CAPITALISMO. - Parola usata comunemente per indicare la struttura dell'economia dei periodi moderno e contemporaneo ed intesa in due diversi

significati, secondo che si guarda all'aspetto tecnicoproduttivo o all'aspetto etico-sociale, sotto cui la vita economica può essere considerata.
La tendenza a sostituire il lavoro dell'uomo con mezzi meccanici, fenomeno che si risonntra quasi di continuo e segna in certo modo le grandi tappe della storia economica dell'umanità, poté maggiormente affermarsi nei tempi più recenti, a causa del più esteso sfruttamento delle fonti naturali di energia, dell'applicazione in misura sempre più vasta dei ritrovati scientifici e dell'uso delle macchine ai metodi della produzione. Considerato nel suo aspetto tecnico-produttivo, il c., o più esattamente l'economia capitalistica, è il sistema economico corrispondente alla diversa proporzione con cui i due fattori furono impiegati nella produzione propriamente detta e nella circolazione dei beni, con crescente prevalenza del fattore materiale (capitale), contrariamente a quanto era avvenuto nei periodi anteriori, durante i quali il lavoro era più largamente adoperato. In questo senso al c. va senza dubbio riconosciuto il merito di aver contribuito enormemente al benessere dell'umanità in generale, avendo alleggerito la fatica dell'uomo, elevato il rendimento del lavoro, diminuito i costi di produzione, accelerato la formazione del risparmio ed accresciuto la ricchezza mondiale. Tale maniera di considerare il c. tuttavia non offre uno speciale interesse, in quanto i più gravi problemi, che esso ha sollevato e tuttora solleva, non si riferiscono direttamente alle trasformazioni introdotte nel processo produttivo, le quali costituiscono un innegabile progresso in confronto dei metodi di produzione, tecnicamente più arretrati, in uso precedentemente.
Maggiore interesse al contrario offre l'aspetto eti-co-sociale del c., ossia il sistema dei rapporti economici cui hanno dato luogo le predette trasformazioni, sia tra le nazioni nel mondo, sia tra le classi della produzione, nonché tra i possessori del capitale e la collettività consumatrice nell'ambito dei singoli paesi. Preso in questo significato, può dirsi che, storicamente parlando, il c. abbia avuto principio con il sorgere dell'impresa, unità produttiva completa dell'economia moderna. A differenza della piccola officina dell'artigiano, in cui i coefficienti della produzione si identificavano nel medesimo soggetto, al tempo stesso proprietario degli strumenti di lavoro, lavoratore esso pure con pochi dipendenti, ed insieme dirigente responsabile della produzione, nell'impresa i fattori produttivi risultarono divisi in due gruppi distinti : da un lato i proprietari degli strumenti della produzione, dall'altro i semplici lavoratori, mentre arbitro della produzione diventò l'imprenditore, personalità a volte distinta, a volte e più spesso identificata con quella dei proprietari dei beni capitali. Causa della separazione furono le nuove esigenze della produzione, il cui flusso notevolmente aumentato richiedeva investimenti di capitale, sia fisso (fabbricati, istallazioni, macchinario), sia circolante (materie prime, mezzi finanziari), non solo di grandi dimensioni, ma anche capaci di essere facilmente ed abilmente manovrati secondo le variazioni del mercato. Di qui, specialmente nell'industria, la diffusione pressoché universale del salariato, quale istituto giuridico riguardante i rapporti economici tra le classi della produzione; il moltiplicarsi delle società anonime, che agevolarono la raccolta di forti quantità di risparmio, distribuendo il rischio dell'investimento su un gran numero di risparmiatori; e il costituirsi di una categoria dirigente di amministratori e di imprenditori, che disponevano liberamente di rilevanti masse di ricchezza, sia che fossero del tutto estranei, sia che partecipassero alla proprietà degli strumenti della produzione (capitale azionario) per una quota sufficente ad assi-
curarsi l'assoluto predominio della gestione dell'impresa. In tal modo si determinò la tendenza a una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani delle categorie dirigenti e a un diffuso impoverimento delle categorie lavoratrici (proletariato), le quali furono esposte talvolta a uno stato di disoccupazione attuale, sempre di precarietà e di insicurezza economica di fronte alle mutevoli condizioni del mercato di lavoro, che i nuovi e più cospicui investimenti di capitale, richiesti dalla necessità di procedere sempre più avanti nella diminuzione dei costi, rendevano permanentemente sfavorevoli ai lavoratori. In particolare la domanda di lavoro subì la transizione affatto eccezionali nei periodi delle condizioni di crescita economica, quando cioè il volume della produzione, sensibilmente superiore alle capacità di assorbimento del mercato, provocava l'arresto delle attività produttive e la disoccupazione di massa in alcuni settori o in tutto il sistema dell'economia nazionale.
Tali fenomeni, caratteristici dell'economia capitalistica, poterono verificarsi grazie al principio di una illimitata libertà individuale, che ne costituisce l'intima essenza e la contraddistingue dagli altri sistemi economici sociali, con cui si è cercato di avviare all'inconvenienza che a quella si attribuiscono. Il c. nacque infatti dalle dottrine economiche liberistiche, di cui attuò in pratica il principio di una perfetta libertà d'iniziativa e di scelta, riconosciuta, almeno in astratto, a tutti i soggetti economici indissolubili, ma non necessariamente, ai produttori (capitalisti e lavoratori) non meno che ai consumatori, nell'ipotesi di una società in cui sia in vigore il diritto della proprietà privata. Il concetto di libertà economica è tuttavia quanto mai equivocato ed equivalente nella realtà a una vera e propria servitù per quelli che si trovano in una posizione di inferiorità di fronte alla ricchezza, e cioè i lavoratori e quanti altri non prendono parte direttamente e con mezzi propri alla produzione nazionale, sui quali quelli che si trovano in posizioni privilegiate finiscono con l'esercitare un potere dispotico a loro esclusivo vantaggio. Se fosse possibile distinguere un c. teorico da un c. storico, si dovrebbe concludere che il primo s'identifica con le costruzioni scientifiche teoricamente perfette dell'economia classica, mentre il secondo corrisponde a un sistema economico, che, pur ispirandosi al modello ideale della scienza, se ne allontanò in pratica per più capi, non solo nel campo strettamente economico, ma anche e più in quello sociale. In quest'ultimo campo manifestazioni per così dire attribuibili del c. ed insieme sue particolari caratteristiche, furono lo sfruttamento sistematico del lavoro umano da parte dell'imprenditori e il sorgere dei monopoli di fatto a svantaggio dei consumatori. Nei paesi in cui scarse erano le disponibilità di capitale ed alta l'offerta di lavoro, stante la concorrenza, la libertà economica individuale significò per i lavoratori bassi salari, turni di lavoro eccessivamente lunghi, impiego al posto degli uomini delle donne e dei fanciulli, a tutto vantaggio dell'imprenditori, interessati a ridurre in qualsiasi modo i costi di produzione, anche a spese delle remunerazioni salariali, allo scopo sia di accrescere il loro profitto, sia di resistere alla concorrenza che anch'essi si fecero l'un l'altro per la conquista del mercato mediante la riduzione del prezzo delle merci. Le condizioni dei lavoratori furono senza confronti migliori nei paesi in fase di grande sviluppo economico e ben forniti di capitali, dove il mercato di lavoro assumeva una configurazione ad essi favorevole. Ma anche in questi paesi la concorrenza dell'imprenditorio provocò la rovina delle imprese, nelle quali la riduzione del prezzo non era preceduta da una parallela riduzione dei costi, e il loro assorbimento da parte di quelle economicamente meglio attrezzate, che riuscivano a dominare il mercato in maniera più o meno assoluta, privando i consumatori dei benefici della concorrenza. Più di frequente il dominio del mercato cadde nelle mani di gruppi compatti di imprenditori, i quali, piuttosto che continuare in una lotta divenuta spesso sleale e senza quartiere, preferirono riunire le proprie imprese in organismi associati (consorzi, sindacati industriali, trusts, cartelli), allo scopo di fissare il prezzo delle merci da praticare al mercato di comune accordo e nel comune interesse. In contrasto con il principio liberale da cui era sorta, l'economia capitalistica assunse dovunque, per quanto in misura diversa, un carattere monopolistico, permettendo ai detentori del capitale di esercitare arbitrarli predomini, se non sempre direttamente sulle categorie lavoratrici, sulla massa dei consumatori, ossia sull'intera popolazione, resa soggetta economicamente e politicamente a un numero limitato di uomini, la cui potenza economica sapeva anche imporsi facilmente ai rappresentanti dei pubblici poteri. Tra i monopoli capitalistici meritano di essere ricordati quelli che fecero capo ai dirigenti dell'alta finanza (grandi banche), i quali, mediante la loro partecipazione azionaria ai complessi industriali di maggiore importanza, poterono dominare interi settori e tutto il sistema dell'economia nazionale.
Somiglianti a quelli descritti all'interno dei singoli paesi furono i fenomeni che l'economia capitalistica presentò nel mondo internazionale, sia quanto alle competizioni dei processi dei beni capitali per la conquista dei mercati, da cui trasmesso investimento i contrasti politici e i conflitti armati tra i vari paesi; sia quanto ai monopoli, sorti dalla coalizione di complessi industriali dislocati in diversi paesi o dal possesso di risorse naturali di interesse mondiale da parte di singoli gruppi di proprietari; sia infine quanto alla ineguale distribuzione della ricchezza tra le nazioni. Particolarmente riguardo a quest'ultimo punto, in cui il c. ha dato le prove del suo fallimento sotto l'aspetto sociale, lo stesso fenomeno della concentrazione e della rarefazione della ricchezza tra le classi di un popolo si riscontra tra le nazioni, alcune bandanti di capitali, sotto forma di risorse del suolo e di grandi attrezzature industriali, esistenti nei loro paesi o negli imperi soggetti in qualche modo alla loro influenza, altre invece troppo numerose di popolazione in rapporto alle disponibilità economiche del territorio. Conseguenza di tale situazione di squilibrio tra gli uomini e la ricchezza è una forte disuguaglianza nel tenore di vita delle rispettive popolazioni e il ripetersi periodicamente delle crisi economiche mondiali, a cui è stato precedentemente accennato. La crisi rappresenta il punto più alto della curva delle cosiddette fluttuazioni cicliche, ossia di quei periodi di espansione e di depressione delle attività economiche, che ricorsero a intervalli pressoché regolari nei due secoli di vita dell'economia capitalistica. Pur ammettendo i gravi inconvenienti sociali che derivano dalla fase discendente di siffatte fluttuazioni, la teoria economica vi scorge tuttavia effetti positivi nella fase ascendente ed attribuisce la causa di tutto il fenomeno a una situazione di squilibrio tra il flusso del risparmio e il volume degli investimenti, determinata dallo stato di saturazione in cui si trovano i mercati disponibili in quel momento. Lo squilibrio verificatosi in un primo tempo in un dato paese si ripercuote poi anche negli altri, legati al primo da rapporti di commercio, fin quando, assorbita la ricchezza in eccesso dalle normali esigenze del consumo e superata in tal modo la depressione, prospettive di utili investimenti si riaprono al risparmio, permettendo la ripresa delle attività produttive e l'inizio di un nuovo ciclo economico. Ma la causa profonda delle fluttuazioni cicliche, più che allo squilibrio tra risparmio e investimenti, causa soltanto immediata e in certo senso locale del fenomeno, deve essere attribuita più propriamente alla prassi liberistica, quale fu attuata dal c. Il funzionamento di un sistema economico internazionale fondato sulla libertà degli scambi è possibile soltanto nell'ipotesi di una libertà che sia condivisa di fatto da tutti gli elementi che lo costituiscono, ossia dagli uomini, dai capitali e dalle merci, e insieme che ubbidisce alle esigenze dello stesso sistema, il quale deve presentare un certo equilibrio tra la disponibilità di capitale e l'ammontare della popolazione, e quindi tra i rendimenti di lavoro nei singoli paesi, condizione necessaria per stabili
lire tra di essi durature correnti di scambio di intensità più o meno pari d'ambito le parti. Senonché il criterio che presiedette nell'economia capitalistica all'esercizio della libertà economica furono i vantaggi immediati del paese e dell'imprenditori, senza alcun riferimento ai vantaggi futuri e ai giusti interessi degli altri paesi, per cui i capitali non affluirono, come sarebbe stato necessario, nei luoghi che ne erano più bisognosi, stante il profitto, se non inferiore, certo a scadenza più lunga che avrebbero dato. Inoltre il movimento degli uomini e delle merci, oggettivamente non attuabile nella forma descritta, fu ostacolato positivamente da alcune categorie di cittadini, interessati anche non si verificassero nella vita economica variazioni ad essi sfavorevoli. In particolare i produttori capitalisti ostacolarono l'entrata delle merci che pregiudicavano lo sviluppo della produzione all'interno; le classi lavoratrici dei paesi riccamente dotati si opposerono all'entrata di nuovi lavoratori, la cui presenza avrebbe spinto i salari al ribasso. Dal canto loro i governi, oltre ad assecondare tali esigenze delle categorie produttrici, non mancarono di porre altri ostacoli alla libertà dei traffici internazionali per motivi d'ordine politico. D'altra parte la libertà economica, quale fu intesa e praticata nell'economia capitalistica, mentre allungava sempre più le distanze tra i vari paesi, accentuando lo squilibrio tra gli uomini e i capitali in essi esistenti, dava luogo per naturale conseguenza ad eccessi di produzione, dovuti non già ad inevitabili errate valutazioni della capacità dei mercati, quanto all'impossibilità di far funzionare un sistema fondato essenzialmente sul principio di un reale equilibrio delle forze economiche tra le parti che lo compongono. Il lato debole del c. nel campo dei rapporti internazionali sta appunto in questo contrasto costituzionale tra le esigenze di equilibrio, imposte dalla logica stessa del sistema, nonché la necessità di conservare la vita economica nazionale in condizioni di stabilità, a cui sono interessate le popolazioni, e una libertà economica che, lasciata a se stessa, non è né può essere quale sarebbe richiesta da quelle esigenze. Per lo stesso motivo i tentativi ripresi più volte nell'intervallo tra le due guerre per tornare a forme più o meno moderate di libertà di scambi internazionali sono andati tutti falliti, compreso, per quanto è dato prevedere, l'ultimo del 1948, compiuto dalla conferenza per il Commercio internazionale (I.T.O.), in cui peraltro si è cercato di conciliare il ripristino di una qualche libertà nei rapporti economici tra le nazioni con le esigenze di una politica di «pieno impiego» all'interno di ciascun paese.
Per effetto degli'inconvenienti sopra descritti, a mano a mano che i popoli, e specialmente le classi lavoratrici, prendevano coscienza dei loro diritti sociali, l'economia capitalistico-liberale, che peraltro non è mai esistita allo stato puro, è andata progressivamente declinando. Già anteriormente alla prima guerra mondiale il c. aveva dovuto ripiegare su posizioni meno liberistiche all'interno dei singoli paesi riguardo al problema dei mutui rapporti tra le classi della produzione. Alle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro, da essi create per tutelare i propri interessi di categoria, furono opposte allo stesso scopo analoghe organizzazioni di lavoratori, che trasformarono il mercato di lavoro da un regime di quasi monopolio, detenuto dagli imprenditori, in quello di monopolio bilaterale, regolando i medesimi rapporti con il metodo dei contratti collettivi. I pubblici poteri furono inoltre solleciti di proteggere le categorie lavoratrici con opportune legislazioni sindacali, che disciplinarono anche sul piano giuridico la libertà d'azione degli'imprenditori rispetto ai lavoratori. Nel periodo tra le due guerre i rapporti di lavoro furono anche regolati mediante organizzazioni sindacali miste (varie specie di corporativismo), più o meno sottoposte all'influsso politico dello Stato, nei paesi retti con governi totalitari, tra i quali l'Italia, che, alla fine dell'ultimo conflitto, è ritornata all'antico sistema, a cui erano rimasti fedeli i paesi retti con governi democratici. Al termine della prima guerra mondiale il problema dei rapporti tra i produttori capitalisti e la collettività consumatrice ha avuto diversa soluzione secondo l'ordi
namento politico sociale dei vari paesi. Dove fu conservato, salvo limitate eccezioni, l'istituto della proprietà privata degli strumenti della produzione, i pubblici poteri, abbandonando il tradizionale assenteismo patrocinato dalla dottrina liberale, intensificarono sempre più i loro interventi nella vita economica della nazione, ricorrendo in particolare alla nazionalizzazione delle imprese di interesse generale (banche, mezzi di comunicazione, miniere, ecc.) e, specialmente dopo l'ultima crisi, a svariate forme di economia regolata, limitando più o meno severamente la libertà economica degli'imprenditori in conformità delle esigenze politiche e sociali della collettività. Dove invece è riuscito ad affermarsi il regime comunista, come è avvenuto nell'URSS fin dal 1917 e, dopo la seconda guerra mondiale, nei paesi posti al di là della «cortina di ferro», essendosi lo Stato e gli enti da esso dipendenti sostituiti in tutto o in grandissima parte ai privati possessori degli strumenti della produzione, i rapporti tra i produttori capitalisti e la collettività, insieme con quelli tra le classi della produzione, sono stati praticamente soppressi e inseriti nel sistema dei rapporti politici tra il cittadino e lo Stato, divenuto uno Stato supercapitalista nella società comunista. Nel campo dei rapporti internazionali i governi instaurarono generalmente una politica di protezionismo e di controllo dei traffici, particolarmente negli ultimi decenni, inasprendola poi negli anni della grande crisi del 1929, fino a creare un sistema di economie quasi chiuse nei propri confini (autarchia), allo scopo di tutelare la stabilità della vita economica nazionale, minacciata dall'entrata degli uomini e dei beni di provenienza estera. Il movimento degli uomini e dei beni viene promosso al presente con accordi internazionali tra i vari paesi, comprendenti talvolta interi gruppi di nazioni, come avviene per l'Europa occidentale, in vista di una futura unione economica tra i paesi aderenti al programma di ricostruzione europea (E.R.P.). Tali paesi dovrebbero con il tempo acquistare e conservarsi in una struttura che, integrandosi vicendevolmente e mediante un sistema ordinato di scambi plurilaterali, permetta il più utile impiego dei fattori produttivi disponibili in ciascuno di essi e uno stato di equilibrio e di migliore benessere per tutti. Un certo equilibrio internazionale nella distribuzione dei beni capitali è stato attuato nell'odierno periodo post-bellico in una forma del tutto nuova, sia nei principi che lo hanno ispirato, sia nei particolari con cui è stato concepito, con lo stesso programma di ricostruzione europea, in forza del quale rilevanti masse di ricchezza sono state trasferite d'autorità, in aperto contrasto con i principi liberali, dai luoghi in cui essa abbonda e fatti affluire come gratuite elargizioni nei paesi in cui è grandemente diminuita, specialmente dopo le rovine arrecate dal secondo conflitto mondiale.
Il sistema dell'economia regolata, adottato come provvedimento di carattere straordinario negli anni della crisi e poi continuato senza interruzione nei periodi di emergenza della guerra e della ricostruzione, è destinato a perpetuarne nella vita interna delle nazioni, almeno per quanto riguarda i paesi dell'Europa occidentale. L'unione economica europea, a cui essi tendono, importa infatti un'efficace azione dello Stato, che disciplini e indirizzi le attività individuali verso un armonico coordinamento delle varie economie nazionali, nell'intento di elevare la produzione e il benessere di tutti i paesi. Anche per quest'altro verso i classici postulati dell'economia liberale devono considerarsi ormai tramontati. Secondo questi postulati, sotto lo stimolo dell'interesse individuale, la libertà economica è il mezzo più idoneo per raggiungere il più alto livello della produzione, nel quale consisterebbe il fine dell'economia. Al contrario, come oggi sempre più diffusamente si ammette, fine dell'economia è non tanto l'aumento della ricchezza, quanto piuttosto una ricchezza distribuita secondo giustizia tra i vari ceti
sociali e i vari paesi del mondo, alla quale la libertà economica si è dimostrata incapace di pervenire da sola. Il problema della sopravvivenza del c., di cui spesso si parla, deve essere guardato in questa diversa impostazione dell’intero problema economico. Superati i principi del tradizionale liberismo, di un massimo prodotto indiscriminato e del privato interesse dell’imprenditore, quali unico fine e criterio dell’attività economica, da cui ebbe origine quel che fu detto lo «spirito» del c., tutto impegnato di utilizzarlo e di materialismo, si afferma ovunque, tanto nella teoria quanto nella prassi politica, il principio più umano e più giusto del benessere collettivo, al quale deve essere subordinato l’interesse individuale, che perciò occorre contenere in ben determinati confini. Non si tratta di sopprimere la proprietà degli strumenti della produzione e l’iniziativa privata, creando al posto dell’antico c. un più esodo c. di Stato; né tanto meno di arrestare l’evoluzione della vita economica o di modificare l’attuale struttura dell’economia moderna, ritornando a metodi di produzione più arretrati; ma piuttosto di stabilire in quali settori e fino a che punto, dato il progresso tecnico raggiunto dall’economia, gli strumenti della produzione e le scelte economiche devono essere lasciate alla discrezione dei privati proprietari ed imprenditori, perché contribuiscano al pubblico benessere di una più perfetta giustizia sociale e di un benessere sufficientemente diffuso nella collettività. Più che di sopravvivenza e di tramonto definitivo del c., la questione è di sapere quel che dovrà essere conservato dal c., per essersi dimostrato utile all’umanità, e quello che, per il motivo contrario, dovrà essere sottoposto a un processo più o meno radicale di revisione. Problema, come si vede, di limiti, oltre che di mezzi da impiegare, allo scopo di risolvere nel miglior modo, tenendo conto del fine naturale dell’economia e delle condizioni di fatto relative all’ambiente nazionale ed internazionale in cui il problema di pone. Tra i mezzi che oggi generalmente vengono adoperati nei paesi a regime democratico, oltre l’azione diretta e indiretta dello Stato nella vita economica della nazione e il controllo della pubblica opinione sulle sue esterni manifestazioni, si ricordano le cosiddette riforme di struttura, ancora, allo stato iniziale, dirette a trasformare il rapporto salariale in qualche forma di contratto di società, chiamando le categorie lavoratrici a partecipare alla gestione e agli utili dell’impresa insieme ai proprietari e imprenditori. Volendo sfuggire agli’inconvenienti dell’antico c. privato e del recente c. di Stato, si cerca, in altre parole, di battere una «terza via», intermedia tra i due estremi, lungo la quale l’economia dovrebbe incamminarsi, in modo da lasciare agire l’iniziativa privata in un raggio d’azione ben determinato, tale che non si opponga al raggiungimento dei fini sociali inerenti alla vita economica. Con le debite limitazioni della libertà individuale, il c. non è quindi destinato a scomparire del tutto, ma a rinnovarsi nella coscienza di una più sentita responsabilità sociale da parte dei possessori della ricchezza, non essendovi altra alternativa, oltre quella del supercapitalismo di Stato, che, insieme alla scomparsa della libertà economica, porta alla perdita di ogni altra libertà individuale.
IL PENSIERO DELLA CHIESA CIRCA IL C. – Il giudizio precedentemente espresso di una revisione, non soppressione totale del c. corrisponde al pensiero della Chiesa riguardo al medesimo problema. Le due
encicliche sociali di Leone XIII e di Pio XI, la Rerum novarum e la Quadragesimo anno, importanti anche per la compiutezza della sintesi con cui vi è descritto il c. nelle sue manifestazioni di carattere storico, e più di recente alcune lettere, messaggi e discorsi di Pio XII non condannano il c. in se stesso, in quanto sistema economico tecnicamente progredito fondato sull’iniziativa individuale e la proprietà privata degli strumenti della produzione. Perciò, essi presero posizione contro il sistema comunista e le forme estreme dell’economia regolata proprie degli Stati totalitari. Anzi, data l’attuale tendenza dello Stato di invadere il campo naturale delle attività individuali, ripetute volte i sommi pontifici hanno denunciato il pericolo di eccessivi interventi e di ingiustificate sostituzioni dei pubblici poteri nel settore dell’economia e dei rapporti sindacali, pronunziando sfavorevolmente sia sulla nazionalizzazione delle imprese, non richiesta dalle esigenze del bene comune, sia sugli ordinamenti politici che rendono «praticamente impossibile o vano il diritto di proprietà, così sui beni di consumo come sui mezzi di produzione», e affermando il diritto dei cittadini di associarsi, nell’ambito delle leggi, in organismi autonomi per la difesa dei propri interessi di categoria. In particolare Pio XII, sulle tracce dei suoi precedenti, ha additato il rimedio al presente più efficace per risanare uno degli inconvenienti sociali più gravi arrecati dalla dissociazione dei fattori della produzione, e cioè la subordinazione dei lavoratori agli imprenditori e la loro mutua diffidenza ed ostilità, nella costituzione di organizzazioni professionali e corporative di datori di lavoro e lavoratori, fondate sulla comunanza degli interessi e delle responsabilità, con le quali le categorie lavoratrici sarebbero chiamate a partecipare alla direzione dell’economia nazionale conformemente alla dignità di coefficienti consapevoli della produzione.
Ammessa infatti la legittimità dell’istituto della proprietà privata, non potendo la dissociazione dei fattori produttivi essere del tutto eliminata dall’attuale struttura dell’economia, per quanto la si possa ridurre estendendo le forme cooperative o quasi cooperative (azionariato, operaio) nella proprietà e nella gestione delle imprese, la soluzione migliore per correggere gli abusi del c. nei rapporti di lavoro sembra essere quella che, senza ricorrere all’azione diretta dello Stato, crea il clima ed offre i mezzi per una costante collaborazione delle classi, fondata sulla convergenza degli interessi riguardanti lo sviluppo della produzione. Per gli stessi motivi suddetti deve anche affermarsi la legittimità del contratto salariale, che la Quadragesimo anno nega essere «di sua natura ingiusto», «sebbene sia più prudente, che, quanto è possibile, ... venga temperato alquanto col contratto di società» – purché comporti una giusta remunerazione dell’opera prestata, tale cioè che, tenuto conto delle condizioni particolari dell’azienda e generali dell’economia nazionale, permetta al lavoratore e alla sua famiglia, insieme ad un onesto sostentamento, la possibilità di elevare il proprio tenore di vita e di accedere, mediante il risparmio, ad una sua proprietà.
Pio XII ha anche indicato con due felici espressioni l’irriducibile opposizione tra la dottrina sociale cattolica e la dottrina comunista quanto alle mete a cui tendono rispettivamente e ai metodi di azione, che esse propongono per raggiungerle. «Non tutti proletari, ma tutti proprietari»; «non rivoluzione, ma evoluzione»: un’evoluzione «concorde, ... progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme della giustizia e della carità». Sebbene le due frasi signi-
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chino aperta condanna degli obiettivi e dei metodi
comunisti, esse suonano implicitamente anche ripro-
vazione dei principi fondamentali e della prassi del
c. riguardo al fine dell'economia, al concetto di ric-
chezza nazionale, ai mezzi e alle forme che occorre
adoperare per meglio conseguirlo. Secondo la dot-
trina cattolica «la ricchezza economica di un popolo
non consiste propriamente nell'abbondanza dei beni,
misurata secondo un computo puro e prezzo mate-
riale del loro valore, bensì in ciò che tale abbondanza
rappresenti e porga realmente ed efficacemente la
base materiale bastevole al debito sviluppo personale
dei suoi membri». Gineché «l'economia nazionale,
come è frutto delle attività di uomini che lavorano
uniti nella comunità statale, così ad altro non mira
che ad assicurare senza interrompimenti le condizioni
materiali, in cui possa svilupparsi pienamente la vita
individuale dei cittadini».
La dottrina cattolica respinge quindi, tanto sul piano
scientifico (teoria classica), quanto sul piano pratico (eco-
nomia capitalistica liberale), una concezione dell'econo-
mia che intenda risolvere il problema della produzione
separatamente e indipendentemente dal problema della
distribuzione della ricchezza imposto sulle basi di una
vera giustizia sociale. Una scienza che studia il modo
con cui si accrescono le ricchezze delle nazioni, attraendo
dalle naturali esigenze dell'uomo e considerando i soggetti
economici quasi semplici centri di forza, senza il dovuto
riconoscimento della loro dignità di persona e il loro do-
veri morali, in una visione esclusivamente materialistica
della realtà sociale, è una scienza che Pio XI ha definito
costruita su «false opinioni» e su «fallaci supposti». Né
la coscienza cristiana può accettare in alcun modo un
sistema economico, che, ispirandosi ai principi di simile
scienza, genera o rende permanenti disuguaglianze sociali
incompatibili con il fine naturale dei beni materiali, su-
citando nella società nazionale e internazionale rivalità
e conflitti tra le classi ed i popoli. La Chiesa ha perciò
riprovato «come contrario al diritto di natura» il c. tran-
dizionale, in quanto causa, da un lato, di «eccessivi con-
centramenti di beni economici, che, nascosti spesso sotto
forme anonime, riescono a sottrarsi ai loro doveri sociali
e quasi mettono l'operaio nell'impossibilità di formarsi
una sua proprietà effettiva»; dall'altro, di una «innume-
revole moltitudine di coloro che, privi di ogni diretta
e indiretta sicurezza della propria vita, non prendono
più interesse ai veri ed alti valori dello spirito, che
si chiunque promette loro in qualche modo pane e tran-
quillità». L'economia capitalistica suole vantare vana-
mente al suo attivo di aver accumulato grandi quantità
di risparmio, che hanno reso possibile un aumento della
produzione senza precedenti nella storia, con cui si è
potuto soddisfare ai bisogni dell'umanità notevolmente
cresciuta durante l'ultimo secolo. Ciò tuttavia non in-
firma la gravità dell'accusa che quel risparmio fu troppe
volte frutto di indicibili rinunzie dei lavoratori, alle quali
furono costretti per un lungo periodo, fin quando, solo
più tardi, associati nelle organizzazioni sindacali, riu-
scirono a far piegare in loro favore le bilance della giu-
stizia nella ripartizione del prodotto.
Basta pensare che, limitatamente all'Italia, pri-
ma del 1898, anno in cui andò in vigore il codice
penale Zanardelli, lo sciopero era considerato come
reato; mentre la prima affermazione ufficiale d'im-
portanza internazionale, che negava potersi conside-
rare il lavoro come semplice merce, fu pronunziata
dalla neonata Società delle nazioni, qualche anno
dopo che il primo conflitto mondiale aveva dato i
suoi frutti di sangue versato sui campi di battaglia
di un intero continente. La Chiesa non ignorò l'inso-
stituibile funzione del risparmio nel processo eco-
nomico; che anzi ad esso esorta, come espressione
della virtù naturale della temperanza. Ma essa nega
che il risparmio debba essere soltanto un privilegio
di pochi e per giunta di quelli che nella scala dei bi-
sogni individuali abbiano raggiunto un così elevato
grado di soddisfazione, che equivale alla mancanza
di beni di prima necessità per grandi masse di popola-
zione. Il compenso dovuto al proprietario degli stru-
menti della produzione e all'imprenditore deve es-
sere bensì più alto degli altri suoi collaboratori, aven-
do essi la responsabilità dell'impresa e assumendosi
un rischio maggiore nell'iniziativa della produzione.
Ma essi hanno anche l'obbligo più degli altri «di
contribuire con il risparmio all'accrescimento del ca-
pitale nazionale. Siccome poi non si deve perdere di
vista essere oltremodo vantaggioso per una sana eco-
nomia sociale che tale accrescimento del capitale
provenga da fonti le più numerose possibili, è alta-
mente desiderabile, per conseguenza, «dirà Pio XII –
che gli operai possano anche essi partecipare con il
frutto del loro risparmio alla costituzione del capi-
tale nazionale». I fautori dell'economia liberale obiet-
tano a questo riguardo non potersi ottenere, nella
soluzione del problema della distribuzione secondo
i principi cattolici, una quantità di risparmio quale
sarebbe richiesta dalle esigenze della produzione,
particolarmente nei paesi poveri di capitale, dal mo-
mento che le categorie lavoratrici sono più proclivi
a destinare il proprio reddito alle immediate neces-
sità del consumo. L'obiezione però perde molto di
consistenza nell'ipotesi che il risparmio, specialmente
se modesto, venga opportunamente incoraggiato ed
efficacemente difeso da istituzioni di carattere sia
privato sia e soprattutto pubblico, essendo compito
generale dei pubblici poteri di venire incontro e di
aiutare o anche di sostituirsi all'iniziativa privata,
qualora essa non si riveli sufficiente per procurare
il bene comune della società, che nel caso in que-
stione consiste in un'equa distribuzione della ric-
chezza nazionale.
Del resto quest'ultimo punto riguarda più diretta-
mente il metodo con cui la concezione cattolica e quella
capitalistica ritengono doversi procedere per conseguire
il fine dell'economia. Nato e sviluppato nel primo
periodo della sua esistenza al tempo della cosiddetta
«rivoluzione industriale», il c. è rimasto in certo senso
rivoluzionario nel modo con cui ha attuato il suo pro-
gramma di una produzione massima in cifra assoluta.
La teoria classica aveva bensì dimostrato che la libertà
individuale e il privato interesse, mediante una rete
fittissima di azioni apparentemente sconnesse e disor-
dinate, avrebbe portato il sistema economico in una
posizione di equilibrio, qualora si fossero verificate le
condizioni ideali da essa supposte (si pensi alle «armonie
economiche» del Bastiat). Al contrario, non verifican-
do affatto o verificandosi solo molto imperfettamente
quelle condizioni, l'economia capitalistica ha dato luogo
a una serie varia e continua di squilibri di ordine non
solo sociale (squilibri nella distribuzione dei redditi in-
dividuati in uno stesso paese, nella distribuzione dei ca-
pitali e della ricchezza tra le regioni di uno stesso paese
e tra le nazioni del mondo), ma anche economico (squi-
libri tra risparmio e investimenti, tra produzione e con-
sumo), i primi rappresentati da una più o meno ineguale
partecipazione dei cittadini al godimento dei beni ma-
teriali e degli altri vantaggi del progresso economico, i
secondi da una perdita di ricchezza, sotto forma di fattori
produttivi e di beni di consumo non sufficientemente
utilizzati. Recenti e più accurate indagini del pensiero
economico maggiormente aderenti alla realtà hanno per-
tanto portato alla conclusione che lo squilibrio costituisce
la normalità della vita economica e che in particolare le
fluttuazioni cicliche precedentemente descritte, conse-
guenza appunto dei predetti squilibri economici, non
debbano essere ritenute, come in passato, fenomeni di
carattere patologico, ma semplicemente fisiologico, nell'ipotesi, ben inteso, di un'economia di mercato. Il divenire economico seguirebbe cioè di sua natura un movimento a forma di onda, in cui le fasi di espansione si alternano con quelle di depressione, determinati in primo luogo nei paesi ai quali di volta in volta spetta l'iniziativa economica mondiale e conseguentemente diffondendosi poi anche negli altri paesi. Il concetto di «ordine», che appare una vera conquista del primitivo pensiero economico, e tale fu certo sul piano strettamente scientifico dell'economia pura e nell'ipotesi di un mondo ideale, ha avuto ripetute smentite sul piano dei fatti. Oggi si parla piuttosto di un «ordine sui generis», che in pratica equivale a un vero e proprio disordine, generatore di disagio economico non meno che sociale, sia all'interno dei singoli paesi, sia nella società internazionale, la cui causa vien fatta risalire al principio della libertà individuale e del privato interesse, che costituì per così dire l'anima e la forza di propulsione del c. La dottrina cattolica non accetta una libertà economica posta esclusivamente a servizio dell'interesse individuale, insensibile alle esigenze sociali della collettività e in special modo delle categorie economicamente più deboli; né un'economia di mercato, espressione collettiva di quella libertà, che lascia sopravvivere solo i più forti, salvo poi ad esprimere in alcuni casi sotto il peso della loro stessa forza, come è facilmente visibile nei momenti di crisi, in cui si esaurisce l'esuberante produzione dei periodi di prosperità. «Quelli stessi, assai pochi di numero, che sembrano avere nelle loro mani, insieme con ricchezze più ingenti, le sorti del mondo; quegli stessi pochissimi uomini – rilevava Pio XI nell'enciclica Caritate Christi compulsi, mentre imperversava la grande crisi del 1929 – che con le loro speculazioni sono stati o sono in gran parte la causa di tanto male, ne sono essi stessi ben sovente le prime e più clamorose vittime, trascinando seco nell'abisso le fortune di innumerevoli altri». La stessa dottrina cattolica non può neppure accettare, se non altro per le funeste conseguenze di ordine sociale e politico che esso comporta nel campo dei rapporti internazionali, il concetto di un progresso economico che avanza con urti e sbalzi, facendo passare i vari paesi da un grande rigoglio a una grande indigenza pur nell'abbondanza dei beni precedentemente accumulati, a causa della indisciplinata libertà d'azione degli imprenditori, che ne muove e dirige la marcia. Si suole osservare dagli economisti liberali che proprio nei periodi di espansione, in cui le iniziative si moltiplicano progressivamente sotto lo stimolo di larghi profitti, il progresso economico compie i passi più decisivi verso ulteriori perfezionamenti, i quali restano definitivamente acquisiti all'umanità, una volta superato il periodo della depressione. Si risponde che altrettanto avviene nei periodi di guerra, quando gli imperativi dell'offesa e della difesa militare imprimono alla tecnica un moto fortemente accelerato, con risultati però troppo costosi per l'intera umanità, anche se ridondano in definitiva a suo beneficio nel periodo della pace. Similmente si dica per i progressi che l'economia mondiale suole registrare nei periodi di espansione, troppo duramente pagati in quelli della depressione; per cui è senz'altro da preferirsi una «evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentenza alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme della giustizia e della carità», anche se meno rapida, ma maggiormente continua e più costruttiva, piuttosto che una «rivoluzione», a cui in certo qual modo possono essere paragonate le innovazioni più o meno profonde nella tecnica della produzione, che la libertà individuale riesce ad attuare nella fase ascendente del ciclo economico.
I sommi pontefici, da Leone XIII a Pio XII, si sono pronunziati più volte contro il concetto di libertà economica e di libero mercato, campo di azione e principio orientatore di tale libertà, quale fu inteso nei due secoli di vita del c., e tanto più energeticamente, quanto più gli effetti negativi che ne derivarono superavano quelli positivi. «La libera con
correnza, quantunque sia cosa equa certamente ed utile se contenuta in limiti ben determinati, non può essere in niun caso il timone dell'economia», scriveva Pio XI nella Quadragesimo anno: «né tale ufficio direttivo molto meno può essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi tempi si è andata sostituendo alla libera concorrenza; poiché essendo essa una forza cieca ed una energia violenta, per diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente frenata e guidata... È necessaria che la libera concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e più ancora che la potenza economica siano di fatto soggette all'autorità pubblica, in ciò che concerne l'ufficio di questa. Infine le istituzioni dei popoli dovranno venire adottando la società tutta quanta alle esigenze del bene comune, cioè a dire alle leggi della giustizia sociale; onde seguirà necessariamente che una sezione così importante della vita sociale, qual'è l'attività economica, verrà a sua volta ricondotta ad un ordine sano e ben equilibrato». In questi ultimi anni Pio XII ha nuovamente riprovato quel c. che si arroga sulla proprietà un diritto illimitato, senza alcuna subordinazione al bene comune; come anche ha denunziato nella società contemporanea l'esistenza di «qualche congerio, che, lungi dall'essere conforme alla natura, contrasta con l'ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato ai beni terreni», contro il quale urta lo sforzo dell'operaio di migliorare le sue condizioni. Gli interni ordinamenti delle nazioni e l'azione dei pubblici poteri devono pertanto condurre insieme la economia nazionale al conseguimento del bene comune di una ricchezza equamente diffusa nella popolazione, in particolare eliminando le più gravi degenerazioni di una libertà non disciplinata, quali sono i monopoli, e in generale costruendo degli argini intorno alla libertà dei più forti, tendente naturalmente a sconfigurare al di là dei limiti del giusto. Il superamento del c. non è quindi, secondo il pensiero sociale della Chiesa, un'opera riservata esclusivamente ai pubblici poteri, come si sostiene dalla dottrina comunista e dai fautori di un'economia semplicemente centralizzata, ed anche dalla dottrina liberale, che invano la invoca contro i monopoli, allo scopo di conservare il mercato il più possibile nelle condizioni di concorrenza. Esso deve essere anche ed anzitutto il risultato di nuovi ordinamenti giuridici, che impongano alle classi della produzione, direttamente interessate alla soluzione del problema, una vicendevole rinunzia di una illimitata libertà e dei propri esclusivi interessi individuali, creando così le premesse di una fattiva e duratura collaborazione nella giustizia e nella pace sociale. Riguardo al settore dei rapporti economici internazionali Pio XII ha affermato la necessità di un ritorno «alle sagge e incrollabili norme di un ordine sociale, le quali sul terreno nazionale, come su quello internazionale, ergono un'efficace barriera contro l'abuso della libertà, non altrimenti che contro l'abuso del potere». In tale ordine nuovo, «fondato su principi morali, non vi è posto per i ristretti calcoli egoistici, tendenti ad accaparrarsi le fonti economiche e le materie di uso comune, in maniera che le nazioni meno provviste dalla natura ne restino escluse». Dopo gli esperimenti vanamente tentati dell'isolamento economico, nell'intervallo tra le due guerre, per sottrarsi alle conseguenze eccezionalmente dannose del c. nel mondo internazionale, le due esperienze dell'ultimo conflitto, originato in gran parte, come quello che
lo precedette, da motivi economici, hanno reso edotti i vari governi circa la necessità di attuare i principi promulgati dalla Chiesa, riesaminando il principio dell'assoluta sovranità dello Stato a difesa dell'interessi nazionalistici e ponendo le premesse di una cooperazione economica tra i paesi di un intero continente, primo passo verso una futura e più vasta cooperazione economica internazionale.