AMPOLLA DI SANGUE

AMPOLLA DI SANGUE. - Con questa espres-
sione ed altre simili si sogliono indicare, dall’inizio
del sec. XVII, quelle fialette o vasi di vetro, talvolta
anche di terracotta, tinti d’un color rossastro, rinve-
nuti in tombe antiche o più spesso infissi nella calce
adoperata per chiudere i loculi nelle catacombe. Per
i cavatori di corpi santi ed anche per molti dotti dei
secoli XVII-XIX esse furono come il più autentico se-
gno per distinguere se una tomba era di un martire
o d’un semplice fedele.

Senonché fiale e vasi - la cosa è ormai pacifica
tra gli archeologi - infissi nelle pareti o nella calce
dei loculi poterono avere molti altri significati, e spe-
cialmente servire d’ornamento ovvero a contenere pro-

fumi o a segno di riconoscimento quando la tomba
era anepigrafa. Del pari il color rossastro poté d’or-
dinario prodursi dall’ossidazione della materia stessa
del vaso, ovvero del suo contenuto, profumi, sostanze
olose, ecc. È accertato che nell’antichità i fedeli han-
no talvolta arditamente raccolto il sangue di martiri
per conservarlo presso di loro oppure per riporlo
con le spoglie delle vittime, ma non si sa ch’essi usas-
sero distinguere la tomba del martire da quella del
fedele apponendovi esternamente una fialetta o un
vaso contenente il loro sangue. Non si ha neppure
notizia che gli antichi ricercatori delle tombe dei mar-
tiri nei cimiteri romani, da Damaso ai papi del sec. IX,
abbiano mai riconosciuto il sepolcro d’un martire per
mezzo d’un tal segno distintivo. Esso fu creato, sia
pure in buona fede, dai cercatori dei corpi santi,
della fine del sec.
XVI e del principio
del seggente, i quali
credevano e contri-
buirono a far cre-
dere che i cimiteri
sotterranei di Roma
fossero miniere i-
nesauribili di reli-
quie di martiri e
quindi anche per
leggeri indizi prese-
ro a credere e affer-
mare che quei vasi e
fiale, tinti d’un color
rossastro, mostras-
sero palesemente
tracce di sangue
umano, e quindi di
martiri. L’asserzio-
ne fu accettata, sen-
za troppo controllo,
da un buon numero
di studiosi del tem-
po, i quali nelle loro
dissertazioni, non
tutte commendevoli

per dottrina, vennero a stabilire il principio che il
« bicchiere di sangue » doveva considerarsi il più auten-
tico segno di riconoscimento della tomba di un martire.
Questo principio venne tosto accettato nella pratica e poi
anche consacrato ufficialmente dalla S. Congregazione
delle Indulgenze e delle Reliquie, il 10 apr. 1668, che
stabiliva « palmam et vas sanguine tinctum pro signis
certissimis [martyrii] habenda esse » (cf. Decreta au-
thentica S. R. Congregationis, II, Roma 1908, n. 3120).

I protestanti, si capisce, furono sin dall’inizio i più
decisi avversari dell’a. d. s.; nel campo cattolico i
dubbi sul contenuto di dette a. e sul loro valore pro-
bativo si affacciarono sin dal sec. XVII e continuarono
a crescere nei secoli seguenti, massimamente dopo la
ripetuta costatazione che spesse volte l’a. veniva tro-
vata in tombe del sec. IV inoltrato, ornate d’iscrizioni
che non solo non alludevano al martirio, ma sembra-
vano pure escluderlo. I più autorevoli autori cattolici
che si espressero in questo senso sono: il Papebrock,
il Tillemont, il Mabillon, il Muratori e il Marini.
Nel 1793 l’abate di S. Paolo, Giuseppe Giustino di
Costanzo, emetteva una nuova ipotesi, ripresa poi
dal Le Blant e in parte anche dal De Rossi, secondo
cui le a. avrebbero contenuto non il sangue del cri-
stiano sepolto nel loculo, ma quello d’un martire qual-
siasi, posto come a custodia della tomba del fedele.

In seguito alla traslazione da Roma ad Amiens della presunta martire Aurelia Teodosia (1853), il bollandista p. Victor de Bucé, dietro suggerimento dei suoi superiori, diede alle stampe uno studio sulle a. (De phialis rubricatis, quibus martyrum romanorum sepulcra dignosi dicuntur observationes V[ictoris] D[e] B[uck], Bruxelles 1855), tirato a pochissime copie e non posto in commercio. L’autore vi dimostrava che normalmente l’a. non poteva per sé essere un segno di martirio e, pur ammettendo all’a. che contenesse vero sangue umano il valore riconosciuto dalla S. Congregazione nel 1668, credette – ipotesi inverosimile – che in genere dette a. contencassero resti di sangue eucaristico o comunque resti dell’oblazione. Il primo effetto del dotto studio fu di far sospendere, per interessamento del De Rossi che ne ebbe una copia, l’estrazione dei corpi santi; il secondo si fu di provocare un nuovo esame della questione da parte della S. Congregazione dei Riti. Gli studi raccolti nella ponenza pubblicata dalla S. Congregazione erano tutti sostanzialmente contrari; tuttavia, come sembra, per l’azione personale di mons. Bartolini, segretario della Congregazione, fu risposto il 27 nov. 1863 «non recedendum» dal decreto del 1668 (Decreta authentica, II, Roma 1908, n. 3120). Caratteristico il voto del De Rossi, il quale, mentre nei suoi scritti si astenne sempre di proposito di entrare nell’intimo della questione e appena in conversazioni private si esprimeva più liberamente, qui svolge a fondo la tesi che tali a. non possono essere indizio sicuro di sepolcro di martire, tanto più che non si può neanche dire che contengessero, in genere, sangue umano. E fu anche per suo interessamento che, nonostante la risposta suddetta della S. Congregazione dei Riti, le autorità ecclesiastiche di Roma continuarono a proibire d’allora in poi l’estrazione dei corpi santi dalle catacombe (cf. Acta Sanctae Sedis, 14 [1881], p. 39); anzi Pio X dette ordine di riportarvi uno di questi corpi, estratto nel sec. XVIII con la solita a.

Per decidere la questione si è ricorso pure varie volte, da un secolo a questa parte, all’analisi chimica, con risultati ora positivi ora negativi; vedi ultimamente G. De Sanctis, in Rivista di Archeologia Cristiana, 8 (1931), pp. 7-13. Ad ogni modo anche quando si fosse provata la presenza di elementi del sangue e non solo d’una materia organica in un’a., ciò non costituirebbe la prova del martirio della persona ivi sepolta, se non vi concorressero altri elementi positivi al riguardo. Tale sangue, come opinava il d. Costanzo, potrebbe tutt’al più essere considerato come una reliquia d’ignoto martire, posta lì a protezione della salma d’un semplice defunto.

Bibl.: Della vastissima letteratura sull’argomento ricordiamo soltanto: la ponenza stampata dalla S. Congr. dei Riti: Congregazione particolare dei Sagri Riti con segreto Pontificio deputata da S. Santità per esaminare e definire la questione: Se veramente i vasi di vetro e di terra cotta posti fuori o dentro i loculi dei sepolti nei sagri suburbani cimiteri contenghino il sangue dei martiri; e per ciò se debbano ritenersi come segno di martirio, Roma 1863. Essa contiene tra l’altro una relazione del segretario mons. Bartolini: l’opera sopra citata di V. Buck; lo studio di E. Le Blant, La question du vase de sang, Parigi 1858; il voto senza titolo di Giov. Batt. De Rossi, e l’analisi del dott. Carpi. – Il voto del De Rossi è stato da poco pubblicato dal p. A. Ferrara (G. B. De Rossi, Sulla questione del vaso di sangue. Memoria inedita con introduzione storica e appendici di documenti inediti, Città del Vaticano 1944). – A. Scognamiglio, De phiala cruenta indicio facti pro Christo Martyrii disquisito, Parigi 1867 (polemica appassionata contro il de Buck); F. X. Kraus, Die Blutampullen der römischen Katakomben, Francoforte 1868 (le a. rappresenterebbero una «vindication» preventiva, ipotesi insostenibile); G. B. De Rossi, La Roma sotterranea, III, Roma 1877, pp. 616-21, appendice di Michele De Rossi, pp. 707-17; G. Tuccimei, Sopra la reazione del Van Deen nell’esame medico legale del sangue, in Rivista di Fisica, Matematica e Scienze Naturali, 5 (1902), pp. 97-101 (tratta di analisi di a. con risultati positivi); F. Grossi Gondi, Principi e problemi di critica agiografica, Roma 1919, pp. 150-155; H. Delehaye, L’œuvre des Bollandistes 1615-1915, Bruxelles 1920, pp. 109-207; O. Marucchi, Le catacombe romane, ed. E. Joni, Roma 1931, pp. 12-13; R. Fausti, Il p. Marchi e l’arch. cristiana, in Xenia Piana (Miscellanea Historica Pontificia, 7), Roma 1943, p. 486 (p. Marchi e De Rossi dubitavano, in certi casi, del valore dell’a. sin dal 1852), Chi non può accedere agli studi sopra ricordati veda le compilazioni di H. Leclercq.

Annales de sang, in DACL, I, coll. 1747-78, con ricca bibliografia, e di G. Ferretto, Note Storico bibliografiche di Archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 248-68. A. Pietro Frutaz