FEMMINISMO (dal franc. féminisme). È il complesso delle teorie, questioni e lotte agitate e condotte in sede femminista per l'equiparazione della donna all'uomo sul piano civile, sociale e politico, implicitamente, per la sua emancipazione. Tale emancipazione, già maturata nei suoi postulati fondamentali per opera specialmente del cristianesimo, per cui le differenze fisiologiche non costituiscono nessuna barriera per l'uguaglianza morale, se pur arrestata o rallentata nei secoli, dalla antichità latina fino a tutto il Settecento, originò il determinarsi del vero e proprio problema femminista solo in tempi assai recenti, si che il movimento femminista è fenomeno tipicamente moderno: come moderni e per lo più, anzi, contemporanei sono i suoi momenti più risoluti i suoi più avanzati progressi. Non si può infatti attribuire spirito femminista a quella certa emancipazione, politica o culturale, goduta dalla donna nella società romana o rinascimentale o settecentesca; perché quelle furono, per così dire, parentesi occasionali di una sua relativa sociale influenza ed emergenza, ma non tappe di una vera e propria campagna di rivendicazioni quale è quella cui si dà ormai specificamente il nome di f.
Il f. è un portato dell'evoluzione della società, della sua struttura, delle sue mutate condizioni e condizioni economico-giuridiche. Perciò anch'esso risale alla Rivoluzione Francese, a quel moto cioè che rivoluzionò, con le sue tante difese dei diritti dell'uomo, anche la compagine ideologica del vecchio conservatorismo antifeminista. Si considera infatti atto di nascita del f. la Dela-ration des droits de la femme che Olympe de Gouges presentò all'Assemblea Costituente nel 1791. Le sue proposte, pelizioni e proteste, i clubs femminili da lei organizzati furono le prime manifestazioni audaci dell'idea femminista che si stava affermando come movimento, e che ebbe poi credito nei teorie socialisti francesi, quali Ch. Fourier, E. Cabet, P.-J. Proudhon, C.-H. Saint-Simon. Il Fourier usò per primo, nei riguardi della donna, la parola «emancipazione». Poco dopo, nel 1792, anche i Inghilterra veniva vanta la primissima femminista della «Vindication of the Rights of the Women» di Mary Wollstonecraft, che postulava per le donne educazione per i quali degli uomini e propugnava la scuola statale mista. Pure del 1792, in Germania, è lo scritto Uber die bürgerliche Verbesserung der Weber di Th. von Hippel.
Così impostata si trovò la questione femminista in Europa alle soglie dell'Ottocento. La novità e lo sviluppo dell'economia europea del primo Ottocento e il fermento di idee sociali sul terreno nazionale e internazionale agevolarono nel corso del secolo il consolidamento delle teorie femministe e il loro graduale sociale riconoscimento. Fautori efficaci di tale f., dapprima essenzialmente teorico, furono intellettuali e scrittori di tendenze democratico-socialiste, come la George Sand, o economici, come Stuart Mill, forti del loro individualismo liberale nella difesa più integrale della umana personalità. Il fatto di trovare questo movimento promosso da confini del socialismo e del liberalismo, e più le esagerazioni a cui questi si abbandonavano, fecero da parte cattolica guardare all'inizio con sospetto al movimento (cf. N. Marini, Il valore scientifico delle nuove teorie intorno alla donna, Roma 1887), ma si finì poi con il secernere le sane rivendicazioni, rispondenti in pieno al pensiero cristiano, dalle esagerazioni dottrinarie e pratiche.
Il libro dello Stuart Mill, The Subjection of Woman (Londra 1869; trad. it., Lanciano 1926) si considera il testo base della dottrina femminista e contiene i presupposti teorici e divulgativi del suo sviluppo moderno. Per esso le prime rivendicazioni femministe si ebbero appunto in Inghilterra: ammissione delle donne al voto nei consigli municipali (1869) e nei consigli di contesa (1885), abolizione dell'autorizzazione maritale (1882), libertà di organizzazione come la Social and Political Union di suffragette (diretta nel 1903 da Emmaline Paukhurst), libertà di comizi e dimostrazioni pubbliche.
Per le stesse rivendicazioni si battevano contemporaneamente le associazioni femministe delle altre nazioni, finché la guerra mondiale 1915-18 per le urgenze continenziali e le guerre sono un'importante svolta nella storia del f., e ne garantì la più rapida fortuna. L'obbligata assunzione di donne in tutti gli uffici, pubblici e privati, non cessata, anzi intensificata nel dopoguerra, avvalorata dal rendimento del personale femminile in ogni forma di attività (operai, professionisti, impiegatari) diede il collaudo all'equiparazione economico-produttiva del due sessi e ne affrettò l'equiparazione sul piano giuridico-sociale. Sono già del 1915-17 nella Germania, in Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Polonia, U.R.S.S., Spagna, Stati Uniti, le donne elettrici ed elettrici deputati, ministri, sottosegretari, diplomatici. Dal 1918 le donne furono elettrici ed elettrici anche in Inghilterra, dal 1946 lo sono anche in Italia. Qui il movimento femminista non fu mai organizzato e clamoroso come in Inghilterra e in America, ma non meno sentito moralmente ed economicamente, si da conseguire notevoli risultati. Un f. meno socialistico e materialistico, più idealistico e spiritualistico; meno teorico e più pratico.
Decaduta ormai l'antica pregiudiziale dell'inferiorità muliebre e dell'esclusiva egemonia dell'uomo, le donne sono ormai entrate in tutte le forme di attività: commerciale, industriale, culturale, artigiana, politica, parlamentare; alle donne sono aperte tutte le facoltà universitarie, quasi tutte le carriere e le professioni.
Ragioni economiche e ideali hanno concorso insieme a tali successi del f., che oggi, a mezzo sec. XX, può dirsi giunto al punto culminante della sua para-
bola di realizzate rivendicazioni. Su esse deve anche fermarsi, per non dannosamente degenerare andando troppo oltre. Alcune correnti estremiste del f. sacrebo, infatti, p. es., per la sparizione della famiglia come istituto morale, economico, giuridico.
«E verso la donna si volgono — come osservava recentemente e autorevolmente S. S. Pio XII — vari movimenti politici, per guadagnarla alla loro causa. Qualche sistema totalitario mette dinanzi ai suoi occhi mirifiche promesse: uguaglianza di diritto con l'uomo, protezione delle gestanti e delle puerpere, cucine ed altri servizi comuni che la liberano dal peso delle cure domestiche, pubblici giardini d'infanzia e altri istituti, mantenuti e amministrati dallo Stato e dai comuni, che la esimono dagli obblighi materni verso i propri figli, scuole gratuite, assistenza in caso di malattie». Quanto osservava a proposito S. Santini nella stessa occasione può fare il punto a tutto il movimento feminista: «Non si vogliono negare i vantaggi che possono ritirarsi dall'uomo dall'altro di questi provvedimenti sociali, se applicati nei debiti modi... Rimane però il punto essenziale della questione... la condizione della donna è con ciò divenuta migliore? La uguaglianza dei diritti con l'uomo ha, con l'abbandono della casa ove ella era regina, assoggettato la donna allo stesso peso e tempo di lavoro. Si è messa in non cale la sua vera dignità e il solido fondamento di tutti i suoi diritti, vale a dire il carattere proprio del suo essere femminile e l'intima coordinazione dei due sessi; si è perduto di vista il fine inteso dal Creatore per il bene della società umana e soprattutto della famiglia. Nelle concessioni fatte alla donna è facile scorgere, più che il rispetto della sua dignità e della sua missione, la mira di promuovere la potenza economica e militare dello Stato totalitario, cui tutto deve essere inesorabilmente subordinato» (AAS, 37 [1945], p. 288).
Tuttavia, come l'autorevole voce ancora insegnava, nella presente condizione giuridica, sociale, economica, morale della donna, nel regime di perfetta parificazione, per quanto sia desiderabile rimettere il più possibile in onore la missione della donna nel focolare domestico, questa non deve dimostrarsi ritrosa al movimento che la trascina, di buona o di mala voglia, nell'orbita della vita sociale e politica. Ella deve concorrere con l'uomo al bene della civitas, nella quale in dignità uguale a lui, e concorrervi secondo la sua natura, i suoi caratteri, le sue attitudini fisiche, intellettuali e morali.
Tutto ciò è una questione non tanto di attribuzioni distinte, quanto del modo di giudicare e di venire alle applicazioni concrete.