ORDINI ARCHITETTONICI

ORDINI ARCHITETTONICI. - Il sistema di elementi architettonici portanti (colonna e capitello) e portati (trabazione), che appare già nell'architettura assai, nell'egizia, e nelle altre architetture precliniche, viene definito dall'arte greca con particolari forme e proporzioni nelle membrature principali e nelle loro parti caratterizzando così i vari o.; soprattutto il capitello è elemento determinante. Gli o. fondamentali sono il dorico e lo jonico, che si formano contemporaneamente fra il VII e il VI sec. a. C.: da essi derivano gli altri.

Una prima definizione, insieme a notizie leggendarie

Ordini architettonici - Colonnato corinzio in una chiesa del sec. IX. Roma, S. Maria in Domnica.

(nn. 1-24) descrive la liturgia papale negli ultimi tre giorni della Settimana Santa, nella seconda (nn. 25-40) il rito dei Sacramenti della Penitenza, Estrema Unzione e Viatico, e anche un ritus sepelendi clericos. Anche l'XI Ordo è un estratto del Pontificale della Curia: dà una sguardo generale alla liturgia papale nell'anno liturgico, e fu composto dal canonico Benedetto, di S. Pietro, per desiderio del card. Guido de Castello, poi Celestino II, tra il 1140-43. Il XII Ordo, scritto dal card. Cencio de Savelli (1192-98), è dedicato a Innocenzo III; espone la liturgia papale nel corso dell'anno, l'elezione e la consacrazione del papa e l'incoronazione dell'imperatore. Lo stesso argomento si ritrova nel XIII Ordo, composto per ordine di Gregorio X (m. nel 1276), che porta il titolo di Caeremoniale romanum. Il XIV Ordo, intitolato Ordinarium sanctae romanae Ecclesiae, fu composto probabilmente dal card. Gaetano Stefaneschi (m. nel 1341), che dovette avere sott'occhio il Messale della cappella papale del sec. XIII. Contiene la descrizione particolare-gigata dell'elezione e consacrazione del Papa, le cerimonie pontificie nel corso dell'anno, della canonizzazione, dell'in-coronazione degli imperatori, ecc. Il lavoro dello Stefaneschi fu completato da qualche copista posteriore col Ceremoniale di Pietro Amelio, e in questa forma si trova nell'edizione del Mabillon. Pietro Amelio (m. patriarca di Grado nel 1389) è anche autore del Liber de caeremoniis Ecclesiae romanae, che Mabillon pubblica come XV Ordo. Il contenuto è in tutto simile a quello dell'O. precedente.

Fuori della serie mabilloniana, ma in parte ora inseriti nel Corpus dell'Andrieu, ci sono i seguenti O.: Ordo di Giovanni e archiconator o edito sul cod. Sangall. 349. Il p. C. Silva-Tarouca lo ritenne della fine del sec. VII e cioè sarebbe stato il più antico O., facendone autore Giovanni di S. Martino, primicerio di S. Pietro, mandato da papa Agatone in Inghilterra nel 680. L'Andrieu (vol. III, p. 3 sg.) ha invece dimostrato che è stato composto nella terra occidentalis gallicana tra il 750-87. Ordo di Einsiedeln, pubblicato dal De Rossi e poi dal Duchesne (Origines, Parigi 1909, pp. 487-90), descrive le cerimonie del triduo sacro: è stato ritenuto comune mente del sec. VII, ma in realtà non va al di là del sec. VIII. Ordo di S. Amando, cosiddetto dall'omonima babaia nel nord della Francia, edita dal Duchesne (Origines, pp. 462-86; Andrieu, II, pp. 135-70), descrive la Messa papale, le cerimonie della Settimana Santa e di Pasqua, le ordinazioni, la dedicazione delle chiese: è datato alla metà del sec. VIII. Ordo Romanus antiquus (detto anche Ordo vulgatus) pubblicato da Melchiorre Hittorp (De divinis catholicae Eccl. officiis, Roma 1591, ristampato in M. de la Bigne, Maxima bibl. veterum Patrum, XIII, Lione 1677, pp. 661 sg.). Non è affatto romano e con-

sulla loro origine, è data da Vitruvio; gli
o. vengono poi codificati dai trattatisti del
Cinquecento: Serlio, Vignola, Palladio, Sca-
mozzi; e in età neoclassica particolarmente
dal Milizia. Fra questi trattatisti non vi è
concordanza completa sulle proporzioni e i
rapporti degli elementi di ciascun o., che ven-
gono stabiliti secondo la particolare sensibilità
dell'autore e i monumenti esaminati.

L'o. dorico è quello che più accentua
la funzione costruttiva delle membrature;
il fusto della colonna (che nella forma più
arcaica sorge direttamente da terra) ha un'al-
tezza di ca. 8 diametri, ed è inciso da sca-
nalature a spigolo vivo (da 16 a 24 prima,
poi in età classica 20); il capitello è sempli-
camente costituito da un echino e da un
abaco; nel fregio della trabeazione si alter-
nano metope (lastre lisce o adorne di basso-
rilievi, generalmente figurati) e triglifi (la-
stre adorne di scanalature verticali che
conservano forse il ricordo di elementi li-
gne di sostegno). Una variazione di quest'o.,
con colonna a fusto liscio e architrave privo
di fregio, è chiamata toscano o tuscanico
perché ritenuta caratteristica dell'età etru-
sca.

Più snello è l'o. jonico, in cui la colonna ha un'al-
tezza, prima di 8 poi di ca. 9 diametri ed ha il fusto con
scanalature ad angolo smussato; il capitello è caratteri-
zato da due volute; la trabeazione è caratterizzata da un
architrave suddiviso in varie fasce e da un fregio, liscio,
o istoriato con decorazione continua.

Dall'o. jonico si sviluppa il corinzio, che si diffe-
renza da quello per una maggiore snellezza (l'altezza
della colonna è di ca. 10 diametri) e soprattutto per la
maggiore eleganza del capitello, decorato da un doppio
giro di foglie d'acanto. Da questo l'o. composito diffe-
risce solo per la forma del capitello, che sovrappone al-
l'acanto le volute dell'o. jonico e si adorna anche di ele-
menti figurati.

Occorre ricordare anche il cosiddetto o. figurato (o
anche, secondo il Milizia, cariatico o persico), nel quale
figure umane sostituiscono le colonne nella funzione por-
tante; ma il nome di o. è in questo caso improprio, in
quanto le sue proporzioni sfuggono ad ogni regola.

L'architettura cristiana dei primi tempi fa talvolta
uso sistematico degli o., come nell'interno del S. Gio-
vanni di Firenze o del Battistero Lateranense (corinzio);
in S. Maria Maggiore a Roma una lunga fila di colonne
joniche, rielaborate durante il sec. XVIII, regge una tra-
beazione adorna di musica. Ma presto con l'impiego di
materiali di spoglio vengono confusi gli elementi che de-
finiscono gli o., come in S. Salvatore di Spoleto, dove le
colonne corinzie reggono una trabeazione dorica; poi
per tutto il medioevo l'arco prevale definitivamente sulla
trabeazione, che riappare in età romanica nel Lazio, dove
era più viva la tradizione e più numerosi gli esempi clas-
sici: nei colonnati di S. Maria in Trastevere o nei portici
cosmateschi di alcune chiese vengono usati capitelli jonici,
antichi o accuratamente imitati, sui quali corre una tra-
beazione disadorna o decorata a musica, a imitazione
di quella di S. Maria Maggiore. Questo tentativo di ri-
presa classica è però del tutto sporadico.

Solo nel '400, con l'appassionato studio dell'antico,
l'uso degli o. ritorna e si afferma sempre più stabilmente,
fino a divenire elemento compositivo fondamentale del-
l'architettura europea. Le proporzioni e le forme sfug-
gono a canoni prestabiliti; si riflettono i modi classici,
a volta intimamente rivissuti ma a volte trasformati dalla
personalità dell'architetto o dalle nuove tendenze este-
tiche; spesso l'o. viene definito solo dal tipo del capitello,
anch'esso capricciosamente variato nella decorazione.

Le prime espressioni appaiono in Toscana con il
Brunelleschi, che adotta il corinzio nell'esterno e nell'in-
terno della Cappella Pazzi e nella sagrestia vecchia di
S. Lorenzo; e, con più solenne senso classico, con Leon
Battista Alberti nel tempio malatestiano di Rimini (nella

(fo

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t. Alinari)

ORDINI ARCHITTONICI - Facciata di S. Maria dell'Orto, a due ordini, di
M. Longhi il Giovane (ca. 1630) - Roma.

facciata incompiuta è un primo esempio di sovrapposi-
zione di o.), in S. Maria Novella di Firenze e in S. An-
drea di Mantova; lo stesso Alberti codifica il ritorno alla
norma attuata dai Romani della successiva sovrapposi-
zione degli o. (dal basso all'alto dorico, jonico e corinzio)
nel Palazzo Rucellai di Firenze. Fuori di Firenze quest'uso
non è ancora chiaramente definito, come appare nell'arco
di Alfonso d'Aragona a Napoli dove, nonostante la viva
ispirazione classica, l'o. jonico è sovrapposto al corinzio.
In numerose chiese della seconda metà del '400 è usato
un medesimo o. (per lo più corinzio) nelle due zone
della facciata, con diverse proporzioni e con aggetti tanto
piatti da esprimere solamente divisione di spazi (S. Maria
del Popolo e S. Agostino a Roma; il duomo di Torino;
S. Francesco a Ferrara; S. Pietro a Modena; ecc.); invece
nella facciata albertiana di S. Marco di Roma gli o. so-
rapposti sono espressi con chiaro valore funzionale e
con classico senso delle proporzioni.

All'inizio del nuovo secolo, Bramante con il tem-
petto di S. Pietro in Montorio si giova dell'o. dorico
pur con perfetta rispondenza di forme e di ritmo fra
esterno e interno. Analoga unità di composizione è rag-
giunta da Antonio da Sangallo il Vecchio in S. Biagio di
Montepulciano, dove pure l'o. dorico è motivo domi-
nante.

Lo schema più frequente nelle facciate delle chiese
cinquecentesche è a due o. sovrapposti, non secondo la
classica concezione albertiana, ma seguendo invece il
prototipo di S. Spirito in Sassia, cioè con l'uso del co-
riznio nelle due zone. Non mancano eccezioni a questa
disposizione, con l'adozione nella zona inferiore dell'o.
dorico (S. Giacomo in Augusta a Roma; S. Paolo a Mi-
lano); oppure jonico (S. Maria dell'Orto a Roma; S. Gior-
gio a Bologna; Scuola di S. Fantin a Venezia); o infine
sovrapponendo dorico e jonico (Annunziata di Parma;
S. Giuliano di Venezia; S. Sebastiano di Milano). Ma
nel progetto per la facciata di S. Pietro, Michelangelo
adotta l'ordine unico (corinzio), che si estende nei fianchi
e nella tribuna, ritorna nella cupola, domina nell'interno,
con unità perfetta fra tutte le parti. Anche il Palladio
perviene alla stessa concezione di un solo o. nelle facciate
(ripetuto nell'interno), traendo diretta ispirazione dai
tempi antichi; esempi massimi il Redentore e S. Giorgio
Maggiore di Venezia. L'o. unico continua in età ba-
rocca, generalmente con scarso senso plastico (S. Fran-
cesca Romana, SS. Pietro e Marcellino, S. Croce in Ge-
rusalemme a Roma; S. Firenze a Firenze; S. Maria di
Carignano a Genova), a volte invece raggiungendo vivi
effetti pittorici per la potenza degli aggetti, come in
S. Giovanni in Laterano, e specialmente a Venezia, ove
perdura la tradizione palladiana (S. Maria della Salute);

251 ORDINI ARCHITETTONICI - ORDINI CAVALLERESCHI ED OSPITALIERI 252

Gli o. vengono adottati - indipendentemente dal motivo architettonico della chiesa - non solo in ambienti accessori come le sacrestie, ma anche nelle cappelle, siano esse costruzioni aggiunte a sé stanti (tra i primi esempi è la raffaellesca cappella Chigi in S. Maria del Popolo), o siano sorte con concezione unitaria; così avviene nella maggioranza delle cappelle secentesche (tipico esempio S. Andrea della Valle a Roma, dove in ogni cappella l'o. viene applicato con caratteri diversi).

Anche nelle diverse suppellettili delle chiese - altari, cibori, tabernacoli, pulpiti, lavabi (v. alle singole voci), cornici di pale - e nei monumenti sepolcrali, gli o. sono usati dal Rinascimento in poi riflettendo le successive forme della maggiore architettura.

Quanto al cosiddetto o. figurato, una prima espressione può farsi risalire al progetto di Michelangelo per la tomba di Giulio II. Questa invenzione è bene accetta ai manieristi, che l'adorteranno nell'architettura civile, e soprattutto nelle ville o in elementi decorativi. Nelle facciate di chiese una prima limitata applicazione si trova in S. Maria di S. Celso a Milano, dell'Alessi; esempi più completi sono in S. Raffaele di Milano, e, in età barocca, nell'Ospedaletto di Venezia e nella chiesa nazionale di Trapani. Tra le applicazioni negli interni è notevole quella dell'oratorio di S. Zita a Palermo. Un raro esempio di o. figurato nei campanili è quello borrominiano di S. Andrea delle Fratte a Roma. - Vedi tav. XIV.

Mario Zocca