ANTIOCO. - Capo dell'esercito di Filippo re di Macedonia. Suo figlio Seleuco seguì Alessandro Magno in Asia e, dopo la morte del conquistatore, fondò il regno di Seleucidi (v.), della quale 13 re portarono il nome di Antioco. A molte città da lui fondate, anzitutto alla sua capitale Antiochia (v.) sull'Oronte, Seleuco I impose il nome di suo padre.
— A. I, figlio di Seleuco I, fu detto Sôtêr (Salvatore) per la sua vittoria sui Galati; regnò dal 280 al 261 a. C.; diresse la prima guerra siriaca contro Tolomeo Filadelfo d'Egitto.
— A. II (261-246 a. C.), figlio e successore di A. I, detto Theós (Dio) per aver liberato Mileto dal tiranno Timarchos, combatté per sette anni contro Tolomeo Filadelfo per riprendergli la Cilicia e la Celesiria (con la Palestina); nel 249 ne sposò la figlia Berenice che gli portò in dote la Celesiria. Fu avvelenato (246) con la complicità della prima moglie ripudiata Laodike,
che fece trucidare Berenice col suo figlio Antioco (pare alluda a ciò Dan. 11, 6).
— A. III il Grande (mentovato in I Mach. 1, 11; 8, 6-8), successe diciannovenne nel 223 al fratello ucciso Seleuco III. Represse le rivolte di Molone in Media (220) e di suo cugino Acheo in Asia Minore (213). Nel tentativo di riprendere la Celesiria (con la Palestina) fu battuto a Raphia (217) da Tolomeo IV, che dopo marcò su Gerusalemme; ma infine si assicurò quel territorio con la vittoria di Pancas (198) su Tolomeo V protetto da Roma.
Tre volte battuto dai Romani, dopo la sconfitta di Magnesia (189) perdette l'Asia Minore a nord del Tauro. In brillanti campagne aveva represso i Parti, i Battiani e gli Armeni, era giunto al bacino dell'Indo e alle coste del Golfo Persico. Fu benevolo verso i Giudei, di cui protesse il culto (Flavio Giuseppe, Ant. Iud., XII, 3, 3; A. Alt, in Zeitschr. f. attest. Wiss., 16 (1939), pp. 283-85). Fu ucciso dagli elamiti per aver saccheggiato un tempio di Bel (187). Il suo regno è simboleggiato in Dan. 11, 10-19 (cf. s. Girolamo, in h. l.). Ordinò nel 205 un sontuoso culto in tutte le satrapie del regno per sé e sua moglie Laodike, dèi, con sommi sacerdoti dei due sessi (editto d'Eriza, scoperto da M. Holleaux nel 1884).
— A. IV (175-163 a. C.) detto Epiphanés («il manifesto [dio]»), ma chiamato talvolta dai sudditi Epimanés «il pazzo» (Ateneo, Δειπνοσφαιστιά, 10), è il Seleucide di cui più parla la Bibbia (Dan. 11, 11-45; I Mach. 1, 11-67; 2; 3; 6, 1-16; II Mach. 4, 7-9, 20). Fu il più esecrando persecutore d'Israele. Figlio minore di A. III, nel 189 fu portato ostaggio a Roma (ove rimase 13 o 14 anni), consegnato dal padre in esecuzione d'una clausola del trattato di Magnesia. Liberato (176-175) dal nipote, il futuro re Demetrio I che gli si sostituì come ostaggio, mentre era nel viaggio di ritorno, suo fratello Seleuco IV Filopatore (187-75) fu ucciso dal suo ministro Eliodoro. Salito al trono (175), A. fu re abile, ma smisuratamente orgoglioso (Dan. 11, 36; II Mach. 5, 21; 9, 28), come dimostrano le sue monete (dopo il 166) in cui si dà il titolo divino di «manifestazione» (della divinità, Apollo o Zeus), di Niceforo (vittorioso), di Theós (Dio); nelle iscrizioni è detto Theós e Sôtêr (J. Dittenberger, Orientis graeci inscr. sel., n. 223).
Tito Livio (XLI, 20) e Giovanni di Antiochia (in C. Müller, Hist. Graec. fragm., IV, Parigi 1868, p. 558) attestano la frode con cui, cacciato l'usurpatore Eliodoro, A. s'impadronì del regno che spettava legittimamente a Demetrio, figlio di Seleuco IV. Educato a Roma, al suo istinto despotico seppe unire maniere democratiche. Il suo carattere e i suoi metodi sono descritti da Polibio (XXVI, 10; XXIX, 9, 13; XXXI, 30; XXXVIII, 18, 3): principe prodigo, vanitoso, amante del fasto e della popolarità, delle spese pazze, delle costruzioni e degli spettacoli sontuosi, «ma per sacrifici e onori resi agli dèi, sorpassò tutti i re anteriori». Diodoro Siculo, XXIX, 32; XXXI, 16; XXXIV, 1, 3-5 parla bene di A., forse per odio anti-giuidaico.
Smanioso di arte e di cultura, volle livellare i Giudei agli altri suoi sudditi, imponendo loro «i lumi» dell'ellenismo. Venne due volte in persona a Gerusalemme (174 e 169). Qui si era costituito, sotto il governo egiziano dei Tolomei, il partito ellenizzante dei nobili, con a capo il fratello del sacerdote Onia III, Gesù, che Giasone (v.) e comprò da A. il sommo pontificato (174-71). Dopo una spedizione in Cilicia, A. aggredì (verso il 170) l'Egitto
e fece prigioniero Tolomeo V. Giasone, cui A. aveva sostituito Menelao nel pontificato, profittando dell'assenza di A., assali il rivale e lo assediò nella città della di Gerusalemme. Ma A., tornando vincitore dall'Egitto (169), piombò nella città santa e cominciò a trattare i Giudei quali sediziosi e ribelli. Guidato da Menelao, penetrò nel Tempio e lo saccheggiò; lasciò in carica Menelao, circondato da ufficiali siriani che trucidarono 40.000 ebrei (I Mach. 1, 20-29; II Mach. 5, 11-21; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 5, 3; C. Apionem. 2, 7).
In una seconda spedizione (168), A. stava per impadronirsi dell'Egitto; ma il legato romano Popilio Lenate lo chiuse entro un cerchio tracciato sul suolo intimandogli la resa immediata: «dell'ora qui entro». A. si sottomise (T. Livio, XLIV, 19; XLV, 12), ma tornò irritato, deciso a conservare la Celesiria e la Palestina. Fece costruire una fortezza in Gerusalemme (v. ARA), per reprimere ogni insurrezione.
Deciso, per principio politico e filosofico (II Mach. 6, 1), a e tirpare il jahivismo, mediante i suoi governatori di Celesiria e suoi inviati speciali perseguì con violenza e pur con metodo l'apostasia dei Giudei, per ridurli alla religione, alla cultura, alla politica del suo regno. Apollonio (v.) di imporre con la forza l'ellenizzazione, victando la circoncisione, il sabato, le feste sacre, punendo di morte gli osservanti della legge mosaica. In tutta la Giudea s'innalzarono altari pagani. Il 25 di casle (metà dic. 168 a. C.) ebbe luogo la formale profanazione del Tempio mediante la consacrazione alle divinità pagane dell'altare degli olocausti, su cui furono offerti sacrifici a Giove olimpico (v. ABOMINAZIONE DELLA DESOLAZIONE). Con A. IV, l'iniquità è al colmo. Quasi tutti i re delle Genti avevano perseguitato Israele; ma in A. IV più che coefficiente di mire politiche, era accanimento contro l'unico vero Dio. La corruzione morale dilagava dalle terme, teatri, ginnasi, con la convivenza di ricchi Giudei «dalle idee larghe». Molti Giudei apostatavano o vacillavano. Ma rifulse l'eroismo dei martiri. Da Modin muoveva intanto la riscossa di Mattatia e dei suoi cinque figli detti, da Giuda, Maccabei (v.).
La sollevazione giudaica essendo divenuta minacciosa, A., impegnato nell'infelice impresa contro i Parti (I Mach. 3, 31), affidò a Lisia la guerra di Giudea. Vi furono battuti i generali siriani Nicanore e Gorgia.
La morte di A. è narrata in modo diverso: I Mach. 6, 1-16 e II Mach. 9, 1-28 concordano; la narrazione di II Mach. 2, 10-17 è errata, ma si tratta di mera citazione (J. Döller). Dopo aver tentato di saccheggiare un tempio d'Artemide nell'Elam, nei pressi di Ebatana (II Mach. 9, 3; F. X. Kugler: Aspadana, oggi Ispahan), fu colto da crisi viscerale, cadde dal carro, e morì tra le montagne (II Mach. 9, 28) nella vicina Tabae di Persia (Polibio, XXXI, 11 [9], che lo dice impazzito [θαυλωνίδης] e forse colpito da «castigo divino»; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 1), l'anno 149 dell'era dei Seleucidi, 164-163 a. C. (probabilmente fra il 17 marzo e il 4 apr. 164 a. C.). Tacito sintetizza (Hist., V, 8): «Il re A., risoluto a estirpare la superstizione e a impiantare la civiltà greca, fu impedito dalla guerra dei Parti di migliorare una razza infetta». Era invece la vittoria della fede e di Dio (II Mach. 6, 12-17).
— A. IV, il nemico di Dio, è profeticamente descritto in Dan. 7, 20-25; 8, 1-27; [9, 24-27 [?]); 11, 36-45; 12, 1-11. L'apocalittica imiterà Daniele: (III) Enoch etiop., 83-90. Il tardivo Megillath Antiochos esprimerà l'esecuzione rabbinica, incurante peraltro della sto-
ria. In II Thess. 2, 3-11 si ha «la riproduzione cristiana della descrizione giudaica di A. Epif., mostro d'empietà» (B. Rigaux, p. 289). I Padri quindi vedono in A. ANTICRISTO (v.); cf. Girolamo, In Dan. 7-12.
— A. V, Eupatore («di nobile padre»), figlio del precedente, cui successe a 9 o 12 anni, regnò due anni (164-162 a. C.) LISANIA (v.).
Presentando la difficoltà della successione, il padre A. IV l'aveva affidato alla tutela del generale Filippo; ma questi era trattenuto con l'esercito in Oriente.
I Romani irruppero in Siria; il loro legato Cneo Ottavio fu trucidato e Lisia ebbe da espiarne le conseguenze. Nel 162 Lisia mosse di nuovo contro i Giudei; questi, sgominati a Beit-Zakaria (14 km. a sud di Betlemme), si ritirarono in Gerusalemme. Essendo intanto il suo rivale Filippo tornato ad Antiochia, Lisia dove levar l'assedio e far la pace con Giuda Maccabeo, concedendo ai Giudei piena libertà religiosa (I Mach. 6, 57-63; II Mach. 13, 23-26), e vinse Filippo (secondo Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 7, lo uccise). Ma tosto A. V con Lisia fu ucciso dalle truppe per ordine del cugino Demetrio I, fuggito da Roma e proclamato re (I Mach. 6, 17-74; II Mach. 10, 10-14, 2; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 2 sgg.; Polibio, XXXI, 12).
— A. VI, Epiphanes Dionysos, BALA (v.), al quale i Giudei professavano gratitudine (I Mach. 10, 47), e di Cleopatra Thea, ebbe da questa man forte nella lotta che dovette condurre nei tre anni del suo regno (145-142 a. C.) contro il competitore Demetrio II Nicatore.
Dall'Arabia, ove viveva dopo l'assassinio del padre, lo trasse ancora fanciullo un ufficiale di Balas, Diodoto nominato Trifone (v.), che lo proclamò re ad Antiochia, opponendolo al re legittimo ma crudele Demetrio II. Questi si era servito di Gionata Maccabeo per reprimere una sedizione, ma violò i patti e le promesse fattegli; sicché i Giudei passarono dalla parte di A. VI e di Trifone. Questi costituì Gionata generale della regione; ma, dopo catturato Demetrio II dai Parti, a Telemade uccise Gionata a tradimento (143 a. C.). Ritornato in Siria, Trifone uccise il giovane re A., suo pupillo, con la complicità dei medici (I Mach. 11, 39-74; 12, 24-13, 32; Diodoro, XXXII, 4; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 5, 1 sgg.).
— A. VII, Sidete (perché nato e cresciuto a Side di Panfilia) o Evergete («benefattore»), fratello di Demetrio II, e ultimo re di Siria (139-129 a. C.) di cui si occupano i Maccabei. Avendo Mitridate I (Arsace VI) imprigionato Demetrio II, A. partì dall'isola di Rodi,
si proclamò re a Tripoli e sposò Cleopatra Thea, che era stata moglie di Alessandro Balas e di Demetrio II. Dalle isole scrisse a Simone Maccabeo per averne l'amicizia, confermandogli i privilegi concessigli da Demetrio II, tra cui quello di battere moneta. Ma essendo divenuto padrone della situazione, dopo aver sbaragliato l'usurpatore Trifone, divenne ostile ai Giudei.
- A. VII impose a Simone di restituirgli Gazara, Joppe, la fortezza Acra, esigendo perfino una multa di 500 talenti. Nel 138 inviò Cendebeo con un esercito contro i Giudei; ma Giovanni Ircano, figlio di Simone, lo sconfisse (I Mach. 15, 26-41; 16, 1-10: ultimo avvenimento riferito dal Vecchio Testamento).
Sotto il successore di Simone, Giovanni Ircano I, A. stesso marciò contro i Giudei, e dopo lungo assedio espugnò Gerusalemme (134 a. C.). Entrato a Gerusalemme, A. VII fu piuttosto mite: impose un tributo alle città da poco assoggettate, oltre 500 talenti per spese di guerra, e fece distruggere le mura di Gerusalemme (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 8, 2 sgg.). Rispettò la religione e il Tempio, cui anzi durante l'assedio aveva mandato vittime per i sacrifici. Forse a tale omaggio di un re delle Genti allude Testamento di Beniamin, IX, 2.
Valoroso e ambizioso, nel 130 mosse contro i Parti, per liberare il fratello Demetrio II e riconquistare le province dell'alta Asia. Dopo averlo sconfitto quattro volte, i Parti rinviarono A. ad Antiochia, ma poco dopo lo uccisero (secondo alcuni, A. si uccise). Cf. Giustino, XXXVI, 1-3; XXXVIII, 10; Diodoro, XXXIII, 4 e 28; Appiano, Syriaca, 68.
Per gli altri sei re di Siria di nome A., V. SELEUCIDI.