LUCREZIO, TITO CARO. - Poeta e filosofo romano, n. tra il 99 ed il 95, m. tra il 55 ed il 51 a. C. Sulla sua vita le notizie sono scarse e incerte: chi lo dice vissuto in Campania (Della Valle), chi a Roma (Traglia). Vissuto in una età di dure lotte politiche e sociali e di profonda rivoluzione culturale e spirituale, si diede alla poesia (Omero, Empedocle, Ennio, tragici greci, Arato), alla storia (Tucidide) e alla filosofia (presocratici, Epicuro, Sirone, Filodemo). Unico scritto rimasto è il De rerum natura, poema filosofico in sei libri, lasciato inedito e incompiuto, pubblicato e forse rivisto da Cicerone; è la fonte più organica e completa sull'epicureismo antico, fedele esposizione delle teorie di Epicuro.
La vita è avvolta da tenebre: « Omnis cum in tenebris praesertim vita laboret » (II, 54; cf. V, 1-54). Soprattutto il timore degli dèi e della morte turbano e rattristano l'uomo (I, 102-48; III, 978-1023; VI, 1181-95). La scienza dell'essenza profonda della natura è necessaria e sufficiente per liberare l'uomo dalle due opprimenti paure (I, 146-48; III, 91-93; V, 82-90). Sulle orme di Epicuro, L. afferma che atomi e vuoto costituiscono il sostrato profondo del reale (I, 54-61, 127-35): aggregazione e disgregazione incessante di atomi, in un tempo e in uno spazio infinito, originano tutte le cose (I-II), permanendo eterni gli atomi: « Haud igitur redit ad nihilum res nulla, sed omnes/discidio redeunt in corpora materia » (I, 248-49). Il mondo attuale è un caso del divenire eterno ed universale (V). Tutti i fenomeni hanno una spiegazione naturale, senza alcun bisogno di interventi preternaturali (VI). L'anima è composta di atomi levigatissimi e velocissimi ed è mortale: « Multe sunt animae elementa minor/aquam quibus et corpus nobis et viscera constant » (III, 374-75); « animam verbi causa cum dicere pergam/mortalem esse docens, animum quoque dicere credas » (III, 422-23; cf. 417-829). Illusione e fole sono i timori della morte e dell'al di là (III). Gli dèi, composti di materia eterea, abitano negli intermondi, indifferenti alle vicende naturali ed umane (V). La religione è un prodotto storico e trae origine dagli idoli sparsi negli intermondi e dall'ignoranza delle cause naturali di fenomeni singolari ed impressionanti: « ignorantia causarum conferre deorum/cogit ad imperium res et concedere regnum » (VI, 154-55). Una fantasia fervidissima, una partecipazione appassionata all'argomento, un'ispirazione profonda animano di vibrante poesia il De rerum natura.
Le tenebre che oscurano la vita non furono dissipate: la negazione dell'anima e della divinità la-
scio l'uomo solo, perduto nella fredda indifferenza di un universo muto e glaciale (III, 825-30, 957-1007), sempre insaziato: « Nec tamen explemur vitai fructibus unquam » (III, 1007; cf. V, 1274-79; 1407-29), accasciato dall'incubo della morte inevitabile (VI, 1238-46). L'amarezza triste e sconsolata che pervade tutto il poema è un'ulteriore conferma della radicale insufficienza del materialismo alla liberazione e alla felicità dell'uomo.
L'influsso lucreziano va da Cicerone, Virgilio, Orazio, Properzio, Ovidio, Manilio, attraverso la letteratura cristiana antica e medievale, fino a noi, provocando anche un poema di confutazione: Anti-Lucrétius, II. 9 del card. De Polignac (Parigi 1749).