STATO PONTIFICIO. - Il primo nucleo dello S. P. fu il Ducato di Roma. Il duca, che rappresentava la supremazia bizantina e dimorava sul Palatino, scomparve sotto il pontificato di Stefano II e il Ducato restò, di fatto, autonomo ed ebbe, come capo del governo, il papa. La base autentica e giuridica dello S. P. non si Costantino I (v.) a s. Silvestro, che è un falso (L. Duchesne-P. Fabre, Le Liber censium, I, Parigi 1901, pp. 366-69); ma sulla promessa di cessioni territoriali fatta, nel 754, a Querzysur-Oise (Aisne) da Pipino il Breve, che soddisfaceva
così ad un debito di riconoscenza verso il papa s. Zacaria. Questi, infatti, temendo l'egemonia dei Longobardi e preferendo la protezione dei Franchi, non aveva forse legittimato la presa di possesso del potere, autorizzandone la consacrazione? Diventato padrone dell'Italia per diritto di conquista sui Longobardi, Pipino concesse alla S. Sede, nel 756, secondo la versione del Liber Pontificalis, Comacchio, Ravenna, la regione situata tra gli Appennini e l'Adriatico da Forlì a Jesi, Sinigallia, Gubbio, Ancona, Faenza, Imola, Bologna, Ferrara; né il Ducato di Spoleto, né quello di Benevento facevano parte della donazione.
Il re longobardo Desiderio aveva, sì, restituito Faenza e Ferrara, ma era venuto meno alle altre sue promesse; poi, sotto il pontificato di Adriano I, aveva riconquistato le due città cedute e per di più minacciava Ravenna. Carlomagno accorse in aiuto della S. Sede e accrebbe (6 apr. 774) lo S. P. dei Ducati di Spoleto e Benevento, di Luni, Berceto, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Monselice, della Venezia, dell'Istria, della Tuscia e della Corsica. Nel 787, poi, arricchì ancora il Ducato di Roma della Tuscia Longobarda e, a sud, di località situate sulla riva destra del Liri, come Sora, Arpino, Arce, Aquino, Teano, Capua. Il dono era così magnifico, che suscitò dubbi (P. Kehr, Die sogenannte karolinische Schenkung von 774, in Historische Zeitschrift, 70 [1893], pp. 385-441); ma non raggiunse la sua piena attuazione, quantunque in seguito confermato da Ludovico il Pio (817), Ottone I (13 febbr. 962), Enrico II (apr. 1020; cf. il Liber censuum, I, pp. 363-65; 368-73 e Th. von Sickel, Das Privilegium Ottos I. für die römische Kirche vom Jahre 962 beleuchtet, Innsbruck 1883). Non conviene esagerare l'importanza del privilegio imperiale, che rappresenta uno strumento diplomatico diverso dalla realtà. Così il Ducato di Spoleto rimase a lungo indipendente dal Romano Pontefice.
Ad ogni modo, dopo mille vicissitudini, in seguito alle generose concessioni della contessa Matilde a Gregorio VII, nel 1077, confermate nel 1102 a Pasquale II, lo S. P. oltrepassava la riva sinistra del Po di Goro, dalla foce nell'Adriatico fino a monte di Felonica, rasentava il Modenese quasi parallelamente al Panaro, attraversava, in prossimità di monte Cimone, l'Appennino, poi rasentava la Toscana presso il Trasimeno e sotto Chiusi e terminava sotto Orbetello. Di là il litorale pianeggiante lungo il Mediterraneo giungeva sin sotto Terracina. Il paese diventava montagnoso ed il confine rasentando gli Abruzzi correva verso settentrione e all'altezza del passo S. Pellegrino, dove piegava verso est e finiva a Porto d'Ascoli. Pontecorvo e Benevento restarono isolati nel Regno di Napoli, dopo che questo fu infeudato a Carlo I d'Angiò.
Gli Stati della Chiesa si suddivisero in sette province: 1) distretto di Benevento; 2) Campania e Marittima; 3) Patrimonio di S. Pietro, accresciuto della contea di Sabina, della terra Arnulphorum, delle città e diocesi di Narni, Terni, Rieti, Amelia, Todi; 4) Ducato di Spoleto; 5) Marca di Ancona con i distretti di Urbino, di Massa Trabaria e della terra di S. Agata; 6) Romagna; 7) città e contea di Bologna.
L'amministrazione di ciascuna provincia apparteneva, salvo eccezione, ad un rettore nominato dal papa o, incidentalmente, da un legato, sotto la cui presidenza si tenevano, ad intervalli irregolari, secondo le necessità dell'ora, i parlamenti nei quali i delegati dei comuni discutevano gli affari interessanti la loro circoscrizione, ripartivano i sussidi straordinari richiesti per far fronte alle spese militari, contraevano obblighi e prendevano notizia delle decisioni pontificie. I rettori determinavano

(Ist. Enc. Catt.)
Nel campo politico, invece, la situazione era assai confusa, secondo la dipendenza diretta o mediata delle singole terre dalla Chiesa. In alcune la S. Sede esercitava il potere secondo il tipo feudale: v'erano Comuni che godevano di una semilibertà e non potevano eleggere il podestà; mentre altri, i maggiori, come Bologna, Ancona, Perugia, se lo eleggevano. S'aggiunga una quantità di privilegi d'esenzione, prodigati troppo liberamente dalla S. Sede, che rendevano difficile ai reggitori il disimpegno della loro carica. Difficoltà non meno gravi andavano loro creando le passioni partigiane e le lotte di prevalenza tra baroni e Comuni. A partire dal sec. XIII, i Comuni si arrogarono in loro confronto un'indipendenza gelosa; alla fine del sec. XIII e durante tutto il XIV baroni e avventurieri fortunati instaurarono regimi tirannici, a de-

(fot. Sansoni)
Non meno grave era il pericolo esterno: la Repubblica di Venezia, i Visconti di Milano, Firenze, apertamente o copertamente miravano ad usurpare le terre della Chiesa; e c'era da fare i conti anche con le mire del re dei Romani e degli Angioini di Napoli.
Nel 1308, Venezia, che ambiva sfruttare a suo vantaggio esclusivo le vie fluviali di transito verso l'alta Italia, occupò, con il consenso di Francesco d'Este, Ferrara. Ma per l'intervento di Clemente V dovette abbandonare la conquista (17 febbr. 1313).
Se la spedizione in Italia dell'imperatore Enrico VII (1311-13) non recò altro che danni materiali a Roma, dove le sue truppe e quelle del Re di Napoli, vicario della S. Sede, s'affrontarono in combattimenti sanguinosi, l'entrata in città di Lodovico di Baviera (7 genn. 1328) cagionò la defezione degli abitanti, il cui esempio fu seguito da numerose città del Patrimonio di S. Pietro e delle Marche. La ritirata dell'armata tedesca (1330) permise a Giovanni XXII di riportare vittoria sullo scisma dell'antipapa Pietro di Corvaro e a Benedetto XII di eliminarlo del tutto. Ma la pacificazione politica fu ben altrimenti difficile ad ottenere. Benedetto XII, secondo quello che egli stesso diceva, aborriva la guerra, e credette di poter ristabilire l'ordine profondamente turbato, soprattutto nella Romagna e nelle Marche, mediante la conciliazione e la repressione degli abusi perpetrati dagli agenti apostolici. Ma se le costituzioni emanate allo scopo di promuovere la retta amministrazione degli Stati della Chiesa mostrano incontestabilmente l'impronta della saggezza, le rimostranze, i rimproveri, le minacce di pene spirituali o temporali contro i nobili romagnoli si dimostrarono inefficaci.
Che rimaneva ormai della supremazia della S. Sede? Giovanni de' Manfredi era padrone di Faenza, i Malatesta tiranneggiavano a Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone, Ancona, Osimo, Senigallia, Jesi, Ascoli; Francesco Ordeiaffi si vantava della presa di Cesena, Bertinoro, Meldola... Peggio ancora: i Pepoli vendevano Bologna a Giovanni Visconti (16 ott. 1350). L'inferiorità numerica delle truppe pontificie obbligò Clemente VI a cederne per la durata di dodici anni il vicariato al potente signore di Milano (28 apr. 1352). A Roma la rivoluzione del 20 maggio 1347 aveva portato al potere Cola di Rienzo, quella del 26 dic. 1351 fece passare il potere
nelle mani di Giovanni Cerroni; mentre Giovanni di Vico mirava ad accaparrarsi il Patrimonio di S. Pietro.
Innocenzo VI nel 1353 affidò il difficile incarico di porre rimedio a così triste condizione di cose al card. ALBINO (v.). Quest'uomo di genio seppe piegare all'obbedienza tutti i ribelli, riconquistare Bologna, dotare le popolazioni italiane di un codice legislativo, che, tranne qualche aggiunta susseguente, rimarrà in vigore fino al 1816. Invece di schiacciare i vinti con le armi, perdonò loro generosamente e li legò alla Chiesa con vincoli reali e vantaggiosi. Urbano V poté allora fare la sua entrata in Roma (16 ott. 1367); per ritornare però ad Avignone (sett. 1370).
La restaurazione della monarchia pontificia, compiuta poi da Gregorio XI, come pure l'ascendente procurato al Papa dall'esito felice della guerra condotta contro Bernabò Visconti (1375), suscitarono la gelosia di Firenze, che aspirava ad impadronirsi della Toscana. Le città e le borgate degli S. P., scontiente del ritardato ritorno del Pontefice in Italia e della condotta dei suoi funzionari, non resistettero agli intrighi di Firenze ed inalberarono la bandiera della rivolta, e allo scatenarsi della guerra,
detta degli Otto Santi, la Chiesa perdette i domini così penosamente riconquistati (nov. 1375-76). Bande bretoni, assoldate da Gregorio XI, ridussero alla lunga i ribelli all'impotenza e Firenze, colpita dall'interdetto che rovinava i suoi commerci, firmò la Pace di Sarzana (1378).
Con il grande Scisma d'Occidente rincrudirono le lotte: Urbano VI e Clemente VII pensarono di por fine alla loro querela con le armi. Alle bande di Bretoni e di Guasconi, comandate da Luigi di Montjoie, Urbano VI oppose la compagnia italiana, comandata da Alberico da Barbiano (apr. 1379). Il 17 e il 20 apr., Clemente VII, sacrificando gli Stati della Chiesa, concesse a Luigi I, duca d'Angiò, il Ferrarese, il Bolognese, Ravenna, la Romagna, Massa Trabaria, la Marca d'Ancona, Perugia, Todi e perfino il Ducato di Spoleto, con l'onere di conquistarli entro due anni. Egli non conservava per sé che il Patrimonio di S. Pietro, la Campania, la Marittima, la contea di Sabina e Roma. Ma il contratto con Luigi di Angiò non funzionò e il «regno di Adria» non sorse, per la mancata esecuzione della sua clausola essenziale, che era di conquistarlo contro Urbano VI.
Le sorti della guerra volsero a favore del Papa romano; la guarnigione di Castel S. Angelo capitolò per fame (27 apr. 1379) e Alberico da Barbiano, vincitore a Marino (30 apr.), entrò a Cisterna, a Rocca di Papa e Marino. Ma Onorato Caetani, conte di Fondi, confermato da Clemente VII quale rettore della Campagna e della Marittima non pensò che ad ingrandire la sua sfera d'influenza. Giordano Orsini occupò i monti Albani; Francesco di Vico respinse le truppe inviategli contro per strappargli Viterbo e si dispose ad allargare i suoi domini nel Patrimonio di S. Pietro. A Ravenna, Cesena, Ancona i castellani patteggiavano apertamente o in segreto con Clemente VII. Il più terribile avversario di Urbano VI, Rinaldo Orsini, conte di Tagliacozzo, per sei anni combatté con successo aiutato da condottieri finché la sua tragica fine (14 apr. 1390) permise di ricuperare Orvieto e il Ducato di Spoleto. Nel 1408, la sorte degli S. P. restò assai compromessa dall'entrata in Vaticano (25 apr.) del re di Napoli, Ladislao di Durazzo, col pretesto di mantenere alte le parti di Gregorio XII, in realtà per puro interesse politico: la presa di Perugia rivelò le sue vere intenzioni e lo compromise. Firenze, inquieta dei suoi progressi e legata all'obbedienza di Alessandro V, il Papa del Concilio di Pisa, organizzò una spedizione punitiva, con il concorso di Luigi II d'Angiò, per cacciare Ladislao da Roma. Riuscita l'impresa, si dovette ricom-
pensare la Repubblica con la concessione della Romagna (22 apr. 1410) e, il 25 giugno 1412, concludere con il Re di Napoli un trattato che gli accordava Perugia, Ascoli, Viterbo, Benevento. Le truppe napoletane occuparono ancora a lungo Roma, tanto che Martino V (11 nov. 1417), papa incontestato, dovette risiedere per due anni a Firenze.
Dai torbidi del grande Scisma derivò un fenomeno di primaria importanza: i Comuni conquistarono l'autonomia e strapparono ai papi, privi di risorse pecuniarie e di autorità politica, delle specie di carte municipali, che assicurarono loro l'indipendenza e permisero di trattare da potenza a potenza con il Papato, di eleggersi i propri magistrati, di battere moneta e di assoldare truppe. Più ancora: Città di Castello, Fermo, Ascoli, Bologna, ecc., ottennero il vicariato nel temporale, dietro pagamento di un censo annuo. Tali concessioni, stipulate solo a titolo temporaneo, al loro spirare venivano rinnovate, sempre a motivo delle strettezze finanziarie.
Nella Campagna e nella Marittima i Comuni di poca importanza avevano da temere l'ingerenza dei baroni. Dall'alto delle loro rocche, appollaiate sulla montagna, i nobili controllavano il paese e si costituirono così dei principati. Nella Marca di Ancona e nella Romagna esistevano vicariati molto numerosi, più o meno estesi, posseduti dai Montefeltro, dai Malatesta, dai Polenta, ecc. Alberto d'Este ottenne in perpetuo la città e contea di Ferrara (23 giugno 1389). Insomma, nel sec. xv, i papi non erano più padroni nei loro Stati o lo erano soltanto nominalmente; ed a partire da Eugenio IV videro la necessità di ristabilire la loro autorità; ed i principali artefici della restaurazione del potere temporale furono Alessandro VI e Giulio II.
Il repotismo, che offuscò la memoria di Alessandro VI, ebbe un risultato inatteso. BORGHESIA (v.) sognava di crearsi uno Stato potente nell'Italia centrale; per questo bisognava determinare la caduta dei vassalli stabiliti nella Romagna, nelle Marche, e nella Campagna. Riusci, infatti, con ogni mezzo a domare i vassalli e a darsi orgogliosamente il titolo di duca di Romagna, di Urbino, Senigallia e Perugia (genn. 1503). Ma la morte di Alessandro VI (18 ag. 1503) ne determinò la caduta e la Chiesa ereditò le sue conquiste. Giulio II aveva deciso di liberare i suoi Stati dagli ingiusti usurpatori; dopo avere con il concorso di Luigi XII, re di Francia, ricuperate le terre usurpate da Venezia, si volse contro il suo alleato, e fin dal 1510 annunziò il suo disegno di combatterio; poi si mise alla testa di una forte armata e ricuperò Bologna.
Sotto Leone X, Francesco Maria della Rovere, a cui il Papa aveva tolto il Ducato di Urbino, si rimise nel 1517 in campagna e riprese facilmente i suoi domini. Sul finire del sec. xvi, venuta a mancare la dinastia degli Estensi, Ferrara rientrava sotto il dominio diretto della S. Sede; qualche decennio più tardi avveniva lo stesso del Ducato d'Urbino con il finire dei Della Rovere. Intanto l'istituzione dei legati e dei vicelegati, già abbozzata nel sec. xiv, diventò la regola generale (v. LEGAZIONI).
Nel sec. xviii, i viaggiatori francesi che visitarono lo S. P. attestano concordi che le popolazioni vivevano felici sotto un regime essenzialmente paterno. Non che tutto fosse perfetto: per confessione di Pio VII non vi era uniformità amministrativa; il potere giudiziale dipendeva da una quantità di tribunali particolari o privilegiati, le cui giurisdizioni s'intralciavano e si contrastavano; tutti i tentativi di riforma non erano riusciti a cagione della collisione degli interessi privati e dell'attaccamento alle antiche abitudini (motu proprio del 6 luglio 1816, in Bullarii continuatio, XIV, Roma 1849, p. 47).
Il problema dell'esistenza dello S. P. sorse con la Rivoluzione Francese. Sotto il pretesto di Bassville (v.), Bonaparte entrava a Bologna, il 19 giugno, e il 23 vi imponeva un armistizio, che comportava l'occupazione delle legazioni di Bologna e Ferrara e della cittadella di Ancona. Falliti per colpa del Direttorio i negoziati per un trattato di pace, prevista a breve scadenza, il Trattato di Tolentino (17 febbr. 1797) consacrò la perdita «in perpetuo ... dei territori conosciuti sotto il nome di legazioni di Bologna,
(Int. Giordani)
STATO PONTIFICIO - Decreto col quale il generale francese, Governatore di Roma, restituisce al Presidente della Pontificia accademia ecclesiastica, mons. Giuseppe Cardoni, parte del Palazzo dell'Accademia, occupato dalle truppe francesi (12 luglio 1849) - Roma, Archivio della Pont. accademia ecclesiastica.
Ferrara e di Romagna». L'Umbria e parecchie città delle Marche restarono occupate dalle truppe della Repubblica francese fino al completo pagamento di un enorme contributo di guerra.
DUPHOT, LÉONARD (v.), nel corso di uno scontro a bella posta provocato fra novatori simpatizzanti per i francesi e truppa pontificia diede luogo ad una nuova invasione francese: il 15 febbr. 1798 venne proclamata la Repubblica e Pio VI fu trascinato in esilio.
Quando poi l'Austria ebbe obbligato l'invasore a ritirarsi, pretese di conservare per sé le legazioni, mentre il re di Napoli occupava il territorio compreso fra Roma, inclusa, e Terranova (nov. 1799). I due governi non si ritirarono che dopo il ritorno offensivo dei Francesi; ma il Trattato di Lunéville (9 febbr. 1801) attribuì provvisoriamente le Legazioni alla Francia. Il Trattato di Firenze (28 marzo), liberò la S. Sede dai Napoletani.
Rientrato nella sua capitale, Pio VII concesse ai suoi sudditi un nuovo assetto costituzionale (Post diaturnas, 30 ott. 1800), che modificò le antiche istituzioni, armonizzandole con i bisogni e le idee dei tempi. Grazie alla saggia amministrazione del Consalvi, segretario di Stato, il paese incominciò a riaversi. Ma a cominciare dal 1805, le relazioni fra Napoleone I, consacrato imperatore, e Pio VII si fecero burrascoso a causa della negata adesione al blocco continentale. Un decreto del 17 maggio 1809, spogliò la S. Sede di tutti i suoi Stati e li aggregò all'Impero francese. Roma, formalmente dichiarata città libera, di fatto fu imperiale. Lo stesso Pio VII, brutalmente imprigionato nella notte dal 5 al 6 luglio, fu condotto a Savona e poi a Fontainebleau.
Il 25 marzo 1814 Napoleone I ridonava all'augusto prigioniero la libertà, perché, fra l'altro, gli premeva di mandare a monte le mire di Gioacchino Murat, re di Napoli, sui domini pontifici. L'Austria, infatti, per avere il cognato dell'Imperatore fra i sovrani coalizzati, aveva garantito al Murat, con accordi segreti (11 e 14 genn.

STATO PONTIFICIO - Mons. de Mérode, mons. Luquet e Villiers de l'Isle Adam salvano alcuni soldati francesi feriti in occasione dell'assedio di Roma del 1849. Stampa da un quadro di Raffet. Roma, esemplare dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.
1814) « un acquisto, calcolato sulla scala di 400.000 anime, da farsi a spese dello Stato romano » (cf. H. Weil, Le prince Eugène et Murat, III, Parigi 1902, pp. 614-19; docum. allegato n. XLVI).
Tornato il Papa a Roma, dopo molte peripezie e nonostante l'opposizione del Murat, apprese l'esito delle negoziazioni incominciate a Parigi, in seguito della caduta dell'Impero francese. L'art. VI del Trattato del 30 maggio 1814 specificava: « L'Italia, al di fuori dei confini di quei paesi, che toccheranno all'Austria, sarà composta di Stati sovrani »; e fra questi ultimi, all'art. II dell'allegato, non figurava che il Regno di Sardegna! (L. Neumann, Recueil des traités et conventions conclus par l'Autriche depuis 1763, II, Lipsia 1856, pp. 466-74).
Il card. Consalvi, incaricato dei negoziati con i sovrani coalizzati, il 23 giugno 1814, con nota di protesta a tutte le grandi potenze richiedeva « il pieno godimento di tutti i domini, di cui la Rivoluzione Francese aveva privata la S. Sede » (cf. Ch. van Duern, Correspondance du card. Hercule Consalvi avec le prince Clément de Metternich, 1815-23, Lovanio 1899, pp. 33-40). Durante il Congresso di Vienna tutti andavano a gara nel disputarsi le spoglie della S. Sede; e gli avversari più pericolosi erano appunto l'Austria e il Murat. S'ebbe allora una schermaglia memorabile tra il Consalvi, da una parte, e Talleyrand e Metternich dall'altra. Gli alleati erano unanimi nel sostenere la validità della cessione delle legazioni, stipulate nel Trattato di Tolentino e si consideravano come detentori legittimi dell'insieme delle conquiste napoleoniche in Italia. Dopo « giorni di martirio », secondo l'espressione del cardinale, l'art. 103 del Trattato definitivo (9 giugno 1815) restituiva alla Chiesa Pontecorvo e Benevento, le legazioni di Ravenna, di Bologna e di Ferrara, eccettuata la parte del ferrarese situata sulla riva sinistra del Po, le Marche con Camerino e le loro dipendenze (L. Neumann, op. cit., II, p. 713).
Dopo l'esecuzione del Trattato di Vienna, che incontrò le più grandi difficoltà da parte dell'Austria e della
corte di Napoli, Pio VII con un motu proprio del 6 luglio 1816 promulgò uno Statuto per gli S. P. (Bull. rom. continuatio, XIV, Roma [1849], pp. 47-79 e i regolamenti particolari, richiesti dall'Editto, pp. 83-196) ed istituì diciassette legazioni, ripartite in tre classi: di prima classe o legazioni: Urbino e Pesaro, Ravenna, Forlì, Bologna; di seconda: Frosinone, Viterbo, Perugia, Macerata, Fermo, Ancona, Spoleto; di terza: Benevento, Rieti, Civitavecchia, Camerino e Ascoli. La legazione di Ferrara rimase fuori classe. Il distretto di Roma, con organizzazione propria, comprendeva i dintorni della città e i governi di Subiaco e di Tivoli. Le quattro legazioni toccavano a cardinali o, in via di eccezione, a prelati con il titolo di vice-legati; le altre avevano a capo i delegati, che dovevano essere prelati. Ogni delegato era assistito da un Consiglio consultivo, composto di membri scelti dal Papa, e aveva potere sopra tutti i governatori della sua giurisdizione, nominati anch'essi dal sovrano. I municipi erano amministrati da un gonfaloniere, con l'aiuto di anziani. I codici civile e penale subirono una profonda riforma. Il catasto, le finanze, la pubblica istruzione, l'esercito e la polizia ebbero una nuova organizzazione. Il laicato deplorò di essere escluso dalle maggiori cariche, come quelle di legati e di delegati. Due Editti del 5 ott. 1824 e del 21 dic. 1827 apportarono modificazioni nella divisione amministrativa dello Stato romano, che fu diviso in tredici delegazioni. Il codice di procedura civile fu semplificato (Bullorii Romani continuatio, XIV, Roma 1849, pp. 128-255; XVII, ivi 1855, pp. 113-291).
L'opera riformatrice compiuta da Pio VII ad ispirazione del card. Consalvi fu in parte neutralizzata da Leone XII. Le popolazioni deplorarono la soppressione di alcune disposizioni del Codice napoleonico, la cattiva amministrazione delle finanze, la ripartizione ingiusta delle terre, la parzialità nella magistratura. E poiché il malcontento era quasi universale in Italia si ebbe lo sviluppo di sette come i carbonari, che professavano una ostilità violenta contro le monarchie assolute e raccoglievano i loro elementi da tutte le classi sociali. Esse trovarono favore anche negli S. P. ed il 4 febbr. 1831 scoppiarono a Bologna disordini rivoluzionari, che guadagnarono rapidamente la Romagna, le Marche e l'Umbria, ed un'armata, comandata dal generale Sercognani, marciò su Roma. Gregorio XVI, che non disponeva di sufficienti forze militari, ricorse all'Austria. Il generale Krabowski entrò a Bologna il 21 marzo e il 26 gli insorti capitolavano. Tale occupazione da parte dell'Austria assicurava la sua egemonia in Italia, dove già possedeva il Lombardo-Veneto. Perciò le corti europee s'adoprarono a farla cessare. Il 21 maggio 1831, fu presentato alla Corte di Roma un Memorandum (cf. il testo in Rina del Piano, Roma e la Rivoluzione del 1831, Inada 1931, con documenti inediti, p. 343), che proponeva una serie di riforme amministrative atte ad assicurare la tranquillità pubblica e il ristabilimento del motu proprio del 6 luglio 1816. Il Pontefice non accettò la larvata imposizione del Memorandum, e promettendo adeguate riforme indusse gli Austriaci a sgombrare dagli S. P. (15 luglio).
Tali riforme amministrative assai complesse ed importanti rappresentano uno sviluppo dell'opera del Consalvi, e furono gradualmente attuate durante il corso di tutto il pontificato, ma troppo spesso per passione di parte non riuscirono gradite né ai liberali, né agli assolutisti. Intanto, per imporne l'iniziale applicazione e restaurare nelle legazioni l'autorità perduta, un'armata pontificia prese l'offensiva (18 genn. 1832); ma, dopo avere trionfato dei ribelli nella giornata del 20, non poté impedire una sollevazione generale della popolazione, e gli Austriaci, chiamati in aiuto, rientravano in Bologna il 28; il 23 febbr. alcuni battaglioni francesi s'impadronirono di Ancona. Truppe straniere mantennero così l'ordine degli S. P. fino al 4 dic. 1838.
Un fattore nuovo si aggiunse: l'accesa propaganda mazziniana delle idee di libertà e di indipendenza ed unità nazionale, che s'incentrava nell'organizzazione della « Giovane Italia ». Un colpo di mano tentato a Rimini nel 1845 mise in chiaro l'imminenza del pericolo. Libe-
rali moderati e neo-guelfi, cui ripugnavano gli atti rivoluzionari predicati dal Mazzini, domandarono riforme costituzionali più edatte alle tendenze del tempo: Gli ultimi casi di Romagna, opuscolo comparso nel 1846, destò in Europa un'eco considerevole. L'autore Massimo d'Azeglio vi si dichiarava partigiano della monarchia costituzionale e non nascondeva le sue simpatie per il re di Sardegna, Carlo Alberto, destinato, secondo i suoi pronostici, ad attuare la grande opera di liberazione dal giogo straniero.
Ben informato sulle ambizioni legittime dei suoi contemporanei «travagliati dalla febbre delle riforme e delle innovazioni», Pio IX ebbe a cuore di soddisfarle. Sperava così di isolare il partito mazziniano e di impedire a questo di giungere a creare in Italia un'unità repubblicana. Cominciò col solito atto di clemenza: il decreto di amnistia (16 luglio 1848) promise il perdono agli esiliati dal suo predecessore, ai disertori o ai condannati per delitti politici (cf. Atti del Sommo Pontefice Pio IX, parte 2°, I, Roma 1857, pp. 4-7 e A. Mercati, In margine all'amnistia concessa da Pio IX, in Aevum, 24 [1950], pp. 103-32). Tutto un insieme di utili riforme ottenne l'approvazione quasi universale, tranne quella di Metternich. Ma lo Statuto fondamentale per il governo temporale degli Stati della S. Sede, che instaurò una specie di regime costituzionale, del resto molto mitigato (14 marzo 1848), costituì la pietra d'inciampo (cf. Atti, cit., I, pp. 228-38). Le prudenti misure adottate inquietarono i partigiani dell'antico stato delle cose, scontentarono i bramosi di novità e soddisfacere i soli moderati. Il rifiuto di partecipare alla guerra di indipendenza contro l'Austria aggravò la situazione: né riuscì a riassestarla la mano energica di Pellegrino Rossi. La rivoluzione che seguì in Roma all'assassinio di questo ministro (15 nov. 1848) decise il Papa a recarsi a Gaeta, in territorio napoletano (24 nov.) per tutelare la sua libertà religiosa. Prevalsero così contro neo-guelfi e moderati gli estremisti. Un'assemblea costituente stroncò radicalmente la Questione Romana: l'art. 1° del decreto, votato nella notte dall'8 al 9 febbr. 1849, dichiarò che il Papato «era decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano» e, nell'articolo 3°, che «la forma del governo dello Stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana» (cf. G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, III, Firenze 1870, pp. 201-205).
Il 18 febbr. il corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede ricevette una nota che richiedeva l'intervento armato dell'Austria, della Francia, della Spagna e del Regno delle Due Sicilie. Il 3 luglio le truppe del generale Oudinot s'impadronirono, dopo accaniti combattimenti, di Roma; Ferrara, il Bolognese, le Marche e Ancona furono occupate dagli Austriaci (G. Mollat, Les débuts de l'occupation française à Rome en 1849, d'après une correspondance inédite, in Revue d'histoire ecclésiastique, 30 [1934], pp. 334-60, 587-619).
Prima di rientrare nei suoi Stati Pio IX fece pubblicare un editto di riforma e un decreto di amnistia (12 sett. 1849; cf. Atti, cit., I, pp. 286-94). Invece delle libertà politiche venne ripreso ed accentuato con ottime provvidenze il ciclo delle innovazioni amministrative, che tuttavia apparvero come una reazione contro le misure liberali adottate, più o meno spontaneamente, nel 1848. Ciò nonostante, grazie anche alla presenza delle truppe straniere, la calma negli S. P. durò fino al 1859. Molti, però, pensavano che fosse una calma apparente. I veri sentimenti dei novatori delle legazioni si manifestarono apertamente allo scoppio della guerra tra il Piemonte e l'Austria. Appena partiti gli Austriaci accantonati a Bologna (12 giugno 1859), costoro, d'accordo con quelli delle Marche, di Orvieto e di Perugia, mandarono emissari a Torino per accordarsi con il re di Sardegna.

(per cortesia di mans. A. P. Frutaci)
La proclamazione di Vittorio Emanuele a re d'Italia (17 marzo 1861) e i discorsi pronunciati in Parlamento da Cavour (25-27 marzo) costituirono una aperta minaccia per l'avvenire di Roma. Alcuni tentativi di conciliazione fatti dal 1860 al 1862 non approdarono a nulla, mentre il piccolo S. P., ridotto ad un territorio per la maggior parte incolto, viveva faticosamente. La Convenzione del 15 sett. 1864, firmata con la Francia, stipulava il ritiro graduale delle truppe francesi da sostituire con forze pontificie prontamente costituite (H. von Srbik, La Convenzione segreta tra l'Austria e la Francia del 12 giugno 1862, in Rivista storica italiana, 3 [1937], pp. 1-60). Queste forze, affiancate in estremo da un nuovo corpo di spedizione francese, riportarono, dopo oltre un mese di lotta contro colonne garibaldine, la decisiva vittoria di Mentana (3-4 nov. 1867). Ma nel 1870 la partenza della brigata francese rimasta a Roma, provocata dallo scoppio della guerra con la Germania, e la conseguente sconfitta, lasciarono le mani libere al governo regio e il 20 sett., dopo cinque ore di ferma resistenza, per disposizione del Pontefice Roma capitolava. - Vedi tavv. LXXXVII-LXXXVIII.
Papes d'Avignon, 9ª ed., ivi 1950 (con abbondante bibl. critica); J.-M. Vidal, Benoît XII et l'Italie. Introd. aux lettres closes et patentes de Benoît XII, ivi 1950; Pastor, I-XVI. Sul periodo della Rivoluzione Francese e del sec. xix: la bibl. in G. Mollat, La Question Romaine, de Pie VI à Pie IX, 2ª ed., Parigi 1932; si possono aggiungere le opere più importanti: A. Vigevano, La fine dell'Esercito Pontificio, Roma 1921; id., La campagna delle Marche e dell'Umbria, ivi 1923; C. Vidal, Louis Philippe, Metternich et la crise italienne de 1831-32, Parigi 1931; J. J. Brady, Rome and the neapoliton Revolution of 1820-21, Nuova York 1937; P. Dalla Torre, L'anno di Merutana, Torino 1938; M. Petrocchi, La restaurazione, il card. Consolv. e la riforma del 1816, Firenze 1941; A. Ventrone, L'amministrazione dello S. P. dal 1814 al 1870, Roma 1942; M. Petrocchi, La restaurazione romana, ivi 1943; P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX dal 1830 al 1870, Roma 1945; M. Nobili-S. Camerani, Carteggio di Bettino Riccati, 4 voll., Roma 1945-47; P. Pirri, La missione di mons. Corbati Bussi in Lombardia e la crisi della politica ital. di Pio IX, in Riv. di stor. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 38-84; R. Moscati, Le scritture della Segreteria di Stato degli affari esteri del Regno di Sardegna, Roma 1947 (importante spoglio di documenti); D. Massé, Pio IX e il gran tradimento del '48, Alba 1948; P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Gregorio XVI, in Gregorio XVI, Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 29-121; id., Pellegrino Rossi, il Neo-guelfismo e l'Italia, in Arch. della Sor. Romana di Storia Patria, 71 (1948), pp. 163-68; P. Pirri, La politica unitaria di Pio IX dalla lega doganale alla lega italica, in Riv. di stor. della Chiesa in Italia, 2 (1948), pp. 183-214; E. de Levis Mirepoix, Un collaborateur de Metternich, Mémoires et papiers de Lebellière, Parigi 1949; A. Ghisalberti, Rapporti delle cose di Roma, 1848-49, Roma 1949 (dispecc. dell'Agente diplomatico dei Paesi Bassi); P. Dalla Torre, Pio IX e la Restaurazione del 1849-50, in Acum, 23 (1949), pp. 267-98; P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato. La questione Romaine, 2 voll., Roma 1951; G. Mollat, La Question Romaine sous Grégoire XVI et Pie IX, in Revue des sciences religieuses, 26 (1952), pp. 132-42. Guglielmo Mollat