COSMATI. - Sotto questa denominazione ge-
nerica sono compresi i marmorari operanti in Roma,
in varie località del Lazio e in genere dell'Italia
centrale, dal sec. XII ai primi del sec. XIV, apparte-
nenti a diverse famiglie in taluna delle quali spesso
ricorre il nome di Cosma. Essi furono sostanzial-
mente decoratori che eseguirono suppellettili chie-
sastiche come amboni, cibori, cattedre, plutei, unendo
ad un certo gusto classicheggiante la predilezione
per il colore diffusa dai bizantini nell'Italia meridio-
nale, e cioè arricchendo le loro opere con intarsi di
porfidi, serpentini e fascie di musaici, ma lasciando
sempre, a differenza di quanto fecero i marmorari
campani o siciliani, un ampio respiro al fondo
bianco che inquadra e limita, contenendole, le super-
fici colorate. In questo senso furono decoratori raf-
finati poiché mantennero vivo l'equilibrio fra la
superfice da decorare e l'oranto policromo. Quando
si rivolsero all'architettura non curarono i complessi
problemi costruttivi dei lombardi e senza preoccu-
parsi di ricerche volumetriche elevarono i loro edi-
fici talvolta nei templi più antichi privi di decorazioni
cromatiche (S. Maria di Falleri) con gusto nativo
per le proporzioni classicheggianti, ritmando i pieni
ed i vuoti, scandendo ogni monotono ricorrere dei
motivi con pause armoniose.
Numerose sono le famiglie e le opere. Un mar-moraro Paolo operava al principio del sec. XII a Ferentino, ed ebbe 4 figli (Giovanni, Pietro, Angelo, e Sassone), che innalzano insieme in Roma il ciborio di S. Lorenzo (1148) e poi quelli di S. Marco, dei SS. Cosma e Damiano, dei SS. Apostoli (i quali ultimi tre più non esistono) e senza Pietro quello di S. Croce in Gerusalemme. Nicola, figlio di Angelo, lavorò a Gaeta (probabilmente non al campanile, come altri ritiene), scolpì con il Vassallettò il candelabro di S. Paolo, innalzò il ciborio di S. Bartolomeo all'Isola ed infine operò a Sutri con il figlio Iacopo del quale restano imprecise testimonianze. Drudo de Trivio cresce il ciborio di Ferentino, collaborò con Luca di Cosma ai plutei di Civitacastellana e con il figlio Angelo ad un ciborio in Lanuvio.
Un marmoraro Ranuccio lavorò in S. Maria Maggiore a Tuscania ed i figli di lui Pietro e Nicola alla porta di S. Maria in Castello a Tarquinia; Giovanni e Giuttone, figli di Nicola, a S. Andrea in Flumine a Ponzano e poi all'altare e al ciborio di S. Maria in Castello; altri loro parenti operarono anche in vari centri del Lazio.
Lorenzo di Tebaldo eseguì prima in Roma un altare a S. Stefano del Cacco, poi con il figlio Iacopo costruì gli splendidi amboni di S. Maria in Aracocli, la porta di S. Maria di Falleri e la porta maggiore del duomo di Civitacastellana. Iacopo lavorò a S. Bartolomeo, iniziò con mirabile perfezione tecnica il chio-stro di S. Scolastica ed il portico di Civitacastellana che compì con il figlio Cosma (1210). Il solenne arco che interrompe il ritmo lineare della trabeazione attinge a motivi classici ed anticipa nella serenità della visione il motivo brunelleschiano della cappella Pazzi. Cosma con i figli Luca e Iacopo fece il pavi-

Cosma di Pietro Mellini architetto la cappella del Sancta Sanctorum, in forme goticheggianti; ebbe tre figli: Iacopo, decoratore di pavimenti, Giovanni, che eseguì varie tombe a S. Maria Maggiore, all'Ara-coeli e altrove, e Deodato che scolpì un altare della Maddalena al Laterano ed il ciborio goticheggiante di S. Maria in Cosmedin.
Altra grande famiglia di marmorari romani fu quella dei Vassallettò. Pietro collaborò al ciborio di S. Paolo, l'unica opera interamente figurata della produzione romana, eseguì un ambone a S. Pietro (1190), opere non ben precisate a Segni (1155), la schola cantorum di S. Saba dimostrando più di ogni altro nella saldezza dell'intaglio l'assimilazione di modi classici in parte anche assunti dal repertorio decorativo degli Etruschi. I suoi capolavori sono i chiostri di S. Paolo fuori le mura e di S. Giovanni in Laterano, che iniziò da solo e compì con il figlio Vassallettò, opere di un equilibrio mirabile per la ritmica scansione dei pilastri, le felici proporzioni delle arcate, la raffinata eleganza decorativa, la fermezza di intaglio e la vivacità del colore distribuito in venature di musicao sulle colonnine accoppiate e sempre varie, o rappreso in dischi e rettangoli sotto la cimasa intagliata a fogliami e mascheroni. Con maggiore sobrietà di colore e più raffinato senso delle proporzioni gli stessi marmorari innalzarono il portico della basilica di S. Lorenzo fuori le mura.
Sono da ricordare ancora la famiglia dei Salvati: Pietro de Maria, che costruì il chiostro della badia di