SOCIALIZZAZIONE

SOCIALIZZAZIONE. - Termine generico con cui vengono designati le finalità e il metodo propri delle scuole economiche socialiste e comuniste, diretti alla pratica abelizione della proprietà privata dei

mezzi di produzione, e alla loro attribuzione quale patrimonio collettivo della società.

Se l'attribuzione avviene in favore dei lavoratori addetti a ciascuna azienda, anche in casi singolari, si ha la s. in senso ristretto, la quale si accosta allora al cooperativismo. Se invece è in favore dello Stato, quale rappresentante di tutti i lavoratori, si ha la statizzazione o statizzazione, applicata nei monopolisti statali e, in Italia, nelle ferrovie. Nel caso di statizzazioni parziali, costituite da partecipazione dello Stato al capitale o alla direzione o alla gestione delle aziende, o da altra ingerenza sostanziale, oppure riguardanti determinati servizi pubblici o singole industrie o rami d'industria, operata da nazioni che non sono impegnate in un programma di s. o di statizzazione integrale, si parla più comunemente di nazionalizzazioni. Affini a queste sono le municipalizzazioni, per le quali i comuni divengono proprietari delle aziende per servizi pubblici di primaria importanza (acqua, gas, elettricità, trasporti, ecc.). I termini suddetti vengono però spesso confusi nell'uso pratico, specie giornalistico.

La s. di un'azienda può avvenire anche per volontaria determinazione di un imprenditore-capitalista, alzando la proprietà passa in tutto o in parte, per cessione onerosa, per convenzione o per donazione, al complesso dei lavoratori addetti all'azienda stessa. Il primo e cospicuo esempio ne fu quello della ditta Zeiss di Jena, per l'industria di lenti e strumenti d'ottica, che nel 1889 per libera disposizione del prof. Ernesto Abbe, erede del fondatore Carlo Zeiss, venne ceduta, attraverso una Fondazione Zeiss, al personale dell'azienda e alla città di Jena.

Allorché la s. viene imposta da un regime politico e spinta al suo estremo grado di realizzazione, essa si inquadra fatalmente in una economia pianificata (v. SANTIFICAZIONE): e il suo scopo non è, allora, quello di riconoscere proprietà, utili e libertà d'iniziativa alla mass media lavoratori, bensì l'altro di obbligare questi, sotto l'apparenza di proprietari, a seguire un programma di produzione prefissato e controllato dal potere centrale per suoi fini. Se questi fini fossero esclusivamente economici e se ai lavoratori venisse effettivamente lasciata la totalità dei profitti, il sistema potrebbe presentare almeno i vantaggi conseguenti alla centralizzazione dell'economia; a questi però farebbero sempre da contrappeso gli svantaggi della burocratizzazione delle funzioni economiche e della scomparsa di iniziativa e concorrenza, oltre gli altri legati al sistema pianificatorio.

Si è parlato recentemente (Canadà, Germania) di una sindacalizzazione delle aziende agricole e industriali; per essa le industrie di ciascuna categoria dovrebbero essere gestite dai sindacati-lavoratori della categoria stessa: ovvero i posti attribuiti agli operai nei consigli di amministrazione verrebbero occupati da rappresentanti sindacali ai quali sarebbe in tal modo aperta una nuova carriera di tipo borghese-capitalistico.

Il Parlamento di Bonn discusse nel luglio 1952 una proposta di legge in questo senso: ma, pur approvando che i lavoratori fossero rappresentati nei consigli di amministrazione della propria azienda in un rapporto variabile tra il 30 e il 50 per cento, e nelle sole grandi aziende escluse risolutamente i rappresentanti delle organizzazioni sindacali.

Verso forme di s. spontanea, cooperazione (v.) SALARIALE, REGIME (v.) in correlazione con il progresso sociale e con l'estendersi ed democratizzarsi del capitale: con che il capitalismo andrà progressivamente perdendo il suo attuale prepotere dovuto principalmente alla sua scarsità, alla sua concorrenza in poche mani e alla deficiente moralità sociale dei capitalisti; in genere. Il metodo e la gradualità del trapasso distinguono appunto le varie scuole economiche sociali, e più particolarmente le scuole socialiste, tra di loro e dal comunismo. Le prime si rendono conto che non bisogna oltrepassare certi limiti e conviene non provocare dannosi scoppiussioni economiche, ma dar tempo al formarsi di adatte mentalità e capacità tra i lavoratori; il comunismo ritiene invece che le classi capitalistiche non cederanno che alla violenza, e che pertanto ogni muta

mento della struttura delle aziende richieda quegli atti di forza che, secondo l'ideologia marxista, rappresentano una necessità imprescindibile a addirittura una legge scientifica.

I fatti smentiscono questa necessità: e la violenza inconsiderata e sistematica costituisce forse oggi la causa prima sia di perplessità e ritardi da parte degli imprenditori a prendere la supplante decisioni, sia della scarsa preoccupazione tra le masse operai circa la propria preparazione morale e specifica ai nuovi compiti.

Praticamente, e all'infuori dei rigidi binari socialisti, e comunisti, piuttosto che di s. si parla più elasticamente di riforme di struttura dell'azienda: termine che lascia libera la ricerca di forme e gradazioni meglio adattabili alla innumerevole varietà di aziende. Non è infatti possibile, né sarebbe in ogni caso da consigliare, una riforma della odierna struttura aziendale che sia eguale per tutte le aziende, grandi e piccole, antiche e recenti. Ogni legerazione in materia non potrebbe avere valore pratico se non dopo una lunga sperimentazione di forme varie di collaborazione, nate dall'iniziativa degli imprenditori.

A parte le realizzazioni spontanee, finora scarse di numero ma concrete di risultati positivi, possono considerarsi un primo passo evolutivo verso la s. i consigli di fabbrica e le commissioni interne, di valore per ora essenzialmente tecnico-sindacale e consultivo; nonché il progetto, con qualche rara e non felice applicazione per lo più in industrie dell'I.R.I. (Istituto Ricostruzione Industriale), dei consigli di gestione. La prova fatta in Italia e all'Estero (in Russia sono esclusi) non è però, finora, soddisfacente: tentativi di questo genere, come pure l'ammissione di elementi operai o di rappresentanti sindacali nei consigli di amministrazione delle società industriali, non possono aver successo reale se affrontati in climi arroventati di lotta e densi di illusioni fanciullesche.

Circa la produttività delle aziende socializzate, essa è generalmente aumentata in tutti i casi di s. spontanea: non è aumentata, oppure è diminuita talvolta sensibilmente, in tutti gli altri casi, tranne dove la s. fu potuta attuare in atmosfera e sotto forme di convinta collaborazione tra imprenditori e operai, come in Olanda.

Affine alla s. è l'azionariato operaio, rifiutato dai comunisti che vi vedono un incentivo all'imborghesimento dei lavoratori: con esso si rende gradualmente l'operaio partecipe agli utili e al controllo dell'azienda alla quale dà il proprio lavoro.

BIBL.: V. PARLAMENTO, Les systèmes socialistes, Parigi 1902; A. Marchal, L'action ouvrière et la transformation du régime capitaliste, 1914; G. Martinez, Un esempio di s. razionale e l'opera di uno scienziato, Firenze 1945; L. De Gobbi, Democrazia economica, Rovigo 1947; id., La partecipazione degli utili delle imprese, Roma 1948; ICAS, Appunti sulla evoluzione delle imprese, Milano 1949; S. Voinea, La socialisation, Parigi 1950; UCID, Relazioni umane nell'impresa moderna, Roma 1950. Mario Baroni