CAPITALE, SCRITTURA. -
I. NELL'EPIGRAFIA
Applicato a scrittura il termine « c. » significa « più grande », « più vistoso », quali solevano essere le lettere adoperate nei capita delle pagine e dei trattati. Non è parola di uso nel latino antico. Nel linguaggio tecnico non è però sinonimo di « maiuscola », ma designa quella forma di scrittura che appare sui più vetusti monumenti in pietra e che è ancora riprodotta essenzialmente nelle maiuscole delle stampe moderne. In tal senso essa si contrappone tanto alla corsiva come alla minuscola, ed anche all'onciale.Pare che anticamente fosse in uso un solo tipo di scrittura presso ogni popolo, sia greco che italico, con alfabeto che i Greci derivarono dai Semiti e gli Italici dai loro vicini Greci delle colonie calcediche (Cuma, Napoli, ecc.). Certo tutti i testi scritti più antichi mostrano lo stesso tipo di lettere, che sono in sostanza quelle dette più sopra capitali.
La c. greca presenta poca evoluzione nelle sue forme, e quasi solo ha le varianti rotonde in confronto delle quadrate già dai secc. III-II a. C., forme che si potrebbero chiamare onciali.
La c. latina, dalla sua forma più antica (c. arcaica), andò man mano ingentilendo il tratteggio, così che al tempo di Augusto ci presenta un tipo nobile, severo ed elegante insieme, nel quale le forme delle lettere sono perfettamente stabilizzate. Questo tipo ha due varianti fondamentali: la quadrata o monumentale e la c. attuaria o rustica.
La scrittura quadrata ha lettere molto larghe, con le aste rette perfettamente orizzontali o verticali, così che ognuna si può iscrivere in un perfetto quadrato o rettangolo. Fu usata correntemente sui monumenti e le lapidi marmoree, nei musaici, nei bolli e sigilli, nelle testate dei libri e dovunque la scrittura dovesse presentare uno speciale carattere di monumentalità. Essa si adattava in modo speciale all'incisione dello scalpello.
La c. attuaria o rustica è caratterizzata, al contrario, dalle forme più strette e slanciate, dalla tendenza dei tratti orizzontali a sfuggire verso l'alto, dalla depressione e parziale deformazione di tutti i tratti curvi, dall'abbandono frequente della verticale per l'inclinata. Come tale essa si adattava specialmente alla scrittura con penna e pennello, forse fu soprattutto prodotta dall'uso di questi strumenti. Quindi è ovvio che fosse per regola usata nella registrazione di atti pubblici e privati, onde il suo nome di attuaria. Ed era tanta la forza dell'uso che anche quando questi atti si dovettero incidere in materiale duro, come il bronzo o il marmo (rescritti di imperatori, atti degli Arvali, ecc.) vi furono scritti in rustica.
Del resto le due forme non restarono sempre total-
mente distinte. Nelle scritture su marmo meno curate, trascorrono spesso forme rustiche in mezzo a quelle quadrate; nei secc. III-IV, poi, e particolarmente nell'epigrafia cristiana, si mescolano continuamente lettere quadrate e rustiche, anzi con il degradare progressivo della calligrafia, tutta quanta l'epigrafe prende un aspetto sempre più rustico.
Il papa Damaso con la sua riforma calligrafica tentò un ritorno deciso alle più pure forme della c. quadrata, esagerandone ancora alquanto i caratteri di larghezza e severità, ma fu un'azione che ebbe poco effetto intorno e dopo di lui.
La c. latina nella forma posata è durata quasi invariata sui monumenti fino ai nostri giorni.
La forma corsiva (cursim ducta, cioè rapida) dovette sempre essere usata, da che si cominciò a scrivere fuori dei monumenti, per gli usi più comuni della vita. Sembra quindi che essa abbia anche uno sviluppo proprio indipendente da quello della c. Di fatto quando comincia ad apparire porta con sé i segni dell'arcasimo e del popolaresco.
Essa è essenzialmente la stessa scrittura c., ma tracciata in fretta e senza molta cura. Quindi spesso si staccano fra loro gli elementi di una stessa lettera, più spesso ancora si uniscono elementi
di due lettere successive; molti apici si allungano esageramente e tutta la scrittura si inclina facilmente a destra. Molto della sua caratteristica è data alla corsiva anche del mezzo con cui si scrive e dal fondo che riceve la scrittura. In generale si evitano gli angoli retti e le curve tendono ad attenuare le loro profondità e ad aprirsi. Anche nel genere delle lettere si introducono molti elementi onciali e minuscoli. Del resto non c'è un tipo solo di alfabeto corsivo; secondo i tempi e i luoghi si hanno forti varianti, anzi si può pensare che talora le più forti variazioni siano dovute all'imperizia di chi scrive e alla resistenza del fondo su cui si scrive.
La corsiva fu usata correntemente nei documenti privati e nelle brevi iscrizioni personali, pervenuteci per lo più su tavolette di cera e graffite sui muri dai visitatori. Le lettere che in essa più si allontanano dalla capitale sono a, b, d, e, h, q, r, s.
II. NELLA PALEOGRAFIA
Parallelamente alla scrittura lapidaria, si svolge dalla c. arcaica, che è scrittura esclusivamente epigrafica, pure una c. libraria, di cui si possono distinguere tre tipi: rustica, elegante e corsiva.Qualche trattatista riconosce la derivazione diretta dalla c. arcaica solo per quest'ultimo tipo, mentre la c. libraria vera e propria rustica e elegante

(da F. Steffens, Paleographic latina, ed. francese di R. Coulson, Parigi-Tresori 1918)
La c. elegante è il corrispondente paleografico della c. quadrata nelle lapidi: si tende oggi a riconoscervi una influenza delle forme epigrafiche della rinascita damasiana più che della lapidaria del 1 sec. Gli scarsissimi esempi a noi pervenuti (alcuni codici virgiliani, tutti mutili: l'Augusteo, parte alla Vaticana [Vat. lat. 3256; 4 fogli] e parte alla biblioteca di Stato di Berlino [2°, 416; 3 fogli]; il Sangellese [1394; 11 fogli]; il papiro di Ossirino [Oxyt. Pap. 1098] e forse il palinsesto Veronese [XL, 38; 51 fogli]) non risalgono oltre il sec. IV (è da osservare che gli scarsi frammenti di papiri ercolanesi, che sembrano offrirne un saggio, sono talmente mutili che non ci si può pronunciare con sicurezza neppure sul tipo di scrittura), ma si pensa che fosse in uso anche in età precedente. Il rapporto tra la larghezza e l'altezza per le lettere del suo alfabeto è tale che le lettere larghe (B, C, D, G, M, O, Q, ecc.) risultano perfettamente inscrivibili in un quadrato, gli ingrossamenti dei tratti tondeggianti sono tracciati secondo un asse che è perpendicolare al rigo (v. I). È una scrittura solenne, di carattere prettamente calligrafico e di uso piuttosto limitato: nel medioevo, tramontata come forma spontanea, continuò ad essere usata come scrittura di imitazione nei titoli, nelle rubriche, nei lemmi dei glossari.
La c. rustica corrisponde nel campo librario alla c. attuaria delle epigrafi. Le sue lettere hanno, rispetto alla c. elegante, uno sviluppo maggiore nel senso dell'altezza, e risultano pertanto inscrivibili in un rettangolo, con i lati minori nello stesso senso del rigo; gli ingrossamenti seguono un asse che cade obliquamente sul rigo, formando l'angolo minore a sinistra (v. TABORITI). Ha movenze più libere dell'elegante, con i tratti orizzontali spesso ondulati o che descrivono addirittura, a volte, uno svolazzo (P, L, più raramente T). Il nome indica semplicemente un elemento di distinzione rispetto alla c. elegante nel cui confronto risulta meno solenne, ma non denota affatto rozzezza di forme o di esecuzione, poiché anche la c. rustica è scrittura accuratissima e usata in codici di lusso. Già in uso nel sec. I dell'era volgare (se ne trovano i primi esempi nei papiri ercolanesi), fu la scrittura normale dei codici fino al IV sec. e rimase la scrittura libraria per eccellenza fino a tutto il sec. V, quando cominciò la prevalenza dell'onciale e della semionciale; sopravvisse però ancora per un secolo come forma spontanea, poi continuò ad essere
usata saltuariamente soprattutto per i titoli o le righe iniziali dei codici di pregio, come scrittura di imitazione: esempi perfetti sono frequenti soprattutto nel sec. IX. I manoscritti, che furono elencati dal Lehmann, sono in numero di 27, di cui 4 su papiro: particolarmente famosi i codici di Virgilio medico-laurenziano (XXXIX, 1), vaticano (Vat. lat. 3225), romano (Vat. lat. 3867), palatino (Vat. Palat. lat. 1631); il codice «bembino» di Terenzio (Vat. lat. 3226); quello parigino di Prudenzio (Paris. lat. 8084); il palinsesto ambrosiano di Plauto (G. 82 sup.) e il codice torinese di Sedulio (E. IV. 42).
La c. corsiva è la scrittura documentaria dell'età classica, in cui le lettere, di tipo c., sono tracciate con ductus corsivo, raramente unite da legature, più spesso in nesso. Il nome non è usato costantemente da tutti i trattatisti per indicare questa scrittura, che viene chiamata ora corsiva romana, ora corsiva antica, ora corsiva romana antica, a volte pure maiuscola corsiva. Lo Schiaparelli distingue addirittura una c. corsiva e una maiuscola corsiva, designando con quest'ultimo nome una scrittura mista, le cui lettere, in grande prevalenza maiuscole, tendono ad allontanarsi dalla forma originaria c., per
assumerne altre, derivate da quella in seguito ad evoluzione spontanea. Ma più che un tipo a sé, la maiuscola corsiva rappresenta una forma di transizione che preclude alla minuscola corsiva e le cui caratteristiche sono determinate da una duplice tendenza: di minuscolizzazione e di maggiore corsività. La c. corsiva è documentata nei papiri ercolanesi ed egiziani e nelle tavolette cerate pompeiane e daciche: ma sebbene la formazione delle lettere sia la stessa tanto nei primi che nelle seconde, l'aspetto generale della scrittura è diversissimo, a motivo della differenza di materia e di strumento scrittorio (v. tab. III). Più docile, più rotonda, più ricca di legamenti nei papiri, ineguale, dura, staccata nelle tavolette, fino ad assumere, nell'un caso e nell'altro, forme peculiari proprie.
Come per ogni scrittura, anche per la c. la distinzione tra la forma calligrafica e la forma corsiva ammette degli stadi intermedi, a cui lo Schiaparelli dà il nome di c. semicorsiva, citando come esempio il famoso papiro ercolanese 817, che contiene frammenti dell'anonimo carme De bello Actiaco. Ma nel caso della c. bisogna distinguere forme intermedie anche in altro senso, e cioè rispetto al campo lapidario e paleografico. Le caratteristiche scritture a pennello e a sgraffio, se possono riferirsi all'epigrafia per quel che riguarda la materia, sono però di pertinenza della paleografia rispetto allo strumento scrittorio. Per le scritture a pennello, ove si eccettuino scarsissimi esempi isolati che ripetono, con una certa rozzezza, l'alfabeto della c. quadrata, la documentazione è offerta unicamente dalle scritte murali di Pompei, quasi tutte di carattere elettorale. Le lettere presentano un aspetto particolare, strettamente legato alla peculiarità dello strumento scrittorio, che permette un tratteggio molto libero e dà rilievo alle sbarre e alle aste ondulate (v. IV): non è da escludere l'ipotesi, sebbene non prospettata dai trattatisti, che questa scrittura abbia suggerito la formazione della c. rustica (cf. soprattutto i codici di Virgilio «romano» e «palatino»). Le scritture a sgraffio eseguite con uno strumento acuminato sull'intonaco, presentano invece le stesse caratteristiche della c. corsiva delle tavolette cerate.

(da F. Steffins, Paleographic lattice, ed. francese di D. Gaulois, Parigi-Trevini 1918)