BORGHESIA

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BORGHESIA. - Secondo un significato largamente generico, il termine b. designa la classe intermedia tra la classe detentrice della ricchezza, della cultura e del potere politico per motivi ereditari e la classe dei diseredati, viventi esclusivamente del lavoro manuale; classe che acquista una sua particolare configurazione e proprie tradizioni, durante un periodo piuttosto prolungato di sviluppo sociale. Il suo sorgere è un fenomeno solito a verificarsi presso tutti i popoli, la cui vita si svolge progressivamente verso la civiltà. Per limitarsi alla società romana, i piccoli proprietari della campagna, gli artigiani e i trafficanti, che durante l'età repubblicana riuscirono a migliorare le loro posizioni di partenza, si trasformarono col tempo in ciò che oggi si chiamerebbe b., formando un gruppo a parte (equites), dotato di ricchezza e di cultura e quindi di particolare influenza politica, conquistate di loro iniziativa, non derivate cioè semplicemente dal fatto di appartenere a un gruppo precostituito, come poteva accadere per la classe patrizia (gentes).

Nel suo significato specifico e storico, la b. è però un fenomeno squisitamente moderno, le cui origini risalgono agli ultimi secoli del medioevo, quando nelle società feudali dei diversi paesi d'Europa una terza classe s'inserì tra la classe dei feudatari terrieri e la classe dei servi, anch'essi, ma in modo diverso, legati alla terra con vincoli ereditari. Tale classe risultò composta prevalen-

temente da coloro che, emancipandosi da una condizione più o meno servile ed elevandosi ad un certo grado di indipendenza giuridica ed economica, si diedero alle attività del commercio e dell'industria, che a quei tempi era ai suoi inizi, e si trasferirono nelle città, dove più intensi erano i rapporti della vita associata. La parola b. si riconnette quindi etimologicamente all'origine delle città medievali, sorte nei luoghi di traffico o costituite di piccoli nuclei abitati, successivamente ingranditi, e intorno ai castelli eretti a difesa (burgus), che, circondati di mura, divennero poi i centri urbani di nuova formazione, in aggiunta a quelli preesistenti. Di qui il nome di cives burgenses, in opposizione agli abitanti della campagna, rimasti sotto la tutela e l'autorità patronale, senza quella relativa autonomia concessa dal signore agli abitanti della città nei limiti dei privilegi accordati. I primi borghi comprendevano, oltre i nuovi venuti, anche gli antichi, addetti al servizio locale del signore, laico ed ecclesiastico, al quale restò talvolta e resterà ancora per secoli il potere politico. Insieme al fattore economico, contribuirono così ad alimentare e a rafforzare la nascente b. medievale gli uomini della cultura (filosofia) e del diritto, nonché gli uomini d'arme (milizie professionali) viventi intorno alla dimora del principe.

L'estensione e l'importanza del ceto borghese dell'ultimo medioevo sono facilmente visibili dalla letteratura del tempo (cf., p. es., il mondo storico della Commedia dantesca). Il sec. XIV segna, infatti, quasi dovunque in Europa, il pieno rigoglio della b., con la differenza che nei paesi in cui è rimasta in piedi l'autorità sovrana, grazie ai costituirsi degli Stati nazionali, essa ebbe un carattere e un'attività prevalentemente curiale; altrove invece, come in Italia all'epoca dei comuni e delle repubbliche marinare, dove ha potuto conquistare il potere politico e autogovernarsi, si dedicò piuttosto alla mercatura e all'attività bancaria, e si organizzò nelle corporazioni d'arti e mestieri, per giungere poi con l'andar del tempo ad assumere in ambedue i casi il compito di classe dirigente, assolto definitivamente dalla b. fino al periodo contemporaneo. In seno al ceto borghese, specialmente nel secondo caso, si determina inoltre la suddivisione tra alta e bassa b., la prima rappresentata dagli uomini di cultura più influenti e capaci nel governo della cosa pubblica (professionisti, maestri, medici, uomini di toga, ecc.), dai ricchi mercanti e banchieri, dagli artigiani professionalmente più abili e agiati, che assunsero spesso la figura di piccoli imprenditori; l'altra al contrario costituì tutta dai dipendenti inferiori e dalla categoria degli operai.

Durante il periodo del Rinascimento e poi in seguito fino alla Rivoluzione del 1789, la b. tiene ormai dappertutto nelle sue mani lo sviluppo della cultura e della ricchezza, sia mobiliare che immobiliare, e si affianca come terzo stato alle classi privilegiate della nobiltà e del clero, rimaste tali e ancora potenti grazie ai privilegi che si erano assicurati ed alle tradizioni che le rendevano rispettate, nonostante la tendenza autonomista e individualistica propria della nuova classe. Ciò fin quando, acquistata ormai maggiore coscienza della propria forza nei vari campi della vita sociale, il ceto borghese non soppresse ogni sua subordinazione ad altrui privilegio, rovesciando antiche costituzioni politiche e temperando con organi rappresentativi il potere sovrano, senza preoccuparsi nemmeno delle leggi ed ordinamenti ecclesiastici sanzionati da secoli. La maggiore diffusione di una cultura prettamente laica e le nuove concezioni intorno all'origine della società (illuminismo), e specialmente la rivoluzione industriale dei secc. XVIII-XIX portarono il ceto borghese al dominio assoluto della cultura e della ricchezza (capitalismo).

In quest'ultimo campo particolarmente la b. si rese grandemente benemerita per aver accelerato prodigiosamente il ritmo del progresso economico nei due secoli scorsi, mediante l'applicazione delle scienze sperimentali e della tecnica ai metodi di lavorazione, l'introduzione sempre più estesa delle macchine e l'organizzazione scientifica del lavoro, grazie allo spirito d'iniziativa, al coraggio e alla tenacia con cui furono affrontate le idee dei nuovi processi produttivi. La concezione utilizzata dell'economia, propria della b. ottocentesca, fu però di ostacolo a una giusta distribuzione della nuova ricchezza in favore delle classi lavoratrici, a cui non fu reso possibile il godimento di essa nella misura con la quale veniva prodotta, in conformità delle naturali esigenze e della dignità dell'uomo, dando origine al proletariato come fenomeno di massa. In quella concezione infatti il lavoro fu considerato come una «merce» al pari degli altri fattori produttivi, come tale rimunerato con bassi salari e sfruttato con l'eccessiva durata della giornata lavorativa e l'impiego della mano d'opera delle donne e dei bambini, finché le organizzazioni sindacali e le legislazioni sociali non acquistarono la loro efficacia attuale in difesa dei lavoratori, limitando la libertà delle classi produttrici nei rapporti di lavoro. Agli stessi motivi si deve attribuire, nello stesso periodo di assenza della b., il sorgere e l'affermarsi delle concentrazioni industriali (monopoli privati, trusts, cartelli), che spesso esercitarono un'essenza di una mercato, sopprimendo la concorrenza tra i produttori ed imponendo il prezzo unilaterale, senza riguardo delle necessità dei consumatori.

Il sec. XIX segnò così l'apogeo della b., che si affermò sotto il nome di liberalismo, dominando in ogni settore della vita nazionale, anche in quello politico, nonostante l'instaurazione dei sistemi democratici fondati sul suffragio universale. Ma lo stesso trionfo conteneva allo stato latente i germi della decadenza della b., il cui declino si andò sempre più accentuando nel periodo contemporaneo. I medesimi motivi che avevano determinato il suo sorgere (coscienza di sé e della sua importanza sociale, e quindi aspirazione all'autonomia e alla conquista del potere) ne iniziarono la disgregazione, aprendo la via alle rivendicazioni delle masse lavoratrici, indigenti ed oppresse dal capitalismo, non più disposte a rimanere soggette alla classe borghese.

Il Manifesto dei comunisti di Marx e di Engels (1848) è il grido di raccolta dei proletari nella lotta contro la b., verso la quale si scaglierano accanite e spietate la critica e le rivoluzioni del socialismo. Le accuse rivolte dagli scrittori socialisti alla b., ancora ricorrenti a distanza di un secolo, pur essendo le condizioni economiche delle due classi notevolmente mutate, si riducono a quella dello sfruttamento sistematico della classe lavoratrice, insito nella mentalità borghese, e quella dell'illimitata libertà individuale a danno degli interessi collettivi, alla quale si attribuiscono in particolare il ripetersi delle crisi periodiche e l'origine dei monopoli di carattere privato. Da allora la b., come classe dirigente, e con essa il liberalismo, di cui fu assertrice fino all'inverosimile, sono gravemente in crisi. In questa crisi, che dilagò con una vastità senza precedenti alla fine della prima guerra mondiale ed al presente è ben lontana dall'essere superata, è tutto il problema sociale dei nostri giorni. Poiché la b. ha saputo rivalutare e asserire indiscutibilmente, sebbene oltre i limiti ragionevoli, i diritti dell'individuo e la sovranità della legge, che quei diritti tutela nell'ordine costituito; ed in ciò è suo innegabile merito. Ma d'altra parte essa non ha saputo estendere il riconoscimento della dignità della persona umana fino agli strati inferiori della società, esponendoli alla libertà incontrollata dell'iniziativa e della tirannia del più forte. Invano i regimi totalitari hanno creduto di risolvere il problema lasciato insoluto dalla b., assumendosi la difesa delle masse e instaurando lo Stato burocratico e accentratore di tutti i poteri: all'effettiva libertà di pochi, che sostituivano l'antica casta dirigente, è subentrata la soggezione di tutti all'autorità dello Stato, detenuta da una nuova casta di dirigenti (tecnici e burocrati), dominati a loro volta da uomini politici, a cui sia riuscito di impegnarsi più o meno legalmente del pubblico potere.

La distinzione fatta più avanti tra alta e bassa borghesia deve essere tenuta presente anche nel periodo contemporaneo, in cui la prima, composta dai rappresentanti della grande proprietà industriale ed agricola e dell'alta finanza, tende a essere destituita dal suo compito direttivo nella vita politica ed economica. La seconda, che ha preso negli ultimi tempi il nome di ceto medio, contrariamente alle previsioni marxiste di una progressiva estensione del proletariato, è andata invece sempre più ampliandosi in seguito all'aumento generale della ricchezza e alla sua distribuzione secondo i principi di una migliore giustizia sociale. Questa borghesia è costituita da coloro che, elevandosi non di rado dai ceti inferiori nella società, hanno raggiunto un certo grado di cultura e di agiatezza nella libertà individuale (liberi professionisti e proprietari medi) oppure condizioni di relativa indipendenza (funzionari e impiegati della pubblica e privata amministrazione), e rappresenta il nucleo centrale e più stabile delle società moderne. Alinea tanto da un esagerato conservatorismo, quanto dai violenti e precipitosi rivolgimenti dell'ordine stabilito, tale borghesia è perciò fattore di equilibrio e di costanza nell'evoluzione della vita sociale, nella quale pare sia destinata ad avere in futuro una funzione decisiva, essendo essa stessa una massa, ma di cittadini evoluti e coscienti, in cui si neutralizzano opportunamente le altre due tendenze estreme ed avverse e si preparano i dirigenti più idonei e disinteressati per il perseguimento del pubblico bene.

BIBL.: A. Thierry, Essai sur la formation du Tiers Etat, Parigi 1864; W. Sombart, Der moderne Kapitalismus, Monaco-Berlino 1922; id., Der Bourgeois (trad. francese), Parigi 1926; B. Croce, Un equivoco concetto storico: la «Borghesia», in La Critica, 26 (1928), pp. 261-74; N. Quilici, Origine, svolgimento e insufficienza della borghesia italiana, Ferrara 1932; A. Fanfani, Origini dello spirito capitalistico in Italia, Milano 1933; G. De Ruggero, Storia del Liberalismo Europeo, Bari 1945.

Alberto De Marco