PASCOLI, GIOVANNI

PASCOLI, GIOVANNI. - Poeta, n. il 31 dic. 1855 a S. Mauro di Romagna, m. a Bologna il 6 apr. 1912 e sepolto nella cappella, presso la casa, a Castelvecchio di Barga in Lucchesia. Dell'adolescenza e della prima giovinezza, immagine viva e superstite in ogni opera futura rimane la morte: il ricordo accorato dell'assassinio (10 ag. 1867) del padre Ruggero, fattore dei principi Torlonia, i lutti ininterrotti della sua famiglia: nel nov. del '68 morì la sorella Margherita, nel dic. la madre Caterina Vincenzi Allocatelli, nel '71 il fratello Luigi, nel '76 il maggiore dei fratelli Giacomo. Ebbe l'educazione umanistica nel collegio « Raffaello » di Urbino tenuto dai pp. Scolopi (ricorderà, tra tutti, il p. Donati) e compì i corsi

universitari, discepolo del Carducci e del Gandino, a Bologna, dove nell'82 si laureò con uno studio sulla poesia di Alcco.

Non fu estraneo ai moti politici del suo tempo: scrisse i primi articoli per Il martello di Andrea Costa, dichiarandosi « socialista non di partito, ma dell'umanità », e subì l'arresto e alcuni mesi di carcere preventivo a S. Giovanni in Monte, per aver partecipato a una dimostrazione violenta degli internazionalisti. La vita del P. fu poi legata alle vicende dell'insegnamento. Le sue peregrinazioni per l'Italia, come professore di latino e greco, hanno per luogo d'incontro le scuole liceali di Matera, Massa, Livorno; solo nel '95 gli fu affidato l'incarico di letteratura greca e latina all'Università di Bologna. Trasferito quindi come ordinario a Messina alla cattedra di letteratura latina, nel 1903 passò a Pisa e due anni dopo a Bologna, successore del Carducci.

Le prime liriche, inviate ora alla Cronaca bizantina, ora al Convito, apparvero nel '91 riunite nel volumetto Myricae (1ª ed. Livorno) - una stele funeraria dedicata ai suoi morti - dove, fuori di ogni compiacenza arcadica, prende tuttavia forma e colore una visione nuova della natura, scoperta e dichiarata in una poetica di elezione: quella del fanciullino che vede e ricerca il mondo con occhi meravigliati, con animo fantastico e sognante. « Nasce la poesia - scrisse il P. - che per ciò stesso che è poesia (senza essere poesia morale, civile, patriottica, sociale), giova alla moralità, alla patria, alla società ». Così tra le rimembranze della Romagna, tra le Alpi Apuane, la Pania, il villaggio di Barga, in ambienti ben precisi spaziano i Poemetti (Firenze 1897), i Canti di Castelvecchio (Bologna 1903), i Nuovi poemetti (ivi 1909), vere bucoliche e georgiche moderne, che rivelano nel P., oltre il virgiliano amore alla terra, un'ansia di varcare l'idea positivistica del tempo per un concetto più universale della vita. Dall'agnosticismo circa la realtà e la storia, derivatogli da Giuseppe Ferrari e da Edoardo Hartmann, il poeta passa ad una concezione dell'esistenza fondata sul dovere della bontà, e alla solidarietà leopardiana della Ginestra come corollario aggiunge l'accettazione del mistero. In questa cerchia di passioni ideali e di contrasti inerenti alla vita egli interroga il cosmo, gli uomini della sua generazione, e li considera come fuori del tempo, simboli ab aeterno (Odi e inni, Bologna 1906). Con innovazioni ardite la sua poesia propone e fonda nuovi cicli per un epos moderno, definendo in extenso la missione millenaria dell'Italia medievale e moderna (Poemi del Risorgimento, Inno e Roma, Inno e Torino, ivi 1913; Poemi italici e Canzone di re Enzio, ivi 1914); il significato e la spiritualità degli avvenimenti storici dell'antica Roma (Carmina, ivi 1914); gli aspetti ancora giovani dell'epopea omerica, dei miti greci, delle intuizioni platoniche (Poemi conviviali, ivi 1904), che nel neoclassicismo sembravano aver trovato la morte. Non c'è nella poesia del P. il residuo letterario e culturale; la sua poesia, come disse il Serra, « è di cose, è nel cuore stesso delle cose ». Di qui una specie di impressionismo, che si ripiega talora su vezzi e modi infantili, da giustificare in alcune liriche la formula crociana di un P. « atassico », non coordinatore dei suoi movimenti. Ma nel P. maggiore e minore è pur sempre una destrezza ed una esperienza unica della lingua ed una rara efficacia di invenzione creativa; la novità delle immagini, l'analisi delle sensazioni, la felice aggettivazione, le analogie frequenti, il valore fonico della parola (« Penso che nessun artista moderno abbia posseduto l'arte sua come G. P. la possedeva » annotò il D'Annunzio), sono in armonia con la vita della campagna da lui descritta, con la rievocazione delle gioie domestiche e con l'amore, quasi un culto religioso, delle memorie antiche.

Documento maggiore del P. erudito sono le antologie latine: Epos (Livorno 1895), Lyra romana (ivi 1897; V. Orazio), quelle italiane: Sul limitare (Palermo 1889) e Fior da fiore (ivi 1901), che riflettono l'orientamento del suo gusto, e i volumi di critica dantesca: Minerva oscura (Livorno 1898), Sotto il velame

(Messina 1900), La mirabile visione (ivi 1902), Conferenze e studi danteschi (Bologna 1915), nei quali prevalgono le ricerche simboliche e mistiche, talora arbitrarie e anti-storiche, sulla natura umana personificata in Dante, sul peccato originale e la riconquista del paradiso terrestre, sui parallelismi della Croce e dell'Aquila e la struttura delle tre cantiche, sulla «triplice incarnazione allegorica» del poeta in Giacobbe, Enea, Paolo.

Premesso, come il poeta ebbe a confessare a Giovanni Acri, che per lui la religione doveva essere «una semplice sottomissione dell'anima senza forma di culto esterno», tra l'ideale del P. e l'ideale cattolico è visibile la frattura. A confortare il suo dubbio e l'angosciosa ricerca, il P. si rifugiò in una religiosità vaga e di sentimento, in un cristianesimo ed un francescanesimo estetico. L'umanità gli apparve sempre in una zona di ombra misteriosa, come quella che cerchia I due orfani nella notte oscura, o la cristianità inginocchiata avanti La Porta Santa, una umanità sulla quale incombe il fato terribile della distruzione finale (Il ciocco). Riflesso di una speranza religiosa, di ciò che il suo sentimento invocava, in contrasto con la ragione, sono alcuni Carmina (Poemata christiana: Centurio, 1901; Paedagogium, 1903; Fumum Apollinis, 1904; Agape, 1905; Post accasum urbis, 1907; Pomponia Graecina, 1909; Thallusa, 1911), dove la poesia latina fiorisce in esametri o nei metri di Orazio e di Catullo, con ricchezza e proprietà di linguaggio che tien conto non solo dei poeti dell'età augustea, ma degli scrittori di prosa come Varrone, Columella, Plinio; una poesia originale e moderna, che a meraviglia esprime il pathos del mondo pagano in agonia e la trepida attesa della luce cristiana. Liriche che sono all'unisono con quelle del P. italiano, quando dal dogma e dall'etica del cristianesimo trae motivi per descrivere l'ora della preghiera (L'Angelus), la vita e la morte di una vergine (Suor Virginia), le parabole del Signore (Piccolo Vangelo), i pastori di Betlemme (In Oriente), l'annunzio in Roma della nuova franchigia al gladiatore che muore, dopo i saturnali, nella notte della Natività (In Occidente), o quando pone l'interrogativo sulla finalità divina nel prescogliere, tra milioni di astri, solamente la terra per l'Incarnazione (La Pecorella smarrita), o ritrova nell'atmosfera dei Fioretti il senso della povertà e della natura, figlia di Dio (Paulo Ucello), o invoca, per il suo trapasso, l'Eucaristia (Il Viatico). Tutto ciò rende valido il giudizio del Pietrobono: «Non ritrovò Dio con la certezza dei suoi primi anni; ma lo cercò instancabilmente; non poté, con suo vivo rimpianto, riconquistare la fede nell'immortalità dell'anima, ma la invocò tutta la vita; non immaginò neppure di poter passare per un filosofo, ma non smise mai di agitare tra sé i massimi problemi. Non giunse, insomma, ad una soluzione, e di questo molti provano fastidio; di questo che è lo stato d'animo in cui è riposta la ragione della sua poesia...

Al pari del suo Tolstoi seguitò a cercare e cercare fino alla fine, e la morte lo sorprese che si aggirava ancora per le buie contrade dell'essere e del non essere con la sua fioca lampada in mano, e gliela spense».

BIBL.: indicazioni bibl. a cura di G. Briganti e M. Ferrara in Studi pascoliani, I, Bologna 1927, pp. 62-69; II, 1929, pp. 76-79; III, 1933, pp. 91-95; IV, 1936, pp. 108-109. Opere: Tutte le poesie italiane di G. P., con prefazione di A. Baldini, 4ª ed., Milano 1950; Carmina, ivi 1951. Studi: P. Linguaglia, L'ideale di P. e l'ideale cattolico, Parma 1912; B. Croce, G. P., Bari 1920; F. Morabito, Il misticismo di G. P., Milano 1920; L. Valli, L'allegoria di Dante secondo G. P., Bologna 1922; A. Gandiglio, P. poeta latino, Napoli 1924; A. Meozzi, La vita e la meditazione di G. P., Firenze 1924; E. Turolla, G. P., Roma 1926; B. Giuliano, La poesia di G. P., Bologna 1934; N. Benedetti, La formazione della poesia pascoliana, Firenze 1934; P. Bianconi, P., Brescia 1935; W. Binni, La poetica di G. P., in La poetica del decadentismo italiano, Firenze 1936, pp. 101-21; L. Pietrobono, P. e il mistero, in G. P., a cura di I. De Blasi, Firenze 1937, pp. 79-99; F. Piemontese, Il pellegrino del mistero G. P., Modena 1938; E. Cozzani, G. P., a voll., 2ª ed., Milano 1939; C. Curto, La poesia del P., Torino 1940; D. Mondrone, Testimonianze e dispareri sulla religiosità di G. P., in Civ. Catt., 1941, III, pp. 404-13; G. Pasquali, Poesia latina di P., in Terze pagine stravaganti, Firenze 1942, pp. 251-71; R. Viola, La poesia italiana di G. P., Salamanca 1945; id., Lo svolgimento della critica pascoliana, in La rassegna d'Italia, 2 (1947), n. 4, pp. 109-15; D. Baccini, G. P., Bologna 1947; F. Pasini, Il P. maggiore, studi sui Carmina, Trieste 1948; L. Pietrobono, Commento a La Porta Santa, in Ecclesia, 9 (1950), pp. 646-47.
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“PASCOLI, GIOVANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 562. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pascoli-giovanni.