LEGAZIONI. - Il sommo pontefice Clemente XI (1701-21), nel riordinamento dello Stato, al quale provvede, malgrado le gravissime vicende da esso

Il titolo di legato aveva, com'è noto, più significati e già il De Luca, nella sua opera Il cardinale pratico, ben chiari tali diversità. Quanto all'attribuzione di questa qualifica a cardinali inviati dai sommi pontefici nei loro territori con importanti funzioni di governo, ce n'è già esempio nelle Costituzioni Egidiane nel sec. XIV, sicché Clemente XI rinnovò un titolo che era già in uso nella Chiesa. I cardinali-legati ricevevano dal pontefice l'incarico di reggere la loro l., ad eccezione di quella di Velletri, della quale il relativo presule era legato-nato. Nelle loro mani si raccoglieva la somma dei poteri politico-amministrativi ed in certi casi il papa deferiva loro anche particolari potestà, come, ad es., quella di creare conti palatini e cavalieri della milizia aurata. In linea generale, i cardinali-legati provvedevano alla nomina dei preposti all'amministrazione dei comuni, salvo quei casi nei quali ad essa provvedeva direttamente il pontefice: però era sempre sentito il parere del legato. A quest'ultimo spettava pure la prima nomina dei consigli dei comuni, che poi si rinnovavano per un terzo con elezione fatta dagli stessi consiglieri, secondo l'antica prassi medievale.
La l., come le altre province pontefice, si divideva in distretti ai quali erano preposti dei governatori. Questa circoscrizione era generalmente assai vasta: così il territorio della l. di Ferrara era diviso nel sol due distretti di Ferrara e di Lugo. Dal governatore dipendevano i comuni maggiori, retti, come preposto, da un gonfaloniere ed i minori retti da un priore e così pure gli appodiati.
Il cardinale-legato era assistito nel suo governo da una «congregazione», composta da quattro consultori laici, nominati dal sommo pontefice, con particolare competenza per la parte finanziaria. Il legato poteva poi consultare la congregazione su qualsiasi altro oggetto. V'era inoltre, dopo la restaurazione, in ogni l. un consiglio provinciale. I membri di tale consiglio erano nominati dal pontefice che li sceglieva in terne, proposte con una elezione di secondo grado dai consigli comunali. Il consiglio era convocato dal legato una volta l'anno, per una sessione che durava alcuni giorni, con il compito d'esaminare il bilancio provinciale e di determinare il riparto della spesa che gravava sui comuni. Esso nominava poi una commissione amministrativa che soprintendeva alle riscossioni ed alla spesa.
Non di rado i cardinali-legati si facevano assistere, in determinati affari, da persone di loro fiducia. Avvenne così che mons. Braschi, divenuto più tardi papa con il nome di Pio VI, mentre stava a Ravenna ed a Ferrara diede ad Ignazio Boncompagni il compito di promuovere le bonifiche nei relativi territori, e quando poi fu assunto alla porpora e gli fu affidata dal Sommo Pontefice la l. di Bologna deputò lo stesso Boncompagni a tracciare un piano d'ardite riforme dell'ordinamento amministrativo, assai antiquato, della città: progetto che però non fu attuato.
Il papato perdette le l. nel periodo napoleonico, ancor prima di perdere tutto lo Stato, ciò che avvenne nel 1809 per un colpo di violenza dell'Imperatore. Con la restaurazione
zione fu ristabilito in gran parte l'antico ordinamento delle province, ma furon tolte le franchigie municipali e si volle imitare il sistema d'accentramento dei poteri, istituito da Napoleone: ciò che, del resto, avvenne anche negli altri Stati italiani. Era inevitabile che questa linea di condotta dovesse generare malcontento e fosse una delle molte cause d'inquietudine di talune regioni dello Stato della Chiesa nel periodo 1825-31. I cardinali-legati si trovarono di frequente in condizioni molto difficili, tanto più che alcuni fra essi non erano, per la stessa loro carriera precedente, preparati ad un così vasto ed arduo compito e lasciarono mano libera a sottoposti, talvolta poco scrupolosi. Non pochi però seppero, al contrario, meritare l'affetto e la gratitudine delle popolazioni da essi amministrate, come i cardd. Opizzoni, Amat di S. Filippo, Spina, Malvasia, Arezzo ed altri i cui meriti furono riconosciuti anche da scrittori che pur sottoposero a forti critiche il sistema di governo dello Stato della Chiesa nel periodo che precedette la rivoluzione del 1848-49. Alle difficoltà interne s'aggiunsero poi, dopo lo scoppio rivoluzionario del 1831, anche i contrasti fra Austria e Francia che portarono all'occupazione delle l. di Ferrara e Bologna da parte della prima e delle Marche da parte della seconda. Il memorandum inviato al sommo pontefice Gregorio XVI dalle potenze, dopo quei fatti, denunciava imperfezioni nell'amministrazione e nell'esercizio della giustizia e chiedeva riforme in questi campi e una larga autonomia nell'ordinamento municipale. Parecchie furono attuate e il governo delle l. fu affidato così per alcuni anni a laici, ma poi si ritornò allo status quo ante che perdurò quasi inalterato, malgrado le richieste contenute nel cosiddetto «manifesto di Rimini» steso nel 1845 da L. C. Farini, sino agli «convolgimenti degli aa. 1848-49; le riforme furono poi riprese e perfezionate da Pio IX fra il 1850 e il 1859, dopo di che le l. passarono a far parte del nuovo Regno d'Italia (1861).