CAMPANA. -
Strumento di bronzo a forma di tazza riversa, che suona quando le pareti ne son percosse da un battaglio nell'interno o da un martello all'esterno. Il suo uso rimonta alla più remota antichità.
I. STORIA
Il vocabolo c. secondo Isidoro da Siviglia (Origines) deriverebbe dalla Campania, dove col bronzo locale detto campanum si sarebbero fabbricate le prime c.; poiché una delle officine che le produceva si trovava a Nola, la leggenda attribuì l'invenzione a s. Paolino vescovo di quella città (409-431). Simili strumenti, sia pure in dimensioni minori, esistevano certo già precedentemente, e da questi derivò la c. usata nel culto cristiano.I popoli antichi dell'Europa forse non conobbero c.; sembra invece che ne siano state fabbricate di grandi dimensioni in Oriente prima del cristianesimo: in Cina se ne fusero nel V e VI sec. e alcune ne restano ancora nei monasteri buddhisti. Quando il culto cristiano le abbia cominciate ad usare, non è possibile determinare. Vediamo, però, che sin dal sec. VI ricorrono in documenti latini le voci c. (campanam) e signam; il primo allusivo alla regione di origine, il secondo relativo all'uso cui l'oggetto era destinato, e certamente nel sec. VII erano in uso in Italia, nelle Gallie e nelle isole britanniche; secondo il Liber ordinum, anche la Spagna le conosceva da tempo.
Nel sec. VIII il papa Stefano II (752-57) fa costruire in S. Pietro una torre campanaria con tre c. L'uso di queste infatti è presto collegato con la costruzione del campanile, dovuto alla necessità di innalzare le c., perché il loro suono potesse convenientemente diffondersi.
Le prime c. si facevano in lamina di ferro battuto e avevano forma quasi tubolare, con un leggero allargamento in basso; nei secc. VII e VIII si cominciarono a fondere in bronzo, con una lega composta di quattro parti di rame e una di stagno; non è certo che vi si ag-
giungesse talvolta dell'argento, più probabile è invece nella lega la presenza del piombo e certa quella dell'antimonio che i fonditori italiani del Trecento adoperavano per rinforzare il suono. Nel Seicento, in Austria, in Germania e nella Svizzera si fusero, ma per poco tempo, anche campane in ferro; nel sec. XIX se ne fecero pure in acciaio.
Le c. venivano fuse fin dal sec. IX in officine nomadi. Il mestiere si trasmetteva da padre in figlio; in Francia troviamo i De Croisilles attivi nei secc. XIII-XIV, e sappiamo di molte famiglie tedesche e olandesi operanti sino al sec. XVIII. In Italia, nel sec. XIII e segg., si distinsero particolarmente i fonditori pisani, lucchesi e
fiorentini (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonaguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni). Molte delle c. delle cattedrali italiane datano dal sec. XVI.
Abbastanza presto si cominciò ad apporre sulle c. iscrizioni con nomi di santi, con l'indicazione dei fonditori, dei donatori e la data, con frasi relative alla destinazione dell'oggetto; l'uso si diffuse maggiormente col sec. XII. Iscrizioni che ricorrono spesso sono quelle tratte dell'e-
pitaffio di s. Agata: Mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem e l'altra Vox mea, vox vitae, voco vos ad sacra, venite. Le c. si abbellirono anche con vari ornamenti come figure di santi, ecc. ottenuti con stampi talvolta approntati da artisti di notevole valore.
In Italia Roma ebbe il maggior numero di c. e anche quelle di maggiori dimensioni; probabilmente delle più antiche è la c. trovata a Canino, fusa in bronzo, adorna di due croci rilevate e di una iscrizione, del sec. VIII o del principio del IX (museo Lateranense); ed anche quella di S. Benedetto in Piscinula; quelle di S. Cosimato (1238), di S. Adriano (1249), di S. Maria in Domnica (1288), di S. Maria in Cosmedin (1289). Pure del 1289 sono una c. di S. Maria Maggiore (museo Lateranense) e un'altra di S. Pietro in Vaticano, opere di Guidotto Pisano, coadiuvato dal figlio Andrea in quella di S. Maria Maggiore, con iscrizioni e nomi degli autori. Altre due di S. Maria Maggiore sono una dell'officina di Guidotto (fine XIII sec. o principio del XIV) e un'altra di una fabbrica del XIV sec. Le c. di S. Maria Maggiore venivano ritenute le migliori di Roma ed erano famose per il suono armonioso attribuito alla presenza di argento nella lega. In S. Nicola in Carcere sono ancora due c. di Guidotto Pisano con la data 1286 e il nome del fonditore. Pure di Guidotto Pisano è la c. di S. Angelo in Pescheria del 1291, anch'essa con iscrizione. Bartolomeo Pisano fuse c. per S. Francesco d'Assisi nel 1239 e molte altre chiese toscane (Pisa, S. Paolo a Ripa, 1242; S. Cosimo, 1248; Firenze, museo di S. Marco, 1249); Loteringio, suo figlio, fuse quelle ora nel museo di Lucca (1242) e del campanile di Pisa (1262); Guidoccio, anche pisano, fabbricò la c. del comune di Spoleto, del 1283; di Bonaguida e Rico Fiorentini è una c. a S. Michele di Pontorno (1278). Nel duomo di Anagni è una c. del tempo di Bonifacio VII, di Andreotto e Giovanni. Ricordiamo ancora le c. di S. Martino di Lucca, quelle di Loreto, di Parma, del duomo di Milano.

Nel campo profano vanno specialmente ricordate le c. delle torri civiche (ad es. Firenze, palazzo Vecchio). Un posto a parte hanno i cosiddetti carillons, concerti di c. accordate e distribuite a scala; notissimi quelli delle torri civiche fiamminghe.
Tra le c. italiane moderne ricordiamo la c. di bronzo omaggio dei comuni d'Italia alla tomba di Dante in Ravenna (1921), modellata da D. Cambellotti e fusa da F. Lucenti; la grande c. fusa col bronzo di varie nazioni e posta sul castello di Rovereto perché porti il saluto di pace a tutti i morti della prima guerra mondiale, disegnata e modellata da S. Zuech (1924).
Vincenzo Golzio
II. LITURGIA
Le c. sono per il servizio del culto, e servono a chiamare i fedeli alle sacre funzioni, ad esortarli alla preghiera in determinate ore del giorno e in varie occasioni, per i defunti e per i moribondi, nel temporale, nell'incendio, ecc. Suonarle per altri motivi è permesso solo con l'autorizzazione dell'Ordinario, salvo caso di necessità o diversa consuetudine; farlo per ragioni non cristiane è proibito. L'Ordinario può ordinare il suono ob causam publicam anche ai religiosi esenti, salvo contrario privilegio o consuetudine (can. 612). Le c. sono dotazione della chiesa, la quale ne è legittima proprietaria. Considerate res sacrae, la Chiesa richiede che le c. siano consacrate o benedette (CIC, can. 1169). Questo rito risale al sec. VIII, ed è contenuto nei suoi elementi essenziali nell'Ordo romanus V. Nella liturgia odierna ne abbiamo tre formulari. Il primo è nel Pontificale romano; De benedictione signi vel campanae e si usa per le c. di chiese consacrate. La seconda sta nel Rituale romano: Benedictiones reservatae I. n. 7, ed è per le chiese solennemente benedette o per gli oratori. La terza è per la benedizione di c. destinate all'uso profano ma lecito, ed è nello stesso Rituale: Benedictiones reservatae I. n. 8. Tutte e tre sono riservate al vescovo o a sacerdote delegato. Nel '700 la c. fece la sua comparsa in orchestra, ma 'Uso ne restò limitato ad alcune composizioni descritte o con elementi di tipo pittoresco ed evocativo. Generalmente la c. d'orchestra è di acciaio, di forma tubolare e vien percossa con martelli di legno; è quindi più maneggevole, ha sonorità moderata e suoni determinati.Filippo Oppenheim
III. LEGISLAZIONE ITALIANA
Nel diritto italiano pre-concordatario, pur riconoscendosi la competenza della Chiesa in materia di uso delle c. vi erano però alcune norme limitative. Così ad esempio il codice penale del 1889 puniva chiunque «mediante abuso di c. disturba le occupazioni o il riposo dei cittadini o i ritrovi pubblici»(art. 457). Il R. D. 12 febbr. 1911 n. 297 e poi l'art. 131 del T. U. 4 febbr. 1915 n. 148 davano facoltà ai comuni di stabilire norme «per impedire l'abuso del suono di c.».
Dopo i patti lateranensi, riaffermato nell'art. 1 del Trattato il riconoscimento del libero esercizio del culto, le possibilità di intervento statale in materia sono necessariamente diminuite. Perciò nel nuovo T. U. della legge comunale e provinciale 3 marzo 1934 n. 383 non è stata più riprodotta la disposizione che dava ai comuni la facoltà sopra riferita; e nel nuovo codice penale non si prevede più espressamente l'abuso di c., bensì genericamente l'abuso di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche (art. 659), sebbene certamente fra gli strumenti sonori siano comprese anche le c. (ma la disposizione riguarda anche e soprattutto l'abuso fatto da parte di estranei senza l'autorizzazione dell'autorità ecclesiastica).
È da menzionare poi l'art. 40 lett. b del R. D. 2 dic. 1929 n. 2262, che vieta alle fabbricerie di ingerirsi nel modo e nel tempo di suonare le c.; e l'art. 41 dello stesso decreto che, traducendo il can. 1185 del CIC, riserva al rettore della chiesa, salve le legittime consuetudini e convenzioni e l'autorità dell'ordinario, la nomina del campanaro.
Pio Ciprotti
