GERMANI, RELIGIONE DEI

GERMANI, RELIGIONE dei. - Sulle credenze religiose degli antichi popoli germanici anteriormente al loro contatto col mondo romano, cioè fino alla conquista metodica di Augusto, non si possiede pressoché nessuna informazione attendibile di qualche importanza. Scarsissime sono pure le notizie di fonte diretta del periodo posteriore, di quello, cioè, che va fino alla loro conversione al cristianesimo, poiché solo con questa, come è noto, comincia presso quei popoli l'uso della scrittura a scopo letterario e si può dire che finisca perciò la loro preistoria.

Il fatto che la conversione stessa non si compì simultaneamente presso le varie famiglie del ceppo germanico, ma si protrasse per ca. otto secoli - dalla metà del IV, in cui si convertirono all'arianesimo i Visigoti della Mesia, fino ad oltre l'XI, allorché furono organizzate le province ecclesiastiche della Scandinavia - nonché la circostanza che in talune regioni la conversione stessa si effettuò pacificamente e gradatamente in seguito ad una

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GERMANI, RELIGIONE dei - Carro del sole trainato da un cavallo, proveniente da Trundholm (Jutland).
(da G. Van Der Leene, De Godsdiensten der Wereld, Amsterdam 1911, fig. 19)
propaganda esercitata con la massima prudenza e tolleranza, lasciando anche sopravvivere qua e là usanze e riti pagani, come presso gli Anglosassoni e gli Scandinavi, e in altre, invece, dove essa era anche e soprattutto una faccenda politica, come presso i Frisi ed i Sassoni al tempo di Carlomagno, essa fu imposta col rigore delle leggi e talora con la distruzione violenta di tutto ciò che ricordava la fede primitiva, spiegano non solo come il quadro del paganesimo che si può oggi ricostruire, sia notevolmente diverso presso le varie famiglie, ma anche come le fonti, a cui è possibile attingere, fluiscano in modo così vario. Per i territori della Germania propriamente detta si può dire che non si hanno se non notizie indirette — a prescindere da qualche reperto archeologico di dubbia interpretazione e da qualche frammento letterario anch'esso controverso — cioè le opere degli scrittori dell'antichità, specialmente di Tacito, che danno però informazioni isolate e sovente superficiali, parecchi storici medievali delle famiglie germaniche, Jordanes per i Goti, Gregorio di Tours per i Franchi, Paolo Diacono per i Longobardi, Widuchindo per i Sassoni, e le biografie dei missionari che evangelizzarono i popoli germanici, s. Colombano, s. Gallo, s. Bonifacio, gli uni e le altre mancanti spesso di precisione o, specie le seconde, comprensibilmente non abbastanza obiettive. Per le regioni del Settentrione d'Europa, invece, dove, come si disse, il paganesimo sopravvissese fino ad oltre il Mille, si ha una ricchezza incomparabile di fonti dirette, cioè una cospicua letteratura nazionale (v. EDDA) nella quale non solo si trova sviluppata organicamente una complessa saga divina, ma è pur fissata una compiuta dottrina cosmogonica ed escatologica. Una tale mitologia, cosiddetta nordica, non può per altro esser presa se non molto cautamente per base della ricostruzione del paganesimo comune, essendo talora non solo il risultato di sviluppi indipendenti, ma avendo subito il più delle volte notevoli influisti stranieri e specialmente cristiani, e non rappresentando perciò un complesso di credenze popolari, ma piuttosto un'epopea artistica e aristocratica, una poesia dotta.

All'epoca del loro ingresso nella storia le popolazioni germaniche veneravano alcune divinità antropomorfiche, già modellate con particolari caratteri etici e con forme di culto semplicissime ma non più rudimentali, in rozzi templi di legno, che in origine pare mancassero del tetto a ciò bastando l'ombra di sacre foreste, alberi consacrati e idoli di legno o di pietra a cui si offrivano sacrifici di frutta, di animali e spesso di vittime umane: sacerdoti non costituiti in casta speciale e la cui dignità era forse prerogativa degli anziani e delle famiglie più cospicue, anzi talora degli stessi principi. Il nome collettivo degli dèi era Asi. Il loro numero è variabile a seconda delle regioni e delle epoche: mentre i poeti norreni lo fissarono talora a 9, tal'altra a 12 e persino a 14, Tacito parla di tre divinità principali e con lui si accordano numerose altre testimonianze, fra cui la famosa «formola di abiura» sassone del sec. VIII nella quale sono citati i nomi degli dèi a cui i neofiti dovevano rinunciare ricevendo il Battesimo, e cioè Donar, Wodan e Ziu, che i Romani identificarono con Giove, Mercurio e Marte, e che ebbero nel settentrione rispettivamente il nome di Thor, Odino e Tyr. La supremazia sugli altri e su tutto il consorzio celeste fu tenuto or dall'uno or dall'altro dei due primi. Si tratta, in ogni modo, di un deciso politeismo: le ipotesi di taluni studiosi che ravvisano indizi di monoteismo sia all'inizio della concezione religiosa germanica, sia come tendenza finale del suo sviluppo, sia come carattere latente, sono insostenibili. Specifico è, invece, il fatto ch'esse sono tutte e tre, più o meno, divinità di guerra e che a questa hanno attinenza i loro principali attributi: qualità forse non originaria, ma acquisita attraverso le tempestose vicende e i secolari conflitti delle trasmigrazioni, che esaltarono in supremo grado gli istinti guerrieri di quei popoli e impressero un carattere fosco e bellicoso alla loro saga divina così come offersero il motivo della tragica fatalità che riempie la loro epopea nazionale.

Di codeste tre divinità la più antica è certamente Ziu, che rappresenta l'originario dio celeste dell'antichità ariana, comune, per la concordanza etimologica, a tutti i po-

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(da Rivista di Archipelago cristiana, 9 [1932], p. 135)
GERMANI, RELIGIONE DEI - Ara votiva pagana delle Matronae Anfaniae trovata sotto il pavimento della cripta romanica della collegista di S. Cassio - Bonn.

poli indoeuropei. Presso i G. dell'epoca storica egli ha già assunto però il carattere e gli attributi di un dio della guerra, per cui Tacito, che parla del suo culto presso alcune popolazioni e narra che i vincitori gli consacravano tutti gli uomini dell'esercito vinto, lo identificò con Marte. Analogamente, allorché i G. della regione renana del III e del IV sec. avvertirono la necessità di tradurre in tedesco i giorni della settimana latini, sostituendo ai nomi delle divinità romane, da cui si chiamavano i cinque pianeti allora conosciuti, i nomi delle corrispondenti divinità germaniche, Ziu prese il posto di Marte per rendere il dies martis: Ziostac e, nel nord, Tysdagr. Se a Ziu, con il nome di Irmino, quale capostipite degli Erminoni, debba intendersi consacrata la enigmatica Irminul o columna universalis, cioè un tronco d'albero gigantesco, venerato specialmente presso i Sassoni, ma anche altrove, e di cui uno fu distrutto da Carlomagno nel 772 presso Eresburg, oppure se il vocabolo Irmin conferisca ai composti un senso superlativo senza alcuna relazione a qualche particolare divinità, è tuttavia dubbio.

Culto generale godette Donar, che nel settentrione ebbe il nome di Thor. Dio del tuono, come dice il suo nome, egli fu da Tacito identificato dapprima erroneamente con Ercole e poi esattamente con Giove, benché soltanto più tardi e nella sola Scandinavia egli abbia tenuto il primo posto fra tutti gli dèi; nelle altre regioni sembra aver avuto sempre una posizione inferiore a Ziu, poi a Wodan. Era ritenuto il più forte e il più valente degli dèi ed invocato dai combattenti prima della battaglia. Gli venivano offerti sacrifici di animali e gli si consacravano degli alberi, come la quercia di Geismar, abbattuta da s. Bonifacio, che col suo legno fece costruire un oratorio a S. Pietro. Nel settentrione è il dio del popolo comune, protettore della casa, della proprietà e della nazione. Personificazione della forza naturale usata in difesa dei deboli, egli appare come l'invincibile debellatore dei giganti avversari, il vendicatore e il protettore del divino consorzio. Rappresentato come un bell'uomo alto e robusto dalla lunga barba rossa, armato di un for-

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GERMANI, RELIGIONE dei - Odino (Wotan) su di un cavallo a otto sampe guida nel Walhalla gli eroi morti in battaglia raffigurati entro una barca, proveniente da Tjängvide (Götland).
(da G. Van Der Leeuw, De Godsdiensten der Wereld, Amsterdam 1911, fig. 135)
midabile martello a manico corto, lo si può dire il più germanico di tutti gli dèi, quello che anche nella letteratura norrena ottenne la massima idealizzazione senza elementi stranieri. Il suo nome prese il posto di Giove nella formazione del vocabolo corrispondente a giovedì in tutte le lingue germaniche.

Nei territori occidentali e settentrionali della Germania propriamente detta il primo posto fra gli dèi sembra essere stato tenuto sempre da Wodan che i Romani identificarono con Mercurio. Originariamente di carattere demoniaco, condottiero, nelle notti di tempesta, della caccia selvaggia, cioè della schiera delle anime ch'egli poi riconduce nel grembo delle montagne, egli perdette in seguito questo carattere e assunse gli attributi di un dio celeste, signore della guerra e della vittoria, ma anche della vita spirituale e della civiltà. Nel settentrione, ove fu al centro del culto e divenne il dio aristocratico delle corti e il prediletto degli Scaldi, si sviluppò intorno alla sua figura un ricco complesso di miti che lo rappresentano come padre universale e supremo ordinatore del mondo, sovrano dell'arte magica e inventore delle « rune » (i primi caratteri scritti tolti all'alfabeto latino e usati come segni misteriosi a scopo divinatorio). Come signore della guerra egli troneggia nel meraviglioso Walhall, o « tempio degli uccisi », specie di paradiso aristocratico, ove vengono accolti i morti in battaglia, che vi continuano le occupazioni predilette della vita terrena, intrattenendosi in esercizi guerreschi e in sontuosi banchetti, allietati dalle Walchirie, specie di semidee, ancelle di Odino, che cavalcano in gruppi per il cielo coperte di elmo e armate di scudo e di corazza, col compito di scegliere, come dice l'etimologia del loro nome, i predestinati a soccombere, concedendo ad altri la vittoria. Nell'Edda gli si attribuisce anche una attività creatrice; insieme con i suoi fratelli Vili e Ve egli avrebbe creato il primo uomo e la prima donna, animando un olmo e un frassino sulla ziva del mare. È superfluo avvertire che il mito germanico non sa nulla di una creazione nel senso della nostra Genevi: esso presuppone l'eternità della materia e gli dèi non stanno già al principio del mondo, ma all'inizio della storia. Il nome di Odino so-

stitutì quello di Mercurio nella denominazione del giorno di mercoledì in tutte le lingue germaniche, meno nelle regioni del mezzogiorno, cioè nell'attuale tedesco letterario. Questo fatto può valere come una prova che al tempo dell'introduzione dei nomi latini, le popolazioni dei territori che furono poi alto-tedeschi, non praticavano il culto di Wodan.

Accanto a Odino si trova, fin dalle più antiche testimonianze, una divinità femminile, Frija; ma se si eccettua una leggenda longobarda tramandata da Paolo Diacono, ove essa appare col nome di Frea, e qualche formula magica, essa è molto scarsamente documentata al di fuori dei paesi scandinavi, ove prese il nome di Frigg, ed è la dea dell'amore, della felicità maritale e della casa : corrisponde perciò, come compagna del dio supremo, meglio a Venere che a Giunone, e della prima infatti essa prese il posto in tutte le denominazioni germaniche del venerdì.

Poco, anzi nulla più che il nome latinizzato si sa di altre divinità, probabilmente locali, di cui parla Tacito : di una Tanfana, venerata dai Marsi, di una Nehalennia, che si trova raffigurata in alcune pietre votive, di una Badbuenna, a cui era sacro un boschetto presso i Frisi, di un dio Requelivahano, menzionato in una lapide del 11 sec., e di altre ancora. Merita però menzione particolare la dea Nerthus, che Tacito identifica con la Madre Terra, venerata presso alcune popolazioni dello Jutland e il cui santuario, ch'era il tempio nazionale degli Ingavoni, si trovava in mezzo ad una foresta in un'isola solitaria del Baltico, e nel quale si custodiva il carro su cui il simulacro della dea veniva portato in giro con grande solennità per celebrare forse la fecondità della terra e il risveglio della vegetazione. Il suo culto mostra una grande concordanza con quello del dio Njord e del figlio Freyr delle fonti nordiche, il quale ultimo occupò talora nella Svezia un posto preminente accanto a Thor e a Odino. Essi non appartenevano però alla stirpe divina degli Asi, ma a quella dei Vani, stirpe altrettanto potente, benché più barbara e più rozza, che mossero guerra agli Asi e si riconciliarono poi col patto che due di essi fossero accolti nel concilio degli Asi, i quali davano in cambio due dei loro. Questa guerra di due stirpi divine è certo il riflesso di una lotta culturale fra i seguaci di una fede antica e quelli di una religione straniera, forse l'immigrazione del culto di Odino nella Svezia, ove era già antica l'adorazione di Freyr, e la conseguente fusione dei due culti. Sono altresì caratteristiche del settentrione e perciò creazioni posteriori e indipendenti, altre divinità, di cui qui basti citare Balder, dio della purezza e dell'innocenza e martire di un fatale tradimento, la cui morte sarà il triste preludio della fine del mondo; Loki, originariamente demone del fuoco, genio del male e padre di una figliolanza terribile, tra cui Hel, dea della morte, personificazione, cioè, dell'antico concetto germanico di un luogo sotterraneo che accoglie le anime di tutti i morti e poi, quando la fantasia nordica ebbe creato il Walhall per gli eroi morti in battaglia, solo di coloro che morivano di vecchiaia o di malattia. Infine anche le vaghe e rudimentali idee degli antichi G. sull'origini degli dèi e delle stirpi ebbero uno straordinario sviluppo nella letteratura nordica, dove per opera in parte del popolo, in parte dei poeti, esse furono sistemate in una vera e propria dottrina che abbraccia l'intera saga divina in un grande quadro che contiene i singoli miti come singole azioni dello spaventoso dramma universale. Esse sono state tramandate specialmente nel primo libro dell'Edda, la Völsupa, che è nello stesso tempo il libro delle origini e la profezia della fine (v. COSMOGONIA). Nato il primo essere capostipite dei primi Asi, Odino, e poi Vili e Ve, venne da essi costruito Asgard, o giardino degli Asi, ove trascorsero per lungo tempo una vita di gioia nell'età dell'oro. Ma il loro destino si offusca dal giorno in cui Loki ottiene con la sua astuzia la morte del giusto Balder, e precipita finalmente verso la catastrofe, verso il « crepuscolo degli dèi » nel quale in una spaventosa battaglia tra gli Asi e le potenze avversarie, tutti procombono, mentre il mondo si incendia ed ogni vita dispare. Ma dalle immense ceneri una nuova terra emerge più bella dell'antica, su cui germina il grano senza che la mano dell'uomo vi getti

il seme; un nuovo sole risplende che camminerà per la medesima via. Degli antichi dèi solo Balder e pochi altri rivivono; ma essi hanno perduto per sempre l'antica sovranità, che spetta ormai a un nuovo dio, «l'onnipotente che viene dall'alto al supremo giudizio». In tutto ciò è facile isolare ciò che può essere veramente concezione antica germanica o più specialmente nordica, da quanto è elemento di importazione, tolto, cioè, al corredo dei motivi classici, o delle speculazioni orientali, o delle idee giudaico-cristiane sulla fine del mondo, pervenute nel nord al tempo delle scorrerie dei Vichinghi. Solo bisogna guardarsi dal pensare, sulla scorta di questi e di altri vaghi sebbene genuini motivi, ad inconsci presagi, a «voci profetiche», dell'antichità germanica, a rapporti di affinità tra due concezioni religiose e morali, che sono lontane l'una dall'altra come la verità dall'errore.

BIBL.: E. H. Meyer, Mythologie der Germanen, Strasburgo 1903; S. Bugge, Studien over de nordische Gude - og Heltstagns Oprindelse, Cristiania 1909; W. Golther, Handbuch der germanischen Mythologie, Lipsia 1909; J. Grimm, Deutsche Mythologie, nuova ed., Berlino 1930; F. R. Schröder, Quellenbuch zur germanischen Religionsgeschichte, Berlino-Lipsia 1933; J. De Vries, Altgermanische Religionsgeschichte, 2 voll., Strasburgo 1935-37; H. Schneider, Die Götter der Germanen, Tubinga 1938; G. Dumézil, Mythes et dieux des Germains, Parigi 1939; E. Tonnelat, La religion des Germains (Mana, 2), ivi 1948. Bruno Vignola

GERMANIA. - La G. (Deutschland) abbraccia la parte maggiore dell'Europa centrale.

SOMMARIO:

I. Geografía

II. Storia civile e religiosa

III. Condizione giuridica della Chiesa

IV. Letteratura

V. Archeologia

VI. Arte

VII. Ordinamento scolastico.

I. GEOGRAFIA.

È lo Stato europeo che negli ultimi ottant'anni, vale a dire dopo il raggiungimento della sua unità politica (1871), ha subito le più ampie variazioni territoriali. Ridotta di 1/7 dopo la prima guerra mondiale, riprese con il 1936 (plebiscito del Saarland) la sua espansione, che, allo scoppio della seconda guerra mondiale, ne aveva accresciuto il dominio di oltre 1/6 rispetto al 1913 e lo aveva triplicato nel 1942, quando con le vittorie militari il suo confine orientale correva dal Golfo di Finlandia alla Crimea e quello meridionale si internava nelle Alpi sino alla Croazia.

Superficie in kmq.Popolazione in (1000 ab.)Densità a kmq.
1913540.83565.00074
1929468.76859.177126
1937470.30069.300147
1939 (1=IX)635.73386.000135
1942 (1=I)1678.200160.91996
1950353.30066.500188

In seguito alla sconfitta finale, e prima ancora che un trattato di pace regolasse la nuova delimitazione territoriale della G., quanto presumibilmente le verrà conservato è stato ripartito in quattro zone di occupazione, ognuna delle quali comprende un certo numero di unità amministrative (Länder), come dal prospetto a fianco.

Il 23 maggio 1949 la trizona occupata dalle potenze occidentali si è costituita in Repubblica federale tedesca (Bundesrepublik Deutschland) con costituzione democratica e rappresentanza bicamerale elettiva; mentre il 7 ott. dello stesso anno i Länder della zona sovietica si riunivano nella Repubblica democratica tedesca (Deutsche Demokratische Republik), di tipo sovietico, ciò che ha accentuato la separazione in atto fra le due parti della G. controllate dai due gruppi antagonisti di occupanti. La G. ad E. dell'attuale confine tedesco-polacco (Oder-Neisse: 110 mila kmq. con 9,5 milioni di ab. nell'anteguerra, di cui meno di 1 milione non germanofoni) è stata annessa alla nuova Polonia, come compenso dei territori già po-

LänderSuperficie in kmq.Popolazione (1000 ab.)Densità a kmq.Capoluoghi (e relativa popolazione in 1000 ab.)
Renania sett. e Vestfalia3407611797346Düsseldorf (422)
Bassa Sassonia472186433136Hannover (358)
Schleswig-Holstein156582651169Kiel (214)
Amburgo74714241908Amburgo (1406)
Zona britannica9769822305228
Baviera702389029129Monaco (752)
Württemberg e Baden sett.157003675234Stuttgart (414)
Assia211174064193Wiesbaden (188)
Brema4044871205Brema (385)
Zona statunitense10745917255161
Renania merid. e Palatinato198562761139Koblenz (80)
Württemberg-Hohenzollern104071119108Tübingen (30)
Baden merid.99521198120Friburgo i Br. (93)
Territorio della Saar2559912357Saarbrücken (90)
Zona francese427755990139
Sassonia-Anhalt246694161169Halle a/S. (223)
Brandeburgo27976225793Potsdam (114)
Meklemburgo22938214093Schwerin (65)
Sassonia169925559329Dresda (468)
Turingia155982927188Erfurt (175)
Zona sovietica10716317314162
Berlino (4 settori)89032013396
G. 194635598566065186
Bundesrepublik D.24841947575192Bonn (101)
D. Demokratische R.10756618490171Berlino (3169)

lacchi reclamati dall'U.R.S.S., cui è stato per giunta attribuito il settore settentrionale della Prussia orientale con Königsberg (ribattezzato in Kaliningrad), costituito in circondario autonomo della R.S.F.S.R.

La G. è così passata al 5° posto fra gli Stati europei per superficie dopo U.R.S.S., Francia, Spagna e Svezia), superando di poco, sotto questo riguardo, la Finlandia e l'Italia. Nessun altro Stato europeo ha tuttavia contatto con un così grande numero di confinanti (Polonia, Ceoslovacchia, Austria, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Danimarca) e, per contro, frontiere in altrettanta parte convenzionali.

Il territorio tedesco, che coincide a N. con l'ampia planura, spesso sterile e paludosa che congiunge il bassopiano francese al sarmatico, presenta nel centro e nel S. un vario alternarsi di massicci, di più o meno estese zone depresse, d'altopiani e di montagne. Per la maggior parte della sua superficie la planura è povera, poco adatta alle colture e scarsamente abitata; solo sul suo margine meridionale, al contatto con i rilievi della G. centrale, il terreno diviene fertile e ben provvisto di risorse minerarie (sale, potassa, lignite, antracite), mentre gli estuari dei grandi fiumi (Elba, Weser) gli assicurano un facile sbocco sul mare più frequentato del continente. La G. centrale è regione accidentata e boscosa, rimasta a lungo divisa in piccoli Stati: le alturette e le montagne vi hanno in genere forme dolci ed elevazione modesta (1603 m. nel Riesengebirge, 1493 nella Foresta Nera, 1142 nello Harz), e conservano il primitivo mantello di boschi, tanto che la stessa parola (Wald) indica il rilievo e la foresta. A S. del Danubio un largo ripiano, anch'esso coperto

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GERMANIA - G. di N. E. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. Per la Prussia V. carta relativa.
di boschi, cosparso di laghi e poco popolato precede la zona alpina, ricca di pascoli, che culmina, nella massa calcarea delle Alpi bavaresi, con lo Zugapitre (2963 m.).

Il clima, relativamente mite, risente tanto meno dell'influenza mitigatrice dei venti oceanici, quanto più ci si avvicina al bassopiano satmatico; si fa perciò via via più rigido e continentale (cioè con crescente escursione termica) piuttosto procedendo da O. ad E. che non da S. a N.; a S., d'altronde, il rilievo s'inasprisce, con abbondanza di nevi invernali, nelle alte aree alpine. Le piogge, in genere abbastanza copiose, ben distribuite in tutto l'anno, ma con massimi estivi, od autunnali (G. di NO.), diminuiscono nello stesso senso. Ne consegue che i fiumi, orientali - salvo il Danubio - tutti da S. a N., sono generalmente ricchi d'acqua e ben navigabili.

Il paesaggio della G. è stato profondamente modificato dall'uomo, che ha largamente bonificato i terreni paludosi e sabbiosi e sostituito le colture all'originario tegumento boschivo; questo copre tuttavia ancora ca. 1/4 del territorio tedesco.

La popolazione, etnicamente compatissima anche prima della recente contrazione territoriale, è andata aumentando con ritmo regolare, anche se l'attivo demografico s'era venuto riducendo nell'anteguerra: il totale (nei confini del 1913) era di 24,8 milioni di ab. all'inizio del sec. XIX e, nonostante le due catastrofi belliche del nostro secolo (oltre 2 milioni di vite umane sacrificate nella prima e 6 milioni nella seconda guerra mondiale), è ormai quasi quadruplicata, potendosi calcolare di ca. 95 milioni i tedeschi sparsi in tutto il mondo (non meno di 10 milioni negli U.S.A.). Il movimento migratorio, che aveva superato le 220 mila unità annue nel 1881, è

disceso a cifre assai modeste (20 mila) dopo il 1930. La percentuale della popolazione urbana oltrepassava nel 1939 i 3/4 della totale: le tremende distruzioni operate dai bombardamenti aerei non hanno impedito che ancor oggi, ed in più ristretti confini, la G. noveri due città con oltre 1 milione di ab. (Berlino e Amburgo), tre con oltre 500 mila (Monaco, Lipsia, Essen; ma erano 8 nel 1939, entro l'attuale territorio), 41 con più di 100 mila (44 nel 1939), e 55 con più di 50 mila ab. (40 nel 1939). Per dare un'idea dei danni sofferti, basterà ricordare che a Berlino fu distrutto il 34 % e più o meno danneggiato il 54 % degli edifici; dopo la guerra appena il 12 % della metropoli era rimasto illeso.

Agricoltura e allevamento occupano poco più di 1/4 della popolazione tedesca (oltre 1/2 al principio del secolo). Della superficie territoriale l'arativo assorbe intorno a 2/3.

ed è destinato soprattutto alle colture cercalicole, che danno, in ordine decrescente di produzione, segale (35,2 milioni di q. nel 1947), avena (31 milioni di q.), frumento (20,3 milioni di q.), e orzo (11,3 milioni di q.) insufficienti però al consumo interno e tanto più dopo la perdita dei territori orientali, prevalentemente articoli e poco popolati. La patata (248 milioni di q.) destinati in parte alla distillazione dello spirito), la barbabietola da zucchero, il luppolo (birra), il lino ed il tabacco sono le colture industriali più diffuse. Notevole importanza hanno inoltre la frutta ed il vino (G. meridionale). Anche l'allevamento, sebbene curato razionalmente ed in forme estensive (14 milioni di bovini; 8,4 di suini; 3,5 di ovini; 2,2 di cavalli nel 1947) non basta al fabbisogno interno di grassi, carne ed uova. Notevoli cespiti di guadagno sono poi assicurati dalla silvicoltura e dalla pesca (il cui quantitativo prebellico si aggirava sulle 600-750 mila tonn. metriche).

Di risorse minerarie la G. non può dirsi certo eccezionalmente dotata: ma l'abbondanza del carbone e la presenza di minerali metallici e soprattutto ferrosi dan ragione del moderno sviluppo delle sue industrie, affermatesi anche in grazia di una tecnica progredita e di una organizzazione sempre più efficiente. Alla vigilia della seconda guerra mondiale più di 2/3 della popolazione tedesca era impegnato nelle industrie e la G. figurava, con gli U.S.A. e l'Inghilterra, fra i paesi sotto questo riguardo meglio attrezzati e più altamente produttivi del mondo. L'industria tedesca poggiava, in sostanza, sull'estrazione del carbon fossile, che forniva forza motrice, combustibile per la metallurgia, e materia prima per l'industria chimica: le sue aporie consistevano soprattutto nella ne-

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GERMANIA - G. di N. O. - 1) Confini di Stato; 2) Confini di circoscrizioni ecclesiastiche; 3) Ferrovie. Per la Baviera V. carta relativa.
cessità di importare materie prime da trasformare e di trovare sempre nuovi mercati alla crescente produzione; onde la tendenza ad una sempre più concreta autarchia. La sconfitta subita nella seconda guerra mondiale ha aggravato assai le difficoltà dell'economia tedesca, sia per le perdite di distretti minerari (il bacino carbonifero slesiano, la Sarre, ecc.), sia per le demolizioni delle attrezzature industriali e le limitazioni poste alla produzione dagli alleati. Tuttavia nella bizona anglo-americana l'indice di questa produzione ha quasi raggiunto, ormai, il livello dell'anteguerra (1936), mentre nulla di preciso si conosce relativamente al settore sovietico.

Nella stessa bizona furono estratti nel 1948 oltre 88 milioni di tonn. di antracite e 65 milioni di tonn. di lignite. Molto minore è l'importanza dei minerali di ferro (Siegerland, Braunschweig), di rame (Harz), di argento, di bauxite, ecc., mentre per il piombo e lo zinco (Renania, Harz, Erzgebirge) e più ancora per i sali di potassio (G. centrale: 14,5 milioni di tonn. di minerale nell'anteguerra) la G. godeva quasi di un monopolio europeo.

Quasi tutte le industrie più efficienti innanzi la guerra (siderurgiche, meccaniche, chimiche, ecc.) sono state o

distrutte o grandemente limitate (anche le tessili, il calzaturificio, la cartaria); fra le libere, oltre l'estraffativa, prevalgono il mobilificio, l'industria del vetro, quella del legname, le edilizie, ecc., che rappresentano una modestissima aliquota del formidabile potenziale tedesco.

A questo potenziale corrispondeva, prima della guerra, un'adeguata organizzazione commerciale, che beneficiava della privilegiata posizione geografica del paese - intermediaria fra l'Europa occidentale e orientale da un lato, e fra il mondo mediterraneo e quello atlantico dall'altro - e mentre disponeva all'interno di ottime reti stradali (nel 1937 v'erano in G. 213 mila km. di strade pubbliche) e ferroviaria (68 mila km.), largamente completate da fiumi e canali navigabili, metteva al servizio dei traffici internazionali una flotta mercantile ch'era la quarta del mondo (4,5 milioni di tonn. nel 1939) e porti tra i meglio attrezzati e frequentati d'Europa (Amburgo, Brema, Emden). Attualmente, il naviglio disponibile è ridotto a proporzioni insignificanti (294 mila tonn.).

Va ricordato che, innanzi la prima guerra mondiale, la G. possedeva un vasto impero coloniale (soprattutto in Africa, ed in parte in Asia ed in Oceania): quasi 3 mi-

lioni di kmq. con, allora, 13 milioni di ab. (oggi ca. 20), andato poi interamente perduto.

BIBL.: K. Kretschmer, Historische Geographie von Mittel-Europa, Berlino 1904; G. Braun, Deutschland, 3ᵃ ed., ivi 1926; P. Hesse, Die deutschen Wirtschaftsgebiete in ihrer Bedeutung für die landwirtschaftliche Erzeugung und Versorgung Deutschlands, ivi 1928; E. Banse, Deutsche Landeskunde, Monaco 1932; O. Maull, Deutschland, Lipsia 1933; K. Hassert, Das Wirtschaftsleben Deutschlands und seine geographischen Grundlagen, 2ᵃ ed., Dresda 1934; H. Schrepfer, Landeskunde von Deutschland, I: Der Nordwesten, Lipsia 1935; S. Passarge, Die deutsche Landschaft, Berlino 1936; L. Rüger, Die Bodenschütze Deutschlands, Monaco 1937; R. E. Dickinson, The regions of Germany, Londra 1945; G. Barraclough, The origins of modern Germany, Oxford 1947; R. Minder, Allemagne et Allemands, Parigi 1948; G. Stolper, German realities, Nuova York 1948. Giuseppe Caraci

II. STORIA CIVILE E RELIGIOSA.

SOMMARIO:

I. Nel mondo antico

II. L'Impero medievale

III. La G. e la Riforma. -

IV. Il predominio prussiano

V. L'Impero germanico

VI. La Repubblica di Weimar e il Terzo Reich.

I. NEL MONDO ANTICO

Nell'ultima età repubblicana, la conquista romana della Gallia apre la via alla conoscenza delle terre oltre il Reno, il fiume alle cui sponde Cesare aveva fatto giungere i Romani. Nel 38 a. C. gli Ubii si trasferirono sulla riva sinistra del Reno e Agrippa fondava Colonia, la futura metropoli della Renania. Ma ad ogni spedizione romana seguiva l'insorgere delle tribù. Gli Usipeti, i Tenteri, i Sicambri valicano il fiume e portano la guerra nella Gallia romanizzata. Augusto dove porsi il problema della pacificazione delle terre tra il Reno e l'Elba ad assicurare il confine gallico ed il « limes » danubiano, che poteva essere influenzato dalla poca sicurezza del primo. La realizzazione dell'impresa fu affidata a Druso (13-9 a. C.) e, alla sua morte, fu continuata da Tiberio, che ebbe il merito di far accompagnare, ed anzi precedere, l'azione militare da un'opera di penetrazione civile, che raggiunse i risultati migliori. La mancata sottomissione dei Marcomanni, l'agitazione dell'Illirico e della Pannonia, e la rivolta del 9 d. C. tra i Germani, animata da Arminio, capo dei Cherusci, pose in pericolo tutta l'opera di Roma, da Cesare a Tiberio. Se la perdita delle legioni di Quintilio Varo, nella foresta di Teutoburgo, poté restare senza conseguenze più gravi per il pronto ritorno di Tiberio e, soprattutto, per le operazioni militari condotte da Germanico, e per le dissensioni tra gli insorti, la realizzazione di una G. romana dal Reno all'Elba venne a mancare per sempre.

Sul finire del sec. 1 la G. occidentale e meridionale entra nel territorio dell'Impero e la sua vicenda si fa comune, per gran parte, a quella della Gallia. L'insurrezione dei Batavi nel 69-70, la successiva tentata proclamazione di un impero gallico, la vittoria conseguita da Vespasiano sulla vasta insurrezione, sono tra gli episodi più drammatici. Per tre secoli la G. resta nell'orbita di Roma, e le genti che vengono a contatto con la sua opera legislativa e civile sono attratte alla civiltà. Dalla fine del 1ˢᵗ sec., progressivamente accentuandosi lungo il IV, la G. è percorsa dal brivido delle invasioni: Frisi, Franchi, Sassoni, Longobardi, Svevi, Alamanni, Bavari, Angli e Juti, Turingi e Burgundi, Rugi, Sciri, Turcilingi, Eruli, Gepidi, Vandali, e poi ancora Ostrogoti e Visigoti, premono, da sud, da est, dal mare. Quel che profondamente influisce sulla vicenda della G. è la formazione del Regno franco: la fine del Regno degli Alemanni, segnata a Tolbiacum dal fondatore della dinastia franca, Clodoveo, nel 496, portando all'intervento franco oltre il Reno, favoriva il formarsi di uno Stato a cavallo del fiume. Sparisce il Regno dei Turingi, i Sassoni occupano lo Harz, e il Regno goto d'Italia entra in crisi, per l'intervento bizantino: tutto ciò favorisce l'assumersi, da parte dei Franchi, di una posizione predominante sulle genti germaniche e fa dei Franchi un più valido argine

alle scorrerie degli Slavi. Anche contro gli Avari e i Longobardi, quello dei Franchi sarebbe stato un compito di arginamento per la difesa di una civiltà che essi ereditavano da Roma e che li trae ad entrare nell'orbita della Chiesa cattolica, e ad esserne i figli osservanti e fedeli.

II. L'IMPERO MEDIEVALE

Compiuta nel sec. VI la conquista franca della Gallia, e divisa questa - e le annesse terre germaniche - nella Neustria, il paese dei Franchi occidentali, e nell'Austrasia, a cavallo della Mosella, del Meno e del Reno, la decadenza della dinastia merovingia non si ripercuote, per allora, decisamente, sulla perdita dell'influenza franca nella G. A partire da Pipino d'Héristal, e dalle sue vittoriose campagne oltre il Reno, i Carolingi riprendono la politica d'espansione dei primi re franchi: Carlo Martello (v.) batte Frisi e Sassoni e li respinge dal territorio tra il Reno e la Mosa, fino al Weser; Pipino il Breve riprende la lotta contro i Sassoni e rende tributari Bavari e Alamanni. CARLOMANNO (v.), soggiogatore, in una lotta trentennale, degli indomiti Sassoni, l'opera dei predecessori si compie e culmina in un generale assestamento della G., da cui essa trarrà lo sviluppo della propria vicenda nazionale.

Quando, in nome di un ideale di conquista e di fede, Carlomagno ebbe infranto (con una crudeltà, solo giustificata dal continuo riaccendersi delle ribellioni), la resistenza dei Sassoni e dell'eroe Viduchindo, egli poté estendere ai territori d'oltre Reno il sistema amministrativo-militare delle contee, religioso dei vescovati, giudiziario e civile delle leggi franche. Contemporaneamente allo spezzamento dell'unità sassone avveniva, per fasi, anche quello della Baviera: ne porge occasione l'orientamento filo-longobardo dei duchi Agilolfingi, stretti di parentela al re Desiderio. Carlo sottomette anche gli Avari e li disgrega, liberando all'espansione e all'assestamento delle stirpi germaniche il fianco del medio Danubio. Di fronte agli Slavi si ferma l'iniziativa dell'Imperatore, che negli ultimi suoi anni trova peraltro ancora il modo di sistemare, contro i Danesi, il confine della Jutlandia.

Impero, per metà romano e per metà germanico, come mostrò la scelta stessa della capitale sul Reno, ad Aquisgrana; intimamente religioso e cattolico, come chiari la fastosa scena del Natale dell'Ottocento, con Carlomagno la G. era definitivamente conquistata alla civiltà occidentale e, per merito di s. Bonifacio (v.) e degli altri missionari della fede, alla Chiesa cattolica. Vi fu, nella vita delle genti germaniche, una mitigazione del costume, un progressivo accostamento al mondo romanico, opera insieme dell'Impero carolingio e della Chiesa.

La morte di Carlomagno, nell'814, segna una prima incrinatura nell'unità delle due parti dell'Impero carolingio; quegli elementi di successiva autonomia, che erano stati fin dalla creazione dell'Austrasia, dovevano farsi più sensibili sotto i successori del grande Imperatore, e prevalere durante le lotte tra i figli di Ludovico il Pio. Questi dissidi erano destinati a favorire anche le tendenze autonomistiche della nobiltà fondiaria: l'una delle due forze (l'altra, quella dei grandi possessi ecclesiastici, sarebbe sorta più tardi, quasi a equilibrare la prima) su cui si sarebbe sviluppata la potenza dell'Impero tedesco. Già nell'833 Ludovico, re dei Franchi orientali, e che sarà detto il Germanico, raccoglieva sotto il proprio scettro la maggior parte dei territori e dei popoli germanici: Franconia e Turingia, Sassonia, Alamannia e Baviera. Nell'841 Ludovico e Carlo il Calvo si trovano alleati contro Lotario I. Il Giuramento di Strasburgo del 14 febbr. 842 è insieme il primo documento di lingua tedesca e del differenziarsi delle due nazio-

nalità. Anche se restava a Lotario I la supremazia del titolo imperiale, il trattato di Verdun dell'ag. 842 sanciva l'indipendenza rispettiva dei Regni di Germania e di Francia.

Carlo il Grosso rinnovava nell'884 intorno al suo nome l'unità dell'Impero già diviso, vivente Ludovico il Germanico, in tre entità autonome: la Baviera, la Sassonia e l'Alamannia; ma nell'887 la sua deposizione alla Dieta di Tribur segnava un ritorno alle autonomiche già disegnate. La situazione dell'Impero, scossa dai dissidi interni e minacciata all'esterno dal dilagare degli Ungheresi, dei Normanni e dei Vendi, non composta dall'azione di Corrado I di Franconia, eletto e consacrato nel 911 a Forchheim, fu risanata dall'opera sagace, energica e attenta di Enrico I, fondatore della casa di Sassonia. Suo figlio Ottone I, designato alla successione nell'assemblea di Erfurt (936), fu il grande interprete della maturata translatio dell'Impero dalla Francia alla G. Egli ispira fin dall'inizio la sua azione ad una grandiosità non conosciuta nel passato: dalla consacrazione ad Aquisgrana al maggior distacco dai duchi chiamati al servizio personale del sovrano. Determina un nuovo sistema amministrativo, creando a lato dei duchi una categoria di funzionari, i duchi palatini, e favorendo la creazione di un'ampia feudalità ecclesiastica meno pericolosa della laica per non essere legata alla persona, e utile soprattutto a richiamare all'ubbidienza della corona le altre gerarchie ecclesiastiche tendenti a dare la precedenza all'autorità e al richiamo del Pontefice.

Alla morte di Ottone I il suo successore è poco più di un fanciullo: aspra la situazione interna della G., si da inforre Lotario II a tentarne la conquista dalla Francia. Ottone II riesce a fermare l'invasore, a far migliorare la situazione interna: avrebbe potuto rinnovare, con maggior frutto, l'espansione nelle terre orientali, da cui sempre il suo popolo spererà di ritrarre possibilità maggiori di vita e di potenza, e rafforzare ulteriormente le basi della monarchia. Aveva sposato (ricordo dell'ultima, infelice, campagna italiana di Ottone I e del tentato accordo, che era stato anche il sogno di Carlomagno, con l'Impero bizantino) la greca Teofano e, attratto dall'estremo disegno paterno, riprendeva, con la via dell'Italia, nel 982, anche la fatale marcia verso il sud, contro Greci e Saraceni: sconfitto presso Cotrone, nel luglio del 983, mentre cercava di gettare le basi per la ripresa della lotta e dal Regno tedesco gli giungeva notizia di una nuova invasione slava, moriva a Roma, non ancora trentenne, lasciando il trono al piccolo figlio Ottone affidato alla tutela della madre e dell'ava. Ottone III è attratto nel turbine delle fazioni romane e insieme nell'atmosfera pervasa di mistica attesa di una riforma religiosa per l'avvicinarsi del millennio. Viene a Roma, vi è, dal cugino, assunto alla tiara con il nome di Gregorio V, incoronato imperatore; vi ritorna nel 998 per porre fine alla potenza di Crescenzo, ch'è vinto ed ucciso. Tra le due spedizioni deve fronteggiare gli Slavi sull'Elba, arginare il crescente potere di Arduino, signore d'Ivrea, nella marca torinese, e tenere a bada i principi longobardi dell'Italia meridionale, divisi e riottosi: come, nella difesa dei confini del Regno tedesco, il duca di Polonia, così gli è d'aiuto in Italia il marchese di Tuscia, Ugo. Allievo del dotto vescovo di Reims, Gerberto, da lui creato arcivescovo di Ravenna, s'ispira alla grandezza antica di Roma e alle tradizioni della cultura classica. Frequentemente si parla di renovatio Imperii: l'Imperatore risiede sull'Aventino, riveste di forme fastose il suo mistico sogno di rinnovamento. Fa eleggere, con il nome di Silvestro II, nel 999, Gerberto; trova in lui l'altra voce di cui aveva bisogno, quella spirituale, e la colloca, nel fervore dei suoi divisamenti, allato della voce temporale, che egli caterpreta. Aveva esteso, nelle terre orientali, in Polonia e in Ungheria, l'organizzazione ecclesiastica, amico già di Adalberto di Praga e di Bruno di Querfurt, periti martiri della propagazione della Fede; si era assunto un titolo significativo come quello di «servus Jesu Christi» e reso omaggio, ad Aquisgrana, a Carlomagno, curandone la ricognizione della salma, quando bastò una delle violente e perpetue sollevazioni dei Romani, scontenti della mancata distruzione di Tivoli, perché Silvestro ed Ottone venissero espulsi dalla città, base terrena del loro sogno. Anima

ferrorosa ed irrequieta, in cui il sangue greco prevaleva sulla sedezza germanica, Ottone, pur nella solidarietà e nell'affetto con papa Silvestro, era tratto a negare validità alle donazioni imperiali alla Chiesa. E, contemporaneamente, pensa di ritrarsi dal mondo, eremita, o di slanciarsi, missionario, alla conquista di nuove genti alla Fede, colpito dalla possibilità di un conflitto che la sua coscienza religiosa gli faceva presentare. Ma poi il valore della funzione imperiale, l'attualità dei compiti del potere affidatogli, lo trassero al superamento dell'intima crisi, ed egli volgeva l'animo con maggior fiducia ad una situazione ecclesiastica ristabilita e alla possibilità di perpetuare la dinastia e il trono con nuove nozze bizantine, quando, a vent'anni, cadeva anch'egli (23 genn. 1002), come il padre, vittima di una delle epidemie frequenti nella penisola.

Di un ramo collaterale della casa di Sassonia, il successore, Enrico II, riprende la tradizionale politica di Ottone I, di sviluppo della feudalità ecclesiastica in contrappeso alla laica. Vi era del resto portato da un sincero zelo religioso, che lo trasse a divenire tra i maggiori benefattori del clero e costruttori di chiese e di abbazie. Profondamente sensibile all'atmosfera di rinnovamento religioso che Oddone e Odilone avevano iniziato a tiradiare da Cluny, se ne fa entusiasta assertore. Anche egli è attratto dalla politica italiana; tra le sue spedizioni al di qua delle Alpi, l'ultima lo pone di fronte al primo violento insorgere dell'autonomismo comunale italiano, con la distruzione del Palazzo regio e l'assalto di Pavia. Quando muore, nel 1024, lascia una G. pacificata e risorta dal disordine in cui l'avevano gettata i colpi di testa di Ottone III. L'agricoltura, contro l'atavismo dei barbari di un tempo, si è diffusa a tutto il paese: monasteri e città cooperano nel risveglio economico, di cui sono strumento i grandi fiumi. La lingua nazionale è ormai sorta: ne restano vivi i primi documenti.

Il potere regio passava, con Corrado II, alla casa ducale di Franconia, la più vicina per parentela agli Ottoni. Non accetto al clero riformatore, ai grandi della Lorena e della Sassonia, Corrado II si fece fautore delle classi meno privilegiate, mirò a trasferire le basi del potere centrale piuttosto alla folla dei feudatari minori e dei cavalieri, concedendo anche loro l'ereditarità dei feudi. Il potere centrale avrebbe così cominciato a contare, in ogni ducato, indipendentemente dall'atteggiamento dei grandi feudatari, su propri fedeli. Agitazioni e lotte ai confini, tra Polacchi e Boemi, Danesi, Slavi e Ungheresi, consentivano la ripresa dell'espansione germanica. Di particolare rilievo l'acquisto della Borgogna, alla morte di Rodolfo III. Neppur Corrado peraltro dimentica, con le sue due discese in Italia, l'orientamento verso la penisola.

Su una G. pacificata e concorde, comincia a segnare, nel 1039, il successore, Enrico III: ma sotto di lui, mentre pare che la potenza dell'Impero si presenti come enormemente accresciuta, il riacutizzarsi delle istanze autonomistiche, imperniate sulla rinnovata forza dei duchi, le continue, e non sempre fortunate, guerre ai confini, e l'assurgere, che trae seco le più vaste gelosie, di confidanti e funzionari alle più alte dignità, tutto mostra l'aprirsi di una nuova crisi. La stessa politica religiosa di Enrico, di aperto favore alla Chiesa cluniacense e riformatrice, i suoi interventi romani, avrebbero recato ad un moto intenso di reazione contro il potere tedesco e imperiale, che si sarebbe imperniato sulla questione delle investiture laiche e avrebbe minato il lungo regno del figlio ed erede.

Quando assume personalmente il governo, nel 1065, IV (v.) ha dinanzi a sé lo spettacolo di uno Stato in aperta e consapevole anarchia, in cui le ribellioni e gli endemici disordini hanno assunto carattere di opposizione feudale. Ma mentre procedeva sulla via del ripristino dell'autorità centrale, la lotta contro le investiture laiche e per il rinnovamento interno della Chiesa, VIZI (v.) alla svolta decisiva, lo fermava bruscamente e lo poneva di fronte all'altro lato del problema dell'Impero: quello romano e italiano, e di fronte altresì alle sempre più vaste ripercussioni che il moto religioso e contrario all'autocrazia tedesca, ispirato da Gregorio VII, accendeva ovunque nella cristianità. La scomunica papale incideva nella situazione di latente

lotta contro il sovrano dei grandi di G. La rincrudiva, si da provocare la sua deposizione alla Dieta di Tribur e alla contro-elezione del duca di Svevia, Rodolfo di Rheinfelden. I duchi riprendevano il sopravvento, nel tentativo di risolvere per sempre, come sarebbe stato loro possibile più tardi, il problema dell'elezione imperiale, mutando in elettivo il principio ereditario. Il potere centrale, la monarchia accentrata, rappresentava peraltro un orientamento più moderno, e cioè ispirato al vantaggio delle collettività, rispetto al potere, e all'anarchia feudale. Lo si vide in quello che salvò Enrico IV e, per il momento, il principio ereditario: l'insorgere delle città, delle masse rurali, della nuova aristocrazia dei ministeriali, d'una gran parte dei vescovi, a favore del Re scomunicato e deposto. E alcuni dei grandi si fanno anch'essi ad affiancarlo: tra cui il capostipite degli Hohenstaufen, Federico. A Hohenmölsen (1080) muore, in battaglia, il rivale, Rodolfo, e invano gli si dà un successore in Ermanno di Lussemburgo. I dissensi tra i nemici, la mediazione dei vescovi, la lunghezza stessa delle lotte che avevano diffuso una generale stanchezza, spengono le fiamme della rivolta, consentono la lunga dimora di Enrico IV in Italia, ove dal 1081 al 1084 argina la nascente potenza dei Comuni lombardi, la tiene a bada con concessioni e privilegi, mentre, entrato in Roma, ritiene conclusa la lotta anche personale, che l'aveva a lungo angustiato, con Gregorio VII, con la morte di questi, nell'esilio di Salerno.

Al suo ritorno dall'Italia, dove si era trattenuto dal 1081 al 1084, dovette affrontare la duplice ribellione dei suoi due figli, Corrado (1093), il primogenito, ed Enrico, che, vincitore, avrebbe assunto l'Impero col nome di Enrico V (1105-25). Si aveva, con lui, un riaffermarsi del potere dei grandi: né giovava, all'uscire dalla quasi tutela, l'atto di violenza e di frode con cui Pasquale II (v.), dopo la rinunzia ai beni ecclesiastici di pertinenza imperiale — per la libertà della Chiesa —, il privilegium di reintegrio nei diritti di investitura, che suonò oltraggio alla sepolare lotta per la riforma. Gli oppositori si stringono intorno a Lotario, conte di Supplimburgo, divenuto duca di Sassonia, e intorno all'arcivescovo di Magonza, Adalberto. Con Enrico finisce la casa di Franconia dopo aver concluso con l'accordo di Worms (23 sett. 1122) il dissidio tra l'Impero e la Chiesa grazie a un compromesso che salvava il prestigio del Pontefice ma anche quello dell'Imperatore. Venne eletto imperatore, in suo luogo, Lotario di Supplimburgo (1125-37), appartenente al partito filocclesiastico, grazie al quale poté vincere la coalizione tra i guelfi di Baviera e gli Hohenstaufen ghibellini e compiere la fortunata spedizione contro i Normanni in Puglia. Alla sua morte (1127) sale al trono, in odio al principio dinastico, l'antico rivale dell'Imperatore, Corrado di Hohenstaufen, sotto il quale la lotta tra i due partiti avversi prosegue e rimane in grave eredità al nipote Federico Barbarossa (v.).

Sin dal principio del suo regno, la necessità di stabilire uguali basi al suo potere anche in Italia, contro la potenza ormai del tutto autonoma e crescente del papato e il rigoglioso fiorire delle autonomie comunali, traggono l'Imperatore ad un accentuato interessamento per le vicende della penisola. Non che la pace generale indetta potesse assicurare la stabilità della situazione interna della G.: ma ad essa l'Imperatore provvede nell'alternanza tra l'una e l'altra calata in Italia, fidando, specie durante la sua assenza, nell'aiuto dei duchi, cointeressati al suo governo. Enrico il Leone di Baviera, la maggior espressione di questo strapotente feudalesimo germanico, su questa via, realizzò tali vantaggi territoriali e politici, da venir, pur dopo una lunga difesa, abbandonato dall'Imperatore alla gelosia degli altri grandi. La sua condanna recò, con la divisione dei beni, alla scomparsa della maggiore unità ereditaria feudale e lo spezzettamento signorile riprendeva, non più a favore dell'autorità centrale, ma di un inesauribile processo di anarchia, che renderà inane lo sforzo degli imperatori tedeschi nella loro patria e li trarrà ad una conseguente supervalutazione della politica italiana, che, dagli ultimi anni del Barbarossa al regno del figlio, Enrico VI, a quello di Federico II, segnerà l'abbandono della patria tedesca e il passare in secondo ordine dei suoi problemi in-

terni, di fronte a quelli universali, suscitati dall'Italia e da Roma. Quando, nel 1190, annegato nel Selef, sulla via di Terra Santa, ove intendeva condurre una nuova crociata, Federico I muore, egli aveva appena superato il tentativo d'una vasta coalizione feudale suscitatagli contro dall'arcivescovo di Colonia; e quando ormai, per la politica italiana, più che alla distruzione di Milano e alla sottomissione di altre città lombarde, toscane ed emiliane, il suo ricordo doveva andare alla rotta di Legnano, alle paci di Venezia e di Costanza che avevano segnato l'affermazione vittoriosa dei Comuni, alleati del papato. E, pure, tra le difficoltà della situazione interna germanica e di quella italiana, proprio sul finire della sua vita, il grande Imperatore aveva, con lungimirante valutazione politica, unito in matrimonio il figlio Enrico con l'erede del Regno normanno dell'Italia meridionale, Costanza d'Altavilla.

Enrico VI si trova, sul principio, a dover combattere su due fronti: per la ricomparsa sulla scena di Enrico il Leone, in G., e per l'opposi d'un partito nazionale alla sua assunzione della corona di Sicilia. Ad entrambi i fronti prendono parte, e interesse, le potenze maggiori della cristianità: la Chiesa, l'Inghilterra, la Danimarca. La neutralità francese, nata dall'odio tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto, e la straordinaria fortuna della cattura del primo, reduce dalla Crociata, salva Enrico VI. Alla morte dell'ostinato rivale Enrico il Leone, l'Imperatore può forzar la mano ai principi elettori, alla Dieta di Würzburg, per ottenere il consenso all'ereditarità della corona: ma le successive opposizioni lo determinano a provocare invece l'elezione, alla Dieta di Francoforte, del figlio, Federico, natogli nel 1194. Poi, mentre volge l'animo, sanguinosamente sedata la ribellione siciliana e pugliese, a vasti piani d'espansione in Oriente, Enrico muore in Sicilia nel 1197.

Ancora una volta è un consiglio di tutela (per brevi mesi, la madre; poi, per il testamento materno, il pontefice Innocenzo III, ma in pratica i turbolenti feudatari di corte ed il subdolo vescovo di Troia, Gualtiero di Palear), che assume il controllo della difficile situazione. Ma questo, in Italia. Per la G. si ha l'elezione a re, patrocinata dagli stessi fautori degli Hohenstaufen, di Filippo di Svevia e il riaprirsi della lotta con i guelfi ed il loro candidato, Ottone di Brunswick, figlio di Enrico il Leone, alleato dell'Inghilterra. È il momento in cui nella Lorena s'intrecciano i contrastanti interessi della Francia e dell'Inghilterra, ambedue tendenti a inserirsi, per tal via, nella vicenda interna della G. Innocenzo III, animato dalla volontà di dividere, per un equilibrio che non fosse d'ostacolo alla potenza della Chiesa, il Regno di Sicilia dall'Impero, interviene a favore del contendente guelfo: ma ciò reca al coalizzarsi, sulla base di un solidarismo ch'è nuovo alla storia tedesca, dei grandi di G., e dello stesso episcopato. Ottone IV era già posto in una difficile condizione dalla gravità della sconfitta subita a Wassenberg nel 1206, quando, a breve distanza, l'assassinio di Filippo di Svevia recò, nella universale stanchezza, al riconoscimento del primo, che nel 1209 assumeva in Roma anche la dignità imperiale. Ma questo faceva sì che il Pontefice, a pericolo vicino preferendo pericolo lontano, assumesse la difesa degli interessi del piccolo Federico, facendo risollevare le forze degli Hohenstaufen anche in G. E, sul finire del 1212, Federico II era eletto re di G. A. Bouvines, due anni dopo, scontratosi con Filippo Augusto, II (v.), Ottone IV era vinto e scompariva dalla scena. Più che il giovane sovrano assente, e presto affatto assorbito dalle lotte italiane, la situazione determinatasi in G. veniva a favorire l'ininterrotto processo di disgregamento dell'autorità centrale, ad agevolare sempre meglio la formazione delle grandi signorie territoriali.

Attratto dal suo bel Regno di Sicilia, e dai miraggi orientali, ripresi dal padre e dagli avi materni, i Normanni, Federico II persegue il suo sogno immane di un impero universale, partente dall'Italia e da Roma, rinnovatore della legislazione, della cultura, dell'ordinamento stesso dello Stato, che con lui vive la sua prima ora di modernità. In G., dopo essersi sorretto sul potere dei principi laici ed ecclesiastici, nel 1229, Federico affidava il governo al figlio Enrico. Ma, alla sua volta, l'Imperatore doveva

trovarsi di fronte al ribelle atteggiamento del figlio. Sette anni furono necessari perché Federico troncasse il movimento sedizioso e rimediasse, anche con le nozze con Isabella, sorella del Re d'Inghilterra, alla situazione creatagli dall'imprudente giovinetto. La serie delle folgori papali, che coglie l'Imperatore, non ebbe gli effetti che aveva avuto al tempo di Enrico IV: l'alto clero rimase favorevole, i minori Regni contermini ritornarono sotto l'autorità imperiale. La minaccia mongolica si aggravava improvvisamente sulla G.; anche quando svanì, per il suo mancato intervento, Federico II usciva sminuito nella stima dei sudditi. La violenza della lotta con il papato riceve d'altra parte temibili fratture nella fedeltà dei grandi feudatari.

Sul finire della sua non lunga vita, anche la situazione in G. si aggrava per Federico: la sempre maggiore apprezza dell'urto con il papato si ripercuote sulla fedeltà dell'alto clero. Serpeggia tra esso un moto di rivolta, che si estende ben presto ai grandi feudatari laici: dichiarato deposto Federico II al Concilio di Lione, il langravio di Turingia, Enrico Raspe, uno dei favoriti dell'Imperatore, è eletto antirè. Ancora una volta, le città maggiori tengono testa tuttavia ai principi in favore della monarchia. La lotta quindi pendeva incerta allorché la morte ghermiva l'Imperatore a Castelfiorentino, al margine della sua Puglia piana, il 13 dic. 1250.

L'improvvisa fine del grande Imperatore si ripercuoteva nella lunga anarchia del cosiddetto grande interregno. Allora è peraltro che le città assumono direttamente la tutela dei comuni interessi. Prima si forma una lega tra città renane, poi un'altra tra città vestfaliche: l'appoggio viene loro dallo statholder d'Olanda, Guglielmo. La morte di questo pone per allora fine allo sviluppo federale.

Nel 1273 Rodolfo, conte d'Asburgo, veniva scelto dai principi elettori a re di G.: energico nella politica interna ma finanziariamente debole per la sempre maggiore autonomia dei principi, neppure a lui riusciva di ottenere il passaggio ereditario del trono al figlio, Alberto. La corona passò, invece, ad Adolfo conte di Nassau, morto il quale in battaglia ed ucciso Alberto, gli veniva sostituito Enrico VII, conte di Lussemburgo, il quale, assicurata, con il matrimonio del figlio Giovanni, stabilità alla Germania e una influenza certa sulla Boemia, rivolgeva le sue cure all'Italia. Il Veltro, che Dante attendeva, chiudeva tuttavia infruttuosamente, per scertezza di forze e contrarietà di eventi, la sua discesa nella penisola, morendo a Buoncontento nel 1313. Ludovico il Bavaro, che gli successe in contrasto con Federico d'Austria, con il suo fallito tentativo di asservire l'autorità della Chiesa, allora governata da Giovanni XXII, faceva sì, con la sua discesa in Italia e le sue lotte romane, da indurre al fine i principi tedeschi a prendere nelle loro mani il diritto esclusivo di disporre del potere regio e imperiale (1538). Diciotto anni dopo, nel 1356, un altro sovrano, Carlo IV (v.), con la emanazione della «bolla d'oro» recava all'ultima conseguenza quella volontà: ma per giungere a Carlo IV e al suo gesto risolutivo sarebbe occorso lo sviluppo di un movimento nazionale nella G., forse il primo, in cui si scontavano le conseguenze dell'impacciato e fragile tentativo italiano di Ludovico il Bavaro e la sua funesta ripercussione d'oltralpi, nel malcontento dei principi. Da quel malcontento, ed a seguito della morte di Ludovico, otteneva la corona il figlio di Giovanni di Lussemburgo e nipote di Enrico IV, l'esponente cioè del ramo boemo della famiglia, Carlo IV. Il S. Romano Impero potenzialmente finiva, e gli si sostituiva un Impero esclusivamente germanico.

La potenza dei principi elettori non ha ormai alcun limite: il re, e l'imperatore designato, non è più che una emanazione, il loro rappresentante. Nasceva, dietro il livellarsi del superbo concetto imperiale alla realtà della vita, la nazione, lo Stato: era, del resto, un riconoscere, anche in G., ed abbandonando le suggestioni ormai prive di significato del nome imperiale, la situazione divenuta comune delle monarchie nazionali, affermatasi in Inghilterra, in Francia, in Spagna e nelle stesse terre orientali civilizzate dalla G.

Ora sì che Carlo IV poteva riuscire là dove i suoi predecessori avevano lungamente mirato: nella trasmis-

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GERMANIA - Federico II, imperatore. Miniatura del cod. Vat. Chig. L. VIII, 296, f. 36° (sec. XIV) contenente le Cronache del Villani - Biblioteca Vaticana.
sione del trono al primogenito, Venceslao. Ma il regno di questo non trascorse meno per ciò tra le aspre contese di feudatari e di città, strette a volte in leghe, con il continuo intervento dei Cantoni svizzeri e dei principi maggiori. L'autorità imperiale si era svuotata trasformandosi.

Quella che urge, in tutto il corpo dell'Impero, è una crisi ormai non soltanto costituzionale, ma generale, politica, religiosa, economica: crisi di civiltà ormai giunta a completa maturazione più ad opera dei centri cittadini che di una capacità intrinseca rappresentata dall'istituto imperiale. Si riverberano in G. antefatti e conseguenze dello scisma d'Occidente, in cui, come nel lungo processo di tentativi di riforma interna della Chiesa lungo il XV sec., è da vedersi il maggior antefatto della riforma protestante. Sarà essa, recando alla storia masse fino allora inascoltate e inesaurite, spezzando il vincolo religioso con Roma, che era stato quello su cui si era imperniata la prima diffusione della civiltà in G., e, poi, il secolare urto tra Impero e papato, dando alfine quell'avvio di nazione e di Stato nazionale, fino allora mancato, a segnare la svolta decisiva della storia tedesca. I motivi politici prevarranno sugli iniziali, religiosi; sarà come un'ultima conseguenza della acerba lotta per le investiture a determinare, nei principi, la volontà del distacco da Roma, accogliendo l'occasione della crisi morale del papato, e del suo dibattersi, nel pagano rifiorire della vita del Rinascimento, tra simonia e corruzione, problemi contingenti e morali, principi di democrazia conciliarista e tradizionale accentramento romano.

Nel 1438 Alberto II d'Absburgo, genero di Sigismondo, poteva riunire sotto di sé G., Boemia, Ungheria: i possessi ereditari degli Absburgo e dei Lussemburgo. Ma era appena salito sul trono che cadeva, sulla Raab, tentando di ostacolare l'invasione turca dell'Ungheria. Federico III gli succede, e la sua scelta contribuisce ad affermare il principio ereditario a favore degli Absburgo, mentre l'asse dell'Impero si sposta verso le regioni dell'Europa danubiana. Ma la dappocaggine del nuovo sovrano, il suo rimanere estraneo ai problemi e agli interessi della G., non favorisce certo l'acquisto di una salda base

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(per cortesia del dott. R. Degenhart) GERMANIA - Monumento di Federico Guglielmo (1620-88), elettore di Brandeburgo, di A. Schluter (1608) - Berlino.
popolare alla monarchia absburgica. Quando, alla da allora
sempre contesa frontiera renana, il pericolo urge, tra il
1442 e il 1445, per il deciso urto francese, l'indifferenza
dell'Imperatore e dei principi, che lasciano ricadere tutto
il peso della difesa sulle città, mostra ancora più chiare
l'acutizzarsi del problema costituzionale, irrisolto. Nella
permanente anarchia, contrassegnata dalla violenza delle
guerre private e dall'urto tra Wittelsbach e Hohenzollern,
mentre si fa sempre più evidente la difficoltà di giungere
a una risoluzione concreta, in favore di un rafforzamento
del potere monarchico, per gli ostacoli frapposti dalla
tendenza dei principi elettori a detenere in proprio il
governo, l'Ungheria prima, la Boemia dopo, si sottraggono
all'autorità imperiale, come la Polonia che aveva fatto
regno unico con la Lituania. Massimiliano I, valente suc-
cessore (1493) di suo padre Federico III, tende a riacquista-
re i Regni di Boemia e di Ungheria e ad arginare la cre-
scente pressione francese sul Reno, e appare assillato
dall'ansia di dare diversa consistenza al potere monarchico,
su questa via, egli promuove, nel 1487-88, la Lega sveva,
con fini anche di polizia e di alta tutela morale ed econo-
mica. Indubbio nella direttiva di Massimiliano il tenta-
tivo di orientare intenzionalmente la politica tedesca, di
fare della G. la maggiore potenza d'Europa. Nella politica
interna, Massimiliano, per il primo, ha la forza di pro-
muovere istituzioni veramente centrali: dalla pace gene-
rale al bando della guerra privata, da un tribunale del-
l'Impero a una tesoreria centrale e a tassazioni ben deter-
minate, con poteri esecutivi affidati alla Dieta. Ma, tanto
nel campo internazionale quanto in quello interno, alla
azione indubbiamente perspicua di Massimiliano non arrise
successo. Doveva toccare alla coscienza nazionale, ormai sve-
glia, della G., di solidarizzare con il programma centralista.

III. LA G. E LA RIFORMA. - Quello che determina
il volto nuovo della G. è quindi, anche da un punto
di vista costituzionale e dei rapporti tra principi e
sudditi, la Riforma (v.): il movimento che, proprio

mentre l'autorità dell'Impero raggiunge il suo livello
più basso, trova in un antico agostiniano, Lutero (v.), il suo massimo protagonista. Attorno a
lui si forma quella lega di principi e di città, che l'Im-
pero non aveva saputo porre su salde basi. Il diritto di
decidere dei suoi destini politici e religiosi dato alla
nazione nel suo complesso fermentava vantaggiosa-
mente stringendo in fascio le energie della G. fin
l'i rappresentata dal discorde insorgere di sempre nuovi
Stati principeschi. D'altra parte, le tendenze sociali,
per il loro impulso anarchico, trovarono nello stesso
Lutero, alleato dei principi, l'elemento raffrenatore,
che le avrebbe brutalmente spezzate. Ne perse la ge-
nunità e l'efficacia della nuova fede, ma ne acquisto la
coscienza nazionale e lo Stato in formazione. Si va,
dapprima, verso lo schieramento di principi e città
in due leghe: protestante e cattolica. L'unità, irrag-
giunta ad Augusta (1530), esce consacrata a Smal-
calda, l'anno successivo, dalla lega difensiva prote-
stante. E il Concilio che finalmente si aprirà nel 1545
Trento (v.), nonostante ogni sforzo ad opera di
Carlo V e del papato, sarà parziale: i protestanti
ne saranno assenti. Già prima, Carlo V aveva reali-
sticamente ammesso l'esistenza del nuovo ordine:
le lotte religiose, in cui emergono le figure del lan-
gravio d'Assia, Filippo, di Maurizio di Sassonia,
dell'altro sassone, l'elettore Giovanni Federico, ter-
minano, nella loro prima fase, con l'affermazione im-
periale e cattolica: ma mentre il lungo Concilio
Tridentino si svolge i principi protestanti stringono
le loro file ed hanno alla lunga ragione d'ogni resi-
stenza. Con la pace di Augusta (1555), i principi
protestanti tedeschi realizzano le loro aspirazioni di
autonomia politica e religiosa. E la fine del secolo ne
vede l'ulteriore rafforzamento: anche se, d'altra parte,
la Controriforma reca un consolidamento nel campo
cattolico. Il seguire gli Absburgo la parte cattolica li
trae ad un sempre maggiore svuotamento della loro
importanza per la G. Tra le continue oscillanze, le
dissensioni, i cambiamenti di fronte, si giunge al
secondo, decisivo momento per la Riforma: la Guerra
dei Trent'anni e la pace di Vestfalia (1648) che dove-
va rappresentare la conclusione, insieme, della rivo-
luzione religiosa e il sistemarsi del moto di evoluzione
politica entro l'alveo stesso degli Stati territoriali. La
spinta parte ora dai principi protestanti contermini,
come Gustavo Adolfo di Svezia. Il Baltico diviene
mare protestante. Preceduta da una serie di paci
separate, la pace generale di Münster e di Osnabrück
del 24 ott. 1648 poneva fine alla lunga guerra, con-
fermando l'autonomia degli Stati, la loro sovranità,
nella relativa sfera territoriale, assoluta; segnava un
compromesso e, alfine, la coesistenza delle due fedi,
in base ad un principio di tolleranza, peraltro non
ovunque e sempre rispettato. Tra i principi prote-
stanti, uno usciva dalla guerra e dalla pace consolidato
nei già ampi domini, animato a maggiori aspirazioni
e conquiste: il «grande elettore», Federico Guglielmo
di Brandeburgo. Da allora, la Prussia avrebbe teso
ad assumere, in contrapposto alla Baviera restata
cattolica, un ruolo di primaria importanza nella po-
litica tedesca. Il S. Romano Impero, anche ormai
da tempo soltanto germanico, rimarrà ancora, per
un secolo e mezzo, nome vano senza soggetto: ere-
ditario dei sovrani di casa d'Austria, esso non rap-
presenterà più se non un ricordo del passato per i
principi ed i popoli nuovi della G.

IV. IL PREDOMINIO PRUSSIANO

Già nei primi decenni del Settecento, è evidente l'aprirsi la via

verso il predominio, in G., degli Hohenzollern, della Prussia. Quello che non era riuscito agli Absburgo, e già prima alla casa di Baviera, riesce invece a quest'altro casato, ugualmente eccentrico, rispetto ai paesi che erano stati la prima culla dell'Impero germanico medievale. Quello che consacra l'assumer nuovo ruolo della Prussia è la Guerra dei Sette anni e, già prima, il suo immediato artefatto: la guerra per la successione austriaca. Con Federico Guglielmo I, nell'organizzazione di un esercito permanente e con il costituirsi di autorità provinciali, dipendenti dal sovrano, erano state gettate le basi della potenza prussiana. Il figlio, Federico II, guerriero e sagace politico, darà spicco e volo alla politica dell'ancor piccola Prussia, la porterà, dopo averla tratta ad una parità con l'Austria, che sarebbe stata fino a poco prima insperabile, ad un ruolo di potenza europea. La guerra di successione polacca consacrerà questo ruolo.

La Rivoluzione Francese ha dapprima un'influenza assai relativa sui paesi tedeschi: essi si trovano a far parte delle coalizioni europee contro la Francia, ma la parte che prendono non è certo vigorosa. Intanto, per il prevalere dell'orientamento liberale-romantico, le idee nuove sono più forti delle armi: ma il fermento rivoluzionario opera in G. in un secondo momento soprattutto in funzione patriottica e nazionale, diversamente che in Italia, conducendo alla lotta contro il predominio napoleonico. Di fronte alla aggrovigliata massa di problemi che la G. si trova a dover sostenere e risolvere tra la Rivoluzione Francese e l'Impero napoleonico, la mancanza di un assetto nazionale unitario si fa più sentita e più grave che mai. Gli stessi pensatori ed araldi della libertà, dal Fichte allo Hegel, riflettono nella loro opera l'aspirazione unitaria: a questo movimento di spiriti sarà dovuta l'ultima evoluzione del problema interno tedesco: dalla G., espressione storica e geografica, alla G., Stato nazionale ed Impero, attraverso il predominio della Prussia e il suo partecipare alla Confederazione germanica.

Napoleone, con il suo deciso intervento nella struttura della G., facilitò il consolidarsi di questa in grandi complessi territoriali. La campagna napoleonica, che culmina nelle giornate di Jena, Eylau, Friedland, del 1806-1807, sarà per intanto tutto un seguito di sconfitte: ma servirà a rassodare nella casta militare prussiana il senso fiero della rappresentanza assunta di tutta la G., che manterrà poi nei decenni successivi, e costituirà già allora il massimo impulso a contribuire di forza alla caduta di Napoleone. Può dirsi difatti che la nuova G. esca dalla «battaglia delle nazioni» (Lipsia, 8 ott. 1813) e da Waterloo, dallo sforzo militare del Blücher, con cui la tradizione militare di Federico il Grande continuava, per collegarsi poi al Moltke e al Bismarck, i creatori del nuovo Impero germanico. La Prussia esce dalla guerra di coalizione e si presenta al Congresso di Vienna come la vincitrice morale, non solo di Napoleone, ma degli stessi paesi della Confederazione renana, che erano stati lungamente, contro di lei, i beneficiati dell'Imperatore. Gli Stati tedeschi, che ragioni di equilibrio europeo lasciano in vita anche dopo il Congresso, sono, oltre la Prussia, la Baviera, accresciuta del Palatinato, l'Hannover, la Sassonia, l'Assia, granducati di Oldenburg, Weimar, Meclemburgo, Lussemburgo, Würenberg, Baden. Dell'antica lega anseatica, i centri maggiori (Amburgo, Brema, Lubecca) sono rimasti città libere, e così Francoforte sul Meno. Immediata conseguenza della situazione determinata dal tracollo napoleonico e dai risultati di Vienna, si giunge, l'8 giugno 1815, al costituirsi d'un Bund, o Confederazione, in cui sono rappresentati tutti gli Stati tedeschi, e gli Stati altresì da cui dipendono territori tedeschi: v'entrano a far parte con la Prussia, e con gli altri minori Stati tedeschi, l'Austria, l'Inghilterra (per l'unirsi delle due corone di Gran Bretagna e Irlanda e d'Hannover), la Danimarca per i ducati d'Holstein e Lauenburg, l'Olanda per il Lussemburgo. Per allora, una certa priorità è assunta dall'Austria, che pure ha rinunciato al titolo del Sacro

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GERMANIA - Ritratto di Federico Guglielmo III di Prussia (1770-1840) - Roma, Museo del Risorgimento.
(fot. Enc. Catt.)
Romano Impero. Il loro esempio non è seguito dalla Sassonia, ancora feudale, e dalla Prussia, per l'assolutismo del suo re, Federico Guglielmo III. Peraltro l'esercito prussiano, la politica economica e l'unità doganale prussiana costituiscono le basi più concrete per l'attuazione, non democratica, ma di forza, dell'unità germanica grazie allo Zollverein del 1834, alla rivoluzione del 1848, alla costituzione dell'Impero. Le due tendenze: assolutiata, rappresentata da Federico Guglielmo IV, e riformista, si scontrano e dall'urto nasce l'Assemblea costituente di Francoforte, con il compito di creare costituzionalmente l'unità germanica. Ma non per questo cessano i contrasti tra Prussia e Austria, tra principali nordici e meridionali, tra Berlino e Francoforte, sicché a un certo momento la Prussia oppone alla Costituente germanica una Costituente prussiana autonoma, concepita abilmente come un primo passo verso una costituzione imperiale, ma che incontra l'opposizione decisa dell'Austria.

L'avvio unitario della G. ha ancora bisogno di una esperienza negativa; mentre la posizione conservatrice-reazionaria, assunta dal principe reggente, Guglielmo, lascia la Prussia scontenta ed amareggiata. L'amarezza e lo scontento, diffusi a tutta la G., determinano il rinnovato tentativo unitario del Deutsches Nazionalverein. Si vuole un governo centrale della G.: l'orientamento verso la Prussia diventa generale; l'attesa che il maggior Stato compia il miracolo dell'unificazione diventa assillante, come in Italia dal 1848. Il principe Guglielmo ritorna sui suoi paesi, un'era liberale sembra aprirsi, con un gabinetto costituzionale e una Camera rappresentativa. Tra la Prussia e l'Austria sono ora gli Stati minori a interferire, per la volontà di rappresentare un potere a sé, una terza forza. Ma tra governo e Parlamento si apre un aspro dissidio, a proposito della formazione di un esercito nazionale. Nel 1861 Guglielmo I succede infine a Federico Guglielmo, dopo la sua lunga malattia, e i partiti politici prendono rapida consistenza. La vicenda parlamentare, ed il riflesso della politica generale europea, recano al rafforzamento del partito e delle correnti progressiste. Gli anni immediatamente successivi vedono l'attenuarsi dei principali ostacoli frapposti all'ulteriore moto di evoluzione: il legittimismo e il conservatorismo del Re, rispettoso delle altrui prerogative sovrane, è superato, per merito del cancelliere, Ottone di Bismarck, da una vi-

sione nazionale ed unitaria; la resistenza tenace degli altri principi ha il suo limite nel loro progressivo indebolimento; la lunga opposizione dell'Austria, rivelatasi nella sua vera luce di freddo e calcolato egoismo, coalizza contro di sé il sentimento nazionale germanico. La politica del Bismarck convince, scardina le posizioni altrui, è conservatrice, ma si avvale delle forze rivoluzionarie in atto, per quello che è lo scopo della sua vita. Piega per questo tutte le forze interne che si oppongono al suo vasto disegno; nella politica estera, egli mira a fare il vuoto intorno all'Austria; sfrutta ai due fini, interno ed esterno, l'occasione che gli è porta dal riaprirsi della questione dello Schleswig-Holstein (1863-64). Contro l'incorporazione dei due ducati nella Danimarca, alla morte del re Federico VII, il Bismarck, assunta la difesa delle ragioni germaniche, ha la sua prima vittoria, obbligando le potenze al non-intervento e costringendo il nuovo re danese, Cristiano IX, in una rapidissima campagna, a riconoscere l'autonomia e la pertinenza tedesca dei ducati; e consegue ciò, vittoria diplomatica non meno notevole, con il pieno appoggio dell'Austria. La rivalità scoppia, come era da prevedersi, al termine della guerra e l'agitazione si estende ai ducati, vogliosi di trovare una sistemazione nel quadro di una G. quanto alieni dall'ingresso, sic et simpliciter, nello Stato prussiano. È in questo momento che, nell'inevitabilità ormai d'un diretto scontro con l'Austria, il Bismarck pensa, ed attua, quell'alleanza con l'Italia, che gliene consente l'attuazione a non lunga scadenza. Se anche la volontà di Napoleone III di volgere ai suoi fini l'attrito decide il Bismarck, soprattutto assertore di un principio di solidarietà pangermanica, come l'atteggiamento successivo alla sconfitta austriaca avrebbe ancor meglio chiarito, all'accordo di Gastein (14 ag. 1865), la guerra è soltanto rinviata, a meglio prepararla. Già al principio del nuovo anno, i rapporti si rifanno tesi: l'alleanza con l'Italia è stretta, la macchina militare posta a punto. Ed è ad essa che spetta il merito della travolgente campagna che, risoltesi negativamente le intese per un congresso europeo avviate da Napoleone III, nella estate del 1866 conduce alla grande battaglia di Sadowa, sotto la guida del von Moltke. Alle rinnovate ingerenze francesi il Bismarck affretta la conclusione, con i preliminari di Nikolsburg, di una pace intesa ad assicurare il predominio prussiano in G., ma a lasciare in piedi la potenza abburgica, per l'equilibrio dell'Europa centro-orientale. Le pretese francesi sulla G. meridionale e sulla Renania costituiscono, intanto, nelle abili mani del Bismarck, la carta decisiva per l'adesione degli Stati tedeschi alla sua politica di unità, e per tendere, appunto, in armonia con quegli Stati, all'ulteriore passo decisivo verso il rinnovarsi, ai danni della Francia, di un Impero tedesco. Per questo, è anche necessario il colpo di scena, fornito dalle elezioni del 1867, dello spostarsi della maggioranza parlamentare dei progressisti ai conservatori, fautori di una politica di potenza. Nell'anno stesso, lo stabilirsi di un nuovo Zollverein raggruppa alfine tutti gli Stati tedeschi.

V. L'IMPERO GERMANICO

Chiara nella mente del Bismarck e del suo Re all'atto stesso dell'armistizio, e forse della guerra, con l'Austria, la necessità di una nuova guerra, intesa come saldatrice dell'unità nazionale, contro la Francia di Napoleone III (impossibile la coesistenza di quattro Imperi nell'Europa continentale, anche dopo l'umiliazione austriaca e tra il sempre maggiore isolamento europeo e interesse asiatico della Russia). L'occasione non si fa aspettare: è la candidatura del principe di Hohenzollern, Leopoldo, al trono spagnolo, cui Napoleone III, speranzoso di più favorevole soluzione, ovviamente ripugna. Condotte con estrema risolutezza (si è detto: cinismo) dal Bismarck, le soluzioni diplomatiche si urtano contro una volontà determinata e palese, cui corrisponde, da parte opposta, un'altrettanto palese inabilità (rinuncia prussiana, irrigidimento francese richiedente l'impegno «anche per il futuro», dispaccio d'Ems). La divulgazione del

rifiuto di re Guglielmo di ricevere ulteriormente l'ambasciatore francese, Benedetti, accoramente disposta dal Bismarck, suonando offesa per la Francia, rende impossibile ormai ogni ripresa di trattative. È la guerra. Ed essa si rivela, dal principio, disastrosa per la Francia (battaglia di Sedan, prigionia di Napoleone III, resa di Metz). Tentata invano una eroica resistenza sotto le mura di Parigi, la Repubblica, succeduta al secondo Impero, è costretta alla pace (armistizio del 28 genn. 1871: pace di Francoforte, del 10 maggio). Alsazia e Lorena passano alla G., che, composta finalmente a unità dalla vittoria e consacrata questa, nel Salone degli Specchi di Versailles, dall'assunzione, da parte del kaiser Guglielmo I, della corona imperiale, può dalla formula transitoria dell'annessione degli Stati meridionali nella Confederazione del nord, passare ora ad una salda costituzione imperiale. Era peraltro, ancor più palese che non per il Piemonte e l'Italia, come un ampliamento dello Stato prussiano: per la G. avrebbe lasciato una ricca eredità di problemi costituzionali, economici, religiosi, mentre l'annessione di terre anche etnicamente diverse (e di gruppi nazionali polacchi, boemi, danesi) sarebbe riuscita fornire di situazioni difficili per il futuro.

Dalla metà del secolo, intanto, la G. si era portata assai avanti nello sviluppo economico: la trasformazione industriale vi aveva operato su un terreno particolarmente agevole, come in Inghilterra. L'unità raggiunta agirà come un ulteriore elemento propulsore, anche nel campo coloniale, in cui pure con tanto ritardo, rispetto alle nazioni occidentali, la G. si affacerà. Ma la posizione del Bismarck si fa più difficile nel consolidamento proprio dell'unità: anche ridotti gli Stati preesistenti a un'intelaiatura per il predominio prussiano, i partiti si agitano e il pugno di ferro del Cancelliere, che continua a basarsi sull'elemento conservatore, con un'abile utilizzazione delle forze liberali, si scontra nella resistenza soprattutto del clero. Dietro ad esso si forma, dal 1870, il partito del Centro, che assume rapida consistenza.

A rendere autonomi i cattolici tedeschi da Roma e a creare una Chiesa cattolica nazionale, Bismarck scatena la campagna, spesso violenta, del Kulturkampf, risolti negativamente e, in ultima analisi, a vantaggio del Centro. Solo apparentemente raggiunge maggior effetto l'azione repressiva contro le nuove tendenze socializzanti, manifestatesi vivissime nella patria di Marx e di Engels: in realtà, il Bismarck vi riesce solo concedendo quelle leggi di difesa sociale, che l'opinione pubblica richiedeva e che pongono la Germania in primo piano in tale settore. Nella politica estera, allo scopo di garantire gli ingrandimenti territoriali raggiunti, e di parare ogni possibile rinnovata minaccia sul Reno, il Cancelliere determina l'accostamento alla Russia e il ritorno alla collaborazione con l'Impero austro-ungarico, si fa perno al continuo profilarsi d'uno scontro armato tra queste due potenze motivato dal panslavismo nelle regioni slave della monarchia danubiana (questione della Bosnia-Erzegovina, ecc.). È il blocco degli Stati conservatori che il Bismarck si sforza di mantenere contro l'Occidente voglioso di novità e perturbante. In questo quadro, e nel tentativo di creare un diversivo agli attriti austro-russi, è da vedersi l'attività spesa dal Bismarck per la costituzione della Triplice Alleanza, con Austria ed Italia. Son le basi di un trentennio di politica internazionale, utili, ben più che ad aspirazioni ideali, al

progresso economico e tecnico. Era fin troppo evidente che la Triplice aveva il suo limite nell'assumer rilievo delle aspirazioni irredentistiche degli italiani ancor avulsi dalla madre patria e nel porre fine agli attriti coloniali italo-francesi, che il Bismarck aveva, dal Congresso di Berlino, sapientemente acuiti; nel prender consistenza del panslavismo e delle altre forze erosive dell'Impero absburgico; nella ripresa del nazionalismo francese, esacerbato dalla perdita dell'Alsazia e Lorena. E ancora v'è, al di fuori, un elemento che non si rassegna a un'esclusione dalla politica continentale: l'Inghilterra, con la sua grande potenza transmarina. Tutto ciò passa dinanzi agli occhi dei negoziatori, ad ogni rinnovazione della Triplice. E la mancata garanzia di un patto bilaterale russo-germanico, nel 1896, suona come un ulteriore compaello d'allarme per la politica del Cancelliere. Che è, poco dopo l'assunzione del trono da parte di Guglielmo II, già dunque dal 1889, posto dinanzi a un generale mutarsi degli orientamenti politici. L'urto personale con Guglielmo, incapace di adattamento e di prudenza, insofferente di controlli, ma tendente a una sua politica d'intemperanza e di colpi di testa, costringe il vecchio ministro al ritiro (1893).

Contro la politica delle alleanze e delle contro-assicurazioni comincia ora una politica d'isolamento, che sarà nefasta per l'Impero. Bismarck è appena fuori della vita pubblica che l'ostilità russa verso l'Austria si riflette sulla sua alleata, la G.: essa si viene a trovare tra due fronti, per la sempre maggiore inimicizia francese. La questione del Levante (la ferrovia di Bagdad) acerbisce, d'altra parte, un già potenziale dissidio anglo-germanico, tra due potenze entrambe tendenti alla talassocrazia, ma in cui l'una, assai più intinta di spiriti liberali, è tratta su posizioni nettamente difensive della sua tanto più antica espansione coloniale e mercantile. Già gli ultimi anni del secolo vedono la corsa tedesca agli armamenti (von Tirpitz, grandi costruzioni navali); agl'insistenti moniti britannici il cancelliere Bülow oppone una politica di cecità, che la crisi marocchina, conclusa dalla Conferenza di Algesiras, il suo riaprirsi e l'ormai accentuata diffidenza, non solo francese, ma italiana, chiaramente rivela. Si forma, tra non poche simpatie nella penisola, la Triplice Intesa (Russia, Francia, Inghilterra), che assume, non ostante il tentativo d'una distensione, da parte del nuovo cancelliere Bethmann-Hollweg, atteggiamento minaccioso verso le potenze centrali. Non vale, a fermare la fatale via della guerra, la maggioranza conquistata nel Reichstag da liberali e social-democratici. E l'ultimo atto del dramma dell'isolamento tedesco matura, con il definitivo sganciamento italiano dalla Triplice. All'attentato di Serajevo ed all'ultimatum alla Serbia segue, rapida, la conflagrazione mondiale.

VI. LA REPUBBLICA DI WEIMAR E IL TERZO REICH

Cinque anni di guerra prostrano, più che l'esercito, le resistenze interne della G. Il crollo dell'autorità personale dell'Imperatore, la sua abdicazione, l'assunzione al potere da parte del socialdemocratico Ebert, segnano le tappe estreme della disfatta. Per la firma dell'armistizio (11 nov. 1918) si forma un governo provvisorio. Per la prima volta nella storia tedesca una rivoluzione democratica, mentre si sottoscrive la pace di Versaglia, assume il potere. Dalle elezioni del 16 gen. 1919 e dall'Assemblea costituente di Weimar nasce la Repubblica che ne avrà il nome. È uno Stato debole, che ha dietro di sè il terribile retaggio della sconfitta ed è insidiato dai gruppi rivoluzionari: ma, nella sua mirabile compattezza, la G. non si disgrega e anzi il nuovo regime assume, con gli anni, maggior forza. Proprio dalle durissime condizioni del trattato di pace (riparazioni, occupazione della Ruhr, disarmo totale) e dalla

intransigenza degli alleati doveva prendere consistenza il sogno, allora, la realtà, poi, della ripresa tedesca. Per un decennio, nella gravissima crisi del dopoguerra, la socialdemocrazia (animata da uomini di primo piano, come il Weber) può reggere le sorti del paese. Ma, dopo che il trattato di Losanna (7 luglio 1932) ha posto fine alla lunga questione delle riparazioni, contro la politica di stretta osservanza democratica, ma di non grande lungimiranza, legata al patto di Locarno e al nome di Gustavo Stresemann, le correnti nazionalistiche e di destra puntano decisamente alla riscossa, sotto la guida del vincitore dei laghi Masuriani, Hindenburg. Sfruttandone il sentimento juncker, l'ortodossia prussiana e il naturale militarismo, un austriaco solo all'ultimo istante naturalizzatosi tedesco, Adolfo Hitler, riesce a gettare le basi — sullo sgretolamento del regime di Weimar e sulla debole difesa degli istituti democratici ad opera dei gabinetti Brüning e von Papen — di uno Stato, fondato sull'assumere egli stesso le due cariche, di Presidente e Cancelliere (appena apertasi la successione all'estinto Hindenburg), sulla forza di quelle milizie ausiliarie ch'erano state il surrogato dell'esercito disciolto e su quella, latente in tutto il paese, d'una rinnovata potenza militare e politica. Le elezioni del 1932 (in particolare le seconde, del 6 nov.) danno la maggioranza al partito degli ex-combattenti e della borghesia di destra: il nazionalsocialismo. E il regime personale di Hitler comincia, con il suo culto della forza bruta, il suo neo-paganesimo, il suo retaggio ultimo-romantico e spengleriano, e, presto, con i colpi di mano contro le superstiti misure alleate di garanzia della vittoria (rimilitarizzazione della Ruhr, riannessione della Sarre) e le persecuzioni contro gli ebrei ed i cattolici, lo scioglimento e le deportazioni di comunisti (accusati dell'incendio del Reichstag) e socialdemocratici. Da allora, spente nel sangue tendenze e ambizioni nell'ambito dello stesso partito (putsch di fine giugno 1934), dato il massimo rilievo alle formazioni Schutz-Staffeln (S. S. = Staffette di protezione), nei confronti delle S. A. (Schutz-Abteilungen), creato il Fronte del lavoro (Arbeitsfront), unificata l'economia sotto il controllo di un abile finanziere, H. Schacht, data la massima autorità alla polizia segreta, Hitler percorre, in stretta intesa con i suoi collaboratori maggiori (Goering, Goebbels, Himmler, ecc.), tutte le tappe del più sfrenato accentramento del potere che la storia ricordi. Appena rafforzatosi all'interno, d'altra parte, il regime nazionalsocialista, puntando sulla scarsa energia e consistenza militare delle nazioni democratiche e sui problemi interni della Russia, iniziava la serie di aggressioni internazionali che, tra il proseguirsi della preparazione militare, dovevano porre l'Europa di fronte al fatto compiuto, ma anche di fronte al punto interrogativo della sussistenza stessa della democrazia. Concepite come necessaria integrazione del territorio della patria comune, prima l'annessione dell'Austria (marzo 1938), poi quella della Cecoslovacchia (marzo 1939), sulla linea dei precedenti attentati al regime di sicurezza collettiva della Società delle Nazioni (da cui la G. si era ritirata) e della sovranità di paesi liberi, furono compiute con premeditato cinismo e con sanguinosa ferocia. Venivano meno, fin dal tentativo di accordo di Monaco (29-30 sett. 1938), a mezzo la crisi cecoslovacca, tutte le possibilità diplomatiche, poste in opera dalle potenze occidentali, di evitare, attraverso nuove aggressioni, il rinnovarsi di una con-

flagrazione. Base ideologica, l'alleanza tra i tre regimi totalitari di destra: nazionalsocialismo, fascismo, militarismo giapponese. Non per nulla la via della guerra, aperta dai problemi stessi lasciati dalla pace di Versaglia, si era cominciata a intravedere dalle denunce tedesche delle clausole militari del trattato, dal fallimento della Conferenza di Stresa (apr. 1935) e dall'atteggiamento di stretta unità tra la G., ambiziosa di revisioni territoriali, e l'Italia, impegnata nelle imprese d'Evropa e di Spagna. Quando, dal 4 febbr. 1938, Hitler accentrava nelle sue mani l'alto comando delle forze armate tedesche, anche la preparazione interna della Germania era, d'altra parte, definita e nessun dubbio poteva ulteriormente sussistere che, agli atti di forza sull'Austria e sulla Cecoslovacchia, non ne sarebbero seguiti altri. Pochi mesi erano sufficienti a far maturare, con la crisi determinata dalla questione di Danzica e del Corridoio polacco, e con il conflitto, aperto il 1° sett. 1939, la seconda guerra mondiale.

Caratterizzata questa da un iniziale periodo di stasi, quindi da un susseguirsi di colpi d'ariete tedeschi contro l'Olanda, il Belgio, la Francia, i Paesi Baltici (tranne la Svezia), e dall'ansiosa attesa d'uno sbarco in Inghilterra, la sua terza fase recava al capovolgimento della situazione generale, con l'intervento dell'America e della Russia, e con il profilarsi delle sconfitte nel settore mediterraneo. Quando ormai la situazione bellica precipitava, specie sul fronte russo, e l'invasione anglo-americana del continente era in atto, il crollo, prima, del regime fascista in Italia, poi il tentativo di putsch militare interno del luglio 1944, mostravano il profilarsi dell'agonia per la G. hitleriana. La capitolazione giungeva, a breve distanza di giorni dalla conquista di Berlino e dalla fine di Hitler, il 7 maggio 1945. La G. usciva dalla guerra distrutta, impoverita, e, quel ch'è peggio, divisa in quattro zone di occupazione alleata, come Berlino stessa e privata di vaste zone industrializzate (Slesia, Pomerania), a favore della Polonia. Si tornava allo spezzettamento territoriale di prima dell'unità, aggravato dall'imposizione e dall'occupazione straniera. L'influenza contrastante occidentale e russa determinava il raggrupparsi dei vari territori in due zone, occidentale e russa, corrispondenti alla Repubblica federale tedesca e ad una Repubblica popolare.

BISL.: Raccolte di bibliografia sistematica: C. Dahlmann, G. Waitz, Quellenkunde d. deutschen Geschichte, 9° ed., Lipsia 1931; Jahresberichte für deutsche Geschichte, a cura di A. Brackmann e F. Hartung, ivi 1927 sgg. La maggior raccolta di fonti della storia tedesca sono i Monumenta Germaniae Historica (nelle varie sezioni), Hannover 1826 sgg. Raccolte minori di fonti (fino al 1500): Ph. Jaffé, Bibliotheca verum Germanicarum, Berlino 1864-73; Acta Imperii selecta, ed. J. F. Böhmer, Innsbruck 1870; Acta Imperii inedita, ed. E. Winkelmann, ivi 1880-1885; Die Geschichtsschreiber der deutschen Vorzeit in deutscher Bearbeitung, ed. Pertz, Grimm, Lachmann, Ranke, Ritter, e 2° ed., a cura di W. Wattenbach, Lipsia 1890 sgg.; Die Chroniken der deutschen Städte vom XIV. bis XVI. Jh., ivi 1862 sgg. Repertori per le fonti: A. Potthast, Bibliotheca historica M. Aevi, 2° ed., Berlino 1896; O. Lorenz, Deutschlands Geschichtsquellen seit der Mitte d. dreizehnten Jh., 3° ed., ivi 1886-87; W. Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen bis zur Mitte d. dreizehnten Jh., 7° ed., ivi 1904.

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Per l'età preromana e romana: E. Wahle, Vorgeschichte d. deutschen Volkes, Lipsia 1924; F. Dahn, Urgeschichte d. german. u. roman. Völker, Berlino 1886-89; L. Schmidt, *Allgemeine

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Sull'Impero medievale: W. V. Giesebrecht, Geschichte d. deutschen Kaiserzeit, 5° ed., Lipsia 1891-90; K. Hampe, Deutsche Kaisergesch. in der Zeit der Salier u. Stafer, 2° ed., ivi 1912; F. Schneider, Rom u. Rongenbuke im Mittelalter, Monaco 1926; G. V. Below, Die italienische Kaiserpolitik des deutschen Mittelalters, ivi 1927; P. E. Schramm, Kaiser, Rom u. Renovatio, Lipsia 1929; R. Holtzmann, Geschichte d. tächsischen Kaiserzeit, Monaco 1941; J. Jastrow-G. Winter, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Hohenstaufen, Berlino 1897-1901; F. W. Schurmacher, Die letzten Hohenstaufen, Gottlinga 1871; P. Scheffer-Boichorst, Zur Gesch. d. 12. u. 13. Jh., Berlino 1897; G. Wendt, Die Germanisierung der Länder östlich d. Elbe, Liegnitz 1911; R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva in Italia, Roma 1936.

Sull'età dagli Svevi alla Riforma: O. Lorenz, Deutsche Geschichte im 13. u. 14. Jh., Vienna 1863-67; E. Michael, Geschichte d. deutschen Volkes vom 13. Jh. bis zum Ausgang d. Mittelalters, Friburgo 1897-1915; J. Kempf, Gesch. d. deutschen Reiches während des Grossen Interregums (1235-73), Würzburg 1893; A. Leroux, Recherches critiques sur les relations politiques de la France avec l'Allemagne de 1291 à 1378, Parigi 1882; C. Ullmann, Reformatoren vor der Reformation, 2° ed., Gotha 1866; E. Gothein, Politische u. relig. Vollabewegungen vor der Reformation, Breslavia 1878; G. V. Buchwald, Deutsches Geistesleben im eudenden Mittelalter, Kiel 1885-87; K. Burdach, Vom Mittelalter zur Reformation, Halle 1894; J. Bühler, Das deutsche Geistesleben im Mittelalter, nach zeitgenössischen Quellen, Lipsia 1897.

Sull'età della Riforma: G. Wolf, Quellenkunde der deutschen Reformationsgesch., Gotha 1915-23 e F. Schnabel, Deutschlands geschichtliche Quellen u. Darstellungen der Neuzeit, 1: 1500-1530, Lipsia 1931 (repertori); L. V. Ranke, Deutsche Gesch. im Zeitalter d. Reformation, ivi 1867-81, ed. critica, Monaco 1925; id., Zur deutschen Gesch. vom Religionsfrieden bis zum 30-jähr. Krieg, in Sämtl. Werke, VII, Lipsia 1881; F. V. Bezold, Gesch. d. deutschen Reformation, Berlino 1890; id., Staat u. Gesellschaft im Reformationszeitalter, in Kultur der Gegenwart, 1. 2. Berlino-Lipsia 1908; G. Egelhaf, Deutsche Gesch. im XVI. Jh. bis z. Augsburger Religionsfrieden, Stoccarda 1887-93; G. Mentz, Deutsche Gesch. im Zeitalter der Reformation, Gegenreformation u. des dreissigjährigen Krieges (1593-1648), Tübinga 1913; K. Brandl, Deutsche Reformation u. Gegenreformation, Lipsia 1927-30 (ed. 1941, in a voll. separati); M. Ritter, Deutsche Gesch. im Zeitalter der Gegenreformation u. d. 30-jähr. Krieges, Stoccarda 1889-1908; G. Wolf, Deutsche Gesch. im Zeitalter d. Gegenreformation, Berlino 1890-1908; E. Gothein, Staat u. Gesellschaft d. Zeitalters d. Gegenreform., trad. it., Venezia 1928.

Sull'età dell'assolutismo: B. E. Erdmann-Dörffer, Deutsche Gesch. vom westfälisch. Frieden bis zum Regierungsantritt Friedrichs d. Grossen, Berlino 1892-93; H. V. Zwiedineck-Südenhorst, Deutsche Gesch. im Zeitalter d. Gründung d. preussischen Königstums, Stoccarda 1890-94; B. Auerbach, La France et le St Empire Romain Germanique depuis la paix de Westphalia jusqu'à la Révolution française, Parigi 1912; G. Kuntzel, Die drei grossen Hohenzollern u. der Aufstieg Preussens im 17. u. 18. Jh., Stoccarda 1922; W. Oncken, Das Zeitalter Friedrichs d. Gr., Berlino 1880; A. Dove, Das Zeitalter Friedrichs d. Gr. u. Josephs II., Gotha 1883; K. Th. V. Heigel, D. Gesch. vom Tode Friedrichs d. Gr. bis z. Auflösung d. alten Reichs, Stoccarda 1811-12; H. V. Sybel, Gesch. d. Revolutionszeit, 2° ed., Francoforte 1882; H. Hüffer, Diplomatische Verhandlungen aus d. Zeit d. franzöi, Reo., Bonn 1868-79; H. V. SERBIA, Das österr. Kaisertum u. das Ende d. heil. röm. Reiches, 1804-1806, Berlino 1927; A. Rapp, Der deutsche Gedanke, seine Entwickel. im polit. u. geistigen Leben seit dem 18. Jh., Bonn 1920; H. Schmidt, Gesch. der kathol. Kirche Deutschlands von der Mitte des 18. Jh., Münster 1920.

Sulla preponderanza prussiana: G. G. Gervinus, Gesch. d. XIX. Jh. seit d. Wiener Verträge, Lipsia 1855-69; C. Bule, Gesch. d. neusten Zeit 1815-85, 2° ed., ivi 1886-87; A. Stern, Gesch. Europas seit den Verträgen V. 1815 bis zum Frankfurter Frieden von 1871, Stoccarda 1890-1934; F. Schnabel, Deutsche Gesch. im XIX. Jh., vol. I: Die Grundlagen, Friburgo 1920; H. V. Zwiedineck-Südenhorst, Deutsche Gesch. u. der Auflösung des alten bis zur Gründung d. neuen Reichs, Stoccarda 1897-1905; H. V. Treitschke, Deutsche Gesch. im XIX. Jh., Lipsia 1897-94; G. Egelhaf, Gesch. d. XIX. Jh. vom Wiener Kongress bis z. Frankf. Frieden, Stoccarda 1925; H. V. Sybel, Die Begründung des deutschen Reiches durch Wil-

helm J., Monaco-Lipsia 1879-94; E. Brandenburg, Die Reichsgründung, 2ª ed., Berlino 1922; G. Cavaignac, La formation de la Prusse contemporaine (1866-73), Parigi 1891-98; G. S. Ford, Stein and the era of reform in Prussia, Princeton 1922; F. Meinecke, Das Zeitalter d. deutschen Erhebung, Bielefeld 1924; ed., Preussen u. Deutschland im XIX. u. XX. Jh., Monaco 1914 (trad. it., Perugia 1929); O. Lorenz, Kaiser Wilhelm u. die Begründung d. Reiches 1866-73, Jena 1902.

Sull'impero germanico 1871-1918: L. Bergsträsser, Gesch. d. politischen Parteien in Deutschland, 5ª ed., Mannheim 1928; E. Zechlin, Bismarck u. d. Grundlegung d. deutschen Grossmacht, Stoccarda 1930; H. W. Dawson, The German Empire 1867-1914, Londra 1919; G. Gorgon, L'Allemagne religiose, 5ª ed., Parigi 1905-1908; H. Brisch, Gesch. d. kath. Kirche in Deutschland im XIX. Jh., 5ª ed., Magonza 1902-1908; H. Fredjung, D. Zeitalter d. Imperialismus, 1881-1914, Berlino 1919-22; K. Lamprecht, Deutsche Gesch. d. jüngsten Vergangenheit u. Gegenwart, 1912-13; J. Hohlfeld, Gesch. d. deutschen Reiches 1871-1914, Lipsia 1926; A. Wahl, Deutsche Gesch. von der Reichsgründung bis z. Anbruch d. Weltkrieges, 1871-1914, Stoccarda 1926; A. Rosenberg, Die Entstehung d. deutschen Republik, Berlino 1928; E. Hartung, Die grosse Politik der europ. Kabinette 1871-1914; ed., Deutsche Gesch. vom Frankfurter Frieden bis zum Vertrag vom Versailles 1871-1919, Bonn 1929; F. Stieve, Deutschland u. Europa, Berlino 1925.

Sull'ultima vicenda: M. Baumont, La faillite de la paix (1918-39), 2ª ed., Parigi 1945; L. Fraser, Germany between two Wars, Oxford 1945; L. Salvatorelli, Vent'anni fra de e guerre, 2ª ed., Roma 1946; F. Friedensburg, Die Weimarer Republik, Berlino 1946; S. W. Halperin, Germany tried democracy: A pol. hist. of the Reich from 1918 to 1933, New York 1946; F. Meinecke, Die deutsche Katastrophe, Zurigo 1946. Pier Fausto Palumbo

### III. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA.

I. CONCORDATI

1949. Premesse

La condizione giuridica della Chiesa in G. è attualmente determinata dai quattro vigenti Concordati: con la Baviera, del 24 genn. 1925; con la Prussia, del 13 ag. 1929; con il Baden, dell'11 marzo 1933; con il Reich germanico, del 10 sett. 1933. Quest'ultimo, secondo il disposto dell'art. 2, ha valore per tutto il territorio della Repubblica, fatta eccezione di quello delle tre regioni suddette. Per queste province le disposizioni del Concordato con il Reich hanno valore «in quanto riguardano materie che non furono regolate (nei rispettivi Concordati particolari) o ne completano l'ordinamento già stabilito».

1950. Concordato con la Baviera

Il primo Concordato che la S. Sede stipulò con uno degli Stati germanici, dopo la prima guerra mondiale, è quello con la Baviera.

Il Concordato stipulato tra Pio VII e Massimiliano Giuseppe il 5 luglio 1817 non rispondeva più alla situazione determinata dalla Costituzione di Weimar del 9 ag. 1919 e da quella particolare dello Stato della Baviera, dello stesso anno (14 ag. 1919). Nei primi mesi del 1920 cominciarono le trattative, per dare nuove norme alle relazioni tra Chiesa e Stato in Baviera. Per difficoltà di vario genere esse si protrassero fino al 1924. Il 20 marzo di quell'anno si poté procedere alla firma dei solenni patti. Fu plenipotenziario per la S. Sede il nunzio apostolico in Baviera, l'allora mons. Eugenio Pacelli. Dopo l'approvazione del Parlamento bavarese, il Concordato fu notificato il 24 genn. 1925, ed entrò in vigore lo stesso giorno.

Il Concordato bavarese è un mirabile esempio di sapiente ordinamento delle materie, concernenti l'istruzione religiosa, i benefici, gli istituti religiosi.

1951. Concordato con la Prussia

In questo paese alcune questioni ecclesiastiche, come la delimitazione dei confini delle diocesi, la provvisione degli uffici e benefici ecclesiastici e la loro dotazione, avevano formato oggetto di accordi particolari, presi tra Pio VII e Federico Guglielmo III di Prussia, tra il medesimo ed i principi del Reno superiore, e tra Leone XII e Giorgio IV, re dell'Hannover: le conclusioni di questi accordi erano contenute nelle bolle De salute animarum (1821), Provida solensque (1821) e Impenna Romanorum Pontificum (1824). Le nuove condizioni che tennero dietro alla guerra 14-18, rendevano necessarie anche qui nuove convenzioni, come in Baviera, con la differenza che qui era più forte la percentuale protestante, che abbracciava i 2/3 della po-

polazione. Così i negoziati, subito iniziati, incontrarono maggiori difficoltà e solo dopo un decennio (14 giugno 1920) si venne alla firma: firmatario da parte della S. Sede fu il nunzio apostolico, l'allora mons. Eugenio Pacelli. Segui il 9 luglio l'approvazione del Landstag ed il 13 ag. la ratifica, cui tennero dietro due lettere scambiate tra le alte parti contraenti sulla questione scolastica, di cui non si faceva parola nel Concordato. Queste due lettere furono aggiunte agli atti.

1952. Concordato con il Baden

Nel Baden, in cui la materia religiosa era prima regolata da due bolle, Provida solensque e Ad Dominici gregis custodium (1827), concordate la prima tra Pio VII ed alcuni principi germanici, la seconda tra Leone XII ed i principi della Renania superiore (la bolla di Pio IX Aeterni Pastoris del 1859 era rimasta lettera morta per la non approvazione da parte della Dieta del Baden), i negoziati per un nuovo concordato furono iniziati nel 1920. Dopo molte difficoltà il Concordato propriamente detto, assieme ad un protocollo addizionale, fu sottoscritto dai plenipotenziari il 12 ott. 1932 ed un protocollo addizionale il 7 nov. 1932: firmatari per la S. Sede il nunzio apostolico, che era ancora mons. Eugenio Pacelli, e per il Supremo consiglio della Repubblica del Baden, i ministri: Joseph Schmitt, Eugen Baumgartner e Wilhelm Mattes.

Questi tre atti, approvati di stretta misura dalla Dieta del Baden, andarono in vigore all'atto dello scambio delle ratifiche, l'11 marzo 1933.

1953. Concordato con la G

La necessità di perfezionare le lacune rimaste nei tre Concordati, già conclusi con la Baviera, la Prussia ed il Baden, e più ancora di regolare i rapporti tra Chiesa cattolica e Stato negli altri paesi della Confederazione germanica, che non avevano un proprio concordato, indusse la S. Sede e il governo germanico ad addivenire ad un concordato generale per tutta la G. Veramente tentativi del genere o almeno colloqui si erano avuti, a questo proposito, fin dal 1919 ed un progetto era stato elaborato, ma la fase conclusiva si ebbe dal 9-10 apr. 1933 in poi, cioè dopo l'ascesa al potere del partito nazista, che vide in queste trattative un mezzo per consolidarsi e per svalorizzare il partito di centro, ed insieme agganciarlo sempre più al carro governativo.

Le trattative ebbero così rapido corso che si poteva già il 20 luglio 1933 procedere alla firma del Concordato, ratificato il 10 sett.: tra i plenipotenziari, il card. Eugenio Pacelli, allora segretario di Stato, da una parte e Franz von Papen, vice-cancelliere del Reich germanico dall'altra. I punti principali di questo Concordato che, come si è detto, è integrativo dei primi tre ed ha valore di concordato unico per gli altri territori, possono così riassumersi: a) libertà di religione e protezione legale al libero esercizio della religione cattolica in tutto il territorio del Reich (art. 1); b) piena libertà alla Chiesa nel suo regime interno (ibid.); c) particolarmente favorevole al problema scolastico è il Concordato con la G., riconoscendoci la religione cattolica come materia di insegnamento nelle scuole elementari, medie e superiori (art. 21), con garanzie nella scelta degli insegnanti, specie nelle scuole elementari (art. 22, 24), mentre il Concordato bavarese va ancora più innanzi e pone questo insegnamento sotto la piena sorveglianza e la direzione della Chiesa (art. 8, cf. ancora artt. 3 sgg., 9); d) più stentato è il regolamento della materia matrimoniale, mantenendosi il matrimonio civile, che in linea generale dovrebbe procedere quello religioso (Concordato con la G., art. 26). Così pure traspore nell'art. 31 la preoccupazione dello Stato di non lasciare troppo libere nelle loro attività, specialmente di ordine sociale, le organizzazioni cattoliche; e) vantaggiose condizioni sono fatte al clero per le sovvenzioni statali in Baviera (art. 10 sgg.), meno favorevoli nel Baden (art. 6) e nella Prussia (art. 4).

Mancò però fin dall'inizio al governo nazista (di cui la Chiesa aveva sempre dubitato, ma a cui non aveva potuto rifiutare la mano, quando fingeva di volere un'intesa pacifica) la volontà di eseguire seriamente il Concordato concluso, e all'indomani della firma già si tentava violare ad uno ad uno gli articoli più vitali. Si ebbe così,

secondo un piano preordinato e manovrato dall'alto, la distruzione progressiva delle scuole cattoliche; un'opera insidiosa e sistematica di denigrazione della Chiesa, del clero, del laicato cattolico; la creazione continua di pretesti per la chiusura o confisca di case religiose; l'eliminazione costante e progressiva dei giornali, periodici e stampa cattolica e della produzione libraria cattolica.

Contro questi soprusi elevava fiera la voce il Sommo Pontefice, Pio XI, con la lettera Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937 (AAS, 29 [1937], pp. 145-67; trad. it., pp. 168-88), facendo eco alle proteste franche e coraggiose dell'episcopato germanico, tra cui rifulse l'intrepida figura del card. Michele de Faulhaber, arcivescovo di Monaco (cf. l'Allocazione pontificia del 2 giugno 1945, in AAS, 37 [1945], pp. 159-68).

Le persecuzioni tuttavia continuarono e non furono neppure interrotte dalla grande guerra '39-'45, che anzi aumentarono i campi di concentramento, le prigione, le confische, gli insulti per membri del clero, degli Ordini religiosi e per le persone più influenti del laicato cattolico. Si ebbero altri episodi gloriosi di resistenza intrepida, come quelli del card. Adolfo Bertram, arcivescovo di Breslavia, e del vescovo di Münster, più tardi cardinale, Clemente Agostino von Galen.

6. G. occidentale ed orientale. — Discioltosi il regime nazista, sotto il peso della sconfitta (maggio 1945) e successa l'occupazione militare alleata e russa con la divisione della G. in Beutzungszonen, si discusse da parte dei vecchi e nuovi nemici della Chiesa sulla validità del Concordato o meglio dei Concordati. Le cose si sono risolte diversamente nella Bundesrepublik Deutschland (Repubblica federale tedesca o cosiddetta G. occidentale), che ebbe costituito il suo primo governo il 20 sett. 1949, e nella zona di occupazione russa.

Nella cosiddetta « legge fondamentale ». Costituzione provvisoria della G. occidentale (Repubblica di Bonn), approvata l'8 maggio 1949 con 53 voti contro 12, fu inserito l'art. 123, per cui la Repubblica federale tedesca si impegna a riconoscere tutti i trattati internazionali conclusi con altre potenze. Tra questi trattati internazionali rientra anche il Concordato del 10 sett. 1933, con gli altri precedenti della Baviera, Prussia e Baden.

Su questa linea, che ha trovato pienamente consenziente il governo di Bonn, vanno quindi considerati i rapporti tra Chiesa e Stato nella G. occidentale. Non essendo però finora stato riconosciuto al governo di Bonn il diritto di legazione, manca il nunzio apostolico (a Francoforte sul Meno v'è solo un reggente) e manca il ministro di G. presso il Vaticano.

Al contrario, nella zona russa, la Deutsche demokratische Republik, divenuta dal 19 marzo 1949 la XXIX Repubblica dell'U.R.S.S., più che dalla Costituzione (che la detta Repubblica si è data, ed ove è sancita verbalmente la libertà religiosa e di coscienza), i rapporti tra Chiesa e Stato, da quel poco che è dato sapere, sono retti dell'arbitrio della Volkspolizei (polizia popolare), che impera brutalmente su una popolazione, che vive in un regime di terrore bolscevico.

Difatti, come si rileva da una lettera del vescovo di Berlino, card. Preysing, nella scuola statali i fanciulli sono educati secondo lo spirito ateistico e lo Stato ha il monopolio della scuola, per cui non è possibile rivolgersi altrove. I libri di testo in queste scuole arrivano perfino a negare l'esistenza storica di Gesù Cristo. La stampa cattolica praticamente non esiste. Gli ordinariati e commissariati episcopali non hanno un foglio ufficiale. È proibita la circolazione di periodici ecclesiastici, stampati fuori del territorio della Repubblica. Una disposizione, emanata alla fine del 1949, contempla il dovere di far conoscere alle autorità le varie attività della Chiesa.

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dem Heiligen Stuhle und dem Freistaate Baden 1933, Friburgo in Br. 1933; M. Bendiscioli, La G. religiosa nel III Reich, Brescia 1936; F. Alessandrini, Il razzismo nazionalsocialista e la Chiesa, in Studium, 41 (1945), pp. 46-53; Il Nazionalsocialismo e la S. Sede, a cura di M. Maccarrone, Città del Vaticano 1947; H. Jedin, G., in Enc. Ital., Appendice II, 1, pp. 1033-42. Pietro Palazzini

II. CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE

Secondo l'Annuario Pontificio del 1950, la G. conta 9 sedi metropolitane a 19 sedi suffragane così distribuite: 1) Bamberga (1° nov. 1006; metropolitana 1° apr. 1818) con le suffragane: Eichstätt (745); Spira (sec. IV), Würzburg, Erbiopoli (741). 2) Breslavia (sec. X; metropolitana 13 ag. 1930) con le suffragane: Berlino (13 ag. 1930); Warmia (sec. XIII) e la prelatura nullus. Schneidemühl (13 ag. 1930). 3) Colonia (sec. II; metropolitana sec. VIII) con le suffragane: Aquisgrana (29 nov. 1901; soppressa il 16 luglio 1821 e ristabilita il 13 ag. 1930); Limburgo (16 ag. 1821); Münster (800); Osnabruck (772); Treviri (sec. I). 4) Friburgo in Br. (16 ag. 1821) con le suffragane: Magonza (sec. IV; metropolitana 747; suffragane: 1801); Rottenburg (16 ag. 1821). 5) Monaco e Frisinga (739) in Frisinga; sedi unite e metropolitane 5 giugno 1817) con le suffragane: Augusta (sec. VI); Passavia (737); Ratisbona (739). 6) Paderborn (805; metropolitana 13 ag. 1930) con le suffragane: Fulda (1752); Hildesheim (800).

Immediatamente soggetta alla S. Sede: Meissen (2 genn. 968; soppressa nel 1581; ristabilita nel 24 giugno 1921).

Totale: 6 arcivescovati, 19 vescovati, 1 prelatura nullus.

III. ATTIVITÀ CATTOLICHE CULTURALI E SOCIALI

Fra i diversi gruppi religiosi, che si trovano in G., quello più compatto e organizzato, anche se soffre d'inferiorità numerica, è il gruppo cattolico, saldamente unito ai suoi pastori, che ha saputo attraversare burrasche e superare situazioni penose e difficili, senza cessare di ripicendere ogni volta forza e vigore.

La teologia, al di fuori dei seminari istituiti allo scopo, veniva insegnata sia in facoltà teologiche annesse alle università dello Stato (Würzburg dal 1402; Friburgo in Br. dal 1457; Tubinga dal 1477; Breslavia dal 1702; Münster in V. dal 1771; Bonn dal 1777; Monaco dal 1826, trasportatavi da Ingolstadt [1459]); sia in accademie e scuole superiori filosofiche e teologiche (Augusta, Bamberga, Braunberg, Dillingen, Eichstätt, Francoforte sul Meno, Frisinga, Fulda, Magonza, Paderborn, Passau, Ratisbona, Treviri).

All'insegnamento andava congiunta da parte delle facoltà teologiche annesse alle università dello Stato, la pubblicazione di importanti periodici e collezioni, improntati all'alta cultura; vanno accennate in ordine cronologico le seguenti: Theologische Quartalschrift (1819) a Tubinga; Biblische Studien (1896), Biblische Zeitschrift (1903), Freiburger theologischen Studien (1910) a Friburgo in Br.; Theologische Revue (1902), Biblische Zeitfragen (1908), Neustamentliche Abhandlungen (1908), Alttestamentliche Abhandlungen (1909) a Münster; Theologie und Glaube (1909) a Paderborn; Breslauer Studien zur historischen Theologie (1922) a Breslavia; Bonner Bidel (1903) a Bonn.

Tra le associazioni, oltre a quelle sulla linea dell'Azione Cattolica e dei vari suoi gruppi, vanno ricordati: il Bonifatiusverein für das katholische Deutschland (fondato a Ratisbona, nel 1849, per interessamento di I. Döllinger e organizzato da J. Stolberg-Stolberg nel 1849), per la difesa e l'approfondimento della religione, con un ramo distinto per i laureati: Akademische Bonifatiusverein; il Deutsche Caritasverband (fondato a Friburgo in Br. da L. Werthmann nel 1897), che raggruppa tutte le istituzioni di carattere assistenziale; il Volksverein für das katholische Deutschland (fondato a M. Gladbach, nel 1890, da F. Brandts e F. Hitze, con la cooperazione di L. Windthorst) per la propaganda cristiano-sociale delle masse; il Borromdusverein (fondato a Bonn, nel 1844, da A. Reichensperger, M. von Löe, H. von Wittgenstein, F. X. Dieringer, F. Walter und Aschbach), per la buona stampa; la Görresgesellschaft (fondata nel 1876 a Bonn) per l'alta cultura a vantaggio del cristianesimo.

Molte di queste istituzioni e pubblicazioni restarono sospese o danneggiate dalla II Guerra mondiale, ma a

poco a poco si va recuperando con tenacia il tempo e lo spazio perduto.

BIBL.: Per una prima esatta conoscenza dell'argomento cf. soprattutto gli annuari: Kirchliches Handbuch, iniziato dal p. H. A. Klose, nel 1907, continuato poi da altri fino al 1935 (Friburgo in Br. 1908 seg.). Celestino Testore

IV. LETTERATURA.

SOMMARIO: I. Dagli albori al sec. XII. - II. Dal - Minnesang - alla - Riforma -

III. Da Lutero a Federico il Grande

IV. Il-luminismo e - Sturm und Drang

V. Il classicismo

VI. Il romanticismo

VII. Il realismo.

I. DAGLI ALBORI AL SEC. XII. - Se è da credere che presso i Germani antichi, fin dai tempi più remoti, si svolgesse, come è avvenuto per tutti gli altri popoli, una primitiva letteratura poetica formata di canti religiosi e guerreschi, di nenie funebri e di canti d'amore, altrettanto è certo che sul fondamento dei loro miti, sorse, nei secoli lontani, tutta una letteratura poetica estemporanea. Ma di tutta questa poesia, che veniva tramandata oralmente, nulla o quasi nulla è rimasto, perché mai, né al suo sorgere, né poi, essa fu affidata ad alcuna tradizione scritta e perché i Romani, che avrebbero potuto tramandarla, non mostrarono d'interessarsene molto.

Tuttavia Tacito informa che i Germani avevano dei carmino, in cui celebravano il dio Tuiato e invocavano Donnar; Giordane, lo storiugrafo dei Goti, parla anche lui di prisca carmino, mentre dallo stesso Tacito si apprende che questi canti guerreschi erano detti barditus, nome forse derivato dal fatto che i guerrieri tenevano gli scudi (bardi) innanzi alla bocca per rafforzare il suono della voce. Pure corali dovevano essere i canti in lode dei defunti, ed è del tutto attendibile l'opinione che proprio tutti questi canti abbiano costituito la genesi delle saghe o leggende eroiche che si formarono poi intorno alle figure principali di principi e di guerrieri.

Il primo monumento della lingua germanica è la famosa traduzione gotica della Bibbia, fatta da Ulfila (311-81). Consacrato a trent'anni, nel 341, vescovo dei Goti ariani, egli condusse il suo popolo, che fu il primo tra le popolazioni germaniche ad aderirvi, ad abbracciare il cristianesimo. La sua traduzione, della quale si sono conservati solo notevoli frammenti, fu compiuta integralmente, ad eccezione, se è esatta la leggenda, del Libro del Re. Essa accompagnò i Goti nelle loro migrazioni in Italia e nella Spagna, poi se ne perdette la memoria, finché, nel sec. XVII, fu rintracciata la parte degli Evangeli in un manoscritto (codex argenteus), opera di amanuensi italiani, conservato a Uppsala. Altre parti furono ritrovate successivamente, e tra i fortunati rinvenitori fu anche il card. Angelo Mai, il quale nel 1819 scoprì nella Biblioteca del monastero di Bobbio un manoscritto che conteneva la traduzione delle Epistole di s. Paolo.

A parte la straordinaria importanza letteraria di questa traduzione, essa fu soprattutto per i popoli germanici, una grandiosa opera di propaganda religiosa e di civiltà, perché il cristianesimo si diffuse dove poté arrivare la Bibbia di Ulfila, la quale è, si può dire, il più grande monumento di civiltà dei Goti.

Anche dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Roma continuò a signoreggiare sulle popolazioni germaniche per virtù del cristianesimo. Verso la fine del sec. VII l'irlandese s. Colombiano divenne l'apostolo degli Alemanni; altri ferventi missionari procedettero all'evangelizzazione della Baviera e della Turingia, finché, nel sec. VIII, sorse, non tanto ad allargare le conquiste già fatte dal cristianesimo, quanto a consolidarle con una severa disciplina monastica e un'assoluta obbedienza all'autorità ecclesiastica di Roma, la figura di s. Bonifacio, l'apostolo della G. Egli svolge la sua opera di apostolato soprattutto in Turingia, nell'Assia e in Sassonia. A lui si devono l'istituzione di molti vescovati in Germania e la fondazione di vari monasteri, tra i quali, il più famoso, quello di Fulda. Ivi s. Bonifacio insediò come abate il suo discepolo prediletto, il bavarese Sturmi, educato a Roma e a Montecassino. Durante la sua opera di evangelizzazione della parte pagana della Frisia, egli

vi colse la palma del martirio (754); le sue spoglie riposano nel monastero di Fulda.

Quest'opera di penetrazione cristiana in G., per virtù di missionari ferventi e di vescovi, trovò favore e sostegno da parte dei re franchi e specialmente di Carlomagno, sotto il quale fu compiuta l'evangelizzazione della Sassonia. Per modo che, se anche essa poté ostacolare in qualche misura l'affermarsi e il diffondersi di una letteratura ispirata ai miti pagani e alle leggende, d'altra parte indubbiamente favori il fiorire di una poesia religiosa e contribuì soprattutto a unire gran parte delle popolazioni germaniche in uno stesso ideale religioso e civile.

Tuttavia le fonti della poesia epica non si estinsero mai, anche se per rintracciarne qualche testimonianza originale si deve fare un salto dal sec. IV, quando cioè apparve la traduzione di Ulfila, al sec. VIII, alla fine del quale si trova un frammento di un poema del cielo di Teodorico, conosciuto con il titolo di Hildebrandlied, in cui sono in lotta il sentimento dell'onore e quello della consanguineità.

Pure alla fine del sec. VIII si svolge la gigantesca opera di unificazione delle popolazioni germaniche e Carlomagno segna uno dei vertici del rinascimento medievale tedesco: rinascimento politico e culturale. L'opera sua, in questo campo, specialmente dopo la campagna in Italia che lo mise a contatto diretto con la superiore civiltà latina, è delle più importanti. La sua corte rappresenta infatti il più cospicuo centro di cultura del tempo; vi si trova, tra gli altri, il filosofo, teologo e umanista Alcuino, oriundo anglosassone, ma educato a Roma, il longobardo Paolo Diacono, lo storico del suo popolo, e lo storico Eginardo. Aquisgrana doveva diventare, nella intenzione di Carlomagno, il centro di questo rinascimento culturale, come un tempo Atene e Roma.

Tuttavia tale fervore di studi umanistici non significò affatto soffocamento della lingua e della poesia originarie tedesche, ché, anzi, lo stesso Carlomagno, come pare certo, fece raccogliere e trascrivere dei canti eroici, affidati sino allora solo alla memoria dei cantori girovaghi. Resta ad ogni modo il fatto assai importante che sotto di lui, e per tutto il sec. IX, in virtù dell'indirizzo che egli aveva dato, la poesia e la prosa, per quanto il contenuto prevalentemente religioso fosse lontano dallo spirito della letteratura nazionale, si servirono di preferenza del volgare, mentre l'uso del latino sarà del tutto prevalente nella produzione del secolo successivo. Durante, infatti, i secc. VIII-IX poco si può ricordare che interessi la letteratura volgare; solo la poesia d'ispirazione e di contenuto religioso offre un nucleo di opere, che sono rimaste, però, anch'esse in frammenti, come un Wessobrunner Gebet, d'ispirazione cristiana, scritto al principio del sec. IX in versi allitterati e in alto tedesco, e il frammento del cosiddetto Muspilli, pure in versi con allitterazione e in alto tedesco, che risale probabilmente alla metà del sec. IX e ove è descritta, come dice il titolo, la fine del mondo. Più importanti dal punto di vista storico e anche artistico sono, di questo stesso secolo, due messiadi, una in lingua sassone, di poeta ignoto, Heliand, l'altra, Evangelienharmonie, scritta in versi rimati in alto tedesco, dal monaco benedettino Offried von Weissenburg. Le due messiadi esprimono la più alta cultura teologica del tempo e rappresentano rispettivamente un tentativo popolare e uno dotto di volgarizzazione del cristianesimo.

Nella produzione poetica del secolo successivo, che è invece scritta - come si è detto - in assoluta prevalenza in latino, conviene far menzione di un poema, composto in esametri latini dal monaco di S. Gallo Ekkehard e dedicato alla saga germanica di Walther d'Aquitania (Waltharius manus fortis) che è il più notevole, se non l'unico anello di congiunzione che rimanga dall'Hildebrandlied all'epopea nibelungica.

Ma se la letteratura poetica del sec. x è caratterizzata da una imitazione classica e dall'uso quasi esclusivo della lingua latina, ciò non impedisce che, specialmente sotto l'impulso della rinnovata potenza politica degli imperatori sassoni, risorgano motivi di ispirazione tratti dalle leggende eroiche, sempre vivi nella coscienza popolare. Sicché il gusto per gli scrittori latini - non si era ancora spento, al principio del sec. xi, quando un monaco, probabilmente bavarese, scrisse in esametri leonini, con il titolo di Rudlieb, il primo romanzo d'avventura, che fornisce un copioso materiale riguardante gli usi e i costumi della società del tempo. La maggior parte dei poeti ecclesiastici non cercano notorietà e tanto meno gloria; la loro poesia è solo al servizio di Dio. Così a caso si conosce il nome di una poetessa Ava; mentre un solo vero poeta si stacca da tutti gli altri per vigoria d'ingegno e perfezione artistica: Heinrich von Melk, che ha lasciato un poema didattico dal titolo Erinnerung an den Tod, in cui si prospetta un ideale di vita ascetica che prepari l'uomo alla morte.

II. DAL «MINNESANG» ALLA «RIFORMA»

Il non breve periodo di tempo, che corre dai primi albori della letteratura tedesca fino agli inizi del movimento che sfocia nella «Riforma», può essere diviso in due periodi: nel primo, fin verso il 1300, la letteratura si svolge sotto l'azione della società feudale e ne è l'espressione, con la ricca fioritura della lirica d'amore e della poesia eroica e cavalleresca; nel secondo, che comprende i secc. xiv-xv, appare la borghesia nel movimento politico e letterario.

La lirica d'amore (Minnesang), la quale affonda le sue radici nella realtà, segna la parte più importante della produzione lirica di questo tempo. Il canto d'amore comincia con un primo incerto e timido periodo di formazione ispirata alla cortesia e al culto della donna. Non forti passioni, quindi, non scatti veementi dell'animo; il Minnesänger, quasi freddamente, rivolge il suo canto a una figura vaga e impersonale. La fonte della ispirazione non è nulla di concreto e reale; è la Minne, il pensiero amoroso, qualche cosa d'indeterminato e fluttuante che si agita nella sua immaginazione come nel suo sentimento e che pure gli procura ora piacere, ora dolore, come cosa reale.

Il Minnesang raggiunge il massimo splendore verso la metà del sec. xiii. Si conservano, in tutto o in parte, canti di quasi duecento Minnesänger, dei quali qui si ricordano Federico von Hausen, Enrico von Morungen e il più glorioso di essi, Walther von der Vogelweide (1168-1230), che scrisse canzoni in stile lapidario, senza nessun ornamento, incatenando nel giro di pochi pensieri un pathos non di rado altissimo. Fu fervente e convinto cristiano, non risparmiando però, nelle sue invettive, coloro che sono cristiani solo a parole, e fieramente combatté l'ingerenza dei Papi nelle questioni politiche, fedele al principio: «date a Cesare ciò che è di Cesare» ed esaltando l'idea del Reich.

La poesia epica tedesca può essere distinta in epopea eroica ed epopea cavalleresca; la prima è espressione impersonale del sentimento collettivo popolare e nazionale che i poeti anonimi attingono dalla materia abbozzata delle saghe germaniche; la seconda, invece, è opera individuale di poeti che attingono la materia da fonti straniere. Opere di precursori della vera e propria epica tedesca, le quali, scritte spesso da religiosi, fortemente risentono degli influssi cristiani, sono l'Annolied, l'Alexanderlied e Herzog Ernst; interamente svolgentisi nel mondo germanico pagano sono le epopee principali Nibelungenlied e Gudrun; la prima mette sulla scena tutti i popoli che furono impegnati nelle lotte germaniche dei tempi eroici: la conquista di un tesoro, simbolo di rovina e di morte, la proditoria uccisione di Sigfrido e la terrificante vendetta di Crimilde, sua sposa, rappresentano le parti più salienti del poema. Non c'è mai raggio di

pietà umana che illumini questi foschi e tragici avvenimenti.

Le fonti principali dell'epopea cavalleresca sono in vari cicli di saghe: ciclo antico, ciclo bretone di re Artù, ciclo del Graal. Tra i primi rappresentanti sono Enrico von Veldeke e Hartmann von Aue (1170?-1220?), al quale son dovuti due poemi di carattere moraleggiante e di edificazione religiosa, Der arme Heinrich e Gregorius auf dem Stein. Ben più notevoli, dal punto di vista artistico, sono Parzifid di Wolfram von Eschenbach, in cui il ciclo di re Artù s'intreccia con il ciclo del Graal e il poema, rimasto incompiuto, di Gottfried von Strassburg: Tristan und Isolde.

Il periodo che corre dai primi decenni del sec. xiv a tutto il sec. xv è dominato dall'apparizione della borghesia; tramonta il mondo eroico e cavalleresco che aveva alimentato la poesia nei secoli precedenti; la nobiltà, già decimata dalle Crociate e messa a disagio dalle nuove condizioni create ai borghesi, non è più guidata da quel sentimento di cortesia che era stato l'anima della poesia cavalleresca e del Minnesang; nei castelli si trasforma l'ambiente che era stato tanto propizio all'ospitalità dei poeti e dei cantori. L'eredità poetica, passando dalla nobiltà alla borghesia, si trasforma e decade. Le istituzioni letterarie tipiche di questo periodo sono le associazioni dei maestri cantori (Maistersänger), tente quante sono le città, tra le quali primeggiano Norimberga, Augusta, Ulma. L'opera dei maestri cantori esce dalla borghesia e dall'artigianato e ad essi si rivolge. Non contenuto amoroso né sentimento cavalleresco; gli argomenti riflettono feste di santi o solennità civili e del lavoro e ritornano a più riprese con monotonia non vinta dagli accorgimenti metrici e linguistici che presto si cristallizzano in rigide forme.

III. DA LUTERO A FEDERICO IL GRANDE

Presoché tutte le manifestazioni spirituali del sec. xvi sono dominate da due grandi fatti: l'umanesimo e la «Riforma». È subito da avvertire che il movimento umanistico in G. non è destinato a prendere un forte rilievo, in quanto i suoi aderenti, piuttosto che penetrarsi profondamente dello spirito dell'antichità, si limitarono ad una imitazione, superficiale e retorica, degli scrittori latini. Non è negli umanisti tedeschi il desiderio e tanto meno uno sforzo verso una concezione nuova della vita, di cui una più alta humanitas fosse la diretta espressione. Essi restano pur sempre uomini del medioevo, volti soprattutto alle cose celesti. C'è in essi una costante preoccupazione dell'al di là; oltre il fugace godimento, essi vedono l'abisso eterno e dappertutto il minaccioso dito di Dio. Onde un continuo bisogno di ammaestrare e moralizzare. Tra i principali umanisti vanno ricordati Erasmo da Rotterdam (1467-1536) e Giovanni Reuchlin (1455-1522), il quale concentrò la sua attività in questioni di carattere teologico e speculativo, come testimoniano i suoi studi ebraici.

La «Riforma» non può essere considerata come un movimento unicamente religioso; essa è anche una grande e profonda rivoluzione nazionale che coinvolge tutte le manifestazioni della vita della G. È un duello tra due culture, due civiltà. La G. non aveva mai, durante il medioevo, apertamente accettato la corrente di civiltà che si diffondeva da Roma su tutti i popoli d'Europa; l'aveva piuttosto subita, rimanendo pur sempre attaccata al vecchio spirito della sua razza. Ora si presentava l'occasione di romperla con il mondo dal quale una notevole parte di essa si sentiva minacciata, dopo che la tradizione romana si era innestata sul tronco sempre più vigoreggiante della Chiesa cattolica. È il Los von Rom. È naturale pertanto che quando apparve Lutero, per quanto egli fosse l'uomo meno rivolu-

zionario del suo tempo, si trovasse ad un tratto a capo di una rivoluzione. Egli poi non tardò ad imporsi soprattutto con la pertinacia della sua volontà. A lui si devono, oltre alla traduzione della Bibbia che ha avuto una grande efficacia linguistica e letteraria, i Kirchenlieder, imitati o liberamente tradotti, e molti altri scritti di carattere polemico.

L'intonazione data da Lutero alla poesia religiosa ebbe imitatori e continuatori innumerevoli, ai quali dettero impulso le nuove forme del culto protestante; ma in contrapposizione ai protestanti sorsero numerosi poeti cattolici e anche scrittori satirici, tra i quali il francescano Tomaso Murner, il più notevole imitatore di Sebastiano Brant, che scrisse Von dem grossen luterischen Narren, in cui spesso con pathos drammatico è mostrato il carattere sovvertitore della dottrina luterana.

Quel tanto di elementi epici che ancora si irradiano lungo i secc. XV e XVI e la migliore e più caratteristica produzione drammatica culminano in una sola persona, in Hans Sache (1494-1576), che è esempio raro di fecondità poetica ed esprime, nell'insieme, tutti i caratteri più salienti del suo tempo. Uno dei suoi meriti fu quello di rannodarsi alle vergini sorgenti del sentimento popolare nazionale, mettendosi nello stesso tempo in condizione di interpretarne ed esprimerne il successivo svolgimento dominato dal moto della «Riforma».

Anche il teatro sente l'influsso della «Riforma» e come già il canto religioso degli aderenti al protestantesimo fu stimolo a contrapporvi altri canti da parte di poeti cattolici, altrettanto avvenne nella produzione drammatica, riprendendo nuovo rigoglio le rappresentazioni di argomento biblico.

Nel campo satirico, con tendenze anche moraleggianti, va ricordato Giovanni Fischart (1550?-90), il quale prese di mira in modo particolare la Chiesa romana e gli Ordini religiosi, specie i Gesuiti, trascendendo spesso al tono sguaiato del libellista.

Le condizioni civili e politiche del sec. XVII dovevano ostacolare ogni movimento letterario. La G. doveva subire la guerra dei Trent'anni che aveva fiaccato ogni energia morale, offrendo un troppo lungo spettacolo di distruzione. Le violente dispute religiose non accennavano a placarsi, la nazione sembrava aver perduto coscienza di se stessa; lontana la gloria letteraria del passato, era fatale che essa si orientasse verso le letterature straniere, specialmente la francese. Si ebbe così una produzione incolore, senza rilievo, manierata e accademica. Ma proprio alle accademie, fondate sul tipo di quelle italiane, si ricorse, quando si volle trovare un rimedio alla generale decadenza della letteratura e specie della poesia. Nel momento stesso in cui in parecchie regioni l'unica attività letteraria era rappresentata dalle società linguistiche, si ebbe un risveglio poetico nella Slesia per opera del poeta Martin Opitz (1597-1639), il quale esercitò un'efficacia ragguardevole sul suo tempo, tanto da essere considerato un capo scuola.

Parecchi furono infatti i poeti che s'incamminarono sulle sue orme; tra essi merita menzione Paolo Fleming (1609-40), anche se non poche liriche egli improntò al gusto dei «concetti». Nel campo della poesia religiosa a Opitz si riannodano J. Hermann, il pietista Spener e Paolo Gerhardt (1607-76) che raggiunse la maggiore elevazione lirica nel canto ecclesiastico protestante. Anche il cattolicesimo non rimase estraneo al movimento opitziano. Verso la fine del sec. XVII, mentre ogni ardore di lotta andava placandosi, protestanti e cattolici, almeno nel campo della poesia, si ritrovarono a cantar le lodi dello stesso Dio e gli inni della stessa fede cristiana. Il gesuita Federico Spee (1591-1635), che dedicò la vita ad opere di carità ed esercitò un apostolato di tolleranza che rifulse specialmente nella lotta contro le feroci esecuzioni dei processi per stregoneria, ha lasciato un libro di edificazione, Guldenes Tugendbuch, e una raccolta di canti religiosi, Trutz-Nachtgall, che continua il tono di fervore e di amore della mistica. Un suo imitatore fu Giovanni Scheffler, più noto sotto lo pseudonimo di Angelus Silesius (1624-49), convertitosi dal protestan-

tesimo al cattolicesimo, il quale nel suo Cherubinischer Wandersmann, raccolta di brevi componimenti poetici, rispecchia appunto il distacco del poeta dal rigorismo luterano e la sua ansia di nuove vie per raggiungere Dio. Più vicino al canto religioso di intonazione idilliaca di Spee è Silesius nella Heilige Seelenlust, in cui è esaltata in mistico ardore la vita di Cristo, l'attesa di lui, la sua venuta, la sua morte e la sua Resurrezione.

Poeta lirico di argomento sacro e profano fu Andrea Gryphius (1616-64), il cui nome però è affidato soprattutto alle tragedie, che imitano la tessitura esterna delle tragedie greche e introducono il coro, e inoltre alle commedie.

Come il canto religioso, la satira e l'epigramma sono tra le più genuine espressioni dell'anima tedesca. Per quest'ultima forma ha dato un esempio Federico von Logau, autore di oltre tremila epigrammi (Sinngedichte), mentre per la satira sono da ricordare H. Michele Moscherosch, il quale ora attacca violentemente la fremde Thorheit, ora eleva l'inesorabile rampogna contro i vizi e l'abiezione del tempo, specie nei suoi Wunderliche und wahrhaftige Geschichte Philanders e, Sitteswald, e infine il più famoso dei predicatori cattolici del tempo, Abramo a Sancta Clara.

Del cosiddetto romanzo d'avventura il rappresentante più autorevole fu G. G. Cristoforo Grimmelshausen (1625-76), il quale, più che usare la violenta satira, guardò più in alto, vagheggiando e propugnando anche una profonda ricostruzione morale. Il suo Der Abentenerliche Simplicius Simplicissimus, l'opera letteraria più importante e significativa del sec. XVII, è un vero Bildungsroman, quale può sorgere in un'epoca tragica, nel quale egli indica la via che doveva condurre alla rinascita nazionale e umana della G.

Nel campo della lirica tra i poeti i quali, più che alle immagini lussureggianti dei continuatori della scuola opitziana, mirano alla sostanza, vanno ricordati Enrico Brockes, le cui poesie formano la maggior parte della raccolta intitolata Irdisches Vergnügen in Gott, e in particolar modo G. Cristiano Günther (1695-1723) per la sincerità del sentimento e la vivacità dell'espressione, tanto che egli pare fuori del suo tempo.

IV. ILLUMINISMO E «STURM UND DRANG»

La lunga e rovinosa guerra dei Trent'anni aveva sconvolto la G. moralmente ed economicamente; era naturale quindi che ad essa succedesse un periodo di raccoglimento in cui il popolo, privo ancora di una forza di coesione nazionale, pensasse solo a ristorare la propria economia; il pensiero restava, così, inerte, privo d'impulsi creativi e di grandi ideali. Mentre però a poco a poco la G. risorgeva e intorno alla figura del grande elettore Federico Guglielmo si veniva formando il primo nucleo di una grande nazione, unita in una stessa fede e in uno stesso ideale, l'avvento al trono di Prussia di Federico II e la vittoriosa guerra dei Sette anni furono motivo di esaltazione per il popolo tedesco e dettero impulso a una vibrante poesia patriottica. Vero è che lo stesso re rimase un ammiratore dei Francesi, negando ai Tedeschi la possibilità di creare qualcosa di veramente originale e grande nel campo della letteratura, ma è anche vero che egli, combattendo per l'emancipazione politica della G., favoriva indirettamente e affrettava la grande reazione letteraria contro la Francia. L'imitazione straniera, infatti, a poco a poco si attenua fino a scomparire e appaiono in prima linea alcuni grandi spiriti che giungono alla espressione originale dell'anima della nazione, facendo implicitamente opera di importanza universale.

L'epopea religiosa di Klopstock, esprimente uno dei più profondi sentimenti dell'anima germanica, la ricca e inquieta produzione di Wieland, le entusiastiche amorose divinazioni di Winckelmann sul mondo ellenico e l'arte greca, la sagace penetrazione

e la nitida visione artistica di Lessing, il largo sguardo storico di Herder preparano degnamente e sono ben degna cornice all'opera universale di Wolfango Goethe e a quella eclettica, ma profondamente umana, di Federico Schiller.

Ma prima di giungere alla piena affermazione di questi spiriti magni, mentre quasi tutta l'epoca di Federico il Grande è pur sempre dominata dal pensiero illuministico e conseguentemente dall'influsso francese nel campo della cultura e della poesia, sorgono già le prime avvisaglie di una reazione a questo dominio, che presto diventano lotta aperta e decisa per opera soprattutto di G. Bodmer e G. G. Breitinger, i quali impegnano, contro l'imperante concezione estetica di G. G. Gottsched, una battaglia a fondo. Seguace della filosofia razionalistica, Gottsched era convinto che non dall'immaginazione dovesse scaturire la vera poesia, ma dall'osservanza scrupolosa di regole dettate dalla ragione; propugnò quindi l'imitazione della letteratura francese, nella quale vedeva l'esempio della perfezione, e nello stesso tempo espose il principio vago e indeterminato che la poesia dovesse essere imitazione della natura. Gli oppositori, invece, della cosiddetta scuola di Zurigo, opponevano una maggiore libertà nel campo dell'ispirazione e davano grande valore all'immaginazione, ciò che necessariamente doveva orientarli verso i poeti inglesi. Questo spiega come, quando nel 1748 apparvero i primi canti del Messias di F. G. Klopstock (1724-1803), salutati con generale entusiasmo, i due capi della scuola svizzera credettero la loro opera compiuta con l'avvento di un grande poeta.

Altro è il giudizio che si dà oggi del poema di Klopstock: il tono enfatico di molti brani che solo di rado lascia luogo alla sublime elevazione mistica, la disarmonia nella tessitura generale dell'opera, l'arditezza delle immagini e dei costrutti sintattici, la stessa ricchezza scomposta della lingua ne rendono per lo meno assai faticosa la lettura. Ma il nome di Klopstock è soprattutto affidato alle odi, ove sono riflessi i sentimenti più alti che illuminarono la sua vita: la religione, il culto della patria e della libertà, il sentimento dell'amicizia e dell'amore.

Non a torto si suole a Klopstock contrapporre G. Efraimo Lessing (1729-81), ingegno equilibrato, acutissimo, consapevole di se stesso, delle esigenze intellettuali che lo circondano e della meta che vuole raggiungere. Fu guida avveduta per la letteratura tedesca; nella Hamburgische Dramaturgie combatté la prima grande battaglia contro il dominio letterario della Francia, volgendosi ancora agli Inglesi; e mentre il culmine della sua attività di critico è segnato dal trattato di estetica Laohson, egli raggiunse un posto assai notevole come drammaturgo, scrivendo la commedia Minna von Barnhelm, che inizia un'era nuova nel teatro tedesco, e due capolavori drammatici, Emilia Galotti e Nathan der Weise, in cui è esaltato il concetto dell'umanità, portato al di sopra e all'infuori di ogni competizione religiosa o confessionale.

Uno dei primi posti tra poeti e prosatori tedeschi per elegante freschezza di eloquio e per un fondo comico e arguto di filosofia della vita, è assegnato a C. Martino Wieland (1733-1813), autore di poemi, come quello eroico-cavalleresco intitolato Oberon, e di alcuni romanzi, come Don Silvio von Rosalva, Agathon, Die Abderiten. Egli è uno di quegli scrittori i quali hanno il dono raro di saper derivare da altri tutto ciò che è affine al loro temperamento artistico, conservando quella originalità che non sdegna di far tesoro di atteggiamenti spirituali espressi dall'opera altrui.

La critica di Lessing non aveva fatto dimenticare il nome e l'opera di Klopstock, e un gruppo di giovani di Gottinga si propose di continuare i suoi ideali d'arte, pubblicando ogni anno una raccolta di poesie ispirate a lui. Apparve così il Musenalmanach e subito dopo sorse lo Hainbund, specie di novella Arcadia, che però nulla aveva delle solocinature arcadiche. Subito vi emersero per valore poetico Enrico Voss, Mattia Claudius, Pietro

Hebel e, sopra tutti, G. Augusto Bürger (1747-94), considerato uno dei migliori rappresentanti della poesia popolare. Ed eccellente egli fu nella ballata, un genere di rapida e drammatica narrazione lirica, in cui seppe tesoreggiare elementi di ispirazione popolare, animandoli con semplice squisitezza di gusto. Famose sono rimaste le ballate Lenore, Der Kaiser und der Abt e Der wilde Jäger.

Il momento culminante della letteratura tedesca ebbe una preparazione prossima nelle conquiste intellettuali di uno dei più grandi pensatori moderni: Emanuele Kant, e in un moto di agitazione al quale, all'inizio, aderì lo stesso Goethe: è il periodo tempestoso denominato Sturm und Drang. Agli spiriti di questa rivoluzione letteraria il mondo presente parve troppo angusto, soffocato da viste e ormai vecchie regole, in cui il pensiero creativo doveva necessariamente annegare. Orizzonti più ampi si volevano e un più largo respiro. Già il pensiero di Giorgio Hamann, il quale, soprattutto nell'affermazione della superiorità della fede sulla ragione, tanto influito esercitò sullo spirito di Herder, e quello del Jacobi avevano rivendicato all'uomo questa libertà, combattendo l'illuminismo e sostenendo che tutto deve muovere dall'individuo e dal complesso delle sue forze. Il concetto di libertà, senza freni, è quello che appare più evidente nel programma dello Sturm und Drang, nella vita come nell'arte. Inoltre la rivolta letteraria, che rifiutava ogni modello e quindi ogni regola, doveva necessariamente ricondurre alla natura, subendo anch'essa l'influsso di Rousseau. Anche la corrente popolare, le cui prime manifestazioni s'erano già viste in Inghilterra con la pubblicazione dei canti ossianici, ebbe allora larga eco in G.; ma doveva essere fatale che questi elementi degenerassero in incompostezza e, specialmente il culto della libertà, in una specie di anarchia morale, come il wertherismo e il riuberismo.

Non lieve influito esercitò su questo movimento uno degli ingegni più universali e profondi del suo tempo, G. G. Herder (1744-1803), il quale propugnò il sorgere di una letteratura nazionale, rinverdi la tradizione dei canti popolari della G. (Stimmen der Völker in Liedern), mentre nell'opera Vom Geist der hebräischen Poesie dimostra che il Vecchio Testamento costituisce la poesia più antica, la più semplice e naturale, scaturita spontaneamente dall'animo di un popolo che l'ardente fede pone a contatto immediato con Dio. Quest'opera è quasi germe e introduzione dell'opera di filosofia della storia, Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit. Herder fu anche poeta, ma, soprattutto, critico dalla larga visione e dalle acute intuizioni; il suo spirito si sprofonda a indagare la natura primigenia delle cose, ad ascoltare la loro prima voce misteriosa, alle quali riesce a strappare i segreti più reconditi.

V. IL CLASSICISMO

Nella rigogliosissima fioritura di questo periodo letterario non è sempre possibile distinguere le varie tendenze e le varie forme d'arte, le quali spesso coesistono in uno stesso scrittore, e tanto meno, quindi, classificare nettamente i poeti in classici e romantici. Il Goethe, infatti, cominciò Stürmer und Dränger e fu classico per eccellenza, ma non pochi elementi romantici si trovano nell'opera sua; lo stesso può dirsi per Schiller. Nell'orbita dello Sturm und Drang nascono il romanzo Die Leiden des jungen Werther, il dramma Goetz von Berlichingen, le liriche e le rapsodie che rappresentano la rottura dell'armonia delle cose e dell'anima felice, come Prometheus, e che seguono immediatamente la serena visione panteistica (Mailed, Ganymed, Mahomets Gesang). Due avvenimenti contribuiscono a far raggiungere al genio di Goethe la piena manifestazione della sua maturità: il soggiorno di Weimar e il viaggio in Italia. Il primo rappresentò un progresso nella produzione lirica, mentre il poeta cercava nuove vie verso un'arte più calma e serena che doveva essere in contrasto con la febbre scomposta della prima giovinezza; il secondo rap-

presenta la vera rinascita dell'uomo e dell'artista, i cui frutti furono, tra gli altri, Tasso e Iphigenie auf Tauris. Nel tono di quest'ultima opera, nell'armonia dolce del verso impeccabile e nel mirabile equilibrio delle parti sfuma e si perde il senso tragico che pure tutta la pervade; la linea e la tessitura del dramma sembrano avere la compostezza immobile di una statua greca. Opere della maturità furono il romanzo Wilhelm Meister e Die Wahlverwandtschaften, il soavissimo idillio in linee epiche Hermann und Dorothea, Die römischen Elegien, la Italienische Reise e il Faust, l'opera intorno alla quale il poeta lavorò per circa sessant'anni. Goethe trovò la leggenda di Faust viva nella tradizione popolare, ma, ripensandola nel suo spirito, ne elevò il valore a simbolo universale dell'eterna posizione della mente umana (sia Faust che indaghi, o Mefistofele che neghi, o Margherita che spasimi di dolore) di fronte alle terribili incognite del mistero della vita. A parte però gli inarrivabili splendori della forma, nel poema drammatico è evidente una morale nuova, la quale, esaltando l'azione per l'azione e la brama inappagata e inappagabile dell'uomo verso sempre nuove conquiste, senza considerare il valore dei mezzi usati per conseguirle, rende possibile la salvazione di Faust, appunto perché «colui che s'affaticò sempre bramando» può essere redento. È una morale che mal si concilia con l'intervento finale della Vergine e degli angeli, in quanto essa rappresenta una contaminatio dell'etica cristiana. Comunque questo è tutto quanto poteva darci, nell'ambito del pensiero e di fronte al problema generale dell'esistenza, il genio di Goethe, dal momento che egli non possedeva quella fede che è pronta ad appagare la ragione con una formola del sentimento.

All'intelletto riflesso, oggettivo, universale di Goethe fa contrasto la natura di Federico Schiller (1759-1805), dominato dal sentimento, anche quando si concesse una tregua alle opere di immaginazione e di poesia, componendo opere di filosofia e di storia. La sua produzione poetica, per fervore d'ispirazione, per ricchezza di motivi, per la unità ideale che la illumina, pare dominata dal presagio della breve vita del poeta. Egli vive intensamente tutta l'opera sua, traendola dalle radici profonde della propria fantasia e della propria anima, quasi senza indulgarsi a raccogliere l'esperienza della realtà. Schiller è quindi uno spirito soggettivo, eminentemente lirico, anche quando, scrivendo per il teatro, imbastisce l'azione su un fondo di elementi storici che egli colora e idealizza con l'ardore del sentimento e lo slancio della fantasia, dominati da un costante ed unico freno: una adamantina probità che non si smentisce mai.

Giovanissimo ancora, si affermò nel teatro con la prima grande tragedia Die Räuber, da considerarsi un prodotto dello Sturm und Drang, per l'impeto indisciplinato che la domina; seguirono subito Die Verschwörung des Fiesho, la tragedia borghese Luise Miller e l'opera drammatica più tormentata, Don Carlos. La serie dei capolavori drammatici s'inizia con la trilogia del Wallenstein, una rappresentazione umana, idealizzata da elementi storici; in Maria Stuard Schiller si preoccupa soprattutto di ritrarre caratteri umani, mentre in Die Jungfrau von Orléans l'azione drammatica si allontana ancor più dalla realtà storica, non mancandovi neppure l'elemento meraviglioso e soprannaturale. Ultimo dramma compiuto, Wilhelm Tell, il quale riassume in mirabile sintesi i due grandi amori del poeta: l'amore per la bellezza della natura e quello per la libertà.

Tutta l'opera di Schiller è dominata da un principio etico, da un'idea morale. A tutti i suoi eroi egli dà l'impeto della passione magnanima o temeraria, ma non li priva mai della fiamma della fede e del sentimento di responsabilità morale. Esso risulta chiaro anche nelle scomposte demolizioni dei primi drammi; i quali, come quelli della maturità, escludono un dissidio fra l'io e il mondo, tra l'uomo e Dio, tra necessità e libertà, ma sono piuttosto la rappresentazione della vita umana nelle sue lotte e nei suoi dolori idealizzata dalla coscienza del poeta e drammatizzata dalla sua passione.

Anche la ricca produzione lirica di Schiller si muove entro l'orbita di un'idealità morale. Qui ogni dissidio tra etica ed estetica sembra dissolversi: il mondo e la vita si mostrano al poeta in una luminosa chiarezza (Die Ideale, Das Ideal und das Leben, Der Spaziergang, le ballate, e il celebratissimo Lied von der Glocke).

Sarebbe esagerato affermare che Lessing, Goethe e Schiller abbiano dato alla G. un vero e proprio teatro nazionale; tuttavia essi ebbero un gran numero di imitatori, i quali, benché lontani dall'eguagliare i loro modelli, ebbero talvolta clamorosi successi sulla scena, come A. W. Iffland, H. J. Collin e soprattutto Augusto von Korzebue, il quale fu il vero dominatore del teatro sulla fine del sec. XVIII.

La prosa invece, specie quella umoristica, assume in questo periodo caratteri di forte originalità per opera di vari scrittori, di cui uno grande: J. Paul Richter, che si faceva chiamare letterariamente Jean Paul (1765-1825). Sono da ricordare, tra i suoi romanzi, Die unsichtbare Lage, Hesperus, Titan e Flegeljahre, oltre il delizioso racconto Maria Wuz in Auenthal. Per chi voglia penetrare il sapore umoristico di questo narratore, deve soccorrere un'attenta analisi del suo stile, in cui forti scorci e le non rare bizzarrie formano un tutto intimo con il suo pensiero. Ed è appunto da questa fusione che scaturisce la sua inesauribile e originale vena umoristica.

VI. IL ROMANTICISMO

Il romanticismo nacque direttamente dalle condizioni politiche del tempo e, assai più, da un largo movimento filosofico che lo preparò e lo seguì per un lungo volgere di anni. Tra i pensatori ai quali risale il maggior merito di questa preparazione è G. G. Fichte. Egli ha fede assoluta nell'attività creatrice dell'uomo e afferma il dogma della personalità: l'uomo esiste in quanto ha coscienza di se medesimo e la conoscenza non ha confini e tende ad allargarsi illimitatamente, conquistando a grado a grado il mondo che è fuori di sé. Un discepolo di Fichte, Federico Schelling volse l'idealismo fichtiano ad un largo e profondo panteismo. Tutto il suo sistema filosofico è il frutto della immaginazione ardente di un poeta, ond'è che i romantici trovarono principalmente nelle sue affermazioni rispecchiate le loro dottrine e i loro gusti che tendevano al vago nei liberi campi della fantasia, non limitata dal controllo rigido della ragione e della critica. Completa la triade dei filosofi Giorgio W. F. Hegel, il quale ritorna ancora al panteismo spinoziano, sostituendo al principio fondamentale statico della sostanza il concetto dinamico dell'Idea, che in sé racchiude ogni impulso creativo.

Ma i germi fecondi del movimento romantico non maturano solo in seno al pensiero filosofico; essi si ritrovano già, senza voler discendere più indietro, nel misticismo panteistico del Böhme, tutto teso e anelante alla conquista della divinità diffusa nella natura, nella lotta per la liberazione dall'influsso francese, nella affermazione dei diritti della fantasia (Bodmer e Breitinger), nella concezione della poesia come effusione del sentimento (Klopstock), nella esaltazione dell'individuo fatta dallo Sturm und Drang, nello scardinamento del canone estetico oraziano ut pictura poësis (Lessing), nel culto

di Shakespeare, nel riconoscimento che poesia è voce della natura (Herder). I romantici pertanto sfuggiranno tutto ciò che è presente e reale; ciò che essi si sforzeranno di esprimere non saranno pensieri concreti, né sentimenti maturi, bensì immagini fuggitive appena abbozzate, palpiti di sentimenti appena sbocciati dall'anima del poeta, pensieri sorpresi nei più reconditi misteri della vita e fuggevolmente espressi.

La determinatezza, la perfezione non rispondono all'ideale romantico; la sua vita è la Sehnsucht, che tende all'infinito e all'eterno e non ha, dunque, possibilità di appagamento. Ecco l'intima ragione del dramma dell'anima romantica che, in fondo, è lo stesso dramma dell'idealismo tedesco. Eppure è chiaro che l'insonne loro Streben tende a una soluzione, a una conquista di unità e di armonia; ed essa è cercata in due direzioni: la dionisiaca e la cristiana, e si vorrebbe chiamare l'una immanente, trascendente l'altra, cioè quella verso l'assoluto, nel folle tentativo di superare la vita e di disprezzarne le infrangibili leggi, e quella della rinuncia; la prima è anche quella di un titanismo eroico e di un eroico tramonto; la seconda quella di un non rassegnato adagiarsi in seno a una confessione religiosa. Romantici dionisiaci possono così esser considerati Hölderlin e Kleist, cristiani Schlegel, Brentano, Tieck, Runge e Novalis. Ma come è in che cosa sostanzialmente divergono la concezione immanentistica e quella trascendentale? Perché qui si pone precisamente il problema della religione presso i romantici, in quanto una religione rivelata, coi suoi dogmi e le sue rigide norme, non è in inconciliabile contrasto con lo spirito romantico, aperto a tutti gli impulsi, anelante a tutte le mete? Ed infatti la religione, qualunque essa sia, è sempre più o meno in funzione della concezione romantica. Così anche il cristianesimo. Se infatti Cristo fosse sentito, nel senso ortodosso, come salvatore dell'umanità, ogni anima troverebbe in lui facile e pieno appagamento, mentre il cristianesimo non solo non reca pace né armonia a nessuno spirito romantico, ma anzi serve soltanto a illuminare, attraverso deviazioni o atteggiamenti affini, altri lati del suo insonne e inquieto aspirare. L'amore, ad es., è considerato come espressione religiosa; ma esso non è disgiunto dalla voluttà, ciò che soddisfa l'aspirazione romantica all'unità, a riavvicinare cioè il divino all'umano, il cielo alla terra, lo spirito ai sensi. E questo misticismo dell'amore doveva necessariamente legare i romantici alla religione di Cristo nei suoi due fondamentali elementi, dell'amore e del peccato: il peccato, come il più forte assillo all'amore; l'amore, come la più alta aspirazione di un ritorno a Dio. Così religione, amore, voluttà si equivalgono, ma è importante notare che è l'amore nella sua pienezza che crea e alimenta e caratterizza la religione; e poiché questa religione è il cristianesimo, è ancora una volta chiaro che siamo lontani da ogni ortodossia e altresì dalla morale cristiana.

L'etica romantica, infatti, conferma un'assoluta indipendenza da tutte le norme derivanti da una religione rivelata. Oltre che per l'amore spiritualizzato e per la voluttà del peccato, i romantici erano attratti dal cristianesimo, come da una religione della morte, in quanto la morte apre a tutti i cristiani, come ai romantici, un mondo più alto e migliore, fuori del reale e del presente, in una vita ultraterrena ch'è per l'appunto la realizzazione dell'infinito e del-

dell'eterno. Sicché, piuttosto che di religione, si deve parlare, nei romantici, solo di religiosità, di un sentimento cioè inerente alla loro visione del mondo e della vita, il quale è estraneo o lontano da una vera e profonda fede religiosa.

L'affermazione del movimento romantico ebbe il maggiore impulso dall'opera critica dei fratelli Schlegel, Guglielmo e Federico, che ne furono i teorici sagaci e arditi. Al primo sono dovute le famose Vorlesungen über schöne Literatur und Kunst; le quali, insieme alle Vorlesungen über dramatische Kunst und Literatur, contengono i principi fondamentali del romanticismo; al secondo, tra l'altro, una Geschichte der alten und neuen Literatur e un romanzo, Lucinde, che sollevò non poche proteste per la esaltazione che vi è fatta della sensualità romanticamente spinta all'estremo limite.

Tra i poeti di maggior rilievo Federico Hölderlin (1770-1843) è facilmente collocato tra i classici della letteratura tedesca, mentre è indubbio che il suo mondo poetico-lirico nasce tutto nell'atmosfera dell'ideale romantico, sia nell'appassionata e vana aspirazione a creare una visione unitaria della vita, sia nella fuga dal reale e dal transitorio che gli impone anche il distacco materiale dalla donna amata, anche se antiromantica appare la sua illusione di avere raggiunto o almeno intravisto una metà oltre la quale cessa il desiderio, come in Hyperion o nell'Archipelagus o nella stessa tragedia di Empedocle. Abbandante, ma meno originale poeta, lirico e prosatore, è Luigi Tieck (1773-1853), il quale, specialmente nei racconti drammatici usa largamente dell'ironia romantica, mirabile gioco dialettico che sorge dalla coscienza di un continuo superamento e, nello stesso tempo, dal disingannato desiderio di soddisfare ogni esigenza ideale. L'amico suo Wackenroder, morto a soli venticinque anni, che nelle Herzensergessungen eines kunstliebenden Klosterbruders effonde gli slanci appassionati della sua anima giovanile, soprattutto per il culto per l'arte, può essere considerato il Winkelnmann della scuola romantica, mentre Federico von Herdenberg (Novalis: 1772-1801) ne è il lirico più insigne. Una naturale e profonda tendenza al misticismo, velato di sconsolata tristezza, gli ispira i Geistliche Lieder pieni di abbandono e di semplicità da essere considerati i canti di una comunità cristiana, e quei mirabili Hymnen an die Nacht, in cui il poeta, animato dalla forza del suo amore per la fanciulla perduta e del suo desiderio di raggiungerla, è fiducioso ch'essa possa spezzare e vincere le ferree leggi della vita umana.

La dispersione dei primi rappresentanti del romanticismo e la diffusione del movimento portarono alla creazione di vari centri di vita e di poesia romantica, come quello di Heidelberg con Clemente e Bettina Brentano e Achim von Arnim, caratterizzato dalla tendenza di dare alla letteratura un carattere più prettamente nazionale, attingendo motivi alla tradizione popolare (Des Knaben Wunderhorn); e quello di Berlino con i poeti A. von Chamisso e F. de la Motte Fouqué, caratterizzato anch'esso da un culto vivo e sincero per la poesia, non limitato peraltro nella cerchia esclusiva delle teorie romantiche. Più giovane dei suoi amici di Heidelberg è J. von Eichendorff, autore di un delizioso racconto, Aus dem Leben eines Tangenichts e di squisiti Lieder, che hanno rara grazia di sentimenti e di suoni e sono pervasi da un intimo senso religioso, di cui ama compenetrarsi tutta la poesia di Eichendorff.

Uno degli elementi del movimento romantico era stato anche il sentimento della libertà, accoppiato spesso a un ardente patriottismo. Questo sentimento, che aveva dato luogo a una poesia patriottica durante la guerra dei Sette anni e che era divenuto irrompente nello Sturm und Drang e nel primo romanticismo con i drammi schilleriani, con i vibrati appelli di Fichte (Reden an die deutsche Nation) e gli articoli taglienti di Görres, non poteva attenuarsi, quando le vittorie napoleoniche gettarono la costernazione da un capo all'altro d'Europa, minacciando ogni anelito di libertà. Allora il romanticismo, lasciate da parte le sue fantasticcherie e la sua ironia

e trascinato anch'esso da una impetuosa corrente nazionale, divenne patriottico e diede i canti appassionati di Arndt, di Schenkendorf, di Rückert e quelli accorati e tempestosi del più giovane lirico tedesco, Teodoro Körner.

Ma il dramma romantico, soprattutto, ci dà una idea più chiara e precisa dell'immenso favore che le dottrine romantiche incontravano dappertutto, informando la letteratura del tempo. Perché se c'è genere letterario che rifugga dall'irrealtà e dalla indeterminatezza della forma, questo è appunto il dramma. Così il romanticismo operò il miracolo di fare applaudire sulle scene le Schicksalträgöden, i drammi fatalistici, di Zaccaria Werner (1768-1823), come Der vierundzwanzigste Februar, mentre elementi romantici, quali il fantastico, il meraviglioso, il terribile, determinati da una analisi più intima e profonda dei personaggi, rientrano nei drammi di Enrico von Kleist (1777-1811), insieme con una spiccata tendenza all'assoluto, che impresse, almeno ai suoi primi drammi (Die Familie Schroffenstein e specialmente Penthesilen) il segno di una personalità eccessiva. La stessa terribilità, talvolta anche mostruosa, che si nota in qualche tragedia kleistiana si ritrova nell'opera drammatica di C. Grabbe, mentre essa è accuratamente evitata nei drammi di Franz Grillparzer (1791-1872), il quale non cerca di analizzare i personaggi, obbedendo a una idea preconcetta, né subordina mai l'azione a considerazioni filosofiche, facendo delle sue creature simboli o astrazioni, ma infonde in esse una vita reale e le fa muovere sulla scena come si muoverebbero nella vita. Tuttavia è facile notare che il poeta spesso interviene nel corso dell'azione per impedire che i suoi personaggi, seguendo l'impulso delle proprie passioni, si spingano troppo innanzi; e il freno che il Verstandeswuch, della specie più equilibrata e tenace, oppone al poeta di agitata e traboccante fantasia, ciò che non avviene nei suoi drammi fatalistici come Die Ahnform o anche nella trilogia Das goldene Vlies.

Nella lirica, invece, gli elementi romantici vanno a poco a poco attenuandosi, segnando deviazioni e anche reazioni. Così nel culto della forma e nel proposito di introdurre nella lingua nuovi atteggiamenti metrici e nella ispirazione dei fantasmi suggestivi del mondo orientale si trovarono d'accordo Federico Rückert (1788-1866) e Augusto von Platen (1796-1835), quest'ultimo essenzialmente romantico nelle prime raccolte liriche e anti-romantico in due commedie di imitazione aristofanesca, mentre la sua conversione al culto della forma classica si afferma nelle liriche posteriori, specie nei Sonette aus Venedig, di squisita fattura. I poeti svevi, tra i quali primeggia Luigi Uhland (1787-1862), autore di ballate, rapsodie e romanze assai popolari per ingenuità e spontaneità d'ispirazione e per concisione di stile, costituiscono un gruppo artistico che ha una fisionomia propria, mentre tuttavia tutti ebbero comune l'intento di trarre dalla corrente romantica il miglior profitto possibile, prescindendo da ogni esagerazione. E accanto a lui merita di essere ricordato Edoardo Mörike, grande soprattutto nelle liriche di carattere intimo e armoniosissime, nelle quali si sente l'eco romantica, per quanto il poeta si sforzi di conciliare romanticismo e classicismo. Alla scuola sveva si riannoda anche la lirica di Nicola Lenau (1802-50), poeta di una originalità vibrante e seducente per l'immediatezza e sincerità dell'ispirazione, per il colorito e la dovizia delle immagini, per il senso largo e profondo di dolore umano che tutta la pervade e non di rado assume il carattere di un Weltschmerz. Egli cerca il dolore come necessario nutrimento alla sua vita e alla sua poesia, e tale dolore si acuisce, si distende in tutte le cose, finché egli sente l'anima del mondo piangere come piange l'anima sua: un simbolismo della natura, tipicamente romantico. E un romantico «sconsacrato» fu definito un altro ben più grande poeta, l'ebreo Enrico Heine (1797-1856), grande nella lirica, specie del Buch der Lieder, come nella prosa dei Reisebilder, come anche nell'epas satirico Atta Troll. Heine può considerarsi veramente l'ultimo romantico; di animo irrequieto e aggressivo, personifica, con caratteri tipici e salienti, le tendenze, le contraddizioni, le scettiche ribellioni, gli entusiasmi deliranti e caduchi dell'uomo moderno, quando

l'ambiente non ha ancora ritrovato l'equilibrio. Egli non ha il senso tragico del mondo, ma piuttosto coscienza tragica del suo mondo e della sua vita; così non ha la fede o il sentimento della rassegnazione del credente, ha solo la tormentosa coscienza della impotenza dell'uomo di fronte alla inaccessibile potenza che governa la vita ed è appunto tale coscienza che gli ricrea il suo Dio, il terribile antagonista nella tragedia di un uomo che ama la vita e non può goderla, che sa di dover morire e non vuol morire e che perciò si fa umile e ribelle, prega e bestemmia, supplica e schernisce. È la tragedia sua che si riflette negli ultimi canti del poeta.

VII. IL REALISMO

Il pensiero speculativo che aveva preparato e seguito il movimento può dirsi esaurito con una serie di epigoni della filosofia di Hegel, alcuni dei quali, continuatori di stretta osservanza, si limitarono a una fredda esegesi delle sue opere, altri, invece, continuatori più arditi, spinsero all'estremo limite dell'esagerazione la dottrina del maestro. Questo gruppo si raccolse sotto l'appellativo di «sinistra hegeliana» e vi primeggiarono Luigi Feuerbach e Federico Strauss, autore di una Vita di Gesù, mentre gli hegeliani trovarono un violento e sagace oppositore in Arturo Schopenhauer, il quale tornò alla filosofia di Kant, giungendo peraltro a conclusioni pessimistiche.

La scienza e la storiografia giunsero nel sec. XIX, in Germania, ai più fecondi risultati, in virtù di un rinnovamento di tutti gli studi sussidiari e di una rigorosa revisione dei problemi riguardanti il metodo. Analogamente gli studi filosofici e linguistici dei fratelli Grimm e gli studi di letteratura e di storia comparata delle lingue dei fratelli Humboldt prepararono il sorgere di una visione nuova e più profonda dei fatti storici.

Verso la metà del secolo la poesia si presenta con un carattere politico ben marcato, che, lontano da una visione totale di vita, è anch'esso aderente alla realtà particolare e contingente del momento. Già fin dai rivolgimenti politici del 1830, s'andò sempre più affermando in Germania una grande idealità che trova un riflesso anche nella letteratura politica: formare l'unità nazionale e conquistare la libertà. Essa dette vita a una associazione letteraria (Das junge Deutschland), la quale ha evidenti punti di contatto con il romanticismo per la spiccata tendenza all'individualismo, ma se ne discosta nettamente nella sua essenziale significazione: la tendenza politico-liberale. È la stessa tendenza che dà vita ad una lirica patriottica, fiorita intorno ai moti politici del '48 con Hoffmann von Fallersleben, Ferdinando Freiligrath, Giorgio Herwegh.

Estranea, invece, a qualsiasi scuola, e poetessa nel senso più genuino e nobile della parola, fu Annetta von Droste-Hülshoff (1797-1848). Tutta la sua produzione lirica (Das geistliche Jahr e Letzte Gaben) è pervasa da un sincero e profondo sentimento religioso. Ella è intimamente cattolica, ma invano si cercherebbe nei suoi versi l'eco delle lotte confessionali precedenti; in lei respira solo un alito di pace, diffuso in tutte le creature della terra e della natura, e un puro, intimo senso di umanità, addolcito da un soffio di tenerezza schiettamente femminile, si leva da ogni suo canto.

Nella letteratura narrativa, e in particolare nel romanzo, si riflette sempre più la vita moderna o almeno, nei romanzi storici, si considerano gli avvenimenti che porgono occasione al racconto con occhi di uomini consapevoli delle tendenze della vita che mirano all'analisi psicologica e alla rappresentazione realistica. Così un coscienzioso osservatore della vita è Gustavo Freitag (in Soll und Haben), mentre vastissime letture su vari periodi storici, quali la Riforma in G. e la Rinascenza in Italia, furono preziosi a C. Ferdinando Meyer per creare gli sfondi di molte sue opere. Il romanzo sociale è degnamente rappresentato da Federico Spielhagen (Problematische Naturen); delicato poeta della natura che sente e descrive con fine tocco di artista il paesaggio e la vita della sua patria, la Boemia, è Adalberto Stifter; delizioso

novelliere che ama soprattutto le piccole cose (Immensee) è Teodoro Storm, e narratori anche essi assai notevoli sono pure Federigo Reuter, pieno di naturalezza e vivacità, Teodoro Fontane, il quale a una narrazione schiettamente naturalistica unisce una conoscenza profonda della vita e dell'anima tedesca, Bertoldo Auerbach, i cui racconti sono pervasi da un profondo senso di umanità, Goffredo Keller, svizzero, il quale sa innalzarsi dalla narrazione semplice e obiettiva della vita rusticana e dalla descrizione viva e colorita della natura a un concetto di umanità più largo e di pura poesia (Die Leute von Seldwyln), e infine un vero maestro della novella, Paolo Heyse, innamorato dell'Italia, dove dimorò a lungo e dove si svolge l'azione di molti suoi racconti; e lo stiriano Pietro Rossegger, popolarissimo scrittore di racconti autobiografici, grandissimo nel piccolo mondo della sua terra natale (Waldheimat, Die Schriften eines Waldschulmeisters).

Il teatro subisce anch'esso, nella seconda metà del sec. XIX, atteggiamenti analoghi a quelli della narrativa, orientandosi sempre più verso l'analisi dei sentimenti e la rappresentazione realistica della vita moderna. Di qui un maggiore e più immediato contatto dello scrittore con il pubblico: la letteratura diventa popolare. Così, mentre la prosa narrativa in uno studio accurato e particolare di ambienti e di caratteri crea il racconto villereccio, il teatro, ispirandosi anch'esso all'osservazione dei fatti della vita quotidiana, ci porterà alle rappresentazioni realistiche di Freitag e di Anzengruber. Ma già prima di quest'ultimo, Federico Hebbel (1813-63), in una serie abbastanza copiosa di tragedie (Judith, Maria Magdalena, Herodes und Marianne) e di commedie si rivela uno scrittore moderno, preoccupato di suscitare l'attenzione dello spettatore, per mezzo della originalità analitica del pensiero, anche se per eccesso non sempre riesca ad ottenere l'intento. Hebbel è il creatore di una forma drammatica nuova; considera il dramma la fedele rappresentazione della vita umana. Il tragico, per lui, è un elemento inerente alla nostra vita, scaturisce ineluttabilmente da essa, perché vivere significa volere e agire, e volere e agire non può significare che soffrire e peccare. E sempre l'idea del peccato originale che pesa nei secoli sull'umanità, come una fatalità invincibile. Mentre il teatro di prosa cercava così la sua via, Riccardo Wagner (1813-1883) compiva la riforma del dramma musicale, rispetto alla quale passa in seconda linea il merito, del resto anch'esso grande, se si pensa alla concezione unitaria che egli aveva dello spettacolo teatrale, di avere egli stesso composto i poemi che poi musicava, traindoli dalla remota e genuina tradizione popolare (Tannhäuser, Lohengrin, Tristan und Isolde, Nibelungenlied, Meistersänger von Nürnberg, Parsifal).

Il naturalismo, sulla fine dell'Ottocento, domina in modo quasi esclusivo il teatro. Ciò che si richiede all'autore drammatico è che egli possa portare sulla scena un'opera che agisca sullo spettatore come un fatto della vita reale e dia ad esso l'illusione della realtà. Il soggetto e la tecnica sono subordinati alla necessità che governa questo illusionismo sulla scena. I principali rappresentanti del dramma naturalistico sono Ermanno Sudermann (1857-1928) e Gerardo Hauptmann (1862-1946): il primo ha oscillato fra diverse formole, senza riuscire a liberarsi da certo influsso francese, ma è indubbio che molti dei suoi drammi (Die Ehre, Stein unter Steinen) sono costruiti su forte orditura e hanno avuto pieno successo; Hauptmann, più individuale, più profondo, ha lo sguardo largo e penetrante per osservare i contrasti delle classi sociali (Vor Sonnenaufgang, Einsame Menschen, Die Weber). Egli è anche poeta che non sdegna persino atteggiamenti simbolici derivati dal teatro di Ibsen; soccorrono una tecnica scenica così pronta e precisa e una efficacia tanto agile di pensiero e di sentimenti che il suo teatro mantiene una fisionomia tutta propria.

Un netto distacco dal teatro naturalistico segnano i drammi di Arturo Schnitzler il quale subisce l'influsso delle dottrine freudiane nello scrutare il fondo dell'anima umana negli aspetti più misteriosi, come nelle più forti passioni (Fräulein Else), mentre negli ultimi anni sembra diventare grave e pensoso di fronte al mistero della

morte (un senso di paurosa attesa è infatti nelle ultime sue opere). Fondamentalmente scettico e pessimista, senza nessuna capacità ricostruttiva, rimane invece Frank Wedekind, il quale si compiace di trattare nei suoi drammi la materia più scabrosa e brutale, senza che mai in essi appaia un raggio di sole. Egli non può certo essere considerato un moralista, secondo opinano alcuni critici, ma piuttosto un precursore del teatro espressionistico che è immorale e dissolvente.

La corrente naturalistica, che pretendeva annullare di un tratto o per lo meno trascurare tutta la tradizione poetica posteriore allo Sturm und Drang, dal romanticismo al Junges Deutschland, declinò ben presto, senza aver dato nessun grande poeta, e, anzi, suscitando più o meno forti reazioni da parte di poeti dotati di originalità e di personalità, tra i quali Detlev von Liliencorn, che tentò il romanzo e il teatro, ma riuscì solo nella lirica, e Riccardo Dehmel il quale cantò soprattutto l'amore concepito come causa e fulcro di ogni manifestazione della vita, fino ad assumere valore di simbolo. Una più accentuata reazione al naturalismo si trova nell'opera di Federico Nietzsche, più notevole come lirico che come pensatore, e in quella di Stefano George, fervente propugnatore di un rinnovamento della poesia tedesca, nelle cui raccolte liriche, oltre un profondo influsso nietzschiano, si sente, insieme con un vago cosmopolitismo, il desiderio di conciliare il mondo classico con quello germanico, che però sfocia in una chiara affermazione di germanismo, mentre da un puro estetismo, in cui la poesia è ridotta solo a immagini e suoni, egli giunge, negli ultimi canti, alla affermazione di un'arte non priva di un suo particolare contenuto etico. Al contrario di George, Ugo von Hofmannsthal, che pure appartenne alla schiera dei neoromantici raccolti intorno al cenacolo georgiano e ai Blätter für die Kunst, si allontana da ogni contatto con la realtà presente e si volge, di preferenza, al mondo dei miti in una ebbrezza di forme immaginose e splendenti di suoni, in cui si sentono gli influssi di D'Annunzio. Anche Rainer Maria Rilke (1875-1926), incamminato sulla via artistica da George, presto se ne allontana per trasferire il proprio mondo poetico in una intima penetrazione della natura e in un mistico isolamento dello spirito. Attraverso l'anima delle cose, di cui ascolta e intende la vita, egli tende incessantemente a Dio, un Dio però immanente, il quale gli crea il desiderio di amore e di comunanza spirituale con il mondo, un Dio che egli sa di non poter mai possedere interamente, né raggiungere, ma al quale tuttavia si dona in pieno abbandono.

Se il naturalismo col suo rivoluzionarismo e riformismo sociale aveva fallito lo scopo di creare una grande poesia, il neoromanticismo col suo sforzo culturale e la sua visione interiore e trascendentale, nessuno ne aveva concretamente raggiunto; onde il graduale spezzarsi della fede nell'ordine cosmico, naturalistico e romantico, condusse o almeno favori il sorgere della rivolta caratterizzata dall'espressionismo, novello Sturm und Drang del primo trentennio del sec. XX. E senza dubbio molta parte della letteratura tedesca dell'anteguerra e quasi tutta quella che seguì la prima guerra mondiale sono impregnate della Weltauschauung espressionistica. Al centro della quale è ancora un problema etico; perché se l'espressionismo ha dato, nel campo della poesia, assai spesso frutti caduchi, esso assume particolare rilievo come movimento spirituale che ha in sé tanta parte negatrice e dissolvente. Così quello che più colpisce in esso è l'impeto della rivolta contro il passato; questo irrompere nel corso della letteratura tradizionale di una corrente torbida, limacciosa, urlante, che tutto ignora o vuol travolgere di quanto fu oggetto di alte aspirazioni, dell'amore e della fede, e che costituiva una norma secolare di vita nell'orbita della famiglia e della società. E c'è da abigotire dinanzi all'irruenza con cui una generazione si scaglia contro un'altra, i figli contro i genitori (si ricordi il dramma di Hasenclever Der Sohn); dinanzi alle forme più turpi del pervertimento sessuale (si ricordino certi drammi di Kaiser); dinanzi ai deliri di un linguaggio che rileva esso stesso non soltanto il distacco violento da ogni compiutezza formale, ma una vera aggressione al saldo tradizionale organismo

linguistico. Scrittori che per certi aspetti si riattaccano alla corrente espressionistica, ma rivelano più o meno eminenti qualità di artisti, sono Döblin e Däubler, i fratelli Tomaso e Enrico Mann (del primo è il grande romanzo Die Buddenbrock, Wassermann, von Unruh, Werfel e Stefano Zweig).

La rivolta espressionistica aveva tentato di mutare i rapporti tra le cose, ma non aveva potuto abolire le cose stesse. Era facile prevedere dunque che si sarebbe tornati a guardarle attraverso il controllo della intelligenza. L'uomo si era gettato disordinatamente, si direbbe ciecamente, alla conquista dell'universo; ma presto si ripiegò su se stesso, per prepararsi di nuovo a conoscere, e per sostituire la realtà della conoscenza all'illusione dell'estasi, in modo che risorgesse la fede nell'avvenire e la poesia riprendesse i vecchi eterni motivi dell'amore per le creature, dell'incanto della natura e della elevazione a Dio. Già nei primi anni del decennio che va dal 1920 al 1930 una nuova tendenza si era così venuta affermando con contenuto e forme più reali e più semplici e nello stesso tempo più intimi e schietti. È la Neue Sachlichkeit, cioè, approssimativamente, il neorealismo, una corrente che non ha avuto il suo pieno e conseguente sviluppo, deviata e contaminata negli ultimi anni da una letteratura, direttamente o indirettamente legata all'ideologia del nazionalsocialismo, con i ben noti motivi d'ispirazione, quali l'idea del Reich e il divenire storico del popolo tedesco, l'esaltazione della razza e la intima relazione tra sangue e suolo e tra stirpe e paesaggio, ma che lentamente mostra già riprendere il suo corso, come testimoniano alcuni dei poeti contemporanei più dotati, tra i quali si ricordano Ernesto Wiechert e Hans Carossa.

BIBL.: Ormai sono antiquate le storie generali della letteratura tedesca di G. Gervinus, di W. Wackernagel, di H. Kurz, mentre tuttora buona è quella di W. Scherer, Geschichte der deutschen Literatur, Berlino 1883, continuata dal O. F. Walzel, ivi 1928; tra le più recenti: F. Vogt e M. Koch, Geschichte der deutschen Literatur, 3 voll., Lipsia 1920 (trad. II. di G. Balsamo Crivelli, Bari 1924); K. Borinski, Geschichte der deutschen Literatur, 2 voll., Sinocarda 1921; A. Biese, Geschichte der deutschen Literatur, Monaco 1930; J. Nadler, Geschichte der deutschen Literatur nach Stämmen und Landschaften, 4 voll., Ratisbona 1932; Handbuch der Literaturwissenschaft, diretto dallo stesso Walzel, Potsdam 1937; G. V. Amoretti, Storia della letteratura tedesca, Milano 1946; R. Bottacchiari, Storia della letteratura tedesca, 3ª ed., Roma 1954. Rodolfo Bottacchiari

Archeologia. — Gli studi archeologici relativi al cristianesimo primitivo in G. possono essere presi in considerazione normalmente in quei paesi al di qua del Danubio e del Reno che vennero occupati dai Romani. In queste regioni le principali stazioni militari e commerciali divennero anche i più importanti centri ecclesiastici e come tali nuclei della cultura paleocristiana attestata da edifici di culto, cimiteri, oggetti, arredi ed iscrizioni, che furono creati sotto l'influsso romano fino al periodo carolingico. Ecco le principali città nelle quali furono rinvenuti antichi monumenti cristiani.

Aquisgrana (v.). — Alzey: timbro paleocristiano per pane con i busti degli imperatori Valentiniano II, Valente e Graziano (F. Drexel, in Germania, 13 [1929], p. 187; 14 [1930], p. 38). — Andernach (Antunacum): iscrizione sepolcrale con l'espressione «meruit sanctorum esse consortem» (F. X. Kraus, Die altchristlichen Inschriften der Rheinlande, Friburgo in Br. 1890, p. 133, n. 275). — Augusta (v. : Augusta Vindelicorum): resti di un battistero del sec. iv (L. Ohlenroth, in Forschungen und Fortschritte, 6 [1930], pp. 169-70). — Bingen (Bingium): iscrizioni sepolcrali cristiane (F. X. Kraus, op. cit., pp. 32-33, n. 89; G. Behrens, in Germania, 10 [1926], pp. 146-

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(Ese. Cott.)

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“GERMANI, RELIGIONE DEI.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 92. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/germani-religione-dei.