Enciclopedia Cattolica vol. XI, 1953 Geografia Stati, regioni e città

SERBIA

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Noto anche come: tedesco: Serbien; inglese: Servia; francese: Serbie; Srbija

SERBIA - La Vergine in trono e un angelo. Particolare dell'Adorazione dei Magi, affrescata nella 2ª metà del sec. XIV nel monastero di Marko.
SERBIA - La Vergine in trono e un angelo. Particolare dell'Adorazione dei Magi, affrescata nella 2ª metà del sec. XIV nel monastero di Marko.

SERBIA. - Regione storica della Balcania, costituente il nucleo dell'attuale omonima unità compresa come repubblica federale nello Stato jugoslavo.

La S. corrisponde oggi al paese interno che si incentra nei due bacini fluviali della Morava, tributario di sinistra del medio Danubio, e del Vardar che mette foce nel Golfo di Salonico dopo aver attraversato un lembo della Macedonia greca. È paese montuoso, sollevato ai due margini orientale (a contatto con l'arco balcanico) ed occidentale (verso la zona dinarica) in rilievi che oltrepassano i 2000 m. e lo dividono dalla Bulgaria ad E., dall'Erzegovina, il Montenegro e l'Albania ad O., e formato da una zolla di terreni antichi ondulata in groppe di 1000-1400 m. e profondamente incisa in bacini chiusi, o percorsi da fiumi che sono collegati alle due correnti principali da gole e forre non sempre favorevoli alle comunicazioni. Questo carattere si accentua nella S. meridionale, dove è più evidente la separazione in piccole unità regionali distinte: la Metohija, il Cossovo, i bacini di Skoplie, di Monastir, di Tetovo e dello Strumiza (questi quattro ultimi pertinenti alla Macedonia); a N. invece la massa montuosa (Šumadija) si apre verso le pianure alluvionali lungo il Danubio e la Sava. Al di là dei due fiumi sono stati aggregati alla S. i lembi pianeggianti (Banato, Bačka) onde risulta la regione autonoma della Voivodina, che si incunea fra Ungheria e Romania.

In complesso, la S. come unità politica si estende oggi su 55,9 mila kmq. (nel 1911 il Regno serbo ne aveva 48 mila) e conta 4,1 milioni di ab. (ca. 3 nel 1911), etnicamente piuttosto poco omogenei (Magiari e Romani al N.; Albanesi e Turchi al S.), ciò che si ripercuote nella diversità delle confessioni religiose (a N. prevalgono i cattolici, a S. i maomettani). La densità scende dai 135 a kmq. della Voivodina (12 mila kmq. con 1,7 milioni di ab.) a meno di 70 nell'estremo SO., costituito in Regione autonoma (Kosovo-Metohija: 10,6 mila kmq. con 728 mila ab.). L'agricoltura predilige a S. i cereali, il tabacco, i frutti e la vigna, ma in sostanza con carattere estensivo; a N. le fertili terre della Šumadija e della Voivodina consentono, accanto ai cereali, alla canapa ed ai frutteti un fiorente allevamento. Attraverso la S. passano le due grandi direttrici delle comunicazioni contro balcaniche che dal Danubio adducono all'Egeo (Vardar) ed a Costantinopoli (Nišava-Sofia), tutt'e due seguite da ferrovie che si riuniscono a Niš (51 mila ab.). Belgrado (390 mila ab.) rappresenta lo sbocco della S. sul Danubio. Nella Voivodina sono Subotica (113 mila ab.) e Novi Sad (77 mila ab.); del Kosovo-Metohija il capoluogo è Priština (20 mila ab.).

SERBIA - Il Lago di Ochrida.
SERBIA - Il Lago di Ochrida.
(da K. Hölscher, Jugoslavien, Berlino 1966, (av. 178)
Bibliografia2 opere
BIBL.: N. Krebs, Beiträge zur Geographie Serbiens und Raseiens, Stoccarda 1922; G. Caraci, Stati iberici, Romania, Stati balcanici, Torino 1940.

Giuseppe Caraci

STORIA

La S. emerge per la prima volta con una sua fisionomia definita nella seconda metà del sec. XII, come eredità della Rascia, la regione montuosa fra il Lim e Dioclea.

Con Stefano di Nemanja (1170-96) il piccolo grangiuppanato della Rascia comincia ad ampliarsi, a svolgere una sua decisa politica contro Bisanzio, che, grazie a Emanuele Comneno, si era consolidata nel paese, soprattutto come base di azione contro Venezia. Stefano si inserisce nelle lotte fra l'Impero e Venezia, appoggiandosi a quest'ultima e stringendo alleanza con l'Ungheria. Questo indirizzo volto a Occidente venne continuato, pur con qualche oscillazione, dal figlio Stefano che, nel ricevere nel 1217 da papa Onorio III la corona regale (di qui l'appellativo di Primo Coronato), mostrava di sentire vivamente, sia pure come ostilità a Bisanzio, l'opportunità di agganciarsi a Roma. Tuttavia non mancò la reazione, ben più grave e di sostanza, poi che l'elemento monastico ed ecclesiastico - che rimarrà nei secoli la maggiore forza conservatrice della individualità nazionale serba - interviene a riequilibrare la situazione: il monaco Sava, fratello del Re e poi santo della Chiesa serba, nel 1219, con il lieto consenso dell'imperatore di Nicea e del patriarca, fonda la Chiesa autocefala serba, che sino ai nostri giorni rimarrà legata allo scisma bizantino. La mancanza di un chiaro ordine di successione aprì nella dinastia dei Nemanja frequenti lotte che indebolirono lo Stato serbo e lo resero oscillante, a seconda del momento, fra Bisanzio e la Bulgaria, oppure Venezia, l'Ungheria e il Papato. Da questa posizione debole e ambigua e al di là di questa ambivalenza di richiami lo trasse Stefano Dušan (1345-55) che nell'opposi congiuntamente a Bisanzio e all'Ungheria fu il vero creatore della grande S. Come Costantinopoli, « Roma saecunda », poteva essere portatrice soltanto di una idea imperiale, così di fronte alla cronica decadenza dell'Impero bizantino Stefano Dušan, oltre a sollecitare l'elevazione dell'esarcato a patriarcato, cercò con la conquista di assumerne in pieno l'eredità: il 16 apr. 1346 fu unto « incoronato » imperatore dei Serbi e dei Greci » dai patriarchi di S. e di Bulgaria. Poco dopo estese il suo dominio all'Epiro e alla Tessaglia, ma la morte (20 dic. 1355) stroncò il suo sogno imperiale.

Dopo questa grande figura di sovrano (che promulgò con il Dušanov Zakonik il primo codice serbo), i deboli successori - da Uroš IV a Vukašin, a Lazzaro Hrebeljanović - non oppongono una salda unità interna al pericolo esterno, rappresentato dai Magiari al nord, e dai Turchi al sud; a Kosovo (Cossovo), nel 1389, dove morì il re Lazzaro, la S. fu piegata ai Turchi e solo per l'abilità della vedova Miliza mantenne come Stato vassallo una certa autonomia (1389-1459). Ormai terreno di contesa e di scontro fra Magiari e Turchi, la S., dopo qualche velleità di resistenza e di politica indipendente sotto Giorgio Branković, con la morte di questo (1456) nel 1459 si piega interamente ai Turchi. Si apre così per la S. un lungo periodo di completa soggezione che si alleggerirà solo nel 1830 con la formazione del principato di S., sia pure ancora vassallo della Sublime Porta. I Serbi si adattano ben presto alla nuova situazione e se con il nome di martolosi si fanno strada nell'esercito che, negli strati inferiori, diviene per gran parte serbo, parimenti guadagnano terreno nella direzione dello Stato e nell'alto comando dell'esercito, causa le periodiche « raccolte » di giovinetti avviati a Costantinopoli a divenirvi giannizzeri, ecc. La lingua serba diviene quella della diplomazia e della Corte turca, mentre proprio grazie alle conquiste turche che giungono alla pianura magiara, la nazione serba, con le sue colonie militari, si espande molto verso nord. La ricostituzione poi del patriarcato serbo di Peć, ad opera del gran visir (di origine serba) Mehmed Sokolović (1557), che mise sul trono patriarcale il fratello Macario, fu un atto di grande importanza politica e religiosa per la S., poiché il patriarcato assunse una missione nazionale di ampio respiro. Per la tradizione bizantina e per le consuetudini giuridiche turche, la Chiesa serba a poco a poco divenne una potente organizzazione nazionale: la separazione del temporale dallo spirituale era affatto estranea alla concezione politica dei Turchi, ed il patriarca doveva necessariamente divenire per essi il supremo capo non solo spirituale ma anche, in certo modo, civile dei cristiani. La Chiesa si appoggiò, secondo la tradizione bizantina, allo Stato, ricambiandone l'appoggio con il farsi strumento di controllo dei Serbi in sede politica, e garante, quasi, della loro fedeltà. Con il termine « terre serbe » dal '500 in poi si designarono quei territori religiosamente soggetti al patriarcato di Peć e che si estendevano dalla Macedonia sino al Banato e alla Bačka. Grazie alla conquista turca e alla riconoscuta giurisdizione del patriarcato nazionale serbo i Serbi acquistarono una estensione etnica mai avuta in passato e saranno in condizione nel sec. XIX di aver una funzione direttiva nel risorgimento nazionale degli Slavi del sud. Dalle « terre serbe » periferiche, infatti, cominciarono a partire i primi segni di riscossa man mano che, dopo Passarowitz (1718), la Turchia si restrisse in una semplice posizione di difesa. Con i primi del sec. XIX i Serbi sono maturi per una rivolta generale: fra il 1804 e il 1815 cominciano una dopo l'altra le insurrezioni che vedono emergere due famiglie, quella di Karagjorgje Petrović e di Miloš Obrenović, che si contenderanno il potere, in S., a colpi di pugnale sino agli inizi del sec. XX.

Miloš (che nel 1817 aveva fatto assassinare il Karagjorgje) il 29 ag. 1830, grazie all'appoggio russo, ottiene il riconoscimento del titolo di principe (knez). Monarca assoluto non diverso dai pascìa ottomani, Miloš comincia a inserirsi, per quanto gli era possibile, nei contrasti fra le potenze, allo scopo di far progredire la S. sulla via dell'indipendenza. Nel giugno 1839, non volendo governare con il limite di una Camera vitalizia dai poteri molto vasti, imposta da Russia e Turchia, potenze protettrici, egli abdica a favore del figlio Milan; morto questi dopo due settimane, gli succede il secondogenito Michele, che, continuando la politica del padre, fu deposto nel 1842 da una insurrezione armata. Fu così chiamata al trono la famiglia dei Karagjorgjević, nella persona di Alessandro. Sotto di lui il suo primo ministro I. Garašanin prospetta con il Načertanije quello che sarà, per settant'anni, il programma di politica estera della S., quale « Piemonte dei Balcani » e centro unificatore degli Slavi meridionali, al di là di ogni contesa dinastica interna. Alessandro rimase sul trono sino al 1858, diede al paese una sua struttura amministrativa, ma in politica estera la sua remissività di fronte ad Austria e Turchia (nonostante che dal 1856 il protettorato russo fosse stato sostituito dalla garanzia delle Potenze) gli alienò gli animi. Cacciato appunto nel 1858, venne richiamato sul trono il vecchio Miloš Obrenović e, morto questi, nel 1860 gli successe il figlio Michele. Egli, nel fare proprio il programma del Garašanin, si inserì nel gioco della politica europea, creò un esercito e, appoggiato da Francia e Sardegna (poi Italia), ridusse quasi a nulla i vincoli di dipendenza dalla Porta, sollecitando all'unificazione Montenegrini, Croati, Bosniaci, ecc. Assassinato nel 1868 da un emissario dei Karagjorgjević, nel 1872 gli successe Milan Obrenović. Con il Congresso di Berlino la S. ottenne notevoli ingrandimenti, che ne elevarono l'importanza nei Balcani, tanto che Milan poté assumere il titolo di re. La sconfitta subita contro la Bulgaria e dissidi interni lo costrinsero a cedere il trono al figlio Alessandro. Soppresso questo nel 1903, insieme alla regina Draga, da una congiura militare, salì al trono Pietro Karagjorgjević, con cui la S. si diede una consuetudine di vita parlamentare. Ormai decisamente orientata contro Austria e Turchia, soprattutto dopo l'annessione della Bosnia Erzegovina da parte dell'Austria (1908), la S. uscì ingrandita dalle guerre balcaniche (1912-13). L'uccisione dell'arciduca ereditario Francesco Ferdinando da parte del bosniaco G. Princip (28 giugno 1914) aprì la strada alla prima guerra mondiale, al termine della quale - a seguito della dichiarazione di Corfu (20 luglio 1917) - Croati e Sloveni si unirono alla S. sotto lo scettro di Alessandro Karagjorgjević per formare il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi denominato Jugoslavia. In esso la S. - e l'elemento nazionale serbo - hanno avuto sino ad oggi una posizione direttiva, spesso di sopraffazione nazionale e religiosa, tanto da mantenere in vita con i Croati cattolici un aspro dissidio che è esploso durante la seconda guerra mondiale, assumendo l'aspetto di una grave e sanguinosa guerra a carattere nazionale. Con l'avvento del regime di Tito la S. dal 1945, costituisce una delle sei repubbliche della Federativa jugoslava. Per le relazioni giuridiche con la S. Sede, la letteratura e l'arte, v. JUGOSLAVIA. - Vedi tav. XXII.

In alto: VILLAGGIO DI CAPANNE, presso Kumanovo. In basso: CHIESA DEL MONASTERO, presso Peć.
Tav. XXII In alto: VILLAGGIO DI CAPANNE, presso Kumanovo. In basso: CHIESA DEL MONASTERO, presso Peć.(da K. Hielscher, Jugoslavien, Berlino 1926, tav. 184) · (da K. Hielscher, Jugoslavien, Berlino 1926, tav. 164)
Bibliografia4 opere
BIBL.: B. Von Kallay, Geschichte der Serben, 2 voll., Budapest 1872; C. Jirček, Geschichte der Serben, 2 voll., Gotha 1911-18; E. Denis, La Grande Serbie, Parigi 1915; A. Pernice, Origine ed evoluzione storica delle nazioni balcaniche, Milano

1915; St. Stanojević, Istorija srpskoga naroda (« Storia del popolo serbo »), Belgrado 1926. Sulla Chiesa serba cf.: R. Grujić, Pra voila-ona srpska crkva (« La Chiesa ortodossa serba »), ivi 1920; C. Marjanović, Istorija srpske crkve (« Storia della Chiesa serba »), 2 voll., ivi 1929-30; J. Mousset, La S. et son Eglise (1830-1904), Parigi 1938; L. Hadrovica, Le peuple serbe et son Eglise sous la domination turque, ivi 1947.

Angelo Tamborra

Informazioni sulla voce

Di Giuseppe Caraci, Angelo Tamborra

Fonte Giuseppe Caraci: firma a stampa; Angelo Tamborra: firma a stampa

Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), coll. 378–382.

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Caraci, Giuseppe, and Angelo Tamborra. “Serbia.” In Enciclopedia Cattolica, vol. XI, coll. 378–382. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953. https://azioneromana.com/it/article/serbia.

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Caraci, Giuseppe, and Angelo Tamborra. “Serbia.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953, coll. 378–382. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/serbia.

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