COSMATI. - Sotto questa denominazione generica sono compresi i marmorari operanti in Roma, in varie località del Lazio e in genere dell'Italia centrale, dal sec. XII ai primi del sec. XIV, appartenenti a diverse famiglie in taluna delle quali spesso ricorre il nome di Cosma. Essi furono sostanzialmente decoratori che eseguirono suppellettili chiesastiche come amboni, cibori, cattedre, plutei, unendo ad un certo gusto classicheggiante la predilezione per il colore diffusa dai bizantini nell'Italia meridionale, e cioè arricchendo le loro opere con intarsi di porfidi, serpentine e fascie di musaici, ma lasciando sempre, a differenza di quanto fecero i marmorari campani o siciliani, un ampio respiro al fondo bianco che inquadra e limita, contendedole, le superfici colorate. In questo senso furono decoratori raffinati poiché mantennero vivo l'equilibrio fra la superficie da decorare e l'ornato policromo. Quando si rivolsero all'architettura non curarono i complessi problemi costruttivi dei lombardi e senza preoccuparsi di ricerche volumetriche elevarono i loro edifici talvolta nei templi più antichi privi di decorazioni cromatiche (S. Maria di Falleri) con gusto nativo per le proporzioni classicheggianti, ritmando i pieni ed i vuoti, scandendo ogni monotono ricorrere dei motivi con pause armoniose.

Un marmoraro Ranuccio lavorò in S. Maria Maggiore a Tuscania ed i figli di lui Pietro e Nicola alla porta di S. Maria in Castello a Tarquinia; Giovanni e Giuttone, figli di Nicola, a S. Andrea in Flumine a Ponzano e poi all'altare e al ciborio di S. Maria in Castello; altri loro parenti operarono anche in vari centri del Lazio.
Lorenzo di Tebaldo eseguì prima in Roma un altare a S. Stefano del Cacco, poi con il figlio Iacopo costruì gli splendidi amboni di S. Maria in Aracoeli, la porta di S. Maria di Falleri e la porta maggiore del duomo di Civitacastellana. Iacopo lavorò a S. Bartolomeo, iniziò con mirabile perfezione tecnica il chiostro di S. Scolastica ed il portico di Civitacastellana che compì con il figlio Cosma (1210). Il solenne arco che interrompe il ritmo lineare della trabeazione attinge a motivi classici ed anticipa nella serenità della visione il motivo brunelleschiano della cappella Pazzi. Cosma con i figli Luca e Iacopo fece il pavimento

Cosma di Pietro Mellini architettò la cappella del Sancta Sanctorum, in forme goticheggianti; ebbe tre figli: Iacopo, decoratore di pavimenti, Giovanni, che eseguì varie tombe a S. Maria Maggiore, all'Aracoeli e altrove, e Deodato che scolpì un altare della Maddalena al Laterano ed il ciborio goticheggiante di S. Maria in Cosmedin.
Altra grande famiglia di marmorari romani fu quella dei Vassalletto. Pietro collaborò al ciborio di S. Paolo, l'unica opera interamente figurata della produzione romana, eseguì un ambone a S. Pietro (1190), opere non ben precisate a Segni (1185), la schola cantorum di S. Saba dimostrando più di ogni altro nella saldezza dell'intaglio l'assimilazione di modi classici in parte anche assunti dal repertorio decorativo degli Etruschi. I suoi capolavori sono i chiostri di S. Paolo fuori le mura e di S. Giovanni in Laterano, che iniziò da solo e compì con il figlio Vassalletto, opere di un equilibrio mirabile per la ritmica scansione dei pilastri, le felici proporzioni delle arcatelle, la raffinata eleganza decorativa, la fermezza di intaglio e la vivacità del colore distribuito in venature di musaico sulle colonnine accoppiate e sempre varie, o rappreso in dischi e rettangoli sotto la cimasa intagliata a fogliami e mascheroni. Con maggiore sobrietà di colore e più raffinato senso delle proporzioni gli stessi marmorari innalzarono il portico della basilica di S. Lorenzo fuori le mura.
Sono da ricordare ancora la famiglia dei Salvati: Pietro de Maria, che costruì il chiostro della badia di

Educati ad un gusto per il colore che ha lontane origini nell'arte classica e che è possibile vedere conservato nell'alto medioevo in rari frammenti di pavimentazione, sorretti in questo indirizzo dai rapporti con l'arte bizantina, che aveva nella badia di Grottaferrata un centro di espansione prossimo a Roma, i C., preparando suppellettili chiesastiche si affinarono guardando all'antico e giunsero non di rado al capolavoro anche in opere di architettura. Sforarono talora una visione rinascimentale, come i fiorentini autori del S. Miniato al Monte e subirono poi nel corso del Trecento gli influesi gotici; chiamati a lavorare nella cattedrale di Gurk (ca. 1200) e fino nell'abbazia di Westminster a Londra, esercitarono sicuramente un fascino su quel grande plastico che fu Arnolfo e sul Maitani allorché progettava la facciata del duomo di Orvieto. Il loro sistema decorativo fu continuato ad essere usato per i pavimenti a Roma fino alle soglie del sec. XVI. - Vedi tav. XXXIX.