COLA DI RIENZO

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COLA di Rienzo. - N. a Roma nel 1313, ivi m. a seguito di una sommossa l'8 ott. 1354. Fu notaio e uomo non scarso di cultura classica anche se appresa e ritenuta in modo caotico ed ineguale. La sua prima importante attività in campo politico fu la missione che compì nel 1343 ad Avignone, quando inviato dal governo romano (il reggimento popolare dei tredici Buoni Uomini), tentò di spingere Clemente VI a ritornare a Roma e di fargli indire il giubileo per il 1350 : il giubileo fu ottenuto, la visita a Roma accettata ma rinviata. Nel soggiorno avignonese C. ottenne la carica di notaio della Camera urbana, e, quel che più conta per la sua futura opera politica, fu confortato dalla vicinanza e dall'amicizia del Petrarca nella sua nostalgia di Roma antica e della sua libertas. Ritornato a Roma C. acuisce il suo mito di un'Italia ritornata unita e rifatta centro del rinnovellato Impero, dove la tradizione di Roma antica si mescola con un suo agostinianesimo teocratico. Alleatosi col popolo e con la mercatura, la sua sottile opera di opposizione al potere dei Baroni culmina il 20 maggio 1347 con il soffocamento della potenza baronale e con la concessione del potere politico a lui C.; il Papa sanzionò la cosa nominando lui e il vicario papale rectores Urbis et districtus (27 giugno 1347).
C. riordinò l'amministrazione, la giustizia e la sicurezza cittadina, ampliò l'effettiva giurisdizione di Roma sulla provincia. Dapprima rettore della città
si fece poi chiamare tribuno, e poté agire autoritariamente perché il popolo lo amava e parte della nobiltà aveva finito per sostenerlo.
C. per attuare il suo sogno romano convoca a Roma i delegati degli Stati italiani, nel tentativo di un'alleanza italica unifica di tutte le forze politiche: fulcro di questa unione doveva essere naturalmente l'imprescrittibile diritto del popolo romano quale depositario dell'autorità imperiale; anzi C., scavalcando ogni eventuale autorizzazione dei rappresentanti degli Stati d'Italia, proclamò che il popolo romano riprendeva effettualmente nelle sue redini l'autorità quale capo dell'Italia tutta. E poiché ogni italiano è cittadino romano ha di conseguenza diritto di voto nell'elezione imperiale: si doveva quindi indire per la Pentecoste del 1348 l'elezione di un italiano alla carica imperiale.
Ma il sogno di C. crolla per l'opposizione di alcuni Stati italiani (Firenze soprattutto) gelosi della propria sovranità, e per la sconfessione della Curia, la quale se in un primo momento aveva ben visto l'opera di C. come soffocatrice delle pretese baronali, ora appoggia di nuovo i baroni temendo che il realizzarsi del tentativo di C. distrugga i diritti della Chiesa sul territorio pontificio. Il 12 ott. 1347 la Curia incarica il cardinale legato Bertrando di Deaux di assumere il governo di Roma (lo stesso cardinale aveva incarico di sottoporre a processo C.). Il zo nov. C., non essendo riuscito a dominare un tumulto per l'apatia di quel popolo che una volta lo aveva acclamato, lascia Roma; va nell'Eremo di monte Morrone, poi ( 1359 ) è a Praga da Carlo di Boemia a sollecitarlo a cingere la corona imperiale, ma costui fece prigione C. (che era stato scomunicato nel ' 47 · '48), lo cede a Clemente VI (1352) che lo tiene prigioniero ad Avignone.
Con il nuovo papa Innocenzo VI le sorti di C. si rialzano, perché è inviato a Roma come battistrada del tentativo di restaurazione dell'Albornoz. Il I ag. 1354 C., quale rappresentante papale, entra a Roma acclamatissimo; l'opposizione dei Baroni, e la susseguente sua poca popolarità determinata da una politica tirannica e da un forte fiscalismo gli fanno il vuoto intorno; e in una sommossa è ucciso dal popolo.
Complessa la personalità di C., sognatore, uomo d'impulso. Sopravvalutato da una tradizione retorica, le sue proporzioni debbono essere ridotte; non ebbe una chiara consapevolezza politica di penetrare nella realtà effettuale della situazione storica non ancora matura per i suoi tentativi di unione italica, un'unione che d'altronde è soprattutto su un piano sentimentale-letterario, non essendovi in C., è logico, alcun concetto di nazione nel senso moderno della parola. L'idea di Roma imperiale e del popolo romano depositario della sovranità imperiale si congiunge e si confonde in lui con l'idea della Roma spirituale, nella visione di una renovatio, che ha riflessi della predicazione millenaristica dei fraticelli, priva però dell'ardente spirito di penitenza e di carità dei medesimi, proprio perché in C. anche l'opera dello Spirito Santo è soprattutto vista e sentita come operante nella società politica e non nel Corpus Christi mysticum. D'altronde in lui ogni soluzione ideale escatologica è più su un piano formalistico che mistico. C. è vittima delle aporie di una età di trapasso dall'universalismo cristiano-romano all'individualismo preumanistico.
E il risorgere della classicità è tra i motivi più ardenti e consapevoli di C.: poté scrivere con orgoglio di aver saputo disprezzare "vitam plebeyam" e di aver coltivato l'animo alle imprese più nobili : respinta ogni altra occupazione si era dato a soli leccioni rerum imperialium antiquarum et prebissimorum virorum memorie"; ripieno di quelle idealità

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Cola di Rienzo - Lettera di C. a Guido di Gonzaga (i i giugno 1347) - Mantova, archivio di Stato.

senti di dover agire ispirandosi a quelle: "nichil actum fore putavi, si, que legendo didiceram, non aggrederer exercendo": solo cosi ebbe possibilità di essere stato terribile ai potenti e caro al popolo (Briefwechsel ecc., parte 3^{b}, pp. 203-204).

Bibl.: K. Burdach - P. Piur, Briefwechsel des C. di R., in 5 parti, Berlino 1912-29; Anon., Vita di C. di R., riedita da A. M. Ghisalberti, Roma 1928 ; P. Piur, C. di R., trad. II. J. Chabod Rohr, Milano 1934; H. Vielstedt, C. di R. : Die Geschichte des Vollstribunen, Berlino 1936; E. Dupré Theseider, I Papi di Avignone e la questione romana, Firenze 1939, passim; G. Popo, Da C. di R. a Piracane, Roma 1947, p. 292 spp.; G. Vinay, C. di R. e la crisi dell'universalismo medievale, in Conviviune nuova serie, 2 (1948), p. 96 spp.
Massimo Petrocchi