DONNA

DONNA. -

I. NATURA E PERSONALITÀ

La filosofia, per quello che riguarda la perfezione naturale e la dignità della persona; la Rivelazione divina, per quel che riguarda la perfezione soprannaturale e i rapporti con Dio, insegnano che la d. è uguale al l'uomo. Possiede infatti come l'uomo tutte le proprietà e facoltà che appartengono alla personalità umana e anch'essa è chiamata a partecipare alla vita soprannaturale della Grazia e per mezzo di questa a raggiungere l'ultimo fine: il possesso del premio eterno.

Questa sublime uguaglianza ci è insegnata nella S. Scrittura: «Dio creò l'uomo a sua immagine: lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina» (Gen. 1, 27); e nel Nuovo Testamento: «Infatti voi tutti siete stati battezzati in Cristo; vi siete rivestiti di Cristo. Non v'ha giudice né greco, né servo, né libero, non v'ha maschio, né femmina. Poiché voi tutti siete un solo in Cristo Gesù» (Gal. 3, 27-28). Dalla maniera con cui Gesù trattava la d. appare che Egli, in tutto e specialmente quanto alla vita soprannaturale, la metteva allo stesso livello dell'uomo. Un esempio si ha nelle sue relazioni con le due sorelle di Betania, Maria e Marta.

Pur realizzando ambedue l'umanità nei suoi elementi essenziali, l'uomo e la d. sono però tra loro divisi da alcune differenze che sarebbe errore gravissimo voler negare o anche solo diminuire; perché Iddio stesso ha voluto questa differenza in vista della ben diversa funzione alla quale ha destinato l'uomo e l'altra.

Anzi l'uomo e la d. non possono mantenere e perfezionare la loro uguale dignità, se non rispettando e mettendo in atto le qualità particolari, che la natura ha elargite all'uomo e all'altra, qualità fisiche e spirituali indistruttibili, delle quali non è possibile sconvolgere l'ordine, senza che la natura stessa venga di nuovo a ristabilirlo.

In armonia con il carattere proprio dell'uomo e della d., Gesù ha voluto che nella sua Chiesa soltanto gli uomini fossero chiamati ad avere e ad esercitare l'autorità ed il potere spirituale, con esclusione assoluta delle d., le quali perciò non sono capaci di ricevere validamente il sacramento dell'Ordine sacro. Tutto ciò viene eseguito dagli uomini, non perché la d. sia meno dell'uomo, ma perché la d. è diversa dall'uomo.

II. LA D. NELLA VITA PUBBLICA. - Non meno dell'uomo la d. è membro della società, tanto civile che ecclesiastica. Perciò anch'essa ha il diritto e il dovere di esercitare la sua propria influenza per provare il bene comune. Ciò che, secondo le norme di una giusta distribuzione degli oneri, può essere chiesto dalla d., dipende da molti elementi, dal carattere, dalle doti naturali e dai compiti speciali, ai quali il Creatore l'ha chiamata. Proprio la grande differenza naturale tra l'uomo e la d. fa capire che non è un'esigenza del diritto naturale che la d. prenda parte alla vita pubblica e politica, allo stesso modo dell'uomo. Perciò è un errore dire che il diritto della d. al voto politico in senso attivo e passivo (eletta ed elettrice) sia un diritto naturale. È però anche da evitare l'errore opposto, di dichiarare, cioè, che la concessione di diritti politici alla d. sia in contrasto con il diritto naturale o con i principi del cristianesimo.

Essendo fuori dubbio che un buon governo e una buona legislazione siano cose di grande importanza anche per la d., ne segue che essa ha il diritto (e l'obbligo) di esercitare la sua propria influenza a tal fine. Ma oltre al voto, ci sono per la d. anche altre maniere per esercitare grandissima influenza sull'andamento della vita politica, ed il principale è più efficace è la sua attività come buona moglie e buona madre, formatrice del carattere dei suoi figli, futuri cittadini e forse futuri governanti.

Dove però il diritto di voto è concesso alle d., esse hanno anche il dovere di farne uso; dovere tanto più grave, quanto più necessario è nel luogo l'intervento delle persone oneste per evitare gravi danni sia temporali che spirituali per il popolo.

III. LA D. E LA VITA SOCIALE. - Che la d. abbia un compito sociale è certo, ma soprattutto in seno alla famiglia. Nessuna infatti fa più per il benessere temporale e spirituale del suo popolo che la buona madre di famiglia. Certo, un numero cospicuo di d. sono chiamate a compiti sociali, pur non essendo spose e madri. Ma anch'esse ordinariamente si rendono più utili al bene della società e del popolo, se scelgono lavori propriamente femminili, a cui sono portate dalla loro stessa costituzione fisica e psichica: ad es., come governanti, come infermiere di ogni specie, come maestre di scuola, direttrici o assistenti di colonie per bambini, e simili.

IV. LA D. E IL LAVORO. - Non è di per sé in contrasto con la morale che la d. lavori fuori casa (nelle fabbriche, banche, uffici, ecc.). È però chiaro che un tale lavoro non è troppo compatibile con il compito della d. maritata, che abbia o no figli. Il mezzo più efficace per combattere questo grave male sociale è tener vivo, o, dove occorre, rinforzare nel popolo l'opinione che secondo il buon costume la d. maritata non va a lavorare fuori casa e i datori di lavoro non accettano d. maritata come lavoratrici. È chiaro che vi possono essere eccezioni come nel caso di vedove, per cui il lavoro è spesso l'unico mezzo per guadagnare di che sostenere la famiglia. Però il bene comune suggerisce di provvedere a questi casi con un sistema di assicurazione sociale. Anche la fondazione di una famiglia sul guadagno di lavoro di ambedue i coniugi è un male da combattere. La pratica porta con sé gravi pericoli morali, come la quasi necessità di evitare la nascita dei figli.

Per la d. maritata il lavoro fuori casa è spesso necessario o molto utile, sia per guadagnare il pane, sia per evitare una vita oziosa ed inutile. Però anche qui ci sono dei pericoli e per la società e per la d. stessa. Spesso le d. occupano i posti degli uomini,

così che questi sono disoccupati e restano nell'impossibilità di fondare una famiglia e così indirettamente la d. si chiude la via della sua propria vocazione: diventare sposa e madre. Il lavoro nelle fabbriche industriali ha per la giovane d. gravi inconvenienti, specialmente d'ordine morale.

V. NOTE STORICHE

Nei tempi antichi la d. generalmente era piuttosto la serva dell'uomo e un oggetto d'uso per godere i piaceri sessuali e procreare prole. Vi erano bensì delle eccezioni. Così presso gli Egiziani antichi la d., pur essendo sottomessa all'uomo, era in grande onore; così pure, benché in minor misura, presso i Greci e Romani. Presso i Semiti (Arabi, Ebrei, ecc.) la d. era considerata di grado inferiore all'uomo, anche spiritualmente, ed esclusa dalla vita pubblica e politica. Però ci sono nel Vecchio Testamento dei testi che manifestano che la d. sposata godeva una certa libertà di agire anche riguardo all'economia della casa.

Il cristianesimo, pur predicando che nella famiglia il marito è capo ed esercita quindi autorità anche sopra la moglie, ha alzato di molto la personalità della d., mettendola, come era giusto, sullo stesso piano spirituale dell'uomo. L'onore dato allo stato di verginità condusse alla fondazione di comunità femminili di grande importanza, dove la d. ebbe funzioni di autorità. Il Rinascimento, con le sue tendenze pagane, e la Riforma, che non ammetteva lo stato di verginità come un ideale dell'ordine soprannaturale, provocarono una diminuzione della stima per la personalità della d. La vita moderna, con lo sviluppo dell'industria, che ha tratto la d. fuori della casa e della famiglia, non ha contribuito a far crescere la stima e la rilevanza verso di essa. La partecipazione ordinaria della d. alla vita pubblica è un fenomeno abbastanza recente, come recente è il cosiddetto movimento femminista per l'equiparazione della donna all'uomo sul piano civile, sociale e politico (v. FEMINISMO).

BIBL.: Oltre la bibl. alla voce femminismo, cfr. A. D. Sertillanges, La femme catholique dans le monde contemporain, Parigi 1913; R. Bettazzi, D., Roma 1922; A. D. Sertillanges, La femme dans la société, Parigi 1934; G. von Lefort, Die ewige Frau, Monaco 1934; M. G. Zoli, Orizzonti di vita femminile, in Studium, 43 (1947), pp. 13-17.

VI. LA D. NEL DIRITTO. — Il diritto moderno (a differenza di quello di altre epoche) fa alla d. una posizione poco diversa da quella dell'uomo, e in particolare riconosce capacità (v.) giuridica riconosciuta all'uomo. Varie differenze tuttavia vi sono, soprattutto nel diritto pubblico (in molti Stati non è riconosciuto alla d. il diritto di voto o l'eleggibilità, oppure è molto limitata la sua capacità di ricoprire cariche o uffici pubblici), e, in minor misura, nel diritto penale.

Il diritto canonico, oltre alle disposizioni di diritto divino (p. es., la d. non ha capacità di ricevere gli Ordini e quindi neanche la potestà d'ordine; e da ciò discende anche l'incapacità ad avere potestà di giurisdizione e a ricoprire uffici ecclesiastici: cfr. CIC, can. 968 § 1 e 118), stabilisce varie altre norme relativamente alle d.: così esse sono considerate puberi al compimento del dodicesimo anno di età, e possono contrarre matrimonio al compimento del quattordicesimo, mentre per gli uomini l'età è in entrambi i casi di due anni superiore (can. 88 § 2 e 1067 § 1); è vietato alle d. di prendere parte attiva alle confraternite, potendovi essere ascritte soltanto per lucrare indulgenze e grazie spirituali (can. 709 § 2); possono però esser permesse dall'Ordinario del luogo associazioni di d. o per unioni presso chiese od oratori di religione, che abbiano come fine di attendere alla preghiera e godano soltanto di grazie spirituali comunicate (can. 712 § 3); salvo casi speciali, non dovrebbero essere incaricate di amministrare il Battesimo, se può farlo un uomo (can. 742 § 2); non possono avere incarichi relativi all'amministrazione dei beni ecclesiastici (can. 1520 § 1 e 1521 § 1); sono prescritte particolari modalità per la loro confessione (can. 910) o perché esse possano servire la

Messa (can. 813 § 2); è stabilito che in chiesa siano a capo coperto e decentemente vestite, e, se possibile, separate dagli uomini (can. 1262); non possono agire, nelle cause di beatificazione o canonizzazione, se non per mezzo di procuratore (can. 2004 § 1); solo la d. può essere soggetto passivo del delitto di ritto (v. can. 2353) e solo il ritto di una d. (non quello di un uomo) costituisce imperdente al Matrimonio (can. 1074). Per altre disposizioni riguardanti le d. maritate e le religiose, V. CONIUGI, DIRITTI E DOVERI dei; RELIGIONE. Pio Cipriotti

VII. LA D. NELLA ETNOLOGIA. — L'argomento verrà trattato sotto l'aspetto etnologico prendendo in esame la situazione della d., non presso i singoli popoli, ma presso i vari tipi di cultura, quali sono stati fissati dall'etnologia.

1. Presso i popoli detti raccoglitori

Presso questi, che sono etnologicamente i più antichi, la situazione della d. rispetto all'uomo è buona, essendo essa considerata pari all'uomo e la sua attività giustamente coordinata a quella di lui. Vi è inoltre tra i due sessi una conveniente divisione del lavoro: l'uomo, cacciatore o pescatore, si occupa della caccia, della pesca, della raccolta del miele, ecc., della costruzione del canotto, della costruzione di una casa più solida, degli archi, delle frecce e di altri utensili per i vari lavori; deve assistere la moglie nella cura dei figli, nel custodire il fuoco; deve procurarsi il materiale necessario per le armi e gli utensili, ecc.; in caso di seria necessità procura anche la legna e l'acqua; la d. si occupa essenzialmente della famiglia. Il matrimonio è monogamico e fatto per reciproco amore tra gli sposi, che, dopo il matrimonio, osservano regolarmente fedeltà fino alla morte. Il divorzio o non esiste o è raro; l'adultore è ritenuto un gran delitto e punito anche di morte. Vi è la credenza, come presso i Pigmei Bambuti dell'Ituri, in Africa, e fra gli Andamanesi, che Dio punisce gli adulti con il fulmine, le malattie e in altri modi. I figli e le figlie sono amati ugualmente dai genitori, senza distinzione, e questo amore paterno e materno è ricambiato dai figli e dalle figlie fino alla morte e indistintamente.

Anche lo Stato, che presso questi popoli è appena in germe, ha le medesime cure per ambo i sessi, come si manifesta chiaramente nell'unico suo atto veramente solenne, cioè nell'iniziazione della gioventù di ambo i sessi, che consiste nell'educazione alla religione e alla morale tradizionali, agli usi e costumi del clan, e finalmente nella dichiarazione di maggiore età con diritto al matrimonio, se dalle prove iniziative sono giudicati idonei. L'unica differenza è questa, che il capo del clan e il consiglio degli anziani — dove questa organizzazione esiste — sono costituiti dagli uomini e non dalle d., benché la moglie del capo goda gli stessi onori del marito. Anzi per le leggi di separazione dei sessi, constatate presso alcuni di questi popoli, per cui un fratello maggiore è una persona della generazione ascendente e non può parlare o avere comunque relazioni con la moglie di un fratello minore e di un parente della generazione discendente, essa ha la stessa autorità del marito su tutte le d. del clan, inferiori a lei per età.

Nella civiltà più antica dunque, per questa situazione di naturale uguaglianza dei sessi e la loro relativa armonica attività sociale, la d. è veramente la compagna dell'uomo, la sposa, la madre. Tale situazione di uguaglianza però non si osserva più o solo raramente, come si vedrà brevemente, nelle civiltà economicamente e socialmente superiori, che perciò acquistano caratteri veramente speciali e rappresentano esperimenti umani, ricchissimi di profondi insegnamenti.

2. La d. presso i pastori nomadi. — Essa è un'eterna minorenne; prima del matrimonio dipende dal padre; dopo il matrimonio dipende dal marito; alla morte di questi dipende dal figlio maggiore. I figli ereditano, le figlie no. Siccome la pastorizia è un'attività tutta maschile e richiede unità d'azione e un gran numero di capi di bestiame, affinché la famiglia possa vivere, si è sviluppata l'autorità stragrande del capo di famiglia, il

desiderio di avere un gran numero di figli maschi e si sentita la necessità che questi, anche dopo il loro matrimonio, restassero sotto l'autorità paterna per accudire ai numerosi greggi. Perciò, la d. diviene economicamente insignificante, specialmente presso quei popoli pastori, dove alla d. si proibisce persino di mungere. Se un pastore non avesse prole o avesse soltanto figlie, si reputerebbe sfortunato. Un segno di una situazione d'inferiorità della d. è la compra della sposa, poiché nel contrarre un matrimonio la famiglia dello sposo deve pagare una somma alla famiglia della sposa, benché i pastori vogliano negare a quest'atto il carattere di compra. Mentre all'uomo è permessa la poligamia, dalla d. si richiede la castità e si giudica severamente il suo adulterio. Questa virtù della castità importa, certamente, nella d. esercizio di virtù e dominio di se stessa. Presso i nomadi pastori non vi è più l'iniziazione della gioventù. La famiglia, sviluppandosi grandemente con cinque, nove e più generazioni di consanguinei e loro mogli, riduce quasi a nulla la vita dello Stato (tribù). L'autorità del padre di famiglia diviene dispotica, diminuisce la libertà dei figli, anzi la toglie loro completamente nel matrimonio, che è fatto solo dai genitori, o meglio, generalmente dal capo di famiglia attraverso intermediari. Tale dispotismo si manifesta specialmente nel diritto di vita o di morte sui figli e sulle figlie. Se si riflette che presso i popoli pastori il matrimonio è per sé monogamico, e come tale fondato sulla religione, la fedeltà dei coniugi fino alla morte è di regola; il divorzio è raro; l'adulterio è un grave delitto, che può essere condannato anche con la pena di morte; si comprenderà facilmente che la posizione della d. se non giuridicamente, almeno praticamente è abbastanza buona. La civiltà dei pastori nomadi è la più importante di tutte nella storia umana, perché essa nell'incrocio con le altre civiltà ha dato origine a grandi Stati e imperi, che particolarmente conosciamo dalla storia.

3. Nella civiltà totemista

Balza qui subito agli occhi dello studioso la grande preminenza dell'uomo, la esaltazione della sua forza, dei suoi istinti guerrieri e brutalì e della passione sessuale; la d. è in una situazione di avvilimento, di grande inferiorità e diventa soprattutto uno strumento di piacere dell'uomo. Ma proprio in questa civiltà si può osservare bene il significato, l'importanza delle forze e attività femminili nella formazione della personalità umana e nell'ordinata organizzazione sociale, si può vedere inoltre, quale sia il campo riservato alla d., e quale il suo proprio regno. L'economia totemista è la grande caccia e questa è cosa tutta maschile con tutte le attività che vi sono connesse; la d. ha il lavoro della casa e altre attività secondarie. La d. è come una eterna minorenne, e senza alcun diritto. Con l'iniziazione il giovane è separato dalla madre e dalla sua famiglia e posto nella casa dei giovani circondati, e d'ora in poi deve osservare le leggi di separazione dei sessi, cioè la proibizione di incontrarsi, di stare insieme, di conversare, di convivere, anche se moglie e marito. Così presso i Tugheri della Nuova Guinea il marito può lavorare in parte con la moglie, ma non può abitare con lei, ma solo con gli altri vecchi della sua età. L'iniziazione delle giovani non esiste, e dove esiste è di carattere sessuale come quella dei giovani. Questi e tutti gli adulti sono divisi in classi di età, che spesso trovano la loro corrispondenza anche nei raggruppamenti delle d. del clan, la quale, per es., presso i Tugheri, incominciano per le ragazze dagli 11-12 anni di età. In questo caso si hanno non solo le case dei giovani, ma anche delle giovani con la proibizione di accesso all'altro sesso. Presso altri popoli totemisti, come presso i Masai dell'Africa orientale, queste case servono al fine opposto, perché qui è permesso ai giovani della tribù di scegliersi una giovane o un gruppo di giovani, con le quali può avere rapporti sessuali, onde le giovani della tribù diventano una specie di prostitute.

Per quanto importante, dunque, sia la manifestazione del progresso sociale, raggiunto nella civiltà totemista sotto l'aspetto delle associazioni libere e statali, questo progresso è costato un alto prezzo, cioè è avvenuto con un gran danno della d. e della famiglia. Nel totemismo il pervertimento morale portò a quello religioso e diede grande sviluppo alla magia e alla superstizione.

4. Nel matriarcato

La d. al contrario di quanto avviene nel totemismo, occupa qui una situazione tale che nei primi studi dello sviluppo di questa civiltà, cioè finché l'uomo non reagisce, porta l'avvilimento dell'uomo come tale e come padre. La d., che nella cultura più antica contribuiva al sostentamento della famiglia, raccogliendo i frutti spontanei della terra, i cibi vegetali, pensò alla coltivazione del terreno, per ottenerli così con il proprio lavoro, dando perciò origine all'agricoltura. Naturalmente la d. divenne proprietaria del campo, del granaio, della casa e degli strumenti di lavoro, della ceramica e della tessitura, che sono sue invenzioni e che trasmette in credità alle figlie. I figli e le figlie appartengono alla famiglia e tribù della madre e ne prendono il nome. Il marito non abita con la moglie; egli, appartenendo alla famiglia della propria madre, è come uno straniero nella famiglia della moglie e come tale ritenuto anche dai figli. Egli di tempo in tempo va a visitare la moglie; così appunto avveniva in Giappone fino al sec. VII dopo Cristo. In questa prima forma di matriarcato il fratello o il più vecchio della famiglia occupa un posto speciale nella famiglia rispetto ai figli della sorella, essendo questi spesso con lui in relazioni sociali molto strette, come se fosse il loro padre; per la sorella poi diviene procuratore. Lo zio materno continua ad occupare questo posto speciale rispetto ai nipoti, figli della sorella, anche quando il marito, in un altro tempo di sviluppo del matriarcato, va ad abitare presso la moglie, come avviene, p. es., presso i Ciam dell'Indocina francese: anzi, egli lascia la sua proprietà non alla propria prole, ma alla prole della sorella, che perciò non eredita dal proprio padre.

5. Nelle culture miste

Da quanto si è detto risulta che la situazione della d., eccettuata quella di uguaglianza in quasi tutte le manifestazioni della vita nelle civiltà più antiche, è una situazione d'inferiorità, più o meno profonda, sia presso i popoli, totemisti e allevatori di bestiame come pure presso quelli matriarcali per reazione del sesso maschile. Cambia questa situazione quando tali popoli vengono ad incrociarsi tra loro. L'etnologia insegna che quando s'incrocia il totemismo con il matriarcato la situazione della d. peggiora di molto. Infatti il totemista, che direzza per sé la d., osservando l'utilità che può provenirgli dalla d. coltivatrice del suolo cercherà, guidato dal suo spirito organizzatore, di procurarsi più d. che può per farle lavorare.

Quando i pastori nomadi si sono incrociati e mescolati con i popoli delle altre civiltà, si sono avute formazione di Stati e imperi, come si è detto, con lo sviluppo spesso rigoglioso della cultura materiale, sociale e intellettuale (scrittura e letteratura, diritto, scienza, filosofia e arte), formazione e sviluppo dovuti alla forza dominativa e organizzativa dei pastori e alla coesistenza dell'industria e arte totemista e dell'agricoltura matriarcale. Le nuove civiltà, risultanti dall'incrocio e mescolamento, assumono forme molto varie, cioè secondo la potenza e la forza di assorbimento e di resistenza dei popoli totemisti e matriarcali, organizzati e dominati. Dando un giudizio generale di questa civiltà, si può dire che lo sviluppo civile esteriore o intellettuale non ha portato con sé un'elevazione della persona umana, perché è mancata, generalmente, una giusta e armonica correlazione tra famiglia e Stato, tra attività maschili e femminili e si è avuto un regresso morale e religioso. La situazione d'inferiorità della d. o non cambia o diviene più profonda e umiliante. Sorge, infatti, l'harem dei re, degli imperatori, dei principi e dei ricchi, si rende sistematica la poligamia, il concubinato, la schiavitù della d. e, per diverse ragioni, anche dell'uomo.

6. Considerazioni conclusive

Dal rapido sguardo, che si è dato ai differenti tipi della civiltà umana sotto l'aspetto femminile, risulta chiaramente anzitutto che ogni progresso umano è legato necessariamente, naturalmente all'armonica correlazione tra l'uomo e la d., tra la famiglia e lo Stato. Pure ammettendo la identica natura e la parità fondamentale dei diritti, si deve riconoscere la diversa funzionalità sociale dei sessi:

L'attività dell'uomo è principalmente nella società e nello Stato, quella della d. nella famiglia. Vi sono delle leggi, poste da Dio creatore nella natura umana, che l'uomo deve riconoscere e seguire, convenientemente, per vivere una vita bene ordinata e raggiungere il fine della famiglia e dello Stato e soprattutto la perfezione della sua personalità, perfezione voluta da Dio e a cui deve tendere tutta l'attività familiare, sociale e statale, come a suo fine naturale per la glorificazione di Dio, creatore e fine dell'universo.

Bibl.: M. Maran, G. Beal, Le féminisme de tous les temps, Parisi 1901; H. Schurtz, Altersklassen und Männerbündle, Berlino 1902, p. 49; H. Webster, Primitivisme secret sociétés, Nuova York 1908; trad. it., Bologna 1922, pp. 28, 30, 32 e passim; H. Lammens, Le berceau de l'Islam, L. Roma 1914, pp. 278-87; W. Schmidt - W. Koppers, Volker und Kultur, Gesellschaft u. Wirtschaft der Völker, Ratisbona 1924, pp. 252, 268, 283 e passim; L. Frati, La d. italiana, Torino 1928, con estesa bibl.; W. Koppers, La famille dans les civilisations primitives et secondaires (Semaine d'ethnologie religieuse, Lussemburgo 16-22 sett. 1929) nella rivista Les documents de la vie intellectuelle, Juvisy 1930, pp. 166-91; K. Mayo, Mutter Indien, vers. 1-2, 1932, p. 75; H. M. Maran, La religion inhumaine et la tradition, Lausanne 1932, p. 67 e passim; S. M. Shirokogoroff, Social organisation of northern Tungus, Sciangai 1933, pp. 10, 26; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesdienste, V. E.