ORDINI ARCHITETTONICI. - Il sistema di elementi architettonici portanti (colonna e capitello) e portati (trabeazione), che appare già nell'architettura assira, nell'egizia, e nelle altre architetture preelleniche, viene definito dall'arte greca con particolari forme e proporzioni nelle membrature principali e nelle loro parti caratterizzando così i vari o.; soprattutto il capitello è elemento determinante. Gli o. fondamentali sono il dorico e lo ionico, che si formano contemporaneamente fra il VII e il VI sec. a. C.: da essi derivano gli altri.
Una prima definizione, insieme a notizie leggendarie

(fot. Anderson)
L'o. dorico è quello che più accentua la funzione costruttiva delle membrature; il fusto della colonna (che nella forma più arcaica sorge direttamente da terra) ha un'altezza di ca. 8 diametri, ed è inciso da scanalature a spigolo vivo (da 16 a 24 prima, poi in età classica 20); il capitello è semplicemente costituito da un echino e da un abaco; nel fregio della trabeazione si alternano metope (lastre lisce o adorne di bassorilievi, generalmente figurati) e triglifi (lastre adorne di scanalature verticali che conservano forse il ricordo di elementi lignei di sostegno). Una variazione di quest'o., con colonna a fusto liscio e architrave privo di fregio, è chiamata toscano o tuscanico perché ritenuta caratteristica dell'età etrusca.
Più snello è l'o. jonico, in cui la colonna ha un'altezza, prima di 8 poi di ca. 9 diametri ed ha il fusto con scanalature ad angolo smussato; il capitello è caratterizzato da due volute; la trabeazione è caratterizzata da un'architrave suddiviso in varie fasce e da un fregio, liscio, o istoriato con decorazione continua.
Dall'o. jonico si sviluppa il corinzio, che si differenzia da quello per una maggiore snellezza (l'altezza della colonna è di ca. 10 diametri) e soprattutto per la maggiore eleganza del capitello, decorato da un doppio giro di foglie d'acanto. Da questo l'o. composito differisce solo per la forma del capitello, che sovrappone all'acanto le volute dell'o. jonico e si adorna anche di elementi figurati.
Occorre ricordare anche il cosiddetto o. figurato (o anche, secondo il Milizia, cariatico o persico), nel quale figure umane sostituiscono le colonne nella funzione portante; ma il nome di o. è in questo caso improprio, in quanto le sue proporzioni sfuggono ad ogni regola.
L'architettura cristiana dei primi tempi fa talvolta uso sistematico degli o., come nell'interno del S. Giovanni di Firenze o del Battatero Lateranense (corinzio); in S. Maria Maggiore a Roma una lunga fila di colonne joniche, rielaborate durante il sec. XVIII, regge una trabeazione adorna di musaici. Ma presto con l'impiego di materiali di spoglio vengono confusi gli elementi che definiscono gli o., come in S. Salvatore di Spoleto, dove le colonne corinzie reggono una trabeazione dorica; poi per tutto il medioevo l'arco prevale definitivamente sulla trabeazione, che riappare in età romanica nel Lazio, dove era più viva la tradizione e più numerosi gli esempi classici: nei colonnati di S. Maria in Trastevere o nei portici cosmateschi di alcune chiese vengono usati capitelli jonici, antichi o accuratamente imitati, sui quali corre una trabeazione disadorna o decorata a musaico, a imitazione di quella di S. Maria Maggiore. Questo tentativo di ripresa classica è però del tutto sporadico.
Solo nel '400, con l'appassionato studio dell'antico, l'uso degli o. ritorna e si afferma sempre più stabilmente, fino a divenire elemento compositivo fondamentale dell'architettura europea. Le proporzioni e le forme sfuggono a canoni prestabiliti; si riflettono i modi classici, a volta intimamente rivissuti ma a volte trasformati dalla personalità dell'architetto o dalle nuove tendenze estetiche; spesso l'o. viene definito solo dal tipo del capitello, anch'esso capricciosamente variato nella decorazione.
Le prime espressioni appaiono in Toscana con il Brunelleschi, che adotta il corinzio nell'esterno e nell'interno della Cappella Pazzi e nella sagrestia vecchia di S. Lorenzo; e, con più solenne senso classico, con Leon Battista Alberti nel tempio malatestiano di Rimini (nella

(fot. Alinari)
All'inizio del nuovo secolo, Bramante con il tempietto di S. Pietro in Montorio si giova dell'o. dorico puro con perfetta rispondenza di forme e di ritmo fra esterno e interno. Analoga unità di composizione è raggiunta da Antonio da Sangallo il Vecchio in S. Biagio di Montepulciano, dove pure l'o. dorico è motivo dominante.
Lo schema più frequente nelle facciate delle chiese cinquecentesche è a due o. sovrapposti, non secondo la classica concezione albertiana, ma seguendo invece il prototipo di S. Spirito in Sassia, cioè con l'uso del corinzio nelle due zone. Non mancano eccezioni a questa disposizione, con l'adozione nella zona inferiore dell'o. dorico (S. Giacomo in Augusta a Roma; S. Paolo a Milano); oppure jonico (S. Maria dell'Orto a Roma; S. Giorgio a Bologna; Scuola di S. Fantin a Venezia); o infine sovrapponendo dorico e jonico (Annunziata di Parma; S. Giuliano di Venezia; S. Sebastiano di Milano). Ma nel progetto per la facciata di S. Pietro, Michelangelo adotta l'ordine unico (corinzio), che si estende nei fianchi e nella tribuna, ritorna nella cupola, domina nell'interno, con unità perfetta fra tutte le parti. Anche il Palladio perviene alla stessa concezione di un solo o. nelle facciate (ripetuto nell'interno), traendo diretta ispirazione dai templi antichi; esempi massimi il Redentore e S. Giorgio Maggiore di Venezia. L'o. unico continua in età barocca, generalmente con scarso senso plastico (S. Francesca Romana, SS. Pietro e Marcellino, S. Croce in Gerusalemme a Roma; S. Firenze a Firenze; S. Maria di Carignano a Genova), a volte invece raggiungendo vivi effetti pittorici per la potenza degli aggetti, come in S. Giovanni in Laterano, e specialmente a Venezia, ove perdura la tradizione palladiana (S. Maria della Salute);

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Gli o. della facciata proseguono spesso nel campanile, soprattutto quand'esso si inserisce nello schema architettonico o forma un corpo unico con la fronte; sono generalmente adottati i tre o. sovrapposti secondo le norme classiche (S. Biagio di Montepulciano; S. Atanasio dei Greci a Roma; l'Annunziata di Airola presso Avellino; S. Prospero di Reggio Emilia, incompiuto).
L'uso dell'o. nel tamburo delle cupole, già accennato dal Bramante in Lombardia e poi da lui adottato nel progetto per S. Pietro, ha una grandiosa applicazione nella cupola michelangiolesca, dalla quale trarranno modello altre cupole romane (S. Carlo al Corso, S. Carlo ai Catinari, S. Andrea della Valle) e di altre regioni (la Salute di Venezia; la Madonna della Ghiara di Reggio Emilia; S. Sebastiano di Acireale, ecc.).
Gli o. vengono adottati - indipendentemente dal motivo architettonico della chiesa - non solo in ambienti accessori come le sacrestie, ma anche nelle cappelle, siano esse costruzioni aggiunte a sé stanti (tra i primi esempi è la raffaellesca cappella Chigi in S. Maria del Popolo), o siano sorte con ceccezione unitaria: così avviene nella maggioranza delle cappelle secentesche (tipico esempio S. Andrea della Valle a Roma, dove in ogni cappella l'o. viene applicato con caratteri diversi).
Anche nelle diverse suppellettili delle chiese - altari, cibori, tabernacoli, pulpiti, lavabi (v. alle singole voci), cornici di pale - e nei monumenti sepolcrali, gli o. sono usati dal Rinascimento in poi riflettendo le successive forme della maggiore architettura.
Quanto al cosiddetto o. figurato, una prima espressione può farsi risalire al progetto di Michelangelo per la tomba di Giulio II. Questa invenzione è bene accetta ai manieristi, che l'adotteranno nell'architettura civile, e soprattutto nelle ville o in elementi decorativi. Nelle facciate di chiese una prima limitata applicazione si trova in S. Maria di S. Celso a Milano, dell'Alessi; esempi più completi sono in S. Raffaele di Milano, e, in età barocca, nell'Ospedaletto di Venezia e nella chiesa nazionale di Trapani. Tra le applicazioni negli interni è notevole quella dell'oratorio di S. Zita a Palermo. Un raro esempio di o. figurato nei campanili è quello borrominiano di S. Andrea delle Fratte a Roma. - Vedi tav. XIV.