SACRO

SACRO. - Antico latino sakros, recente sacer, da sancire, per religione o per legge, è ciò che è ritenuto inviolabile e perciò interdetto all'uso profano. Detta interdizione può dipendere da un motivo sacrale non scritto, ma tramandato per tradizione nel seno del gruppo sociale che non può violarla senza danno.

Il s. è ambivalente, in quanto può nuocere a chi gli si appresa senza le dovute cautele lustratorie che debbono usarsi tutte le volte che il s. e il profano si incontrano; mentre invece è fonte di benessere per chi si presenta ad esso in condizioni di santità o perché egli stesso ne è rivestito (re, sacerdote) o perché vi si è preparato con le prescritte purificazioni. È noto dalla Bibbia l'episodio di Oza (II Sam. 6, 6-8) che cade esanime per aver sostenuto con la mano l'Arca santa pericostante a causa di un passo falso dei buoi che la trascinavano. È pure noto dall'insegnamento catechistico che chi si accosta a ricevere un Sacramento dei vivi senza possedere lo stato di Grazia, ne riceve morte spirituale anziché aumento di vita.

Santo invece è ciò che è riconosciuto tale in seguito a una sanzione del gruppo o di chi lo rappresenta. In Roma antica, il tribuno della plebe godeva di una auto-rità sacrosanta, perché la sacralità ossia inviolabilità della sua persona gli era garantita dal giuramento collettivo emesso dalla plebe in suo favore e la santità era una conseguenza del riconoscimento ufficiale che, sia pure a malincuore, lo Stato dovette farne. Che questo riconoscimento rivestisse una forma religiosa si deduce da Livio (III, 55) il quale dopo aver narrato la fine del decennio, afferma che i nuovi tribuni furono confermati con cerimonie religiose e quum religione inviolata e così, tum lege etiam fecerunt.

BIBL.: R. Otto, Das Heilige, Breslavia 1920; M. Eliade, Traité d'hist. des religions, Parigi 1949, pp. 15-45.