SBEITLA. - Sufetula nella Bizacena, oggi S. nella Tunisia, fu una notevole città romana che appare fin dal tempo di Vespasiano (CIL, VIII, n. 23216); divenuta in seguito municipio e colonia (ibid., n. 11340), cominciò a decadere sotto la dominazione vandalica.
Fu conquistata ai bizantini per opera di Belisario nel 533; governata da Giovanni Troglita nel 546; scelta nel secolo seguente dal patrizio Gregorio a sua capitale: ma fu assediata, presa e saccheggiata dagli Arabi nel 647 (Ch. Diehl, L'Afrique byzantine, Parigi 1896, pp. 370-357 sgg.). Ben sette strade romane portavano o terminavano a S.; di esse, due comunicavano con Cartagine, due con Tebessa, una con Thysdrus (oggi el-Djem), una con Thenac (oggi Thina), una con Tacape (oggi Gabes). Tra i vescovi di S. sono noti Privaziano nel 256, ricordato anche nel Martirologio geronimiano al 7 maggio; Giocondo che fu presente a Cartagine nella Conferenza del 411 e nel Concilio del 419; Presidio che è ricordato nel 484 da Vittore di Vita (Persecut. Vandal., II, 16).
Imponenti sono le rovine del Capitolium di S. con i suoi tre templi (A. Merlin, Forum et églises de Sufetula, Parigi 1912), dell'arco di trionfo e delle insulae della città. Fin dal 1883 apparvero resti di edifici cristiani; in un frammento architettonico allora scoperto si legge: « Hic domus + oratio(nis) » (CIL, VIII, n. 11414): esso doveva essere all'ingresso della basilica detta del pre-sbitero « Serbus », a tre navate divise da colonne, le cui rovine furono identificate da A. Merlin tra il 1907-1909; nel presbiterio furono trovati sepolcri e quattro sarcofagi in pietra locale con frammenti epigrafici (CIL, VIII, n. 23230, b); un altro frammento si riferisce a un presbitero « [qui fuit in presb]teriu anis X » (ibid., n. 23230, c). Una terza epigrafe appartiene ad un « Natalika fidelis ».
Notevole è l'iscrizione del presbitero Serbus preceduta dalla croce monogrammatica inserita dentro un festone (A. Merlin, op. cit., p. 30, fig. 4). Si rinvennero anche i resti dell'altare e dei cancelli marmorei che lo circondavano. Annesso all'edificio era il battistero quadri-latero con interno esagonale; due scale con due gradini immettevano inferiormente ad una piattaforma donde, mediante quattro gradini disposti a croce, si scendeva nella vasca circolare; a nord-ovest si trovava un'altra costruzione, forse il consignatorium.
A nord-est dei tre templi capitolini A. Merlin scoprì nel 1907 una chiesa divisa da doppie colonne in tre navate (m. 35 X 15,60), colonne erano pure disposte contro le pareti perimetrali; i molti avanzi rinvenuti mostrarono che essa era coperta da tetto a tegole, mentre il pavimento nel presbiterio era a musaico; gli ingressi
erano uno sul lato destro, con porte che si aprivano su un piccolo portico, e l'altro sul sinistro. A. Merlin la chiamò del vescovo Bellator, per l'iscrizione di a Bellator ep(is)c(opu)s » ivi trovata (op. cit., p. 39, fig. 8). L'abside opposta al presbiterio fu aggiunta dopo, per contenere sepolcri. Nel portico fu trovata l'iscrizione mutila di un Adeodato (A. Merlin, op. cit., p. 40). A nord della chiesa si trovò un frammento d'iscrizione metrica (A. Merlin, in Bull. archéol. du Comité, 1909, p. 168). A nord-ovest si rinvenne nel 1908 un sacello sterrato nel 1911, che fu detto del vescovo Giocondo per la seguente epigrafe incisa sopra una lastra di chiusura di un sarcofago in pietra calcare : " 7 hic inventa est D(e)p(ositio) s(an)c(t)i Iucundi ep(i)sc(opi) per inquisitione(m) Amaci ep(i)sc(o)pi ». Nel 1911 A. Merlin rinvenne a nord-est di questo sacello una altra basilca (id., L'église du prêtre Vitalis à Sufetula, Tunisi 1917). Essa era a cinque navate con colonne binate, con pavimento a musaico; la nave centrale era in parte separata dalle altre da cancelli marmorei. L'abside aveva intorno un sedile e la sua vòlta era alleggerita da condotti fittili. Il Battistero, a forma di barca, con due scale a tre gradini, era rivestito di musaico. A tessere nere è l'iscrizione "Vitalis et Cardela votum s(olveru)nt ". Ma all'edificio è stato dato il nome di Vitale per la singolare iscrizione in musaico di detto presbitero morto nel 28° anno del regno di Genserico, il 12 sett. del 455 o del 466 . L'epigrafe è oggi a Tunisi nel Museo del Bardo. E preceduta dalla 千 e segue con la formola "in nomine Patris et Fili et Sp(iritu)s s(an)c(ti) Amen »; quindi si legge : "spes mihi multa manet nam venturum spero D(omi)$n(u) m$ qui cuncta creasti tibi ut cineres istos suscites ipse potens (reminiscenze della I Cor. 4, 13; 13, 13, e Hebr. 10, 37; 11, 19), h(a)ec est speciosior sole et super omnem stellarum dispositionem luci comparata inbenitur prior (Sap. 7, 29), dum sit una omnium potens et in se permanens omnia innodans (Sap. 7, 27 con innodans in luogo di innovat della Volgata) natus anno XXVIII regis Ge(n)sirici pridie idus septembres Vitalis pr(e)sb(yter) vidi annis XXXVIII requi(esco) ho(die) hic positus placida in pace reserbor pulberi pulbis" (reminiscenza del Gen. 3, 19).
Dietro il Battistero si trovò un'epigrafe con: "Urbanus sacerdos donum fecit %. Dieci frammenti di marmo bianco di una marzella presentano Adamo ed Eva, la scena di Noè nell'arca, Elia rapito al cielo, David e Golia, la risurrezione di Lazzaro. Presso l'anfitrastro si rinvennero i resti di una piccola chiesa a tre navate e di un'altra maggiore, pure a tre navi con pavimento a musaico con le scene delle stagioni (A. Merlin, in Bull. archéol. du Comité, 1910, pp. 196-98). L. Poinssot rinvenne presso la linea ferroviaria per Henchir-Souatir gli avanzi di una cappella a tre navate con colonne binate; rimanevano le quattro basi di un altare formanti un
rettangolo di m. I $× 1,30$, con un musaico rappresentante la 千 tra due festoni di fiori. Anche in musaico era il pavimento delle navi; nel coro era in musaico l'iscrizione " Sanctus Honorius episcop(us) vixit in pace an. LXXX, m. V. deposi(t)us die i(dus) o(ct)obr" (L. Poinssot, La chapelle de l'évêque Honorius [environs de S.], in Bull. arch. du Comité, 1932-33, pp. 783-800). Gli scavi hanno offerto nomi di altri vescovi: di S., Amacus, Bellator, Urbano, Onorio. S. aveva ancora il vescovo all'inizio del sec. viri (A. Gelzer, in Byzantinische Zeitschrift, 2 [1893], p. 26); inoltre si sono accertati i nomi dei presbiteri Serbus, Vitale, Cresconio (A. Merlin, Inscriptions latines, ecc., n. 377) e Rustico (ibid., n. 378); di un "Pompeianus magister militum fidelis in Christo" (CIL, VIII, n. 23230), di due militi e di molti fedeli.
Nella parte meridionale della città presso due castelli bizantini, in parte forse adibiti a monasteri, si è trovato un blocco calcareo appartenente alla porta d'uno di detti edifici, su cui si legge la seguente dedica, parte in versi, attribuiti al vi sec.: " $\boldsymbol{β}$ qui celat secreta regis quam mundus adorat / hic requies (h)abet et hic pax a(cterna) moretur / $\boldsymbol{β} \boldsymbol{β}$ Domus D(e)o miserante villatici biri togati pr(a)efactorii Eidor(i) ". Inoltre sono apparsi i resti di una chiesa in cui un'epigrafe marmorea della stessa età della precedente ricorda la deposizione di reliquie (brandea) dei ss. Protasio, Gervasio e Trifone (G.-C. Picard, Rapport sur l'archéologie romaine en Tunisie dans le second semestre 1948, in Bull. archéol. du Comité, 1949, pp. xvxVI; id., S. Fouilles et découvertes, in Fasti archaeol., 3 [1948, edito nel 1950], p. 461 sgg.).