ELIA. - Sommo tra i profeti d'azione in Israele,
li cui nome ('Biljjah[il] (il mio Dio è Jahweh)
costituisce tutto un programma di vita e d'attività.
Originario, pare, di Tisbe (odierna el-Istib) di Ga-
laad, in Transgiordania, è perciò detto tishî, Volgata
Thesbites, come interpretato i Settanta (שבתים) ó εκ
θεσβών της Παλακέ, I Reg. 17,1). Rozzamnte vestito
(II Reg. 1, 8), come poi Giovanni Battista (Mt. 3,4),
aduso alla dura vita del deserto (I Reg. 17, 5; 18, 46;
19, 3 sgg.), svolse la sua missione sotto il regno di
Achab (873-854 a. C.) di Ochozia.
La scissione dal regno di Giud, lo scisma religioso
creato da Geroboamo con l'erezione dei vitelli d'oro a
Bethel e a Dan (I Reg. 12, 25-32), poi l'alleanza di Amri
con la Fenicia di matrimonio di Achab con Izabel, figlia
del re di Tiro, svilupparono il sincretismo e colpirono
a morte la religione di Jahweh. Izabel introdusse ufficial-
mente il culto di Baal-Melqart, cercando di imporlo come
culto del regno; uccise profeti (gli appartenenti alla co-
siddette «scuole» o congreghe di pii, dirette da E. da
veri profeti) - perseguitò i fedeli jahwisti, ne distrusse
gli altari, mentre sosteneva regalmente centinaia di pro-
feti delle divinità fenice (I Reg. 16, 23-34; 18, 13,19;
19, 14; ecc.). Il monoteismo veniva così soffocato, gran
parte del popolo era idolatra (cf. I Reg. 19, 18).
Il Signore interviene per mezzo di E., che si pre-
senta improvvisamente ad Achab e gli annunzia il
castigo divino; una siccità triennale (probabilmente
dall'857 all'856, con qualche mese prima ed alcuni
dopo, computati al modo dei Seniti), che colpì
duramente la Samaria e la Fenicia (cf. Fl. Giuseppe,
Antiq. Iud., VIII, 13, 2). E. si tenne celato presso il
torrente Carith (Καρθί) in Transgiordania; inariditosi
questo, andò in Sarepta presso Sidone, ospite di una
vedova cui moltiplicò miracolosamente le scarse ci-
barie e riuscito il figlio. Verso il termine del castigo,
si presenta ad Achab, gli rinfaccia la responsabilità
di quanto avviene in Israele, e ne ottiene di convo-
care il popolo sul Carmelo per un confronto decisivo
tra jahwismo e culto di Baal.
Dinanzi a tutto il popolo, E. è solo di fronte ai 400
profeti di Baal. Se Baal è vero Dio, mandi il fuoco dal
cielo a consumare la vittima posta sull'altare. Nono-
stante i loro riti, le loro lunghe preghiere, essi nulla ot-
tengono. All'ora del sacrificio vespertino, E. riedifica
un altare a Jahweh, vi pone su le legna e le carni di un
bue, che cosparge di acqua per far meglio risaltare il
miracolo; quindi invoca brevemente Jahweh perché di-
mostri di essere l'unico Dio. Un fuoco scende e riduce
tutto in cenere. È la vittoria di Jahweh, che il popolo
acclama («Jahweh è il Dia!»); quindi obbedendo a
E., uccide i falsi profeti al torrente Cison (cf. Deut.
13, 2-6); poco dopo cade la pioggia ristoratrice (I Reg.
17-18). Ma E. deve fuggire dinanzi alle minacce della
furente Izabel (I Reg. 19, 2). Oltre la Giudea, dov'è
regina Atalia, figlia di Izabel, attraversa il deserto fino
al monte Horeb, dove in una visione Jahweh lo riempra
alla lotta, facendogli comprendere che bisogna attendere
senza impazienza l'ora di Dio, la quale giungerà senza
i colpi di forza che schiantano.
Dio dà ad E. il compito di ungere Hazael a re di Da-
masco, Jehu e re d'Israele, ed Eliseo a profeta; essi sa-
ranno gli strumenti di Dio per la vittoria del jahwismo:
il primo devastato il regno di Samaria (cf. II Reg. 8, 28

Elia - E. sul carro. Fianco del sarcofago di S. Ambrogio (sec. iv). Milano, basilica di S. Ambrogio.
sg.; 10, 32 sg.; 12, 3); il secondo affogherà nel sangue la dinastia di Achab e i cultori di Baal (cf. II Reg. 9-10), terzo coopererà con i suoi oracoli. Ad Eliseo E. affida le altre due unzioni (I Reg. 19), Ad Achab, che va a prendere possesso della vigna di Naboth, assassinato in vista di tale usurpazione, E. rinfaccia il misfatto e predice la stessa fine della sua vittima (I Reg. 21). Riappare brevemente per rimproverare all'ammalato Ochozia di aver voluto consultare Beelzebub e per predirgli la morte (II Reg. 1).
La fine di E. è narrata come apparve agli occhi di Eliseo (cf. I Mach. 2, 58): E. sparge in mezzo ad un turbine. Lo stesso verbo λαχειν "prendere" (II Reg. 2, 3 sg.) esprime altrove l'intervento di Dio nella morte serena del giusto: Gen. 5, 24; Ps. 47 (ebr. 49), 16; Is. 53, 8. Gli altri elementi sono simbolici. In Mal. 3, 1,23 sg. (ebr. 4, 5 sg.) è detto che E. verrà per preparare le vie al Messia, predicando la penitenza. È appunto la missione svolta da Giovanni Battista (Lc. 1, 17), che è il procuratore vaticinato (Mt. 11, 10; 17, 10-13), il quale incarnò il carattere forte di E.; E. ne era solo il tipo. Echi. 48, 1-12 nel suo elogio sintetizza i dati biblici finora compendiati. È chiaro pertanto che non ha fondamento nella S. Scrittura l'attesa del ritorno di E. alla fine del mondo; i cristiani, tra i quali fu molto diffusa, la presero dai giudei. La Chiesa celebra la solennità di E. il 20 luglio. La leggenda, tra giudei, cristiani ed Arabi, amò lavorare sulla figura di E., considerato ancora vivente in attesa del suo ritorno per lottare contro l'anticristo alla fine dei tempi.
E. per il giudaismo è il genio tutelare della stirpe; e i Giudei credono ch'egli partecipi ogni anno alla celebrazione della cena pasquale, come al rito della circoncisione.
(Concordia, 1. L'antichità cristiana ha rappresentato il profeta E. rapito in cielo come l'arte classica aveva rappresentato il sole (Elie) sulla quadriga in corsa. S. Giovanni Crisostomo spiega al suo uditorio come il nome stesso del profeta abbia fatto ravvicinare ai poeti e agli artisti la rappresentazione di Elios (Homil., 3, E., 27); Sedulio chiama E. "meritoque et nomine fulgens": De Hella, I, 169. Nei monumenti funebri si trova la scena del rapimento di E. in un affresco nel cimitero di Domitilla del sec. IV (Wilpert, Pitture, tav. 230, 2); contemporanee sono le scene offerte dai sarcofagi, in Roma e in Milano (Wilpert, Sarcofagi, tav. 190, 3; tav. 189, 2). In quest'ultima città ora rappresentata in S. Ambrogio la scena del rapimento, accompagnata da un distico (G. E. De Rossi, Inscrip. Christ. Urbis Romae, II, Roma 1887, p. 161). Il rapimento di E. si trova anche in uno dei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma (sec. v).
Quanto al significato simbolico della scena esso nell'arte funeraria si riferisce alla risurrezione, come già in S. Ireneo (Adv. Haeres, 1, 5) "poi nell'« ordo commentationis animae: libera Domine animam... sicut liberasti Elam de morte communi", S. Gregorio Magno vi vede invece una figura dell'Ascensione del Signore (Homil. 20 in Evang.: PL 76, 1247). Di questo avviso fu anche il Wilpert. Nelle scene del rapimento figura anche Eliseo, che

in un sarcofago di Arles divide con il mantello le acque del Giordano.
La scena penetra in seguito nella miniatura bizantina, nelle Bibbiie catalane del sec. XI, nelle vetrate delle cattedrali francesi duecentesche nonché nelle sculture romaniche dei duomi di Modena, Cremona e Borgo S. Donnini, ispirando, grazie alla sua immanente drammaticità, ancora l'arte del Cinquecento e dell'età barocca (Antonio Campi, affresco nel duomo di Cremona; R. Donner, rilievo nel duomo di Gurk). Anche L'incontro con la vedova di Sarepta deve la sua importanza iconografica originariamente al relativo significato simbolico secondo il quale E. prefigura Gesù la donna che raccoglie legna, la chiesa dei gentili. Si vedano, p. es., le vetrate di Baureges e di Le Mans dove inoltre La restaurazione del figlio della vedova simboleggia la Resurrezione di Cristo. Come poi l'episodio di E. nel deserto divenne di per sé caro a pittori di vari tempi e paesi (Dirk Bout, sportello già a Berlino; Tiepolo, affresco nel Palazzo arcivescovo di Udine; F. Preller, cartone nel Museo Goethiano di Weimar), così infine ancora la scuola preraffaelita si dimostra particolarmente affezionata agli avvenimenti miracolosi intorno al profeta E.
APOCALISSE di E. - Apocrifo nominato nelle Costituit, Apost. VI, 16, da alcuni Padri, dall'elenco sticometrico di Niceforo, e che l'Ambrosiata (Commun. in Epist. ad Cor.: PL 17, 205), S. Girolamo (Epist. 57: ibid., 22,576) e l'elenco anonimo Montfau
con-Cotelier al n. 10 definiscono Apocalisse. Era quasi certamente di origine giudaica (Schürer, p. 262 sg., 265).
Secondo Origene (Comm. in Mt., 27, 9: PG 13, 1769), s. Paolo si riferirebbe a tale apocrifo in I Cor. 2, 9; cf. Ambrosiastre, ibid.; e lo Scedo Euthalius. Contro tale asserzione ben reagì s. Girolamo, ibid., che la forma «come sta scritto» rimanda sempre alla Scrittura ispirata, e qui si ha un riferimento ad Is. 64, 3; 65, 16. S. Epifanio (Haer. 42), fu il solo a ritenere che Eph. 5, 14 si riferisse all'Apocalisse di E. Non si può dire se nel essa appartengono alcuni frammenti copi del sec. v, scoperti ad Ahriman e pubblicati nel 1835; e un frammento in latino che parla di una visione di E. sugli ultimi eventi, contenuto nella Epistola Titi del sec. III-IV d. C., pubblicata da D. De Bruyne nel 1925.
I frammenti copi furono raggruppati in un'Apocalisse anonima, un'Apocalisse di Sofonia e un'Apocalisse di E. La prima probabilmente fa parte dell'Apocalisse di Sofonia. Nella terza E. riceve l'ordine di predicare la penitenza; predice l'apparizione dell'anticristo, le sue lotte con- tro E. ed Enoch, la sua sconfitta, la venuta del Messia e il regno millenario dei sant