SIMMACO (Q. Aurelius Symmacus). - Retore e uomo politico, n. in Roma nel 345, m. nel 405, fu una delle figure più in vista del morente paganesimo romano. Prefetto di Roma nel 384, console nel 391, le cariche da lui tenute sono elencate nell'iscrizione del CIL, VI, 1699. Restano di lui i Panegirici indirizzati a Valentiniano I e a Graziano suo figlio, 10 libri di Lettere dettate con intento letterario ma vuote di contenuto e 49 Relationes dirette come praefectus urbi all'Imperatore durante gli aa. 384-85.
I due grandi avvenimenti del tempo suo: il cristianesimo trionfante e i barbari incombenti sull'Impero, sembra non lo interessino, a giudicare dai suoi scritti, tutto
proteso come è verso le glorie e i ricordi della sua Roma pagana, cari a lui come alle vecchie famiglie aristocratiche il cui prestigio era legato a quei ricordi e a quelle glorie.
Delle sue Relazioni merita di esser messa in rilievo la terza che egli scrisse e recitò a proposito dell'altare (non della statua) della Vittoria; questo era situato all'ingresso della curia, e ogni senatore entrando vi faceva atto di culto; la statua della Vittoria, preda di guerra tolta da Taranto, si ergeva invece nel fondo dell'aula su di uno zoccolo che gli scavi per la sistemazione della curia hanno rimesso in luce; Augusto stesso l'aveva collocata in quel luogo (29 a. C.). Graziano figlio del tollerante Valentiniano I tra le altre misure antipagane, aveva ordinato la rimozione dell'altare rinnovando la misura presa già da Costanzo e annullata da Giuliano, che aveva fatto ricollocar l'altare al suo posto.
Il Senato, composto in maggioranza di pagani, inviò S. nel 382 a Milano per ottenere la revoca dell'ordine, ma Graziano, prevenuto, attraverso s. Ambrogio, da papa Damaso, non ricevette l'oratore. Assassinato Graziano (383), S. rinnovò il tentativo con Valentiniano II succeduto al fratello; fu ricevuto, però con commossa efficacia la causa della vecchia Roma pagana facendo parlare la città stessa. Ma l'Imperatore, persuaso da s. Ambrogio suo consigliere, che frattanto aveva redatto una contorisposta, negò il permesso di ricostituzione dell'ara (384); la statua rimase sempre al suo posto e andò forse distrutta nell'incendio di Alarico (410).
La fallita missione di S. offrì al poeta Prudenzio l'occasione di comporre contro di lui due carmi (Contra Symmachium, I-II) nei quali, descritta l'indole delle divinità e del culto pagano (I), fa deplorare da Roma la inopportuna richiesta del senatore inviato per consiglio degli aruspici e non dalla patria, mentre la città chiede «ne quis Romuleas daemon iam noverit arces, sed soli paci Domino mea serviat aula» (II, 767-68).

PAPA, santo. - È commemorato nel Martirologio romano il 19 luglio introdottò da Usuardo, ma non consta che nell'antichità abbia avuto culto. Sardo d'origine, era figlio di un certo Fortunato; andò a Roma dove fu battezzato ed entrò tra il clero.
Alla morte di Anastasio II fu eletto papa dalla maggior parte del clero e consacrato nella Basilica Lateranense (22 nov. 498), mentre una minoranza, appoggiata dal Senato, eleggeva l'arciprete Lorenzo che veniva consacrato nella basilica di S.
Maria Maggiore. Scoppiarono allora disordini e tumulti fomentati dai senatori Festo e Probino, tanto che Teodorico decise di far venire a Ravenna i due competitori. S. fu facilmente riconosciuto e tornò a Roma, dove nel marzo 499 tenne un Sinodo in cui fu stabilito che nessuno poteva legittimamente occuparsi dell'elezione del pontefice mentre questi era ancor vivo né poteva formare un partito. Al Sinodo partecipò anche Lorenzo che si sottoscrisse come arciprete di S. Prassede, e, poco dopo, fu nominato vescovo di Nocera. Intanto i nemici di S. non disarmavano, e non potendo contestare più la sua elezione ricorsero alle accuse ed alle calunnie; fu mandato a Teodorico un libello con il quale si accusava il Papa di aver dilapidato i beni ecclesiastici, di vivere disordinatamente e di aver violato il canone di Nicea per la celebrazione della Pasqua. S. fu chiamato a Ravenna, ma mentre si trovava a Rimini conobbe le vere mire dei suoi accusatori. Ritornò quindi di nascosto a Roma e si rinchiuse in S. Pietro. Teodorico ne fu male impressionato ed inviò a Roma un visitatore apostolico, che celebrò nuovamente la festa di Pasqua ed occupò tutte le chiese ed i beni ecclesiastici. La situazione diveniva sempre più tragica; per ridonare la tranquillità fu convocato un sinodo perché giudicasse l'operato del Papa. Esso si aprì nel maggio 501 e S. acconsentì a sottomettersi al suo giudizio ma richiese che fosse intanto allontanato da Roma il visitatore apostolico. La seconda sessione doveva tenersi in S. Croce, ma mentre il Papa vi si recava da S. Pietro, fu assalito da un gruppo di facinorosi ed alcuni chierici del suo seguito furono uccisi e feriti. Si ritirò allora di nuovo a S. Pietro e non ne volle più uscire nonostante le pressioni fattegli. Il Sinodo intanto tenne altre riunioni e nell'ultima (ott. 501) decretò che il Papa non poteva esser giudicato da un tribunale terreno e che quindi doveva considerarsi come legittimo pastore al quale tutti dovevano obbedire. Le decisioni sinodali non piacquero a Teodorico né al partito laurenziano, ed i due senatori caporioni. Festo e Probino, tanto brigarono che ottennero il ritorno a Roma di Lorenzo. Per quattro anni la città fu teatro di sommose, di stragi, di massacri. I due partiti intanto non stavano inoperosi e mentre dalla parte scismatica si pubblicava un libello contro le decisioni del Sinodo del 501, da parte simmachiana si confezionava una serie di scritti conosciuti con il nome di Apocrifi simmachiani per giustificare con precedenti storici, inventati però, l'opera del Pontefice.
Egli stesso poi nel nov. 502 teneva un Sinodo in S. Pietro al quale, insieme con i preti romani, parteciparono molti vescovi d'Italia. In esso fu annullato il decreto del 483 riguardante l'alienazione dei beni ecclesiastici, che era stato il mezzo di lotta dei suoi nemici, e furono condannati Lorenzo ed il visitatore apostolico Pietro d'Altino.
Finalmente nel 507 DIOSCORO, PAPA (v.) riuscì a persuadere Teodorico perché facesse cessare lo scisma; al senatore Festo fu ordinato di cessare dall'opposizione contro S.; Lorenzo fu costretto a cedere tutte le chiese ed i beni occupati e si ritirò in una villa privata, e S. fu universalmente riconosciuto come solo e legittimo pastore.
Gli ultimi anni del suo pontificato trascorsero nella tranquillità e poté dedicarsi ad opere di pietà e di restaurazione morale e materiale. Costrui parecchie chiese in Roma e ne abbellì altre: l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano presso S. Maria Maggiore, l'oratorio di S. Andrea presso S. Pietro, SS. Silvestro e Martino, S. Agata e S. Pancrazio sull'Aurelia; rinnovò S. Agnese; specialmente S. Pietro; cacciò i manichei dei quali fece bruciare in pubblica piazza gli scritti; aiutò i vescovi esiliati o fatti prigionieri dai Vandali in Africa ed in Sardegna; riscattò molti prigionieri in Liguria ed in Lombardia; stabilì che si cantasse il Gloria nelle Messe delle domeniche e nelle feste dei martiri. M. il 19 luglio 514 e fu sepolto in S. Pietro.
Roma 1930, pp. 7-9, 29-37; Martyr. Romanum, p. 296; Fliche-Martin-Fruta, IV, pp. 336-47; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 48 sp. 69-76, 208 se.; A. Alessandrini, Teodorico e papa S. durante la scisma laurenziana, in Arch. Deput. rom. di stor. patria, 67 (1944), pp. 152-207. Agostino Amore