MENTANA, BATTAGLIA di. - Da questa località ha preso nome il fatto d'arme, con cui il 3 nov. 1867, al tramonto dello Stato Pontificio, si concluse l'aspra guerriglia sferrata dai garibaldini sin dal 28 sett. di quello stesso anno ai confini e nell'interno del superstito patrimonio di s. Pietro, non senza coperti aiuti del governo regio ed in violazione della Convenzione del sett. 1864.
La fermezza del governo romano, coadiuvata dalla indifferenza delle popolazioni, dalla diplomazia del card. Antonelli (v.) e dell'incaricato d'affari francese Armand (v.), dalla valida resistenza che per un mese eran venute ovunque opponendo le truppe pontificie organizzate e condotte dal gen. KANZLER, HORMANN (v.), impedì il ripetersi ad opera del maldestro Rattazzi del gioco cavouriano del 1859-60, consistente appunto nel provocare attraverso più o meno inconsolute mene del Partito d'azione l'auspicato intervento regio. E costrinse al fine da un lato il gabinetto Menabrea a scoprirsi con l'occupazione di alcuni punti del territorio, dall'altro l'imperatore Napoleone III a passare dalle platoniche proteste ad un nuovo invio di truppe per proteggere il Pontefice.
Ai preludi dell'intervento regio (30 ott.) il comando pontificio aveva tempestivamente operato, a seconda dei piani prestabiliti, dando inizio ad un ampio movimento per linee interne, che fruttò la raccolta di tutte le forze mobili (8000 uomini ca.) intorno a Roma ed a Civitavecchia, sia per opporre l'estrema difesa, sia per passare all'attacco dopo l'eventuale sbarco dei francesi. Ne erano derivati e la definitiva repressione dei moti pseudo-insurrezionali romani (22-25 ott.) e l'epilogo della gesta dei Cairoli (22-23 ott.), e più ancora il completo insuccesso dell'estrema offensiva avversaria, che, scatenata da Garibaldi con 11.000 uomini il 23 ott., s'andò ad infrangere contro la fiera resistenza d'un debole avamposto pontificio a Monterotondo (24-26 ott.) per esaurirsi poi lungo la linea dell'Aniene fra ponte Salario e ponte Nomentano (29-31 ott.). Sicché, grazie alla strategia del Kanzler, proprio mentre i francesi sbarcavano inopinatamente a Civitavecchia (29-30 ott.), e schiere pontificio si accingevano a muovere verso le province di Frosinone e di Viterbo tenute da forze del Nicotera e dell'Acerbi (31 ott.), il centro dello schieramento garibaldino era costretto a ripiegare su Monterotondo e Mentana a pochi chilometri dal confine (31 ott. - 1° nov.).
Non riuscì troppo facile il 2 nov. al gen. Kanzler, che teneva ad attaccare con i suoi il grosso delle schiere avversarie prima che s'involassero oltre confine, conviene, come per evidenti ragioni d'ordine politico voleva il governo romano, i francesi, i quali per ragioni altrettanto politiche non intendevano impegnarsi a fondo contro i garibaldini, a prendere in qualche modo parte alla preparata ed iniziata controffensiva (26 ott. - 6 nov.). E soltanto la temuta constatazione che i pontifici erano, se necessario, pronti ad agire anche da soli, indusse il gen. De Faiilly a recedere dal suo atteggiamento aggregando per l'indomani alla colonna di ca. 3000 pontifici una riserva francese di ca. 2000 uomini.
Così poco dopo mezzogiorno del 3 nov. le truppe franco-pontificie comandate dal Kanzler urtavano di sorpresa, lungo la Via Nomentana a due km. da M., sul fianco destro dei battaglioni avversari (7000 uomini ca.), che, agli ordini di Garibaldi, s'andavano ritirando verso Tivoli per raggiungere poi l'Abruzzo. Gli zauvai pontifici ed i carabinieri esterni del gen. CORTONA (v.) furono immediatamente impegnati, ed a furia di ripetuti attacchi, che l'avversario sostenne con grande valore, riuscirono a rigettarlo dalle forti posizioni di colle Santucci e di monte Guarnieri. Alle due pomeridiane il fronte di combattimento mutava: i garibaldini, perduta la prima e la seconda linea di resistenza, stretti contro il borgo, s'attendeva solo nel Castello baronale all'estrema destra, sulla rotabile per Monterotondo a sinistra, tenendo il centro a Villa Cicconetti ed ai Pagliai. Ma ancora una volta, e sia pure con notevoli perdite, i pontifici, sostenuti dalle forze della legione romana e dal tiro preciso dell'artiglieria, pervennero ad avvolgere le ali ed a forzarne il centro raggiungendo quasi la strada per Palombara, impadronendosi della località Pagliai, e chiudendo M. in un cerchio di fuoco. Erano le tre e mezzo pomeridiane: Garibaldi, risoluto a liberarsi dalla morsa, disporse un ultimo contrattacco generale a tenaglia con manifesto intendimento di serrare a sua volta i pontifici e schiacciarli contro la sempre viva fucileria del villaggio. Fu pronto il Kanzler a reagire e giovandosi d'una colonna pontificia che, provenendo dalla Via Salaria, minacciava a tergo i garibaldini fra M. e Monterotondo, e sviluppando regolarmente l'azione con il gettare nella mischia la riserva francese a sinistra ed a destra contro le branche avvolgenti, mentre i suoi al centro continuavano a premere duramente ed a progredire verso l'abitato. Stroncata in tal modo la ben intesa manovra garibaldina, le sorti del combattimento, che durò sino al tramonto, erano segnate: la linea avversaria ripiegò confusamente su tutta la fronte.
L'indomani, mentre i franco-pontifici occupavano M. e Monterotondo, Garibaldi riduceva con il resto dei suoi oltre confine presso Corese.
Fu così M. notevole vittoria disputata d'ambito le parti con perizia e con valore. Vi caddero fra morti e feriti 133 pontifici e 39 francesi, non meno di un migliaio di garibaldini, altri 1398 vennero fatti prigionieri ed ed oltre 4000 poterono raggiungere il territorio del Regno. L'importanza storica della battaglia di M. non sta soltanto nell'aver definitivamente chiusa la guerriglia in Roma e nel Lazio, ma anche e soprattutto nell'aver posto fine per sempre nel Regno all'ormai superata fase delle avventure volontaristiche e pseudo-rivoluzionarie della sinistra; nell'aver infine prolungato ancora per un triennio l'ormai precaria vita dell'antico Stato pontificio, consentendo, in tal modo, fra l'altro a Pio IX di dar libero corso, malgrado gli ostacoli frapposti da tutte le potenze, ai memorandi lavori del Concilio Vaticano.
Paolo Dalla Torre
