GIULIANO L'APOSTATA (IMP. FLAVIUS CLAUDIUS IULIANUS), IMPERATORE ROMANO

GIULIANO L'APOSTATA (Imp. Flavius Claudius Iulianus), IMPERATORE ROMANO. - N. a Costantinopoli nel 331, m. a Cresifonte il 27 giugno 363. Figlio di Giulio Costanzo, fratello di Costantino Magno, e di Basilina, rimase presto orfano di madre. Per la sua tenera età fu risparmiato nei massacri che seguirono la morte di Costantino nel 337. Fu affidato allora, insieme con il fratello Gallo, alla tutela del vescovo ariano Eusebio di Nicomedia, ed ebbe come precettore il vecchio eunuco Mardonio che lo iniziò alle bellezze dell'ellenismo facendogli conoscere e gustare Omero ed Esiodo. Fu in seguito, sempre con il fratello (341), relegato nella Villa di Macellum presso Cesarea di Cappadocia, attentamente vigilato e spiato

dagli sgherri di Costanzo II, privato di ogni amicizia di coetanei e costretto a passare una triste e misera puerizia.

Ivi conobbe Giorgio di Cappadocia, nominato in seguito dagli ariani vescovo di Alessandria, che lo iniziò agli studi ecclesiastici e gli fece usare la sua ricca biblioteca. G. seguiva allora con docilità le pratiche religiose, fu battezzato ed ascritto anche tra il clero esercitando l'ufficio di lettore nelle funzioni ecclesiastiche. Verso il 347, quando Gallo fu chiamato a corte per esser nominato Cesare, anche G. poté recarsi a Costantinopoli dove studiò grammatica e retorica. Ben presto però dal sospettoso Costanzo fu rimandato a Nicomedia dove nascoste segui le lezioni del retore Libanio, del quale divenne ammiratore e discepolo, e si iniziò alle dottrine dei neoplatonici. Benché educato da maestri cristiani a Nicomedia, G. che già odiava il cristianesimo sia perché impostogli dallo zio, autore dei tristi eventi della sua fanciullezza, sia perché lo trovava inferiore alla cultura ellenica della quale ammirava l'eloquenza, la mistica e le ardite speculazioni, aderì con entusiasmo al politeismo. Nel 351 si recò a Pergamo dove frequentò Edesio, Eusebio e Crisanto, poi ad Efeso dove conobbe Massimo, tutti filosofi neoplatonici che professavano un sincerissimo religioso teosofico permeato di teurgia caldica; si fece iniziare allora, oltre che a quella filosofia, anche ai misteri di Mitra, consumando l'apostasia dal cristianesimo già iniziata a Nicomedia. Essa deve considerarsi come il frutto delle sue aspirazioni filosofico-mistiche, del suo amore per tutto ciò che significava ed importava l'ellenismo considerato come un patrimonio da difendere e custodire come cultura e come idea politica, ed infine la conseguenza della sua intima avversione al cristianesimo. Il suo traviamento fu conosciuto a corte, e ritornato a Nicomedia il fratello Gallo gli mise accanto l'ariano Aezio perché lo riconducesse alla fede cristiana, ma G. seppe ben dissimulare i suoi sentimenti e continuò a frequentare gli amici pagani presso i quali acquistava grande popolarità.

Alla morte del fratello Gallo, fatto uccidere da Costanzo II nel 354, G. attraversò un brutto periodo; fu chiamato a Milano e trattenuto a corte senza però essere mai ammesso alla presenza dell'Imperatore. Fu protetto però dall'imperatrice Eusebia che gli ottenne di recarsi ad Atene per continuare gli studi. Ivi si diede alla filosofia e frequentò la scuola di Prisco e fu anche iniziato ai misteri eleusini. Nell'ott. 355 fu di nuovo richiamato a Milano e creato Cesare; sposò Elena, sorella di Costanzo, e nel nov. fu inviato in Gallia dove i barbari davano segni di ribellione. Nel nuovo ufficio G. si mostrò buon politico e guerriero attuando una sana amministrazione della giustizia e del fisco e conseguendo una serie di brillanti vittorie culminate nella battaglia di Strasburgo (357). I suoi successi furono però mai visti da Costanzo che nel 360 gli chiese una parte dell'esercito per inviarlo in Oriente contro i Persiani. I soldati si ammutinarono e a Parigi proclamarono G. Augusto, nonostante la sua riluttanza. La guerra civile era inevitabile. Falliti i negoziati per un accordo, nella primavera del 361 G. marciò contro Costanzo ed occupò Sirmio e Naisso. Avvicinandosi sempre più a Costantinopoli, Costanzo gli si fece incontro ma moriva a Mopsucerene in Cilicia il 3 nov. 361: G. restava il solo padrone dell'Impero.

L'11 dic. entrò nella capitale accolto con entusiasmo dal Senato e dal popolo e rese onori solenni al cadavere di Costanzo cui decretò anche l'apoteosi. Nel governo di tutto l'Impero G. attuò con più vaste proporzioni la saggia amministrazione già sperimentata nelle Gallie. Per prima cosa epurò la corte da tutti i parassiti che vi prosperavano, riducendo la servitù al puro necessario. Contemporaneamente istituì un tribunale speciale per giudicare e punire, non sempre spassionatamente in verità, i delatori e le spie che avevano imperversato alla corte del defunto imperatore. Ridiede al Senato gli antichi privilegi concedendogli immunità fiscali e giudiziarie. Nominò alle varie cariche nuovi uomini onesti e probi, con oculata scelta. Egli stesso si mostrava sempre e dovunque democratico senza quell'apparato di lusso che già si era introdotto nella corte bizantina. Cercò di rialzare dallo stato

miserando in cui erano cadute molte città dell'Impero; riordinò le finanze, l'autorità municipale; abolì privilegi di esenzioni che non fossero meritati; migliorò la posta pubblica sopprimendo permessi inutili e diminuì le imposte ripartendole con giustizia. Si occupò di rendere più spedita l'amministrazione della giustizia non disdegnando di fare egli stesso da giudice e sempre con equità. Restaurò la disciplina dell'esercito preponderendogli capi fidati ed esperti.

Nonostante tutte queste benemerenze politiche e sociali, G. è passato alla storia con una grave nota di infamia derivatagli dalla sua politica religiosa. La preoccupazione più grande e quasi lo scopo unico del suo governo fu quello di arrestare la marcia del cristianesimo e restaurare l'ellenismo come religione pubblica e come politica; e le sue attività e benemerenze politiche e sociali furono fatte, si può dire, in vista ed in funzione di questo scopo. Intraprese a tal fine una lotta senza derogare in apparenza ai principi di tolleranza, ma in realtà con passione ed asprezza, irritandosi se incontrava delle difficoltà, usando meschini dispetti, talvolta anche crudeli, facendo contro i cristiani una guerra sorda nella quale più di una volta compromise la sua dignità. Durante i primi mesi di governo si mostrò ragionevole e tollerante, sperando che tutto sarebbe riuscito facilmente secondo i suoi piani. Al suo avvento al governo, il paganesimo era ufficialmente in decadenza: le leggi di Costanzo ne avevano accelerato la dissoluzione. Sulla fine del 361 G. emise i primi editti di restaurazione facendo riaprire i templi, ricostruire quelli che erano cadenti o erano stati abbattuti; ordinò il ripristino dei pubblici sacrifici e concesse ampi privilegi a tutti coloro che si adoperavano per il risveglio del culto degli dèi. Concesse è vero, nel febbr. 362, l'amnistia a tutti i vescovi esiliati da Costanzo, ma più che spinto da un sentimento di giustizia, lo fece per reazione alla politica del predecessore e, principalmente, perché pensava e sperava che il provvedimento sarebbe riuscito una causa di lotta interna tra cattolici ed ariani e quindi avrebbe accelerato la disgregazione del cristianesimo. Più tardi infatti non esitò a perseguire e ricacciare in esilio alcuni vescovi, tra cui anche s. Atanasio, i quali, anziché attuare anche inconsciamente le mire di G., erano riusciti piuttosto a stroncare di più il paganesimo risorgente. Ma il favore da lui apertamente a questo accordato, fu la causa di feroci rappresaglie da parte del popolaccio, sicuro della protezione imperiale. In parecchie città furono saccheggiate chiese, uccisi sacerdoti, violate vergini sacre; tumulti avvennero in più luoghi come a Bosra e ad Alessandria, dove lo stesso vecchio amico di G., Giorgio, vescovo ariano della città, fu massacrato, senza che l'Imperatore punisse i colpevoli, contentandosi solo di una recriminazione epistolare. I cristiani naturalmente, non potendo sperare giustizia da parte delle autorità, reagirono ritorcendo le ingiurie; da qui repressioni individuali e collettive come a Mero in Frigia, ad Antiochia, Gaza, Eliopoli, Aretusa, Edessa, Cesarea, ecc. Le resistenze che G. incontrava nell'attuazione dei suoi disegni lo irritarono maggiormente e a poco a poco divenne settariamente autocrate. Nella primavera del 362 fece venire a corte i suoi vecchi maestri teosofi Massimo e Prisco, e con il loro consiglio iniziò la lotta più aperta. Il 27 giugno promulgò la legge sull'insegnamento, giudicata iniqua dallo stesso Ammiano Marcellino, secondo la quale i maestri cristiani non potevano insegnare senza la previa approvazione dei consigli municipali, che doveva essere ratificata dallo

stesso Imperatore. Più che dalla loro competenza si trattava di giudicare dalle loro idee religiose, poiché non si poteva tollerare che i dispregiati «galilei» insegnassero o studiassero le lettere classiche permeate di mitologia e di paganesimo, se non credevano a queste cose. Gli insegnanti furono perciò costretti a scegliere tra la fede e la scuola: molti lasciarono le cattedre, altri cercarono di sostituire ai classici greci e latini composizioni cristiane, come fecero i due Apollinare, padre e figlio, versificando la Bibbia, scrivendo tragedie, commedie, dialoghi, liriche di argomento cristiano. Contro il clero, poi, emise una serie di decreti con i quali lo privava degli antichi privilegi, sottoponendolo agli obblighi militari; costrinse i militari a venerare gli dei dipinti sulle insegne dalle quali aveva fatto togliere la Croce; a tutti vietò gli uffici delle magistrature e delle amministrazioni, né permise che fossero insigniti di onori o dignità.

Per combattere i cristiani non si peritò di sollecitare l'adesione degli Ebrei per i quali tentò anche di restaurare il tempio di Gerusalemme con la perfida segreta malizia di smentire la profezia di Gesù (Mt. 24, 2; Lc. 21, 5 sg.); ma le tremende scosse di terremoto e le fiamme che si levarono dalle rovine, lo costrinsero a desistere dall'impresa.

Contemporaneamente a queste disposizioni contro il cristianesimo, G. ne emise altre per restaurare il paganesimo, plagiate però dalle idee ed istituzioni cristiane, instaurando una ridicola teocrazia. A partire infatti dal giugno 362, atteggiandosi a pontefice massimo, scrisse una serie di lettere dette «pastorali» con le quali dava istruzioni ai sacerdoti dei templi obbligandoli, sotto pena di gravi sanzioni, sul rituale da seguire nei sacrifici, sulle istruzioni da fare ai fedeli, sulle virtù da praticare, sulle opere di misericordia e specialmente sulla filantropia da esercitare.

Nell'estate del 362 decise di abbattere la potenza dei Persiani che minacciavano l'Impero. I preparativi per la spedizione furono lieti ad Antiochia donde partì nel marzo 363. I primi mesi di lotta gli furono propizi; ma il 27 giugno, durante un combattimento, fu ferito e condotto nella sua tenda vi morì dissanguato, assistito da alcuni amici. Il corpo fu condotto a Tarso e seppellito in un sobborgo della città.

Durante la sua breve vita G. trovò il tempo di scrivere molto, ma parecchie delle sue opere sono andate perdute. Si conservano a panegirici dell'imperatore Costanzo ed un elogio dell'imperatrice Eusebia, scritti prima che assumesse il governo dell'Impero. Perduti sono i commentari sulle sue campagne nelle Gallie. Scrisse ancora discorsi su argomenti filosofici, religiosi, satirici e polemici. In questo genere il capolavoro è il Misopogon (Μισοσώγων) scritto ad Antiochia nel 363, poco prima della spedizione contro i Persiani, per vendicarsi spiritosamente delle canzonature degli Antiocheni dirette alla sua lunga barba. Di minor valore è il Symposium (Συμπόσων) in cui passa in rassegna, in una specie di banchetto tenuto nell'Olimpo, tutti i suoi predecessori nell'Impero; nessuno sfugge alle sue critiche mordaci ed in modo particolare Costantino Magno, il protettore dei cristiani, mentre tutti i suoi favori sono per Marco Aurelio. Conservate sono pure 78 lettere dirette ad amici. L'opera però in cui manifestava tutto il suo odio contro il cristianesimo era Adversus Galilaeos (Κανά Γαλλιάων), scritto ad Antiochia tra il 362 e il 363, in tre libri. L'opera è perduta ma se ne conoscono alcuni frammenti dalla confutazione che ne scrisse s. Cirillo d'Alessandria in 30 libri, della quale però rimangono solo i primi dieci, diretti a combattere il primo dell'opera di G. Questi conosceva abbastanza bene la S. Scrittura e l'organizzazione interna della Chiesa e dell'una e dell'altra faceva una critica severa, ma gli argomenti addotti sono ricalcati su quelli di Celso e Porfirio.

BIBL.: Ammiano Marcellino, Rev. Gest., XV-XXV; Socrate, Hist. eccl., III, 1-3, 11-15, 17-21; Sozomeno, Hist. eccl., V, 1-11, 16-22; VI, 1 sg.; G. Magri, L'imperatore G. l'A., Milano 1901; P. Allard, Julien l'Apostat, 3 voll., Parigi 1906-10; J. Geffcken, Kaiser Julian, Lipsia 1914; A. Rostagni, G. l'A., Torino 1920; J. Bidez, La vie de l'empereur Julien, Parigi 1930; per altra bibl. V. A. Pignaniol, Histoire de Rome, ivi 1940, V. indice.

Agostino Amore

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“GIULIANO L'APOSTATA (IMP. FLAVIUS CLAUDIUS IULIANUS), IMPERATORE ROMANO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 456. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/giuliano-l-apostata-imp-flavius-claudius-iulianus-imperatore-romano.