SAMOTRACIA, MISTERI DI

SAMOTRACIA, MISTERI di. - Dopo quelli celebrati ad Eleusi, i m. di S. furono tra i più famosi nel mondo greco. Varie erano le leggende sulla loro istituzione e provenienza, ma meglio rispecchiate la realtà storica è forse quella che faceva provenire il culto dei « Grandi iddii » cabriici dalla regione dell'Ida (Frigia).

Accanto a questa tradizione miracolistica ve ne era un'altra tendente a derivare i m. di S. dalla Tracia. Infatti, con Erodoto (2, 51) si hanno le prime notizie storiche su tali misteri che egli attribuisce ad un'epoca antichissima e ad un popolo che si riteneva avesse preceduto i Greci sul suolo ellenico: i Pelasgi, nei quali, data la vicinanza del territorio e l'affinità delle manifestazioni religiose, sono da riconoscere - almeno in questo caso - le genti di Tracia. Alla notizia di Erodoto si può accostare quella di Diodoro di Sicilia (5, 47), secondo cui ancora al suo tempo in molte cerimonie religiose di S. era conservato il dialetto caratteristico delle genti indigeni (pelasge?). Verso la fine del IV sec. a. C., e poi specialmente nell'epoca ellenistica, S. diviene un centro di primo ordine, tanto da rivaleggiare con Eleusi: Demetrio Poliocrate innalza la famosa statua della Nike nel 306; Lisimaco pone i santuari nell'isola sotto la sua protezione; Perseo, sconfitto dai Romani, si rifugia in questa isola, dove pure si ritira Tolomeo Filometore; entrambi testimoniano la grande estimazione devota di cui godeva l'isola, vero e proprio inviolabile luogo d'asilo.

Ai m. di S. accorsero in gran numero anche i Romani, i quali ne fecero una specie di santuario nazionale, grazie alla tradizione che i Penati di Roma erano gli stessi dèi di S., trasportati a Troia da Dardano, e di là a Roma da Enea (Dionigi d'Alicarn., I, 61, 68). Ancora al tempo di Libanio (IV sec. d. C.) i m. di S. si celebravano regolarmente.

da secoli l'occhio fisso sul Messia futuro; lo si attendeva rivestito di regio potere (Gen. 49, 8 sgg.; Num. 24, 17 sgg.). S. pone un'altra pietra miliare: l'atteso sarebbe stato un re della famiglia di David, ed avrebbe avuto regno sempiterno (II Sam. 7). Occorreva perciò mostrare come dalla "giudicatura" si fosse passati alla potestà regia; come fosse fallito il tentativo del beniaminita Saul; come la potestà di David, malgrado difficoltà innumerevoli, si fosse stabilmente affermata.

Il testo originale ebraico di S. ha sofferto come quello di pochi altri libri del Vecchio Testamento; salva tuttavia la sostanza, sia quanto alla storia che alla dottrina. Del resto, la critica testuale dà valido aiuto a sanare molte di queste ferite inferte dal tempo. Testo base è il testo masoretico (Biblia Hebraica di R. Kittel-P. Kahle, Stoccarda 1937). Di primissima importanza è la versione greca dei Settanta del sec. II a. C., trasmessasi in varie recensioni (comunemente vien letta nella edizione di A. Rahfis, Septuaginta, Stoccarda 1935); è in genere d'una straordinaria fedeltà, ma ha, nei confronti del testo masoretico, sia lacune sia eccedenze notevoli. Le lacune più celebri sono in I Sam. 17-18, su cui è difficile il giudizio. Di minore aiuto sono le versioni aramaica (Targum di Ionathan, sec. I a. C.), siria (Péštitá, d'incerta epoca), latina vetus (sec. II d. C.) e geronimiana (Vulgata, 393 d. C.; ed. critica benedettina del 1944). Va ricordato qui che molte sezioni di S. si trovano pure nel libro dei Paralipomeni; ciò è di grande aiuto alla critica, ma suscita insieme molteplici problemi.

La canonicità di S. non è stata mai posta in dubbio, né nel giudaismo né nella Chiesa.

Il libro, insieme a magnifica unità di disegno, presenta disuguaglianze notevoli. Ha molti tratti ove la descrizione è minutissima (p. es., I Sam. 1; 9-10; 25; II Sam. 9-20), senza però pretendere a forma biografica completa; molti altri tratti invece, di maggior valore storico, politico, sociale, sono redatti in forma schematicissima (p. es., I Sam. 7, 15 sgg.; 14, 47-52; II Sam. 8, 1-18, ecc.). Molte pagine sono autentici capolavori narrativi; altre sono aride numerazioni. Infine, qualche episodio è riportato più d'una volta con considerevoli differenze. Si può da ciò concludere: a) il libro non è una narrazione di getto, ma una compilazione da varie fonti, scritte e orali, preesistenti; b) la compilazione fu fatta da un unico autore, con un piano preciso; non fu stratificazione successiva di documenti; c) anche se talora si devono ammettere "duplicati", vere contraddizioni forse non si danno mai (esame a parte merita I Sam. 17-18, ove non è risolta la questione testuale); in genere si ha lo stesso fenomeno che si constata tra le varie narrazioni dei Vangeli sinottici; d) la maggior parte del materiale risale all'epoca stessa dei fatti (concorde è il giudizio circa II Sam. 9-20).

L'autore dell'intero libro è ignoto, ma dovette vivere nei secc. x-ix a. C.; l'appendice (II Sam. 21-24) infatti non poté essere aggiunta dopo il sec. VIII, quando già esisteva il libro dei Salmi, che contiene II Sam. 22. In seguito il libro subì ancora qualche intenzionale ritocco, ma di lieve importanza.

Nel campo razionalistico abbondano le ipotesi, spesso arbitrarie, che danno risultati mirabolanti e contraddittori, per l'estrema soggettività dei criteri. Fallito, p. es., è finora ogni tentativo di separare i documenti primitivi (J. Wellhausen, 1871): cosa che, del resto, non risolverebbe una sola difficoltà.

La storicità è solidamente fondata, per l'antichità delle fonti, la spiccata imparzialità di giudizio e le molteplici conferme, quantunque talora solo indirette.

P. es., la situazione religiosa e politica concorda con quella descritta nel libro dei Giudici; la cronologia dell'invasione dei Filistei corrisponde ai dati egizi e la loro presenza in certe località (Bethsan; pressi di Gerusalemme) è stata confermata dall'archeologia; l'affermarsi di una forte monarchia nazionale in Israele storicamente si com

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prende per le contemporanee condizioni precarie della Assiria e dell'Egitto, attestate dalla storia rispettiva. Istituzioni politiche (uffici di corte: II Sam. 8, 16 sgg.; 20, 23 sgg.) e militari (i «trenta»: II Sam. 23, 13-20) sono di derivazione egiziana.

L'importanza di S. è grandissima, dal lato sia artistico, sia storico, sia religioso. Il valore artistico è ammesso comunemente, e rifugge specialmente nella pittura dei caratteri, che sono una moltitudine. Il racconto è d'un interesse sempre nuovo e vario, con imprese avvincenti (I Sam. 14), sentimenti profondi, collere e idilli, entusiasmi e scoramenti: la vita intera. Per la storia della prima monarchia e del profetismo S. è insostituibile; aumenta inoltre le nostre cognizioni circa usi, mentalità, credenze. Religiosamente, il primo interesse di S. deriva dal messianismo: letterale (II Sam. 7; 23, 1-7; I Sam. 2, 10) e figurativo (David tipo del Cristo sofferente e tradito); ma abbondano gli insegnamenti di carattere morale, specie riguardo al peccato ed al perdono.

BIBL.: commenti: H. P. Smith (Edimburgo 1899); P. Dohme (Pavia 1910); S. R. Driver (2a ed., Oxford 1913); W. Caspar (Lipsia 1926); K. A. Leimbach (Bonn 1936); A. Médeville (Paris 1940); M. Rehm (Wurzburg 1940). Tra gli innumerevoli studi generali: O. Fissfeldt, Die Komposition der Samuelsbücher, Lipsia 1931; L. Hylander, Der literarische Samuel-Saul Komplex, 1932; A. Clamer, Rois I-II, in DThC, XIII (1937), coll. 2775-2805; M. Rehm, Textkritische Untersuchungen zu den Parallelstellen der Samuel-Königsbücher und der Chronik, Münster 1937; G. Hülscher, Die Anfänge der hebräischen Geschichtsschreibung, Heidelberg 1942; E. Robinson, Samuel und Saul, in Bulletin of the Rylands Library-Manchester, 28 (1944), pp. 175-206; Ch. Keeley, An approach to the books of Samuel, in Catholic biblical quarterly, 10 (1948), pp. 254-70; P. A. H. De Boor, Research into the text of I S. 1-16, Amsterdam 1938; id., Research, I S. 18-31, in Outdistantents: the Studies, 6 (1949), pp. 1-100. Gino Bressan

SANABALLAT (ehr. Sanballat), in accadico Sin-ubalit «[il dio] Sin diede la vita»). - Governatore (pehâh) di Samaria al tempo di Artaserse I, che, approfittando dell'anarchia di Gerusalemme dopo la caduta, spadroneggiava nella città, con un tal Tobia

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San Benedetto Polirone - Interno della chiesa abbaziale. Navata centrale del sec. xili trasformata su disegno di Giulio Romano ( $153^{8-42}$ ).