CAMPANILE. - E una costruzione a sé stante o incorporata nella chiesa e destinata a portare le campane ad un'altezza conveniente per una migliore espansione del suono. Quando si diffuse l'uso delle campane (viI e ix sec.) si innalzarono costruzioni adatte a portarle.
Diretto canonico. - Il CIC (can. 1169) vuole che ogni chiesa e pubblico oratorio sia provvista di una o più campane; ma non vi sono prescrizioni per l'erezione di c. e quindi, purché si ottenga l'effetto voluto, in ciascuna chiesa si possono collocare le campane nel modo ritenuto più opportuno.
S. Carlo nel suo Ornatus ecclesiae (cap. 8), vuole che le porte del c. siano custodite e chiuse, perché nessuno abusi del suono delle campane, essendo oggetti sacri. Trova poi conveniente (Instructio fabricae ecclesiae, cap. 56) che sulla torre della chiesa si trovi un orologio, per segnare le ore.
Arte. - Mentre gli esemplari dei c. ravennati di S. Apollinare nuovo e di S. Apollinare in Classe, che non sono coevi alle chiese, sono torri cilindriche con aperture che vanno facendosi maggiori quanto più si procede verso l'alto, i primi esemplari romani costruiti a S. Pietro da Stefano III e da Adriano I dovevano già avere pianta quadrata. Uno degli esempi più antichi di c. in Italia è quello di S. Satiro a Milano (sec. Ix) nel quale già appare fissato il tipo lombardo a dadi sovrapposti con cornici di archetti pensili. Tale tipo ebbe in età romanica grande varietà di forme secondo le regioni e la situazione rispetto alla chiesa; per la varietà lombarda si può citare, oltre ai due c. di S. Ambrogio a Milano, quello della cattedrale di Modena. A Venezia e nelle zone che ne dipendono i c., generalmente slanciati e privi di aperture, vengono spesso coronati, presso la cella delle campane da una polifora; talvolta si risolvono in un coronamento ottagono. Il c. di Pisa riceve dalla decorazione a loggette sovrapposte e dalla pianta circolare una caratteristica nuova cui si è aggiunta la non intenzionale pendenza dovuta a cedimento. I c. della regione romana dipendono per schema da quelli lombardi ma in essi la sovrapposizione dei dadi è posta in


maggiore evidenza dalle cornici di laterizio con mensole in marmo, particolari note di colore dipendono dalle scodelle di maiolica e dal tono caldo dei mattoni impiegati. I c. di Gacta, Amalfi, Caserta ed in genere della zona costiera presentano alla base un arco traforato, sono cinti di arcatelle di tipo arabeggiante e hanno una terminazione cilindrica. Tali influssi del mondo musulmano sono ancora più evidenti in Sicilia in S. Giovanni degli Eremiti o nella Martorana di Palermo; la disposizione dei due c. affiancati nella facciata del duomo di Cefalù è dovuta invece ad influsso normanno. Nelle Puglie la deformazione dei prototipi lombardi avviene specialmente per la forma delle aperture. Le grandi torri affiancate già in uso nelle costruzioni romaniche tedesche e francesi acquistano slancio nelle cattedrali gotiche; tale tipo però non ebbe fortuna in Italia. Il c. di S. Gottardo a Milano ha un notevole slancio accentuato anche dalla sezione poligonale, ma in sostanza in esso, come nelle terminazioni trecentesche di altri a Crema, Cremona, Lodi, ecc., la formola lombarda rimane quasi invariata. Il c. del duomo di Firenze, pur contraffortato agli angoli e schiuso in alto in aerei finestroni, ha una stesura di superfici accentuate dal rivestimento policromo che si oppone al principio nordico di eliminare le masse inerti. Nel primo Rinascimento perdurano ovunque le forme tardo-gotiche o si delinea un ritorno ad aspetti più semplici nei quali la sovrapposizione dei piani rimane ben precisata. Al principio del Cinquecento Bramante intendeva inquadrare fra quattro c., a grandi
dadi sovrapposti la massa della basilica di S. Pietro; la sovrapposizione degli ordini architettonici e la disposizione dei quattro c. trova un riflesso immediato nel duomo di Montefiascone del Sammicheli, nel S. Biagio di Montepulciano (ne fu costruito però uno solo) e nella S. Maria di Carignano, a Genova, dell'Alessi, dove però i basamenti non sono individuati c la terminazione si alleggerisce assumendo caratteristiche locali. Nel periodo di trapasso al barocco il c. si arricchisce di vari elementi, specie nella sua terminazione. I due c. di S. Pietro del Bernini con gli angoli smussati e concavi, le colonne libere e le pareti ridotte al minimo erano creazioni ardite e piene di novità; quelli borrominiani di S. Agnese a piazza Navona sono ancora più tormentati nelle linee convesse frenate dalle rigide riquadrature. La massima espressione della libertà barocca in fatto di c. è rappresentata da quello di S. Andrea delle Fratte, svettante verso il cielo con cariatidi nell'ultimo ordine. Più aderente alle forme tradizionali sono invece quelli del Longhena a S. Maria della Salute a Venezia o del Iuvara a Superga destinati ad inquadrare la cupola in un piano arretrato, invertendo il rapporto borrominiano di S. Agnese. Dopo qualche clegante affermazione del barocchetto settecentesco ancora borrominiano nello spirito, il c., non trova consensi nella età neoclassica, e nel periodo dell'eclettismo ripete motivi precedenti, come nella S. Maria Ausiliatrice di Torino, o si ispira al romanico e al Rinascimento nelle opere del Vespignani e del Carimini. Nell'età moderna il c., particolarmente giovandosi dei nuovi sistemi costruttivi, si è spogliato delle decorazioni tradizionali e si è affermato per il suo valore di massa spesso affiancando ed inquadrando la facciata, alcune volte inserendosi al centro di essa. - Vedi Tave, XXXIV-XXXV.