PROUDHON, PIERRE-JOSEPH. - Pensatore politico ed economista francese, n. a Besançon il 15 gen. 1809, m. a Parigi il 19 dic. 1864. Di umile famiglia, dovette giovanissimo impiegarsi come tipografo. Superati nel 1838 gli esami di baccelleria, ottenne una pensione triennale dell'Accademia di Besançon; ebbe i primi contatti con Parigi, pubblicò i suoi primi lavori, poi tornò ad impiegarsi (1843) in una ditta di trasporti fluviali a Lione. Stabilitosi definitivamente a Parigi nel 1846, strinse relazioni con i circoli degli economisti e dei socialisti, conobbe Marx, Bakunin, Blanc.
Eletto rappresentante all'Assemblea nazionale nel 1848, volle tradurre i suoi programmi di riforma sociale in concrete proposte di moratoria generale dei debiti e riduzione delle rendite; ma esse non ebbero seguito. Combatté decisamente la dittatura bonapartista: condannato, per certi suoi articoli, alla prigione, fuggì in Belgio; tornato in patria e riconosciuto, dovette scontarla. Uscito dal carcere, si illuse di convincere il nuovo Imperatore a porsi alla testa della rivoluzione sociale. Nel 1858, per il suo libro De la justice dans la Révolution et dans l'Eglise, venne di nuovo condannato; fuggì a Bruxelles, ebbe condonata la pena. Rientrò a Parigi alla fine del 1862.
Per la vastità e ricchezza dei suoi motivi, in cui confluiscono, con l'esperienza diretta di un complesso periodo storico, gli influssi delle più disparate correnti ideali, filtrati attraverso una cultura da autodidatta, il pensiero di P. è difficilmente inquadrabile in sistema. Pur inserendosi nella tradizione di Fourier, Saint-Simon, Cabet, pur mutuando da Hegel e dagli hegeliani di sinistra, attraverso i contatti con Marx e Bakunin, una impronta, alquanto estrinseca, di metodo dialettico, il suo
pensiero muove piuttosto da Rousseau, nel campo sociale, e dallo Smith, in quello economico. L'affrancamento dell'uomo dalla servitù e dalla disuguaglianza, teorizzato dal Rousseau sul piano politico e attuato dalla Rivoluzione Francese, deve, mediante la nuova scienza economica, estendersi al piano economico-sociale. Dopo la rivoluzione «politica» del cittadino, del borghese, è necessario quella «economica», «sociale» del lavoratore. Criticato violentemente il caposaldo della società borghese, la proprietà (Qu'est-ce que la propriété?), Parigi 1840, ov'è il celebre grido: La propriété, c'est le vol! gli analizzò con particolare crudezza le antinomie della struttura sociale del suo tempo (Système des contradictions économiques ou Philosophie de la misère, ivi 1846) con una tendenza, tuttavia, a constatare queste antinomie, più che a tentar di risolverle. Da esse non si muove per una dialettica rivoluzionaria; il loro conflitto, al contrario, deve comporsi in un equilibrio di tensioni, equilibrio dinamico che è la «giustizia». Nelle opere successive P. cercherà di dare un più preciso quadro della sua dottrina e di volgarizzarla in infiniti opuscoli e giornali. Nel campo economico propugna la restaurazione dello scambio di reti del lavoro con i beni, e, pertanto, l'abolizione della moneta e di tutto ciò che da essa deriva e si trasforma in capitale («mutualismo»); nel campo sociale l'ordine nuovo deve costruirsi per libere trattative fra datori di lavoro e lavoratori organizzati, sulla base del principio di giustizia; la visuale s'allarga poi alla considerazione di fenomeni più ampi, come quello della guerra, di cui è accentuata la positività agli effetti del processo storico e sociale, e al problema dell'organizzazione internazionale, che vede strutturarsi, in armonia con le sue premesse, in una fedele razione di comunità democratiche, largamente decentrate all'interno.
Per P. la giustizia e l'eguaglianza economica sono viste sempre in funzione soprattutto di libertà politica, e non soltanto di giustizia ed eguaglianza sociale: per questo sostanziale radicamento agli ideali classici della Rivoluzione (da cui derivano la difesa della piccola proprietà e la polemica contro ogni eccessiva infrarmettanza statale) il suo poté essere definito un «socialismo pur les paysans» e poté apparire – ad un Marx ben più radicale – tipicamente «borghese». Ma anche per questo egli influenza, attraverso lo scritto postumo su La capacité politique des classes ouvrières (1865) e l'«apostolato» sorprendente, tutto un importante filone del sindacalismo e del pensiero politico francese. P. polemizzò con il cristianesimo tutta la sua vita: ne condannò il concetto di «capital» perché vi vide il tradimento della «giustizia», quello di «provvidenza» in quanto «mito» che poteva frenare ogni slancio rivoluzionario o riformatore; e, dichiarando essere esaurita la funzione storica, intese a dare, ai valori che esso riteneva «essenziali» un radicamento tutto terrestre. Per lui il cristianesimo si identificava con certi ambienti ecclesiastico-clericali della restaurazione e del secondo Impero: da ciò il gravissimo limite della sua critica e la sostanziale debolezza del suo tentativo di salvare, sul piano di un assoluto immanentismo morale anziché su quello di un cristianesimo recuperato nella sua autenticità, quei valori etici che tanto gli stavano a cuore. Tutte le sue opere furono poste all'Indice con decreto 22 genn. 1852.