ANTIFONA. - Da Ἀντιφανή = canto alternato fra due cori. È una breve formola, composta da una o più frasi che mette in risalto il significato del salmo: è come una chiave per l'interpretazione del salmo stesso, dal quale quasi sempre è tolta, e ne indica il pensiero principale, ad es. negli uffici feriali e domenicali. A volte, poi, illustra il mistero che si celebra, come le a. proprie Commune Sanctorum (v.), che sono brevi preghiere, lodi ed invocazioni prese da passi scritturistici o composte ex novo, quali gli uffici ritmati molto in voga nel medioevo. Anticamente l'a. era un ritornello, un breve canto intercalare nei salmi cantati da due cori, ciò che era detto salmodia antifonica. Ripetevasi ad ogni versetto del salmo; ma, con l'andar del tempo, sia per mancanza di cantori, sia anche per rendere più breve l'ufficiatura, si cantò solo al principio ed alla fine del salmo. Nella Messa, invece, all'Offertovo ed al Communio, soppresso il salmo, è rimasta la sola a. ed all'Introto l'a. col primo verso del salmo.
La salmodia propriamente antifonale ebbe origine ad Antiochia (cf. Socrate, Hist. Eccl., 6, 8; Teodoret, Hist. Eccl., 2, 19); s'introduesse poi a Costantinopoli, per opera di s. Giovanni Crisostomo, ed a Milano, ed iniziativa di s. Ambrogio, donde poi si propagò in tutte le chiese di rito latino. Nel sec. VI l'a. cessò di essere un canto intercalare nei salmi, e venne ad assumere il valore di ciò che è anteposto al salmo, che è detto prima di esso. S. Germano di Parigi dice infatti: « Antiphona dicta, quia prius ipsa anteponitur » (Ep. altera de comm. officio).
Il canto antifonale era già in uso presso gli ebrei (Esd. 2, 12, 30) e fra i pagani, come lo dimostrano per gli Indiani il Regeada, per i Greci l'inno in onore di Apolline di Delfo, e per i Romani i versus fescennini. Tertulliano afferma che i più zelanti cristiani aggiungevano alle loro preghiere l'Allechia ed ai salmi una tal formola conclusiva che i presenti potevano ripetere (De Orat., 27). Silvia (v.), parlando dell'ufficio notturno a Gerusalemme nel sec. IV, scrive: « Psalmi responduntur », e che uno dei sacerdoti dice nell'ufficio mattutino un salmo « et respondent omnes » (Peregr., 24, 1-9).
Nella liturgia latina attuale l'a. si recita intera prima e dopo il salmo al Mattutino, alle Lodi ed al Vespro nei giorni di rito doppio; nel semidoppi e semplici si accenna al principio e si dice per intero alla fine del salmo. Nelle ore minori di Prima, Terza, Sesta, Nona e Compieta si accenna sempre al principio e si dice per intero alla fine dei tre salmi. Intonare l'a. è un onore che, ad es., ai Vespri solenni, nelle chiese cattedrali, collegiate e conventuali si manifesta con una preintonazione fatta dal primo cantore il quale, vestito di sacri paramenti, si reca al posto di chi deve intonare. Filippo Oppenheim
MUSICA. - Il canto dell'a. era eseguito in più ma-
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niere: sia riunendo simultaneamente la stessa melodia in tessitura diversa, ad es. all'ottava; sia seguendo la stessa melodia a due cori distinti, oppure con melodia diversa. In Oriente, nel secc. III e IV, i salmi erano così eseguiti antifonicamente: gli uomini da una parte, le donne e i bambini dall'altra. È stata chiamata a. anche un ritornello o corta frase (col tempo d'allungo) che si intercalava tra i versetti dei salmi, o almeno si cantava al principio e alla fine. Questa maniera di canto era come opposta ad un'altra forma, chiamata indirectum o sine antiphona, eseguendosi allora tutto il salmo senza intercalazione.
Il testo dell'a., preso dallo stesso salmo, ha una forma musicale semplicissima, tale da poter essere appresa bene a memoria da tutti i fedeli alternativi col clero o col solista. Ma quando, in seguito, il testo fu desunto da altri libri biblici, da composizioni agiografiche o fu appositamente composto, allora anche la melodia è, a volte, più sviluppata. Il tono del salmo dipende assolutamente dal modo dell'a., anzi la stessa finale del sacculorum amem (E.U.O.A.E.) è scelta preferendo quella che meglio favorisce il passaggio del salmo all'a.; cosa ancor più necessaria quando l'a. si ripeteva tra i versetti del salmo. In certe solennità questa ripetizione, ad es. nel canto del Magnificat, si diceva «far trionfare l'a.». La scelta di una sola dominante è stata fissata, nel gregoriano, per comodità dei cantori, ma non sempre è quella richiesta dalla costruzione. Nel canto ambrosiano si prende come dominante del salmo quella propria dell'a. A volte il tema musicale dell'a., specialmente se il testo è dello stesso salmo, è così ben cadenzato ed armonico nelle sue proporzioni, che si è adoperato come formola melodica dei piccoli responsori con l'Alleluia. È stata emessa l'ipotesi che parecchi temi di queste a. semplici sarebbero presi da canti popolari profani per meglio facilitare il canto dei fedeli. Niente può affermarsi di concreto, però si deve dire che non è impossibile, come non è impossibile che vi siano temi orientali. In ogni modo, la Chiesa ha saputo assimilare e adattare perfettamente tali temi, santificandoli.
La musica segue, nelle a., quasi passo passo la fraseologia del testo, con la sua accentuazione melodica propria. Non si può negare che alcune melodie, fatte originariamente per un testo determinato, siano diventate come tipo e modello da adottarsi a diversi testi che presentano disposizione letteraria simile, e anche con modifiche cadenziali o di semplice passaggio, che ci rivelano tutto un sistema proprio del canto gregoriano. Nelle a. troviamo in modo particolare la forma di centone con i suoi nomoi. Questo procedimento antichissimo, anche anteriore al canto gregoriano, costituisce musicalmente un vero musaico di formole vaganti, ma che rivelano un gusto squisito. Altre volte la melodia dell'a., a causa del testo, è disposta come in strofa, a modo di inno o εἰμνος (v. IRMO). La costruzione delle melodie delle a. presenta specialmente la forma ad arco, come corrispondente alla melodia della parola; cominciando dalle note inferiori, si sviluppano in alto verso il centro e ritornano alla base. Non sono, però, rari i casi che la melodia cominci in alto, come ex abrupto, particolarmente ispirata nella stessa espressione del testo.
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