoli e con ciò ha causato la sua condanna solenne al Concilio di Efeso. Più circospetto, e, senza dubbio, sempre ortodoss
Teodoreto ha avuto molto a soffrire nella sua reputazione per le contese con gli avversari di Nestorio e di Teodoro. Teodoro è il più eterodosso di tutti, sebbene non sia stato condannato da vivo. Ma la sua eterodosso non riguarda tanto il suo metodo eseguito, che era eccellente, quanto il suo spirito sistematico (infatti egli ha tutto un sistema teologico), il suo sprezzo per la tradizione ecclesiastica, le sue tendenze razionaliste. Egli è stato per qualche secolo il dottore della Chiesa nestoriana, che gli ha dato il titolo di «interprete» per eccellenza, Mefasqanā.
La scuola d'A. è morta per la Chiesa con la condanna dell'eresia nestoriana. Dopo la chiusura della scuola di Edessa per opera di Zenone (480), essa si rifugiò in Persia, dove si spiegavano le opere di Teodoro. Ma la sua infanzia non finì con essa. Gli scritti di S. Giovanni Crisostomo di Teodoro, di Teodoro stesso e di qualche altro, hanno conservato nella Chiesa il primato dell'esegesi letterale. A partire dal sec. VI i catenisti le hanno dato in Oriente la preferenza sull'allegorismo alessandrino. La sua gloria è di aver inaugurato l'esegesi scientifica.
Bnl.: H. Kihn, Die Bedeutung der antiochischen Schule auf dem exegetischen Gebiete, nebst einer Abhandlung über die ältesten christlichen Schulen. Bibliologie. Hermeneutik und Exegetik der antiochischen Schule, 2 voll., Weissenburg 1866; id., Über die Bedeutung und Anwendung der vorliegenden hermeneutischen Schriften der antiochischen, in Tübingen, Quaritschrift, 1880, pp. 531-582; A. Harrent, Les écoles d'Antiochée, Parigi 1898; Ph. de Barbjeun, L'Ecole exégétique d'Antiochée, 1890 (troppo pieno di elogi per Teodoro di Mopsuestia); L. Pirot, L'œuvre exégétique de Théodore de Mopsuestia, Roma 1913, pp. 1-141; N. Fetissov, Diodoro di Tarsos (in russo), Kiev 1915; R. Nelz, Die theologische Schulen der morgenländischen Kirchen, Bonn 1916, con un'ambizione bibliografica; A. Vaccari, La scuola nella scuola eseguita di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di E., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di F., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di G., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di H., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di I., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di J., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di K., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di L., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di M., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di N., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di O., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di P., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Q., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di R., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di S., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di T., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di U., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di V., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di W., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di X., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Y., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di Z., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di A., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di B., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di C., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria esegitica di D., in Biblica, 1 (1920), pp. 3-36; id., La teoria
ancor oggi la liturgia bizantina di tutte le chiese dissidenti.
La riconquista della Siria nel sec. x, da parte di Bisanzio, rinforzando temporaneamente l'ellenismo nel patriarcato melkita di A., segnò il principio del quarto e ultimo periodo, quello della bizantinizzazione completa. In seguito alle Crociate, i patriarchi si allontanarono dalla loro sede e si rifugiarono a Costantinopoli. Uno di loro, il celebre canonista Teodoro Balsamon, rispondendo verso il 1195 a una domanda del suo collega Marco d'Alessandria, affermava che l'uso delle loro liturgie, quelle di s. Marco e di s. Giacomo, era illecito e doveva cedere il posto a quelle di s. Giovanni Crisostomo e di s. Basilio (cf. PG 138, 953). Così sparì il rito proprio del patriarcato di A.
Un altro fatto particolare del rito antiocheno non può mancare di essere messo in rilievo: la lingua liturgica. Questa fu al principio la greca. Ma, probabilmente già nei secc. IV e V, prima nelle campagne, poi nei monasteri, si cominciò la traduzione in lingua siriaca, sebbene su minima scala. Ne abbiamo un esempio in un rito delle ordinazioni, conservato nel linguaggio palestinese (cf. M. Black, Rituale Melchitarum, Stoccarda 1938, e l'analisi fattate da H. Engberding, Eine neuerheschlossene bedeutsame Urkunde zur Geschichte der östlichen Weiheriten, in Oriens Christianus, 3a serie, 14 [1939], pp. 38-54). Ma si devono aspettare i secc. x-xi per assistere a un rinascimento della lingua siriaca nel rito melkita, che durò fino al sec. xv. Ai duecento documenti segnalati da C. Korolevskij se ne aggiungano alcuni altri (cf. A. Baumstark, Neue handschriftliche Denkmäler melchitischer Liturgie, in Oriens Christ., nuova serie, 10-11 [1923], pp. 157-58). Pochi fra questi testi appartengono ancora al rito antiocheno; altri segnano un periodo di transizione; la maggior parte rappresenta già il testo del rito bizantino.
Finalmente, una terza lingua, la lingua araba, introdotta in Palestina e in Siria dopo la conquista musulmana, fu abbastanza presto, ma in modo ristretto, utilizzata nella liturgia. Il Calendario di al-Birānī, del sec. xi, non è ancora bizantinizzato (cf. A. Baumstark, Australungen des vorbysantinischen Heiligenkalenders von Jerusalem, in Orient. Chr. Periodica, 2 [1936], pp. 129-44), come anche il rito dei funerali, conservato in due manoscritti dei secc. xi-xii (cf. A. Baumstark, Neue handschriftliche Denkmäler, cit.). La versione più antica della liturgia di s. Giovanni Crisostomo, in un codice del 1260, ha una cipelesi molto semplice e ignora il rito dello seon (cf. C. Bacha, Version arabe inédite de la Liturgie de st. Jean Chryostome, in Chrysostomica, Roma 1908, pp. 405-71). D'altra parte, un Calendario, che si trova nel cod. Vat. ar. 76 dell'anno 1068, è già completamente bizantino. Questi testi arabi hanno talvolta servito di originale a una versione siriaca. L'uso della lingua araba trovò una approvazione formale presso Balsamon (PG 138, 957). Però fece progressi molto lenti, finché, nel sec. xv, cominciò a prevalere e, dal sec. xvii, esclude quasi ogni altra lingua. Ma tutto questo non appartiene più alla storia del rito antiocheno degli ortodossi, perché assorbito e definitivamente sostituito dal rito bizantino (v.) già dal sec. xiii.
47. Enciclopedia Cattolica
I.VII. A. Dei Maroniti. - Patriarcato, sede residenziale. I Maroniti si costituirono in gerarchia con patriarca e vescovi nel 685. Questa tradizione, fissata da St. ad-Duwaihī, patriarca dal 1670 al 1704, il quale cita documenti anteriori (P. Dib, L'Eglise Maronite, Parigi 1931, pp. 147-48 e Le Quien, Or. Christ., III, Parigi 1740, pp. 50-76), vien confermata da Diomisio di Tell Mahrē (m. nell'845), in Chronique de Michel le Syrien (ed. J. B. Chabot, II, Parigi 1901, p. 511). A quell'epoca la sede cattolica di A. era da lungo tempo vacante (L. Duchssne, L'Eglise au VI[e] siècle, Parigi 1925, pp. 372-73). I patriarchi Maroniti portarono sempre il titolo d'A., come risulta da due

Antiochia - Coppa d'argento, detta "Calice d'A.", datato da G. de Ierphanion al sec. vi - Nuova York, Collezione Fahim-Koucha-Kji.
Antonella - Coppa d'argento, detta "Calice d'A.", datato da G. de Jerphanion al sec. vi - Nuova York, Collezione Fahim-Kouchak-Kji.
documenti rispettivamente del 1141 e 1154 (G. S. Assemani, Bibliotheca Orient., I, Roma 1719, p. 307 sg.). La bolla d'Innocenzo III, Quia Divinae, del 1215 riconosce ad essi questo titolo. La sede loro, che fu sempre nel Libano, mutò tuttavia di posto finché il Sinodo Libanese del 1736 la fissò a Qambulī, e poi quello di Bekorki del 1790 in Bekorki stessa presso Beirut (Codif. can. orientale, XII, nn. 1391 e 1155), che è oggi la residenza invernale, mentre l'estiva è ad-Dimān.
A questo patriarcato appartengono le sedi residenziali di Aleppo, Baalbek, Beirut, Cipro, Damasco, Gibali-Ba-trun, Sidone, Tiro, Tripoli (già di Siria e ora del Libano) e il Cairo. Secondo la Statistica... della gerarchia e dei fedeli di rito orientale (Città del Vaticano 1932) i fedeli sono 322.715, mentre quelli sparsi nelle altre regioni del mondo ascendono a 43.300. Il clero secolare è di 1.012 sacerdoti: quello regolare supera i 700. Pietro Sfair VIII. A. Dei Melkiti. - Il patriarca cattolico melkita di A. ha residenza in Duma, Cairo, Alessandria. Al patriarcato appartengono 12 sedi residenziali: Tiro, Tolemaide, Sidone, Cesarea di Filippo, Tripoli (Siria), Aleppo, Bosra, Damasco, Baalbek, Zahle, Beirut, Homs; 5 vicariati patriarcali: Alessandria, Cairo, Sudan, Gerusalemme, Costantinopoli. Inoltre vi sono 5 vescovi titolari. Istituti religiosi maschili sono i Basi-
liani melkiti del S. mo Salvatore, Basiliani di S. Giovanni di Suvari, Basiliani melkiti alppini, oltre la Congregazione ecclesiastica della Società dei Missionari melkiti di S. Paolo. Istituti religiosi femminili di rito orientale sono le Monache basiliane suvariite, le Monache salvatore, le Monache basiliane alppine, le Suore della carità di Besançon (ramo melkita), Congregazione religiosa fondata recentemente dai Palestini.
Il numero dei fedeli nel territorio patriarcale era nel 1932 di 150.155, negli Stati Uniti 13.559, in altri luoghi ca. 2.500, in totale 166.214. Il numero dei sacerdoti scolari è di 167; del clero regolare (sacerdoti e diaconi): Basiliani melkiti salvatore, 180, Suvariiti 100, Aleppini 50; Missionari melkiti di s. Paolo 7. Le scuole e gli istituti di carità sono numerosi.
Il patriarcato greco dissidente di A. contava nel 1934: 5 diocesi in Siria e 6 nel Libano, ed il distretto di Laodicea (residenza Latakie), con un numero totale di 230.000 fedeli. A questi s'aggiungono gli emigrati: 10.000 negli Stati Uniti, Canada e Messico; 120.000 nell'America del Sud; e 41.000 altrove. In tutto: ca. 500.000.
È da notarsi che dalla fine del secolo scorso i patriarcati di A. dissidenti non sono più greci, ma arabi. Questo cambiamento accade a causa di gravissime difficoltà. Un altro dissidio durato per due anni (12 dic. 1928 - 29 genn. 1933) sotto due patriarchi simultanei ebbe la sua origine dal conflitto dei due partiti religiosi, cioè di Damasco e di Libano, in occasione della morte del patriarca Gregorio IV Haddad (12 dic. 1928), e nonostante l'intervento dei tre patriarchi orientali greci che si erano pronunciati in favore del patriarca nuovo eletto dalla minoranza (Damasco), cioè di Alessandro Tahhan, poté esser risolto soltanto dalla morte dell'altro patriarca, Arsenio Haddad (9 genn. 1933).
IX. A. DEI SIRI. - Sede residenziale. I Siri convitti dal giacobitismo elessero il primo loro patriarca nel 1661, ma la serie procede ininterrotta solo dal patriarca Garwah in poi, che fu eletto nel 1783 e fissò la sede a Mardin. Nel 1830 la sede fu trasferita ad Aleppo, ma nel 1850 fu riportata a Mardin. Durante il patriarcato di Rahmāni (1898-1929), fu trasferita a Beirut. Sarfah è la residenza estiva.
A questo patriarcato appartengono le sedi residenziali di Bagdad, Mossul, Aleppo, Beirut, Damasco, Emesa, Mardin e Amida, oltre a due vicariati in Egitto e Palestina. In queste diocesi vi sono ca. 50.000 cattolici assistiti da 150 sacerdoti, in mezzo a 174.000 giacobiti. Fuori di questi territori trovasi ancora 14.535 cattolici e ca. 25.000 giacobiti.
66. Pietro Sfai Antitoco
Capo dell'esercito di Filippo re di Macedonia. Suo figlio Seleuco seguì Alessandro Magno in Asia e, dopo la morte del conquistatore, fondò il regno di Seleucidi (v.), della quale il 13 re portarono il nome di Antioco. A molte città da lui fondate, anzitutto alla sua capitale Antiochia (v.) sull'Oronte, Seleuco I impose il nome di suo padre.A. I. figlio di Seleuco I, fu detto Sōtēr (Salvatore) per la sua vittoria sui Galati; regnò dal 280 al 261 a. C.; diresse la prima guerra siriaca contro Tolo. I figlio di Sōtēr fu eletto a Tolo.
A. II (261-246 a. C.), figlio e successore di A. I, detto Theós (Dio) per aver liberato Mileto dal tiranno Timarchos, combatté per sette anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. 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I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. 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I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. 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I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. 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I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contro Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchs, combatté per sette, anni Contra Tolo. I figlio di Timarchos, combatté per set
e fece prigioniero Tolomeo V. Giasone, cui A. aveva sostituito Menelao nel pontificato, profittando dell'assenza di A., assalì il rivale e lo assediò nella citta della di Gerusalemme. Ma A., tornando vincitore dall'Egitto (169), piombò nella città santa e cominciò a trattare i Giudei quali sediziosi e ribelli. Guidato da Menelao, penetrò nel Tempio e lo saccheggiò; lasciò in carica Menelao, circondato da ufficiali siriani che trucidarono 40.000 ebrei (I Mach. 1, 20-29; II Mach. 5, 11-21; Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XII, 5, 3; C. Apiomen, 2, 7).
In una seconda spedizione (168), A. stava per impadronirsi dell'Egitto; ma il legato romano Popilio Nelante lo chiuse entro un cerchio tracciato sul suolo intimandogli la resa immediata: «delibera qui entro». A. si sottomise (T. Livio, XLIV, 19; XLV, 12), ma tornò irritato, deciso a conservare la Celestia e la Palestina. Fece costruire una fortezza in Gerusalemme (v. Arca), per reprimere ogni insurrezione.
Deciso, per principio politico e filosofico (II Mach. 6, 1), a e tirpare il jahwismo, mediante i suoi governatori di Celestia e suoi inviati speciali perseguiti con violenza e pur con metodo l'apostasia dei Giudei, per ridurli alla religione, alla cultura, alla politica del suo regno. Apollonio (v.) di imporre con la forza l'ellenizzazione, vitando la circoncisione, il sabato, le feste sacre, punendo di morte gli osservanti della legge mosaica. In tutta la Giudea s'innalzarono altari pagani. Il 25 di casle (metà dic. 168 a. C.) ebbe luogo la formale profanazione del Tempio mediante la consacrazione alle divinità pagane dell'altare degli olocausti, su cui furono offerti sacrifici a Giove olimpico (v. ABOMINAZIONE DELLA DESOLAZIONE). Con A. IV, l'iniquità è al colmo. Quasi tutti i re delle Genti avevano perseguitato Israele; ma in A. IV più che coefficiente di mire politiche, era accanimento contro l'unico vero Dio. La corruzione morale dilagava dalle terme, teatri, ginnasi, con la connivenza di ricchi Giudei «dalle idee larghe». Molti Giudei apostatavano o vacillavano. Ma rifulse l'eroismo dei martiri. Da Modin muoveva intanto la riscossa di Mattatia e dei suoi cinque figli detti, da Giuda, Maccabei (v.).
La sollevazione giudaica essendo divenuta minacciosa, A., impegnato nell'infelice impresa contro i Parti (I Mach. 3, 31), affidò a Lisia la guerra di Giudea. Vi furono battuti i generali siriani Nicanore e Gorgia.
La morte di A. è narrata in modo diverso: I Mach. 6, 1-16 e II Mach. 9, 1-28 concordano; la narrazione di II Mach. 2, 10-17 è errata, ma si tratta di mera citazione (J. Döller). Dopo aver tentato di saccheggiare un tempio d'Arte, nelle Elem, nei pressi di Ecbatana (II Mach. 9, 3; F. X. Kugler: Aspadana, oggi Ispahan), fu colto da crisi viscerale, cadde dal carro, e morì tra le montagne (II Mach. 9, 28) nella vicina Tabae di Persia (Poliobio, XXXI, 11 [9]), che lo dice impazzito [ἀκμόνισμα] e forse colpito da «castigo divino»; Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XII, 9, 1, l'anno 149 dell'era dei Seleucidi, 164-163 a. C. (probabilmente fra il 17 marzo e il 4 apr. 164 a. C.). Tacito sintetizza (Hist., V, 8): «Il re A., risoluto a estirpare la superstizione e a impiantare la civiltà greca, fu impedito dalla guerra dei Parti di migliorare una razza infetta». Era invece la vittoria della fede e di Dio (II Mach. 6, 12-17).
— A. IV, il nemico di Dio, è profeticamente descritto in Dan. 7, 20-25; 8, 1-27; (9, 24-27 [2]); 11, 36-45; 12, 1-11. L'apocalittica imiterà Daniele: (III) Enoch etiop., 83-90. Il tardivo Megillath Antiochos esprimerà l'esecrazione rabbinica, incurante peraltro della sto-ria. In II Thess. 2, 3-11 si ha «la riproduzione cristiana della descrizione giudaica di A. Epif., mostro d'empietyà» (B. Rigaux, p. 289). I Padri quindi vedono in A. ANTICRISTO (v.); cf. Gilolamo, In Dan. 7-12.
— A. V, Epatore («di nobile padre»), figlio del precedente, cui successe a 9 o 12 anni, regnò due anni (164-162 a. C.) LISANIA (v.).
Presentendo la difficoltà della successione, il padre A. IV l'aveva affidato alla tutela del generale Filippo; ma questi era trattenuto con l'esercito in Oriente.
I Romani irruppero in Siria; il loro legato Cneo Ottavio fu trucidato e Lisia ebbe da espiarne le conseguenze. Nel 162 Lisia mosse di nuovo contro i Giudei; questi, sgominati a Beit-Zakaria (14 km. a sud di Betlemme), si ritirarono in Gerusalemme. Essendo intanto il suo rivale Filippo tornato ad Antiochia, Lisia dové levar l'assedio e far la pace con Giuda Maccabeo, concedendo ai Giudei piena libertà religiosa (I Mach. 6, 57-63; II Mach. 13, 23-26), e vinse Filippo (secondo Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XII, 9, 7, lo uccise). Ma tosto A. V con Lisia fu ucciso dalle truppe per ordine del cugino Demetrio I, fuggito da Roma e proclamato re (I Mach. 6, 17-7, 4; II Mach. 10, 1-14, 2; Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XII, 9, 2, 3; Polibio, XXXI, 12).
— A. VI, Epiphanes Dionysos, BALA (v.), al quale i Giudei professavano gratitudine (I Mach. 10, 47), e di Cleopatra Thea, ebbe da questa man forte nella lotta che dovette condurre nei tre anni del suo regno (145-142 a. C.) contro il competitore Demetrio II Nicatore.
Dall'Arabia, ove viveva dopo l'assassinio del padre, lo trasse ancora fanciullo un ufficiale di Balas, Diototo nominato Trifone (v.), che lo proclamò re ad Antiochia, opponendolo al re legittimo ma crudele Demetrio II. Questi si era servito di Gionata Maccabeo per reprimere una sedizione, ma violò i patti e le promesse fattegli; sicché i Giudei passarono dalla parte di A. VI e di Trifone. Questi costituì Gionata generale della regione; ma, dopo catturato Demetrio II dai Parti, a Tolemaide uccise Gionata a tradimento (143 a. C.). Ritornato in Siria, Trifone uccise il giovane A., suo pupillo, con la complicità dei medici (I Mach. 11, 39-74; 12, 24-13, 32; Diodoro, XXXII, 4; Flavio Giuseppe, Antig. Iud., XIII, 5, 1, 3, 5).
— A. VII, Sidete (perché nato e cresciuto a Sede di Panfilia) o Evergete («benfatto»), fratello di Demetrio II, e ultimo re di Siria (139-129 a. C.) di cui si occupano i Maccabei. Avendo Mitridate I (Arsaee VI) imprigionato Demetrio II, A. partì dall'isola di Rodi,
si proclamò re a Tripoli e sposò Cleopatra Thaec, che era stata moglie di Alessandro Balas e di Demetrio II. Dalle isole scrisse a Simone Maccabeo per averne l'amicizia, confermandogli i privilegi concessi di Demetrio II, tra cui quello di battere moneta. Ma essendo divenuto padrone della situazione, dopo aver sbaragliato l'usurpatore Trifone, divenne ostile ai Giudei.
— A VII impose a Simone di restituirgli Gazara, Joppe, la fortezza Acra, esigendo perfino una multa di 500 talenti. Nel 138 inviò Cendebeo con un esercito contro i Giudei; ma Giovanni Ircano, figlio di Simone, lo sconfisse (I Mach. 15, 26-41; 16, 1-10: ultimo avvenimento riferito dal Vecchio Testamento).
Sotto il successore di Simone, Giovanni Ircano I, A. stesso marciò contro i Giudei, e dopo lungo asedio espugnò Gerusalemme (134 a. C.). Entrato a Gerusalemme, A. VII fu piuttosto mite: impose un tributo alle città da poco assoggettate, oltre 500 talenti per spese di guerra, e fece distruggere le mura di Gerusalemme (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 8, 2 sgr.). Rispettò la religione e il Tempio, cui anzi durante l'assedio aveva mandato vittime per i sacrifici. Forse a tale omaggio di un re delle Genti allude Testamento di Beniamin, IX, 2.
Valoroso e ambizioso, nel 130 mosse contro i Parti, per liberare il fratello Demetrio II e riconquistare le province dell'alta Asia. Dopo averlo sconfitto quattro volte, i Parti rinviarono A. ad Antiochia, ma poco dopo lo uccisero (secondo alcuni, A. si uccise). Cf. Giustino, XXXVI, 1-3; XXXVIII, 10; Diodoro, XXXIII, 4 e 28; Appiano, Syriaca, 68.
Per gli altri sei re di Siria di nome A., V. SELEUCIDI.

