PARUTA, PAOLO. - Uomo politico e scrittore, n. a Venezia il 14 maggio 1540, m. il 9 dic. 1598. Studiò a Padova. La sua vita politica segue varie tappe che vanno dalla nomina a provveditore alla Camera dei Prestiti (1580), attraverso altri incarichi, tra cui l'Ambasciata a Roma dal 1592 al 1595, fino alla carica altissima di procuratore di S. Marco (1596).
La sua fama di pensatore è legata a Della perfezione della vita politica (Venezia 1579) e ai Discorsi politici (ivi 1599) dove il peso delle teoriche della ragion di Stato e la tradizione etico-religiosa convivono nonostante impliciti contrasti, in una meditata e sincera simbiosi. Il P. ha presenti le durezze e le difficoltà della vita politica, ma pure aspira ad un ideale e astratto mondo della giustizia e della fratellanza. Vive intimamente il contrasto tra vita attiva e vita contemplativa. A cavallo tra Rinascimento e « Controriforma » sente, con equilibrio e saggezza però, il dramma di due mondi in contrasto. Le sue opere storiografiche Istoria veneziana (Venezia 1605), Storia della guerra di Cipro (ivi 1605), nonché altri scritti (Lettere inedite, a cura di G. Biadego, Verona 1885 e La legazione di Roma, 3 voll., ivi 1886-87) denotano e completano la sua personalità di acuto politico, intento con cosciente perspicacia ad illustrare le forze che muovono la vita degli Stati, anche se il suo filiale affetto alla « patria » veneziana non riesce a superare un certo tono panegiristico verso la Serenissima, il governo della quale appare agli occhi del P. come l'apice della perfezione tecnico-politica.
Bibliografia8 opere
1837 resse la diocesi come vicario capitolare e si distinse per la sua coraggiosa assistenza ai colerosi; nel 1838 lasciò l'insegnamento per darsi alla predicazione, allo studio, alla poesia; nel 1847-48 scrisse rime patriottiche, per cui la polizia borbonica lo segnò fra gli «attendibili».
Sensibile, nervoso, malinconico, facile improvvisatore, fu poeta per natura. Il suo intimo dramma, scontato da un sincero amore di Dio e del prossimo, si tradusse in canto volutamente semplice, non solo per educare il popolo, ma per confortare i poveri. Questo «poeta del villaggio» (De Sanctis) amò Virgilio, tradusse Hugo, Lamartine, Shakespeare, Moore, Byron, Goethe, Klopstock, Bürger, Körner, predilesse Uhland. Colto ed amico di uomini colti, predicatore e panegirista ammirato (sebbene verboso), il suo orizzonte non si limita al villaggio; però solo quando s'immedesima nel dolore e nella fede degli umili abbozza tipi reali (Il vecchio sergente, Il curato, La cieca) e dà un'ingenuità tutta personale alla sua lirica, che merita considerazione tra la poesia popolare e religiosa dell'Ottocento.
Opere: Armonie italiane (Napoli 1841); Canzoni popolari (ivi 1841); Canti del Viggianese (ivi 1846); Canti del povero (ivi 1852); Poesie edite ed inedite (ivi 1856-57); Opere complete (quaresimali, panegirici, memorie: Ariano di Puglia 1889-98); Giulietta e Romeo, tragedia edita a cura di C. De Vivo (Ariano 1910); Ituriele, poemetto edito da C. Villani (Napoli 1910); Sordello, tragedia ed. da C. De Vivo (Avellino 1911); Poesie e prose, antologia a cura di C. De Vivo (Napoli 1913); All'abbazia di S. Spirito e altri inediti nel vol. di F. Lo Parco: Attraverso gli Abruzzi (ivi 1913); Canti educativi inediti e dispersi, a cura di F. Lo Parco (ivi 1921).
Bibliografia9 opere
Maria Sticco