ANASSAGORA

ANASSAGORA. - Filosofo greco, n. a Clazomene ca. il 499 a. C. Visse in Atene 30 anni e godette dell'amicizia di Pericle. Nel 432 fu dagli avversari di questi accusato d'empietà per avere insegnato che il sole era una pietra incandescente. Condannato a una multa, si ritirò a Lampsaco, dove m. nel 428. Espose le sue dottrine in un'opera in prosa, di cui abbiamo 24 frammenti.

A. ebbe comune con Empedocle e Leucippo il problema di conciliare il divenire con l'immutabilità dell'essere proclamata da Parmenide (B 17). Come Empedocle,

lo risolvette affermando la molteplicità quantitativa e qualitativa dell’essere e spiegando il nascere e il perire per unione e separazione di parti. La molteplicità fece però infinita, elevando al grado di sostanza originaria tutto ciò che, diviso, permane qualitativamente il medesimo. Tali sostanze chiamò « semi »: i posteriori, di su un aggettivo proprio della terminologia di Aristotele, le dissero « omoemerie » (prima attestazione in Lucrezio, I, 830). Infinitamente divisibili (B i; 3), esse sono tutte commise e presenti in tutto (B 6; 11-12), ma ciascuna avendo le proprietà dell’essere parmenideo, sono per se stesse immobili. Indi la necessità, comune anche ad Empedocle, di fare esterna la causa motrice, fino allora concepita come insita nella materia. Empedocle era ricorso a due forze mitiche, l’Amore e l’Odio. A fece principio del moto la Mente (Nous), da lui intesa come una sostanza « sottilissima », che unica rimane immune da ogni mescolanza ed ha in proprio, oltre il moto, la conoscenza (B 12). Dispersa, nel periodo precosmico, qua e là per l’infinita e commista massa dei « semi » (B 11), la Mente si localizza, una volta costituiti i mondi, negli esseri che han vita (ψυχή): piante, animali, uomo (B 12; A 100-102), ma è solo nell’uomo ch’essa giunge al pieno sviluppo delle sue potenze, attraverso un processo di graduale elevamento (teoria del progresso), che, accumulando nella memoria l’esperienza, porta alla sapienza e, con l’uso degli organi di cui egli è dotato (A 102), alle arti (B 21b). Come quella, pertanto, la cui conoscenza presuppone insieme con la forma l’ordine delle cose e non lo crea (principio comune a tutto il pensiero greco), e, a differenza del « divino » (τὸ δέον) della filosofia precedente, che « in sé comprende » (πρεπέχει) il tutto e « lo governa », secondo una legge di necessità, che è insieme provvidenza e « fatto » (εἰμάχησεν): cf. Diels, Vorsokratiker, Ind., è una sostanza tra le altre e ne è « compresa », non le comprende (B 14), la Mente non può, come principio cosmogonico, esercitare altra azione che accidentale e meccanica. Di fatto essa si limita a dare, una volta tanto e « in un punto indeterminato », inizio al moto rotatorio, che, accolto dalle sostanze viciniori e da esse propagato alle altre, provoca, a seconda delle qualità di ciascuna, le osservazioni e i raggruppamenti, da cui meccanicamente si costituirono e continuano a costituirsi i mondi (B 12; 4). In perfetta coerenza con tutto questo e con piena cognizione di causa, A. negò l’hieromoné (A 66), il che, dato il valore tecnico che la parola aveva nell’uso dei teologi e dei filosofi del vi sec., equivaleva a rigettare di proposito la provvidenza e con essa la Divinità. Fu, con quella di Leucippo, la prima spiegazione atea dell’universo, e fece scandalo. La teoria del progresso, che, sviluppata da Democrito, passò poi ad Epicuro, e da Sofocle (Antigone, 332 sgg.) e da Euripide (Supplices, 195 sgg.), che primi l’espongono, considerata empia, né diversamente giudica Platone (Leges, 889 d). Così Euripide fa condannare da un suo personaggio « l’empia lingua » di chi « insegna a considerare dio la propria anima » (fr. 913; cf. 1018). La reazione filosofica si ebbe in Diogene d’Apollonia, che, ritornando oltre Parmenide all’idioziomo dei primi fisici, diede all’aria di Anassimene per attributo il « pensiero », proclamandola Dio che tutto abbraccia e tutto governa.

L’influenza di A. sulla cultura attica del sec. v fu enorme. Spettava a Socrate, con la scoperta dell’universale, di porre le basi che permisero a Platone e ad Aristotele di ritrovare la natura dell’anima e di Dio.

Bibl.: H. Diels, Vorsokratiker, II, 5a ed. (Kranz). Berlino 1935, p. 5 sgg.; F. Ueberweg-K. Prächter, Die Philosophie des Altertums, 12a ed., Berlino 1926, p. 98 sgg., 49a. Carlo Diano