AMPOLLA DI SANGUE. - Con questa espressione ed altre simili si sogliono indicare, dall'inizio del sec. XVII, quelle fialette o vasi di vetro, talvolta anche di terracotta, tinti d'un color rossastro, rinvenuti in tombe antiche o più spesso infissi nella calce adoperata per chiudere i loculi nelle catacombe. Per i cavatori di corpi santi ed anche per molti dotti dei secoli XVII-XIX esse furono come il più autentico segno per distinguere se una tomba era di un martire o d'un semplice fedele.
Senonché fiale e vasi - la cosa è ormai pacifica tra gli archeologi - infissi nelle pareti o nella calce dei loculi poterono avere molti altri significati, e specialmente servire d'ornamento ovvero a contenere pro-
fumi o a segno di riconoscimento quando la tomba era anepigrafa. Del pari il color rossastro poté d'ordinario prodursi dall'ossidazione della materia stessa del vaso, ovvero del suo contenuto, profumi, sostanze oleose, ecc. È accertato che nell'antichità i fedeli hanno talvolta arditamente raccolto il sangue di martiri per conservarlo presso di loro oppure per riporlo con le spoglie delle vittime, ma non si sa ch'essi usassero distinguere la tomba del martire da quella del fedele apponendovi esternamente una fialetta o un vaso contenente il loro sangue. Non si ha neppure notizia che gli antichi ricercatori delle tombe dei martiri nei cimiteri romani, da Damaso ai papi del sec. IX, abbiano mai riconosciuto il sepolcro d'un martire per mezzo d'un tal segno distintivo. Esso fu creato, sia pure in buona fede, dai cercatori dei corpi santi,

per dottrina, vennero a stabilire il principio che il « bicchiere di sangue » doveva considerarsi il più autentico segno di riconoscimento della tomba di un martire. Questo principio venne tosto accettato nella pratica e poi anche consacrato ufficialmente dalla S. Congregazione delle Indulgenze e delle Reliquie, il 10 apr. 1668, che stabiliva « palmam et vas sanguine tinctum pro signis certissimis [martyrii] habenda esse » (cf. Decreta authentica S. R. Congregationis, II, Roma 1908, n. 3120).
I protestanti, si capisce, furono sin dall'inizio i più decisi avversari dell'a. d. s.; nel campo cattolico i dubbi sul contenuto di dette a. e sul loro valore probativo si affacciarono sin dal sec. XVII e continuarono a crescere nei secoli seguenti, massimamente dopo la ripetuta constatazione che spesse volte l'a. veniva trovata in tombe del sec. IV inoltrato, ornate d'iscrizioni che non solo non alludevano al martirio, ma sembravano pure escluderlo. I più autorevoli autori cattolici che si espressero in questo senso sono: il Papebrock, il Tillemont, il Mabillon, il Muratori e il Marini. Nel 1793 l'abate di S. Paolo, Giuseppe Giustino di Costanzo, emetteva una nuova ipotesi, ripresa poi dal Le Blant e in parte anche dal De Rossi, secondo cui le a. avrebbero contenuto non il sangue del cristiano sepolto nel loculo, ma quello d'un martire qualsiasi, posto come a custodia della tomba del fedele.
In seguito alla traslazione da Roma ad Amiens della presunta martire Aurelia Teodosia (1853), il bollandista p. Victor de Buck, dietro suggerimento dei suoi superiori, diede alle stampe uno studio sulle a. (De phialis rubricatis, quibus martyrum romanorum sepulcro dignosci dicuntur observationes V[ictoris] D[e] B[uck], Bruxelles 1855), tirato a pochissime copie e non posto in commercio. L'autore vi dimostrava che normalmente l'a. non poteva per sé essere un segno di martirio e, pur ammettendo all'a. che contenesse vero sangue umano il valore riconosciutole dalla S. Congregazione nel 1668, credette - ipotesi inverosimile - che in genere dette a. contenessero resti di sangue eucaristico o comunque resti dell'oblazione. Il primo effetto del dotto studio fu di far sospendere, per interessamento del De Rossi che ne ebbe una copia, l'estrazione dei corpi santi; il secondo si fu di provocare un nuovo esame della questione da parte della S. Congregazione dei Riti. Gli studi raccolti nella ponenza pubblicata dalla S. Congregazione erano tutti sostanzialmente contrari; tuttavia, come sembra, per l'azione personale di mons. Bartolini, segretario della Congregazione, fu risposto il 27 nov. 1863 « non recedendum » dal decreto del 1668 (Decreta authentica, II, Roma 1908, n. 3120). Caratteristiche il voto del De Rossi, il quale, mentre nei suoi scritti si astenne sempre di proposito di entrare nell'intimo della questione e appena in conversazioni private si esprimeva più liberamente, qui svolge a fondo la tesi che tali a. non possono essere indizio sicuro di sepolcro di martire, tanto più che non si può neanche dire che contenessero, in genere, sangue umano. E fu anche per suo interessamento che, nonostante la risposta suddetta della S. Congregazione dei Riti, le autorità ecclesiastiche di Roma continuarono a proibire d'allora in poi l'estrazione dei corpi santi dalle catacombe (cf. Acta Sanctae Sedis, 14 [1881], p. 39); anzi Dio X dette ordine di riportarvi uno di questi corpi, estratto nel sec. XVIII con la solita a.
Per decidere la questione si è ricorso pure varie volte, da un secolo a questa parte, all'analisi chimica, con risultati ora positivi ora negativi; vedi ultimamente G. De Sanctis, in Rivista di Archeologia Cristiana, 8 (1931), pp. 7-13. Ad ogni modo anche quando si fosse provata la presenza di elementi del sangue e non solo d'una materia organica in un'a., ciò non costituirebbe la prova del martirio della persona ivi sepolta, se non vi concorressero altri elementi positivi al riguardo. Tale sangue, come opinava il di Costanzo, potrebbe tutt'al più essere considerato come una reliquia d'ignoto martire, posta lì a protezione della salma d'un semplice defunto.
Ampontes de sang, in DACL, I, coll. 1747-78, con ricca bibliografia, e di G. Ferretto, Note Storico bibliografiche di Archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 248-68. A. Pietro Frutaz