STATO PONTIFICIO. — Il primo nucleo dello S. P. fu il Ducato di Roma. Il duca, che rappresentava la supremazia bizantina e dimorava sul Palatino, scomparve sotto il pontificato di Stefano II e il Ducato restò, di fatto, autonomo ed ebbe, come capo del governo, il papa. La base autentica e giuridica dello S. P. non si appoggia sulla donazione dell'imperatore Costantino I (v.) a s. Silvestro, che è un falso (L. Duchesne-P. Fabre, Le Liber censum, I, Parigi 1901, pp. 366-69); ma sulla promessa di cessioni territoriali fatta, nel 754, a Queryszur-Oise (Aisne) da Pipino il Breve, che soddisfaceva
così ad un debito di riconoscenza verso il papa s. Zaccaria. Questi, infatti, temendo l'egemonia dei Longobardi e preferendo la protezione dei Franchi, non aveva forse legittimato la presa di possesso del potere, autorizzandone la consacrazione? Diventato padrone dell'Italia per diritto di conquista sui Longobardi, Pipino concesse alla S. Sede, nel 756, secondo la versione del *Liber Pontificalis*, Comacchio, Ravenna, la regione situata tra gli Appennini e l'Adriatico da Forli a Jesi, Sinigallia, Gubbio, Ancona, Faenza, Imola, Bologna, Ferrara; né il Ducato di Spoleto, né quello di Benevento facevano parte della donazione.
Il re longobardo Desiderio aveva, su, restituito Faenza e Ferrara, ma era venuto meno alle altre sue promesse; poi, sotto il pontificato di Adriano I, aveva riconquistato le due città cedute e per di più minacciava Ravenna. Carlomagno accorse in aiuto della S. Sede e accrebbe (6 apr. 774) lo S. P. dei Ducati di Spoleto e Benevento, di Luni, Berceto, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Monselice, della Venezia, dell'Istria, della Tuscia e della Corsica. Nel 787, poi, arricchì ancora il Ducato di Roma della Tuscia Longobarda e, a sud, di località situate sulla riva destra del Liri, come Sora, Arpino, Arce, Aquino, Teano, Capua. Il dono era così magnifico, che suscitò dubbi (P. Kchr, *Die sogenannte karolinische Schenkung von 774, in Historische Zeitschrift*, 70 [1893], pp. 385-441); ma non raggiunse la sua piena attuazione, quantunque in seguito confermato da Ludovico il Pio (817), Ottone I (13 febbr. 962), Enrico II (apr. 1020; cf. il *Liber censuum*, I, pp. 363-65; 368-73 e Th. von Sickel, *Das Privilegium Ottos I. für die römische Kirche vom Jahre 962 beleuchtet*, Innsbruck 1883). Non convince esagerare l'importanza del privilegio imperiale, che rappresenta uno strumento diplomatico diverso dalla realtà. Così il Ducato di Spoleto rimase a lungo indipendente dal Romano Pontefice.
Ad ogni modo, dopo mille vicissitudini, in seguito alle generose concessioni della contessa Matilde a Gregorio VII, nel 1077, confermate nel 1102 a Pasquale II, lo S. P. oltrepassava la riva sinistra del Pio di Goro, dalla foce nell'Adriatico fino a monte di Felonia, rasentava il Modenese quasi parallelamente al Panaro, attraversava, in prossimità di monte Cimone, l'Appennino, poi rasentava la Toscana presso il Trasimeno e sotto Chiusi e terminava sotto Orbetello. Di là il litorale pianeggiante lungo il Mediterraneo giungeva sin sotto Terracina. Il paese diventava montagnoso ed il confine rasentando gli Abruzzi correva verso settentrione e all'altezza del passo S. Pellegrino, dove piegava verso est e finiva a Porto d'Ascoli. Pontecorvo e Benevento restarono isolati nel Regno di Napoli, dopo che questo fu infeduto a Carlo I d'Angiò.
Gli Stati della Chiesa si suddivisero in sette province: 1) distretto di Benevento; 2) Campania e Marittima; 3) Patrimonio di S. Pietro, accresciuto della contea di Sabina, della terra Arnulphorum, delle città e diocesi di Narni, Terni, Rieti, Amelia, Todi; 4) Ducato di Spoleto; 5) Marca di Ancona con i distretti di Urbino, di Massa Trabaria e della terra di S. Agata; 6) Romagna; 7) città e contea di Bologna.
L'amministrazione di ciascuna provincia apparteneva, salvo eccezione, ad un rettore nominato dal papa o, incidentalmente, da un legato, sotto la cui presidenza si tenevano, ad intervalli irregolari, secondo le necessità dell'ora, i parlamenti nei quali i delegati dei comuni discutevano gli affari interessanti la loro circoscrizione, ripartivano i sussidi straordinari richiesti per far fronte alle spese militari, contraevano obblighi e prendevano notizia delle decisioni pontificie. I rettori determinavano
Stato Pontificio - Stemma dello S. P. Miniatura della fine del sec. xiv, dal II vol. della Bibbia appartenuta al Duca di Berry, come risulta dalla seguente annotazione del fol. $437^{v}$ : - Cette bible est au duc de Berry et Dauvergne conte di Poitou. Biblioteca Vaticana, cod. V
i prezzi di vendita, autorizzavano o proibivano le esportazioni dei prodotti agricoli; battevano anche una moneta speciale, il papalino, e ne fissavano il corso. Un tesoriere e un vice-tesoriere assicuravano la gestione finanziaria e la riscossione delle imposte, provenienti da molteplici fonti. Una corte di giustizia giudicava in appello le sentenze emesse dai magistrati locali. Un maresciallo dirigeva i servizi di polizia e un capitano generale comandava l'esercito reclutato tra le milizie feudatarie e le milizie comunali. I Comuni fornivano armi e viveri, si addossavano le spese di costruzione o di riparazione delle mura di difesa della città e vegliavano alla sicurezza delle vie di comunicazione. Le fortezze, sparse qua e là nel territorio d'ogni provincia, erano occupate da castellani. L'organizzazione dei quadri amministrativi, poco complessa, bastava a garantire la buona gestione degli interessi locali; però, come tutte le istituzioni del medioevo, lasciava luogo all'arbitrio, quantunque i sudditi della S. Sede avessero la risorsa di appellarsi ad essa contro le sentenze rese dai rettori.
Nel campo politico, invece, la situazione era assai confusa, secondo la dipendenza diretta o mediata delle singole terre dalla Chiesa. In alcune la S. Sede esercitava il potere secondo il tipo feudale: v'erano Comuni che godevano di una semilibertà e non potevano eleggere il podestà; mentre altri, i maggiori, come Bologna, Ancona, Perugia, se lo eleggevano. S'aggiunga una quantità di privilegi d'esenzione, prodigati troppo liberamente dalla S. Sede, che rendevano difficile ai reggenti il disimpegno della loro carica. Difficoltà non meno gravi andavano loro creando le passioni partigiane e le lotte di prevalenza tra baroni e Comuni. A partire dal sec. XII, i Comuni si arrogarono in loro confronto un'indipendenza gelosa; alla fine del sec. XIII e durante tutto il XIV baroni e avventurieri fortunati instaurarono regimi tirannici, a de-
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nelle mani di Giovanni Cerroni; mentre Giovanni di Vico mirava ad accaparrarsi il Patrimonio di S. Pietro.
Innocenzo VI nel 1353 affidò il difficile incarico di porre rimedio a così triste condizione di cose al card. ALBINO (v.). Quest'uomo di genio seppe piegare all'obbedienza tutti i ribelli, riconquistare Bologna, dotare le popolazioni italiane di un codice legislativo, che, tranne qualche aggiunta susseguente, rimarrà in vigore fino al 1816. Invece di schiacciare i vinti con le armi, perdonò loro generosamente e li legò alla Chiesa con vincoli reali e vantaggiosi. Urbano V poté allora fare la sua entrata in Roma (16 ott. 1367); per ritornare però ad Avignone (sett. 1370).
La restaurazione della monarchia pontificia, compiuta poi da Gregorio XI, come pure l'ascendente procurato al Papa dall'esito felice della guerra condotta contro Bernabò Visconti (1375), suscitarono la gelosia di Firenze, che aspirava ad impadronirsi della Toscana. Le città e le borgate degli S. P., scontate del ritardato ritorno del Pontefice in Italia e della condotta dei suoi funzionari, non resistettero agli intrighi di Firenze ed inalberarono la bandiera della rivolta, e allo scatenarsi della guerra, detta degli Otto Santi, la Chiesa perdette i domini così penosamente riconquistati (nov. 1375-76). Bande bretoni, assolate da Gregorio XI, ridussero alla lunga i ribelli all'impotenza e Firenze, colpita dall'interdetto che rovinava i suoi commerci, firmò la Pace di Sarzana (1378).
Con il grande Scisma d'Occidente rincurarono le lotte: Urbano VI e Clemente VII pensarono di porre fine alla loro querela con le armi. Alle bande di Bretoni e di Guasconi, comandate da Luigi di Montjoie, Urbano VI oppose la compagnia italiana, comandata da Alberico da Barbiano (apr. 1379). Il 17 e il 20 apr., Clemente VII, sacrificando gli Stati della Chiesa, concesse a Luigi I, duca d'Angiò, il Ferrarese, il Bolognese, Ravenna, la Romagna, Massa Trabaria, la Marca d'Ancona, Perugia, Todi e perfino il Ducato di Spoleto, con l'onere di conquistarli entro due anni. Egli non conservava per sé che il Patrimonio di S. Pietro, la Campania, la Marittima, la contea di Sabina e Roma. Ma il contratto con Luigi di Angiò non funzionò e il regno di Adria non sorse, per la mancata esecuzione della sua clausola essenziale, che era di conquistarlo contro Urbano VI.
Le sorti della guerra volsero a favore del Papa romano; la guarnigione di Castel S. Angelo capitolò per fame (27 apr. 1379) e Alberico da Barbiano, vincitore a Marino (30 apr.), entrò a Cisterna, a Rocca di Papa e Marino. Ma Onorato Caetani, conte di Fondi, confermato da Clemente VII quale rettore della Campagna e della Marittima non pensò che ad ingrandire la sua sfera d'influenza. Giordano Orsini occupò i monti Albani; Francesco di Vico respinse le truppe inviate gli contro per strappargli Viterbo e si dispose ad allargare i suoi domini nel Patrimonio di S. Pietro. A Ravenna, Cesena, Ancona i castellani patteggiavano apertamente o in segreto con Clemente VII. Il più terribile avversario di Urbano VI, Rinaldo Orsini, conte di Tagliacozzo, per sei anni combatté con successo aiutato da condottieri finché la sua tragica fine (14 apr. 1390) permise di ricuperare Orvieto e il Ducato di Spoleto. Nel 1408, la sorte degli S. P. restò assai compromessa dall'entrata in Vaticano (25 apr.) del re di Napoli, Ladislao di Durazzo, col pretesto di mantenere alte le parti di Gregorio XII, in realtà per puro interesse politico: la presa di Perugia rivelò le sue vere intenzioni e lo comprime. Firenze, inquieta dei suoi progressi e legata all'obbedienza di Alessandro V, il Papa del Concilio di Pisa, organizzò una spedizione punitiva, con il concorso di Luigi II d'Angiò, per cacciare Ladislao da Roma. Riuscita l'impresa, si dovette ricom
STATO PONTIFICIO - Galere Pontificie. Alfresco del « Salone Sistino » della Biblioteca Vaticana, eseguito da Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1588-89).
Trimento insieme e dei Comuni e del Papato. Insomma, intorno al 1300, e durante il sec. XIV, dominò negli Stati della Chiesa, in maniera continua o sporadica, uno stato di anarchia.
Non meno grave era il pericolo esterno: la Repubblica di Venezia, i Visconti di Milano, Firenze, apertamente o copertamente miravano ad usurpare le terre della Chiesa; e c'era da fare i conti anche con le mire del re dei Romani e degli Angioini di Napoli.
Nel 1308, Venezia, che ambiva sfruttare a suo vantaggio esclusivo le vie fluviali di transito verso l'alta Italia, occupò, con il consenso di Francesco d'Este, Ferrara. Ma per l'intervento di Clemente V dovette abbandonare la conquista (17 febbr. 1313).
Se la spedizione in Italia dell'imperatore Enrico VII (1311-13) non recò altro che danni materiali a Roma, dove le sue truppe e quelle del Re di Napoli, vicario della S. Sede, s'affrontarono in combattimenti sanguinosi, tentata in città di Lodovico di Baviera (7 genn. 1328) cagionò la defezione degli abitanti, il cui esempio fu seguito da numerose città del Patrimonio di S. Pietro e delle Marche. La ritirata dell'armata tedesca (1330) permise a Giovanni XXII di riportare vittoria sullo scisma dell'antipapa Pietro di Corvaro e a Benedetto XII di eliminarlo del tutto. Ma la pacificazione politica fu ben altrimenti difficile ad ottenere. Benedetto XII, secondo quello che egli stesso diceva, aborriva la guerra, e credette di poter ristabilire l'ordine profondamente turbato, soprattutto nella Romagna e nelle Marche, mediante la conciliazione e la repressione degli abusi perpetrati dagli agenti apostolici. Ma se le costituzioni emanate allo scopo di promuovere la retta amministrazione degli Stati della Chiesa mostrano incontestabilmente l'impronta della saggezza, le rimostranze, i rimproveri, le minacce di pene spirituali o temporali contro i nobili romagnoli si dimostrarono inefficaci.
Che rimaneva ormai della supremazia della S. Sede? Giovanni de' Manfredi era padrone di Faenza, il Malatesta tiranneggiavano a Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone, Ancona, Osimo, Senigallia, Jesi, Ascoli; Francesco Ordelaffi si vantava della presa di Cesena, Bertinoro, Meli-dola... Peggio ancora: i Pepoli vendevano Bologna a Giovanni Visconti (16 ott. 1350). L'inferiorità numerica delle truppe pontificie obbligò Clemente VI a cederne per la durata di dodici anni il vicariato al potente signore di Milano (28 apr. 1352). A Roma la rivoluzione del 20 maggio 1347 aveva portato al potere della di Rienzo, quella del 26 dic. 1351 fece passare il potere

Stesto Pontificio - Galere Pontificie. Affresco del - Salone Sistino - della Biblioteca Vaticana, eseguito da Giovanni Guerra e Cesare Nebbia (1 588-89).
pensare la Repubblica con la concessione della Romagna (22 apr. 1410) e, il 25 giugno 1412, conchiudere con il Re di Napoli un trattato che gli accordava Perugia, Ascoli, Viterbo, Benevento. Le truppe napoletane occuparono ancora a lungo Roma, tanto che Martino V (11 nov. 1417), papa incontrastato, dovette risiedere per due anni a Firenze.
Dai torbidi del grande Scisma derivò un fenomeno di primaria importanza: i Comuni conquistarono l'autonomia e strapparono ai papi, privi di risorse pecuniarie e di autorità politica, delle specie di carte municipali, che assicurarono loro l'indipendenza e permisero di trattare da potenza a potenza con il Papato, di eleggersi i propri magistrati, di battere moneta e di assoldare truppe. Più ancora: Città di Castello, Fermo, Ascoli, Bologna, ecc., ottennero il vicariato nel temporale, dietro pagamento di un censo annuo. Tali concessioni, stipulate solo a titolo temporaneo, al loro spirare venivano rinnovate, sempre a motivo delle strettezze finanziarie.
Nella Campagna e nella Marittima i Comuni di poca importanza avevano da temere l'ingerenza dei baroni. Dall'alto delle loro rocce, appollaiate sulla montagna, i nobili controllavano il paese e si costituirono così dei principati. Nella Marca di Ancona e nella Romagna esistevano vicariati molto numerosi, più o meno estesi, posseduti dai Montefeltro, dai Malatesta, dai Polenta, ecc. Alberto d'Este ottenne in perpetuo la città e contea di Ferrara (23 giugno 1389). Insomma, nel sec. XV, i papi non erano più padroni nei loro Stati o lo erano soltanto nominalmente; ed a partire da Eugenio IV videro la necessità di ristabilire la loro autorità; ed i principali artefici della restaurazione del potere temporale furono Alessandro VI e Giulio II.
Il nepotismo, che offuscò la memoria di Alessandro VI, ebbe un risultato inatteso. BORGHESIA (v.) sognava di crearsi uno Stato potente nell'Italia centrale; per questo bisognava determinare la caduta dei vassalli stabiliti nella Romagna, nelle Marche, e nella Campagna. Riuscì, infatti, con ogni mezzo a domare i vassalli e a darsi orgogliosamente il titolo di duca di Romagna, di Urbino, Senigallia e Perugia (gen. 1503). Ma la morte di Alessandro VI (18 ag. 1503) ne determinò la caduta e la Chiesa ereditò le sue conquiste. Giulio II aveva deciso di liberare i suoi Stati dagli ingiusti usurpatori; dopo avere con il concorso di Luigi XII, re di Francia, ricuperare le terre usurpate da Venezia, si volse contro il suo alleato, e fin dal 1510 annunziò il suo disegno di combatterlo; poi si mise alla testa di una forte armata e ricuperò Bologna.
Sotto Leone X, Francesco Maria della Rovere, a cui il Papa aveva tolto il Ducato di Urbino, si rimise nel 1517 in campagna e riprese facilmente i suoi domini. Sul finire del sec. XVI, venuta a mancare la dinastia degli Estensi, Ferrara rientrava sotto il dominio diretto della S. Sede; qualche decennio più tardi avveniva lo stesso del Ducato d'Urbino con il finire dei Della Rovere. Intanto l'istituzione dei legati e dei veleggiati, già abbozzata nel sec. XIV, diventò la regola generale (v. LEGAZIONI).
Nel sec. XVIII, i viaggiatori francesi che visitarono lo S. P. attestano concordi che le popolazioni vivevano felici sotto un regime essenzialmente paterno. Non che tutto fosse perfetto: per confessione di Pio VII non vi era uniformità amministrativa; il potere giudiziale dipendeva da una quantità di tribunali particolari o privilegiati, le cui giurisdizioni s'intralciavano e si contrastavano; tutti i tentativi di riforma non erano riusciti a cagione della collisione degli interessi privati e dell'attaccamento alle antiche abitudini (motu proprio del 6 luglio 1816, in Bullarii continuatio, XIV, Roma 1849, p. 47).
Il problema dell'esistenza dello S. P. sorse con la Rivoluzione Francese. Sotto il pretesto di Bassville (v.), Bonaparte entrava a Bologna, il 19 giugno, e il 23 vi imponeva un armistizio, che comportava l'occupazione e delle legazioni di Bologna e Ferrara e della cittadella di Ancona. Falliti per colpa del Direttorio i negoziati per un trattato di pace, prevista a breve scadenza, il Trattato di Tolentino (17 febr. 1797) consacrò la perdita e in perpetuo ... dei territori conosciuti sotto il nome di legazioni di Bologna,

corte di Napoli, Pio VII con un motu proprio del 6 luglio 1816 promulgò uno Statuto per gli S. P. (Bull. rom. continuatio, XIV, Roma [1849], pp. 47-79 e i regolamenti particolari, richiesti dall'Editio, pp. 83-196) ed istituì dicassette legazioni, ripartite in tre classi: di prima classe o legazioni: Urbino e Pesaro, Ravenna, Forlì, Bologna; di seconda: Frosinone, Viterbo, Perugia, Macerata, Fermo, Ancona, Spoleto; di terza: Benevento, Rieti, Civitavecchia, Camerino e Ascoli. La legazione di Ferrara rimase fuori classe. Il distretto di Roma, con organizzazione propria, comprendeva i dintorni della città e i governi di Subiaco e di Tivoli. Le quattro legazioni toccavano a cardinali o, in via di eccezione, a prelati con il titolo di vice-legati; le altre avevano a capo i delegati, che dovevano essere prelati. Ogni delegato era assistito da un Consiglio consultivo, composto di membri scelti dal Papa, e aveva potere sopra tutti i governatori della sua giurisdizione, nominati anch'essi dal sovrano. I municipi erano amministrati da un gonfaloniere, con l'aiuto di anziani. I codici civile e penale subirono una profonda riforma. Il catasto, le finanze, la pubblica istruzione, l'esercito e la polizia ebbero una nuova organizzazione. Il laicato deplorò di essere escluso dalle maggiori cariche, come quelle di legati e di delegati. Due Editti del 5 ott. 1824 e del 21 dic. 1827 apportarono modificazioni nella divisione amministrativa dello Stato romano, che fu diviso in tredici delegazioni. Il codice di procedura civile fu semplificato (Bullavii Romani continuatio, XIV, Roma 1849, pp. 128-255; XVII, ivi 1855, pp. 113-291).
L'opera riformatrice compiuta da Pio VII ad ispirazione del card. Consalvi fu in parte neutralizzata da Leone XII. Le popolazioni deplorarono la soppressione di alcune disposizioni del Codice napoleonico, la cattiva amministrazione delle finanze, la ripartizione ingiusta delle terre, la parzialità nella magistratura. E poiché il malcontento era quasi universale in Italia si ebbe lo sviluppo di sette come i carbonari, che professavano una ostilità violenta contro le monarchie assolute e raccoglievano i loro elementi da tutte le classi sociali. Esse trovarono favore anche negli S. P. ed il 4 febbr. 1831 scoppiarono a Bologna disordini rivoluzionari, che guadagnarono rapidamente la Romagna, le Marche e l'Umbria, ed un'armata, comandata dal generale Sercognani, marciò su Roma. Gregorio XVI, che non disponeva di sufficienti forze militari, ricorse all'Austria. Il generale Krabowski entrò a Bologna il 21 marzo e il 26 gli insorti capitolavano. Tale occupazione da parte dell'Austria assicurava la sua egemonia in Italia, dove già possedeva il Lombardo-Veneto. Perciò le corti europee s'adoperarono a farla cessare. Il 21 maggio 1831, fu presentato alla Corte di Roma un Memorandum (cf. il testo in Rina del Piano, Roma e la Rivoluzione del 1831, Imola 1931, con documenti inediti, p. 343), che proponeva una serie di riforme amministrative atte ad assicurare la tranquillità pubblica e il ristabilimento del motu proprio del 6 luglio 1816. Il Pontefice non accettò la lavata imposizione del Memorandum, e promettendo adeguate riforme indusse gli Austriaci a sgombrare dagli S. P. (15 luglio).
Tali riforme amministrative assai complesse ed importanti rappresentano uno sviluppo dell'opera del Consalvi, e furono gradualmente attuate durante il corso di tutto il pontificato, ma troppo spesso per passione di parte non riuscirono gradite né ai liberali, né agli assolutisti. Intanto, per imporre l'iniziale applicazione e restaurare nelle legazioni l'autorità perduta, un'armata pontificia prese l'offensiva (18 gen. 1832); ma, dopo avere trionfato dei ribelli nella giornata del 20, non poté impedire una sollevazione generale della popolazione, e gli Austriaci, chiamati in aiuto, rientravano in Bologna il 28; il 23 febbr. alcuni battaglioni francesi s'impiadirono di Ancona. Truppe straniere mantenerono così l'ordine degli S. P. fino al 4 dic. 1838.
Un fattore nuovo si aggiunse: l'accusa propaganda mazziniana delle idee di libertà e di indipendenza ed unità nazionale, che s'incentrava nell'organizzazione della Giovane Italia. Un colpo di mano tentato a Rimini nel 1845 mise in chiaro l'imminenza del pericolo. Libe-

Stato Pontificio - Mons. de Mérode, mons. Luquet e Villiers de l'Isle Adarn salvano alcuni soldati francesi feriti in occasione dell'assedio di Roma del 1840. Stampa da un quadro di Raffet. Roma, esemplare dell' Istituto per la storia del Risorgimento italiano.
rali moderati e neo-guelfi, cui ripugnavano gli atti rivoluzionari predicati dal Mazzini, domandarono riforme costituzionali più adatte alle tendenze del tempo: Gli ultimi casi di Romagna, opuscolo comparso nel 1846, destò in Europa un'eco considerevole. L'autore Massimo d'Azeglio vi si dichiarava partigiano della monarchia costituzionale e non nascondeva le sue simpatie per il re di Sardegna, Carlo Alberto, destinato, secondo i suoi pronostici, ad attuare la grande opera di liberazione dal giogo straniero.
Ben informato sulle ambizioni legittime dei suoi contemporanei «travagliati dalla febbre delle riforme e delle innovazioni», Pio IX ebbe a cuore di soddisfarle. Sperava così di isolare il partito mazziniano e di impedire a questo di giungere a creare in Italia un'unità repubblicana. Cominciò col solito atto di clemenza: il decreto di amnistia (16 luglio 1848) promise il perdono agli esiliati dal suo predecessore, ai disertori o ai condannati per delitti politici (cf. Atti del Sommo Pontefice Pio IX, parte 2ª, 1, Roma 1857, pp. 4-7 e A. Mercati, In margine all'amnistia concessa da Pio IX, in Aevum, 24 [1950], pp. 103-32). Tutto un insieme di utili riforme ottenne l'approvazione quasi universale, tranne quella di Metternich. Ma lo Statuto fondamentale per il governo temporale degli Stati della S. Sede, che instaurò una specie di regime costituzionale, del resto molto mitigato (14 marzo 1848), costituì la pietra d'incampo (cf. Atti, cit., I, pp. 228-38). Le prudenti misure adottate inquietarono i partigiani dell'antico stato delle cose, scontentarono i bramosi di novità e soddisfacero i soli moderati. Il rifiuto di partecipare alla guerra di indipendenza contro l'Austria aggravò la situazione; né riuscì a riassestare la mano energica di Pellegrino Rossi. La rivoluzione che seguì in Roma all'assassinio di questo ministro (15 nov. 1848) decise il Papa a recarsi a Gaeta, in territorio napoletano (24 nov.) per tutelare la sua libertà religiosa. Prevalsero così contro neo-guelfi e moderati gli estremisti. Un'assemblea costituente stroncò radicalmente la Questione Romana: l'art. 10 del decreto, votato nella notte dall'8 al 9 febbr. 1849, dichiarò che il Papato «era decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano» e, nell'articolo 3ª, che «la forma del governo dello Stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana» (cf. G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, III, Firenze 1870, pp. 201-205).
Il 18 febbr. il corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede ricevette una nota che richiedeva l'intervento armato dell'Austria, della Francia, della Spagna e del Regno delle Due Sicilie. Il 3 luglio le truppe del generale Oudinot s'impiadronirono, dopo accaniti combattimenti, di Roma; Ferrara, il Bolognese, le Marche e Ancona furono occupate dagli Austriaci (G. Mollat, Les débuts de l'occupation française à Rome en 1849, d'après une correspondance inédite, in Revue d'histoire ecclésiastique, 30 [1934], pp. 334-60, 587-619).
Prima di rientrare nei suoi Stati Pio IX fece pubblicare un editto di riforma e un decreto di amnistia (12 sett. 1849; cf. Atti, cit., I, pp. 286-94). Invece delle libertà politiche venne ripreso ed accentuato con ottime provvidenze il ciclo delle innovazioni amministrative, che tuttavia apparvero come una reazione contro le misure liberali adottate, più o meno spontaneamente, nel 1848. Ciò nonostante, grazie anche alla presenza delle truppe straniere, la calma negli S. P. durò fino al 1859. Molti, però, pensavano che fosse una calma apparente. I veri sentimenti dei novatori delle legazioni si manifestarono apertamente allo scoppio della guerra tra il Piemonte e l'Austria. Appena partiti gli Austriaci accantonati a Bologna (12 giugno 1859), costoro, d'accordo con quelli delle Marche, di Orvieto e di Perugia, mandarono emissari a Torino per accordarsi con il re di Sardegna.
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**STATO PONTIFICIO**
**Statuto Pontificio - Villa Savorelli sul Gianicolo (assedio di Roma del 1849), incisione di Domenico Amici.**
L'offerta non fu accettata subito per timore di scontentare Napoleone III. Ma quando Cavour ebbe l'assicurazione che l'Europa avrebbe adottato una politica di non intervenuto, togliendo a pretesto i torbidi fomentati da lui stesso sotto mano nell'Umbria e nelle Marche, pretese di ristabilirvi l'ordine: perciò i reggimenti sardi penetrarono nel territorio pontificio, superando la resistenza delle esigue schiere pontificie a Castelfidardo (18 sett. 1860). Un decreto reale del 17 dic. rese effettiva l'annessione della Marche e dell'Umbria al Regno di Sardegna (cf. Traitées publics de la Maison de Savoie, VIII, pp. 913-915). La S. Sede non conservò più che le delegazioni di Civitavecchia e di Viterbo, quella di Velletri e di Frosinone nonché i dintorni di Roma.
La proclamazione di Vittorio Emanuele a re d'Italia (17 marzo 1861) e i discorsi pronunciati in Parlamento da Cavour (25-27 marzo) costituirono una aperta minaccia per l'avvenire di Roma. Alcuni tentativi di conciliazione fatti dal 1860 al 1862 non approdarono a nulla, mentre il piccolo S. P., ridotto ad un territorio per la maggior parte incolto, viveva faticosamente. La Convenzione del 15 sett. 1864, firmata con la Francia, stipulava il ritiro graduale delle truppe francesi da sostituire con l'ordine pontificio prontamente costituite (H. von Srbik, La Convenzione segreta tra l'Austria e la Francia del 12 giugno 1862, in Rivista storica italiana, 3 [1937], pp. 1-60). Queste forze, affiancate in estremo da un nuovo corpo di spedizione francese, riportarono, dopo oltre un mese di lotta contro colonne garibaldine, la decisiva vittoria di Mentana (3-4 nov. 1867). Ma nel 1870 la partenza della brigata francese rimasta a Roma, provocata dallo scoppio della guerra con la Germania, e la conseguente sconfitta, lasciarono le mani libere al governo regio e il 20 sett., dopo cinque ore di ferma resistenza, per disposizione del Pontefice Roma capitolava. - Vedi tavv. LXXXVI-LXXXVIII.
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Papes d'Avignon, 9° ed., ivi 1950 (con abbondante bibl. critica); J.-M. Vidal, Benoit XII et l'Italie. Introd. aux lettres closes et patentes de Benoît XII, ivi 1950; Pastor, I-XVI. Sul pe- riodo della Rivoluzione Francese e del sec. XIX: la bibl. in G. Mollat, La Question Romaine, de Pie VI à Pie IX, 2° ed., Parigi 1932; si possono aggiungere le opere più importanti; A. Vigevano, La fine dell'Esercito Pontificio, Roma 1921; id., La campagna delle Marche e dell'Umbria, ivi 1923; C. Vidal, Louis Philippe, Metternich et la crise italienne de 1831-32, Parigi 1931; J. Brady, Rome and the neapolitan Revolution of 1820-21, Nuova York 1937; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938; M. Petrocchi, La restaurazione, il card. Consalvi e la riforma del 1816, Firenze 1941; A. Ventrone, L'amministrazione dello S. P. dal 1814 al 1870, Roma 1942; M. Petrocchi, La restaurazione romana, ivi 1943; P. Dalla Torre, L'opera riformica ed amministrativa di Pio IX dal 1850 al 1870, Roma 1943; M. Nobili-S. Camerani, Carteggio di Bettino Ricasoli, 4 voll., Roma 1945-47; P. Pirri, La missione di mons. Corboli Bussi in Lombardia e la crisi della politica ital. di Pio IX, in Riv. di stor. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 38-84; R. Moscati, Le scritture della Segreteria di Stato degli affari esteri del Regno di Sardegna, Roma 1947 (importante spoglio di documenti); D. Massé, Pio IX e il gran tradimento del '48, Alba 1948; P. Dalla Torre, L'opera riv. formatrice ed amministrativa di Gregorio XVI, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 29-121; id., Pellegrino Rossi, Il Neo-guelfismo e l'Italia, in Arch. della Soc. Romana di Storia Patria, 71 (1948), pp. 163-68; P. Pirri, La politica unitaria di Pio IX dalla lega doganale alla lega italiana, in Riv. di stor. della Chiesa in Italia, 2 (1948), pp. 183-214; E. de Levis Mirepoix, Un collaborateur de Metternich, Mémoires et papiers de Lebzeltern, Parigi 1949; A. Ghisalberti, Rapporti delle cose di Roma, 1848-49, Roma 1949 (dispacci dell'Agente diplomatico dei Paesi Bassi); P. Dalla Torre, Pio IX e la Restaurazione del 1849-50, in Avium, 23 (1949), pp. 267-98; P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato. La quegliezione Romana, 2 voll., Roma 1951; G. Mollat, La Question Romaine sous Grégoire XVI et Pie IX, in Revue des sciences religieuses, 26 (1952), pp. 132-42. Guglielmo Mollat

