SACRO ROMANO IMPERO

SACRO ROMANO IMPERO. -

I. IMPERO CA- ROLINGIO

Fu fondato da Carlomagno re dei Franchi, dei Longobardi e patrizio di Roma assumendo la corona imperiale per mano di papa Leone II la notte di Natale dell'800 nella basilica di S. Pietro in Roma. Era la conclusione di tutta l'opera militare di Carlo: con la sottomissione dei Longobardi e dei Sassoni egli aveva portato a termine quello che era stato il programma della monarchia merovingia: la unificazione di tutte le tribù germaniche sotto l'egemonia franca.

Questo immenso Stato barbarico, il cui re imponeva a tutti la fede cristiana, appariva agli occhi delle persone colte come provvidenziale: difesa della cristianità, propagazione della fede. Carlo era considerato come il capo del popolo cristiano ed il rinnovatore dell'II. Alcuno e gli altri letterati della Corte franca insistono molto sul carattere virtualmente imperiale del Regno di Carlo; affer

mano che la prosperità di Carlomagno è indispensabile all'II. della cristianità, augurano che egli rimanga a lungo al governo dell'II. Carlo aveva del resto assunto da molti anni atteggiamenti più simili a quelli degli imperatori bizantini che a quelli dei suoi predecessori merovingi: si occupava di questioni religiose, dalla liturgia e dal culto alla organizzazione chiesa, al dogma; come Costantino e Giustiniano egli appariva già come rex et sacerdos.

La cerimonia dell'incoronazione avvenne secondo il rituale bizantino: incoronazione da parte del Papa, l'adorazione e l'acclamazione da parte dello stesso, della nobiltà romana, del popolo di Roma. Carlo aveva per l'occasione indossato le vesti imperiali romane; nelle bolle dei suoi diplomi si scrisse: Renovatio Romani Imperii, nel protocollo dei diplomi usò la formola Augustus... Romanorum imperium gubernantis; nelle monete comparve con il diadema in capo ed il manto romano sulle spalle. Negli ambienti romani e franchi si disse ora che era stato rinnovato l'II. romano.

L'elemento romano nella costruzione imperiale di Carlo rimase vago e completamente esteriore. Carlo, dopo un soggiorno di pochi mesi, abbandonò Roma e non tornò più in Italia. La sua autorità politica fu sempre legata alla qualità di re dei Franchi e dei Longobardi; egli considerò l'II. come una specie di alta magistratura di natura morale e religiosa che dominasse su tutto il mondo cristiano e vi imponesse la pace e l'ordine. Tale concezione è affermata solennemente nel grande Capitolare dell'800: la giustizia doveva essere il programma di governo e tutti i funzionari dello Stato franco dovevano inspirarsi a tale ideale. Sostanzialmente non si può dire che Carlo abbia adottato idee nuove in politica interna dopo l'800, ma certo era tale missione religiosa e morale venne ad essere resa più autorevole, più solenne, perché collegata con la tradizione romana imperiale e cristiana.

L'incoronazione romana provocò vive contestazioni da parte del governo di Costantinopoli. Carlo cercò di parare le accuse trattando con Irene un matrimonio: caduta l'Imperatrice riprese le trattative con l'imperatore Niceforo, fallite le quali si venne a guerra aperta, sul confine orientale (specie nell'Adriatico). Solo nell'800 si venne ad un'intesa: Carlo fu riconosciuto come imperatore dall'Imperatore bizantino: ora tra i due vi fu societas (alleanza) ed amicitia (cordialità). Risolta la questione, Carlo poté provvedere alla successione; nell'800 aveva spartito tra i figli i Regni, nell'800 incoronò egli stesso imperatore, collega, il figlio Ludovico nella basilica di Aquisgrana (2 sett.).

Ludovico il Pio successe al padre (28 gen. 814) nella stessa posizione di re dei Franchi e dei Longobardi e di imperatore romano. Nell'800 acconsentì a che venisse ripetuta l'incoronazione dal papa Stefano V appositamente recato a Reims, e fu allora introdotto il rito dell'unzione con gli oli sacri: il Papa affermava che il suo intervento era necessario per dare perfezione alla cerimonia dell'incoronazione. Ludovico assunse il titolo divina ordinante providentia imperator augustus senza accennare a Roma. Era forse una clausola dell'accordo franco-bizantino? La politica imperiale di Ludovico è quella stessa del padre. Ma ora si discuteva già dei rapporti tra Regno franco ed I.: come accordare l'indivisibilità del potere imperiale con la divisibilità dei domini franchi? Il problema fu risolto dall'Ordinatio Imperii di Ludovico il Pio del luglio 817: successore nell'II. sarebbe stato il figlio primogenito Lotario con la maggior parte dei territori, i figli cadetti avrebbero avuto un regno ciascuno, ma in dipendenza dal maggiore. L'Ordinatio fu approvata alle Diete di Nimcga e di Thionville (821). Lotario fu incoronato dal padre ad Aquisgrana già nell'817; nell'823, disceso in Italia, fu incoronato a Roma dal Papa che riaffermò così la necessità del suo intervento per il perfezionamento della incoronazione. Nell'825 Lotario fu associato dal padre nel governo. Tale concezione unitaria dell'II., che acquistava valore territoriale, era stata proposta dal ministro di Ludovico, Wala, l'abate di Corbie.

Nelle lotte civili determinate dalla necessità di asse

gnare un dominio a Carlo il Calvo, figlio delle seconde nozze di Ludovico, e poi in quelle scoppiate dopo la morte di Ludovico tra i suoi figli, scompare la concezione unitaria ludoviciana con il primato del maggiore dei principi. Dopo il Trattato di Verdun (843) si stabilì tra i principi carolingi con la spartizione dell'I. il regime della fraternità, alleanza permanente basata sulla fratellanza, allo scopo di conservare la pace.

Lotario I conservava solo una preminenza onorifica, grazie al titolo imperiale. Nell'8go fece incoronare e consacrare imperatore dal Papa il figlio Ludovico II, con il quale però la dignità imperiale venne ad essere solo un vano titolo senza contenuto. Dopo la morte di Ludovico (873) il Papa intervenne attivamente nella vicenda del titolo imperiale; successivamente furono incoronati Carlo il Calvo, Carlomanno di Germania. Carlo il Grosso che nell'884 riunì, per la morte di tutti i Carolingi, nelle sue mani tutto l'I. di Carlomagno. Ma ora la centralizzazione era un sogno: Francia, Germania. Italia vivevano una vita autonoma e con la morte di Carlo il Grosso (13 genn. 888) avvenne lo sgretolamento definitivo del grande I., fallito per il suo ondeggiare tra la semplice unità spirituale e la realtà territoriale. Dopo l'888 avvenne ancora in Italia tentativi di ricreare l'I. Guido di Spoleto, Arnoldo di Germania, Ludovico di Provenza, Berengario I si fecero incoronare in Roma dal Papa, ma il loro era oramai un inutile titolo; troppo debole era la base politica per riaffermare il principio imperiale.

BIBL.: J. Bryce, The Holy Roman Empire, Londra 1864, trad. it., 3a ed., Milano 1904; opera invecchiata, ma fondamentale. Su Carlomagno V. A. Kleinehaus, Charlemagne, Parigi 1934; I. Halphen, Charlemagne et l'Empire carolingien, 1914; sulla incoronazione dell'8go, fondamentale, K. Heldmann, Das Kaiserstum Karl der Grosses, Theorie und Wirklichkeit, Weimar 1928; sull'evoluzione dell'I. V. A. Kleinehaus, L'Empire carolingien, Ses origines et ses transformations, Parigi 1902; sulle teorie dell'età carolingia V. Lilienfeld, Die Anschauungen von Staat und Kirche im Reich der Karolinger, Heidelberg 1902.

II. IMPERO TEDESCO

Si indica con tale nome l'I. medievale cristiano creato da Ottone I re di Germania con l'incoronazione imperiale avvenuta in S. Pietro a Roma, il 2 febbr. 962, per mano di papa Giovanni XII, e sciolto dall'imperatore Francesco II di Lorena con la dichiarazione del 6 ag. 1806. Ideologicamente l'I. ottoniano si collegava con quello carolingio di cui non era scomparso il ricordo nostalgico nella classe ecclesiastica e colta, ma la base territoriale ora fu solo il complesso Germania-Italia a cui poi si aggiunse la Borgogna per l'annessione avvenuta sotto Corrado II nel 1032. L'espressione «S. I.» compare già nell'età di Federico Barbarossa (1132-1190); l'espressione «S. R. I. della nazione tedesca» compare sotto Massimiliano I (1493-1519). Nelle sue origini l'I. romano tedesco è una suprema dignità civile semireligiosa, distinta dalle istituzioni monarchiche dei tre Regni: l'incoronazione romana ne stabilisce il legame con la tradizione; la consacrazione ne afferma il carattere spirituale; la germanicità risulta dell'essere la dignità imperiale trasmissibile soltanto a principi eletti re di Germania.

L'elezione a re di Germania e futuro imperatore avviene nella Dieta dell'I. a cui intervengono tutti i feudatari laici ed ecclesiastici di Germania. Alla fine del sec. XII emergono tra i feudatari i principi, cioè i signori feudali che dipendono direttamente dalla corona; gli altri intervengono, non più per decidere ma per aderire. Nel sec. XIII il diritto esclusivo di elezione si restringe ai pochi principi che tengono le alte cariche della corte. Nell'età dell'interregno (1254-72) si precisa la teoria degli elettori: si parla dei vescovi di Magonza, Colonia e Treviri, i cancellieri cioè dei tre Regni, del conte palatino del Reno, senescalo, del duca di Sassonia, maresciallo, del margravi di Brandeburgo, ciambellano; si discute del re di Boemia, coppiere, ma non tedesco. Sul numero degli elettori e sui diritti elettorali delle varie dinastici si discute sino alla «Bolla d'oro» di Carlo IV (1356) che stabilisce le norme: l'elezione avvenga a Franci, a maggioranza, gli elettori siano i tre principi ecclesiastici, e quattro laici, il duca di Baviera, il duca di Sassonia, il re di Boemia, il margravi di Brandeburgo. Nel 1648 nel Trattato di Vestfalia fu riconosciuto come ottavo elettore il conte palatino del Reno; nel 1692 fu dichiarato nono elettore il principe di Brunswick-Lüneburg.

L'I. fu dunque riconosciuto tradizionalmente di diritto elettivo sebbene in pratica l'ereditarietà venisse imposta dalle case predominanti che lasciavano agli elettori solo il diritto di acconsentire. Così gli imperatori appartengono a poche dinastici: la sassone (942-1003), la francona (1024-1125), la sveva (1137-1254), la lussemburgese (1347-1437), l'asburgica (1437-1740), la lorense (1743-1806). Alla creditarità si ribellarono i principi solo alla morte di Enrico VI (1197); il principio di elezione fu riaffermato nell'elezione di Enrico II (1004), di Lorenzo III (1125), di Ottone IV (1198), di Arrigo VII (1308). Gli elettori si divisero tra diversi pretendenti: nel 1125 tra Lotario III e Federico, nel 1198 tra Ottone IV e Filippo di Svevia, nel 1256 tra Alfonso di Castiglia e Riccardo di Cornovaglia; nel 1314 tra Ludovico II e Bavaro e Federico d'Asburgo. Dal principio del sec. XII si usò designare con il titolo di re dei Romani il re di Germania già incoronato in Aquisgrana e designato per l'elezione imperiale; Federico Barbarossa introdusse l'uso di far designare il futuro successore nel Regno e nell'I. pure con il titolo di re dei Romani e dal sec. XIII tale titolo finì per sostituire nell'uso il titolo di re di Germania. Alcuni imperatori non incoronati a Roma conservarono per tutta la vita il titolo di re dei Romani, così Filippo di Svevia (1198-1207), Enrico Raspe (1246-1277), Guglielmo d'Olanda (1247-1260), Alfonso di Castiglia (1256-1284) ed il suo rivale Riccardo di Cornovaglia (1256-1272). Così i re della fine del sec. XIII, Rodolfo d'Asburgo, Adolfo di Nassau ed Alberto d'Asburgo (1272-1308), poi Roberto conte Palatino (1400-110) ed Alberto II (1437-139). Massimiliano d'Asburgo ottenne da Giulio II di chiamarsi Imperator electus (Erwählter Kaiser).

Di solito le incoronazioni erano tre: ad Aquisgrana, come re di Germania, a Milano (od a Monza), come re d'Italia, a Roma come imperatore. Qualcuno si recò anche in Borgogna per farvisi incoronare re. L'ultimo imperatore incoronato re d'Italia a Milano fu Carlo IV (1356); Federico III fu l'ultimo Imperatore incoronato a Roma (1452); Carlo V fu l'ultimo Imperatore incoronato dal Papa in Italia, a Bologna, in S. Petronio (1530). Dopo, a partire da Ferdinando d'Asburgo, si usò una incoronazione unica a Francoforte, perché I. e Regno germanico erano ormai una sola cosa.

L'incoronazione imperiale aveva un significato mistico ed un valore giuridico ed era necessaria per dare perfezionamento all'assunzione al trono. Poiché la tradizione ottoniana stabiliva che essa avvenisse per opera del Papa, questi pretese il diritto di approvare l'elezione regia avvenuta in Germania e quindi il diritto di scelta in caso di elezione contestata tra due pretendenti. Questo diritto fu sostenuto energicamente da Innocenzo III contro i principi tedeschi e da Giovanni XXII contro Ludovico di Baviera. L'incoronazione comprende la prestazione del giuramento di fedeltà al Papa, l'unzione con i sacri oli, la consegna della spada, dello scettro, dell'anello, poi del sec. XIII anche del globo; ordinato suddaiacono, il neoimperatore assiste il Papa nella celebrazione della Messa, partecipa come persona sacra alla Comunione sotto le due Specie (non più però nel sec. XV), è accolto come canonico dai Capitoli di S. Pietro in Vaticano e di S. Giovanni in Laterano.

L'I. r. germanico ereditò le concezioni politico-religiose carolingie. E cioè la difesa della Chiesa e della ortodossia, la conservazione della pace, il propugnare la giustizia e la fede contro i nemici interni (eretici) ed esterni (infedeli). Da questa concezione religiosa scaturisce una concezione politica: tutta la cristianità è de

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iure soggetta all'I.; l'imperatore è il capo morale del popolo cristiano e la fonte del diritto, organo universale di giustizia. Queste concezioni sono svolte dai politici imperialisti e dai giuristi, da Pietro Crasso a Dante (De monarchia, Divina Commedia), a Bartolo di Sassoforte.

Tali concetti inevitabilmente dovevano essere il punto di partenza di un sistema concettuale esagerato. Mentre in teoria dominava la dottrina gelosiana della distinzione con prevalenza della Chiesa per il suo ufficio carismatico, Ottone I pretese eleggere papi e vescovi senza distinguere elemento spirituale ed elemento morale. Uscì da questa tradizione Ottone III disegnando un I. cristiano-romano in cui Chiesa ed I. si identificava; anch'egli però in pratica non si allontanò da cesaropapismo. Sotto gli imperatori del sec. XI queste tendenze si affermano più energicamente: Enrico II ha un concetto quasi sacerdotale dell'ufficio imperiale: presiede concili, favorisce la riforma morale della Chiesa; il cesaropapismo si presenta nell'aspetto più religioso.

Con Corrado II il problema è visto politicamente: si mira alla sottomissione di tutti i poteri laici ed ecclesiastici all'imperatore. Enrico III raccoglie i motivi fondamentali della politica religiosa dei predecessori, ma l'attività riformatrice svolta dall'I. con durezza determina la reazione della gerarchia ecclesiastica che nel Dictatus Papae gregoriano trova il programma ierocratico e l'affermazione della superiorità dell'autorità religiosa su quella civile.

Tra le due opposte tendenze il contrasto appare nella questione delle investiture: la Chiesa vuole affermare la sua autonomia morale e libertà religiosa, liberandosi dai legami che con la feudalizzazione l'hanno subordinata all'autorità civile. Gli imperialisti sostengono i diritti dell'I. quali sono additati dalla tradizione storica: concordia della Chiesa e dello Stato, protezione e controllo del Papato da parte dell'I. L'inconciliaibilità delle due tesi porta a discutere di una separazione netta dello spirituale dal temporale, ma da nessuna parte si è disposti a correre il rischio di una soluzione antitradizionale: la Chiesa non può fare senza l'elemento civile, l'I. deve appoggiarsi alla Chiesa. Il Concordato di Worms (1122) è una transazione provvisoria tra Callisto II ed Enrico V, i successori spesso la violarono. Così la lotta riprende tra Federico Barbarossa ed Alessandro II: e Papato si oppongono come due monarchie universali che si contendono il dominio del mondo; vi sono vertenze d'ordine territoriale, i beni maturati, i territori dell'Italia centrale, poi appare quella gravissima della conquista del Regno di Sicilia da parte dell'I. che coinvolge i pericoli per il Papato di essere accerchiato e colpito nell'indipendenza politica e religiosa. Ma si discute anche su questioni teoriche: se l'I. sia un beneficio papale, se il papa possa pretendere di sindacare l'elezione ed il comportamento dell'imperatore.

Nello scisma imperiale tra Ottone IV e Filippo, il papa Innocenzo III afferma la sua superiorità per la traslazione (principaliter) e per l'incoronazione (finaliter), poi afferma i diritti ratione peccati. Federico II, ai Papi che sostengono avere il Christus rex et sacerdos de ordine Melchisedech trasmesso all'apostolo Pietro il potere spirituale da esercitare direttamente ed il potere temporale da esercitare per mezzo dei principi, contrappone la teoria gelosiana della distinzione: il potere imperiale viene da Dio direttamente; al principe il diritto ed il dovere di proteggere la cristianità e la Chiesa. Innocenzo IV risponde scomunicando l'Imperatore, lo dispone, proscioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, invita i principi ad eleggere un altro imperatore.

Il contrasto si attenua durante l'interregno: i principi rivali si rivolgono al Papa come all'arbitro, Rodolfo d'Asburgo rinuncia alle pretese territoriali tradizionali, ma poi si ravviva sotto Bonifacio VIII che impone ad Alberto d'Asburgo la sua superiorità; Clemente V prima favorisce Arrigo VII nel suo viaggio dell'incoronazione, ma poi nell'azione dell'Imperatore contro il Re di Napoli intravede un nuovo pericolo per l'indipendenza papale e riafferma l'antica superiorità. Così Giovanni XXII pre

tende il governo dell'I. durante la nuova lotta civile di Germania, ne affida il vicariato al Re di Napoli. Ludovico il Bavaro si oppone energicamente alle scomuniche papali; sfruttando le concezioni democratiche di Marsilio di Padova organizza in Roma la propria incoronazione per parte del popolo romano, depone Giovanni XXII e lo sostituisce con un antipapa. I principi elettori riuniti a Rense (16 luglio 1338) giurano di difendere le libertà, i diritti, i costumi dell'I., proclamano che la dignità imperiale proviene direttamente da Dio, dichiarano ingiustificate le sentenze papali contro l'Imperatore. Nella «Bolla d'oro» del 1356 non si fa più ricordo del diritto papale. Ora la lotta tra Papato ed I. langue e se ne occupano solo i canonisti ed i giuristi; le incoronazioni imperiali del sec. XV non sollevano più discussioni e contrasti: sono semplici cerimonie.

L'I. conserva nella politica europea grande importanza perché continua ad essere il simbolo dell'unità morale europea, poi il primato dell'imperatore si attenua e diventa solo un diritto di precedenza nel cerimoniale, non sempre però riconosciuto e rispettato.

Le relazioni dell'I. con l'Italia mutano nei secoli. Nel sec. XI il Regno d'Italia è compreso nell'I. r. come una conquista del re Tedesco. Gli imperatori dal sec. XI al sec. XII mirano ad integrare la conquista della penisola combattendo Arabi, Bizantini, Normanni. Il problema è risolto con la conquista di Enrico VI. L'organizzazione dell'Italia nel sec. X è affidata alle grandi marche; nel sec. XI il loro feudaliizzarsi determina la reazione imperiale. Ora gli imperatori favoriscono la piccola feudalità e le città, ma poi le tendenze autonomiste delle città provocano l'opposizione di Federico Barbarossa che tende a sottoporre le città direttamente alla potestas imperiale. Il Trattato di Costanza (1133) riconosce l'organizzazione cittadina consolare da cui si sviluppa tutto un sistema di governo cittadino indipendente. Federico II dopo la battaglia di Cortenuova progetta l'organizzazione dell'Italia con vicariati imperiali generali, regionali e comunali; svanisce tutto dopo la sua morte. Arrigo VII riprende il piano, ma ora il sistema dei vicariati si concilia con il sistema delle signorie a base democratica sorte nei Comuni; più tardi nel sec. XV la signoria-vicariato con l'adozione dei titoli feudali entra nel sistema gerarchico imperiale feudale. L'I. conserva nella tradizione giuridica diritti speciali (reservata iura) e su diversi Stati italiani ancora nei sec. XVII-XVIII afferma diritti fiscali e giurisdizionali.

L'organizzazione dell'I. fu sempre rudimentale, di tipo feudale. Ottone II pensò fugacemente ad una organizzazione romana, creando una capitale definitiva in Roma, con una corte di tipo bizantino. Tentativi di organizzazione feudale centralizzata si ebbero con Federico Barbarossa ed Enrico VI. Sotto Federico II prevalgono già in Germania le tendenze eccentriche per opera della città libera e dei principi territoriali. L'anarchia dell'interregno fa sensibile il bisogno di un principe che rappresenti la pace e l'ordine, ma le elezioni di Rodolfo, di Arrigo VII portano al trono principi preoccupati solo di creare uno Stato proprio. La «Bolla d'oro» del 1356 fu il riconoscimento dell'autonomia dei principi di riorganizzare l'I., creando un sistema politico che concili l'autorità imperiale, la potenza dei principi e le autonomie delle città. Le discussioni sono più vive sotto Massimiliano (Dieta d'Augusta del 1500). La politica riorganizzatrice pare diventare l'ideale di Carlo V, ma i principi mascherano le loro tendenze separative con la protezione del luteranismo. Alle Diete cesariste di Spira (1529) e di Augusta (1530) risponde la Lega di Smallakala. La lotta tra la centralizzazione ed il separismo portò alla Pace di Augusta del 1555; la libertà religiosa concessa ai principi è il riconoscimento che l'I. è diviso nel Corpus evangelicum e nel Corpus catholicum; l'I. perde la sua unità; l'indipendenza dei principi è rafforzata. La guerra dei Trent'anni è l'ultimo tentativo per salvare l'I.; fallisce per gli interventisti antisuburgici di Svevia e di Francia. La Pace di Vestfalia (1648) conferma a tutti i principi tedeschi l'indipendenza assoluta concedendo loro diritto di fare pace e guerra, di trattare alleanze con