CAMPANA

CAMPANA. Strumento di bronzo a forma di tazza riversa, che suona

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(per cortesia di mano. Fallant)

campana - Ritorno in Belgio delle campane asportate durante la guerra 1939-43.
quando le pareti ne son percosse da un battaglia nell'interno o da un martello all'esterno. Il suo uso rimonta alla più remota antichità.

I. Storia

Il vocabolo c. secondo Isidoro da Siviglia (Origines) deriverebbe dalla Campania, dove col bronzo locale detto campanum si sarebbero fabbricate le prime c.; poiché una delle officine che le produceva si trovava a Nola, la leggenda attribuì l'invenzione a s. Paolino vescovo di quella città (409431). Simili strumenti, sia pure in dimensioni minori, esistevano certo già precedentemente, e da questi derivò la c. usata nel culto cristiano.
I popoli antichi dell'Europa forse non conobbero c.; sembra invece che ne siano state fabbricate di grandi dimensioni in Oriente prima del cristianesimo: in Cina se ne fusero nel v e vi sec. e alcune ne restano ancora nei monasteri buddhisti. Quando il culto cristiano le abbia cominciate ad usare, non è possibile determinare. Vediamo, però, che sin dal sec. vi ricorrono in documenti latini le voci c. (campanns) e signum; il primo allusivo alla regione di origine, il secondo relativo all'uso cui l'oggetto era destinato, e certamente nel sec. vir erano in uso in Italia, nelle Gallie e nelle isole britanniche; secondo il Liber ordinum, anche la Spagna le conosceva da tempo.
Nel sec. viII il papa Stefano II (752-57) fa costruire in S. Pietro una torre campanaria con tre c. L'uso di queste infatti è presto collegato con la costruzione del campanile, dovuto alla necessità di innalzare le c., perché il loro suono potesse convenientemente diffondersi.
Le prime c. si facevano in lamina di ferro battuto e avevano forma quasi tubolare, con un leggero allargamento in basso; nei secc. vir e viII si cominciarono a fondere in bronzo, con una lega composta di quattro parti di rame e una di stagno; non è certo che vi si ag-
giungesse talvolta dell'argento, più probabile è invece nella lega la presenza del piombo e certa quella dell'antimonio che i fonditori italiani del Trecento adoperavano per rinforzare il suono. Nel Seicento, in Austria, in Germania e nella Svizzera si fusero, ma per poco tempo, anche campane in ferro; nel sec. xix se ne fecero pure in acciaio.
Le c. venivano fuse fin dal sec. ix in officine nomadi. Il mestiere si trasmetteva da padre in figlio; in Francia troviamo i De Croisilles attivi nei secc. xili-xiv, e sappiamo di molte famiglie tedesche e olandesi operanti sino al sec. xviri. In Italia, nel sec. xili e segg., si distinsero particolarmente i fonditori pisani, lucchesi e fiorentini (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonaguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni). Molte delle c. delle cattedrali italiane datano dal sec. xvi.
Abbastanza presto si cominciò ad apporre sulle c. iscrizioni con nomi di santi, con l'indicazione dei fonditori, dei donatori e la data, con frasi relative alla destinazione dell'oggetto; l'uso si diffuse maggiormente col sec. xir. Iscrizioni che ricorrono spesso sono quelle tratte dell'epitaffio di s. Agata: Mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem e l'altra Vox mea, vox vitae, voco vos ad sacra, venite. Le c. si abbellirono anche con vari ornamenti come figure di santi, ecc. ottenuti con stampi talvolta approntati da artisti di notevole valore.
In Italia Roma ebbe il maggior numero di c. e anche quelle di maggiori dimensioni; probabilmente delle più antiche è la c. trovata a Canino, fusa in bronzo, adorna di due croci rilevate e di una iscrizione, del sec. viII o del principio del Ix (museo Lateranense); ed anche quella di S. Benedetto in Piscinula; quelle di S. Cosimato (1238?), di S. Adriano (1249), di S. Maria in Domnica (1288), di S. Maria in Cosmedin (1289). Pure del 1289 sono una c. di S. Maria Maggiore (museo Lateranense) e un'altra di S. Pietro in Vaticano, opere di Guidotto Pisano, coadiuvato dal figlio Andrea in quella di S. Maria Maggiore, con iscrizioni e nomi degli autori. Altre due di S. Maria Maggiore sono una dell'officina di Guidotto (fine xili sec. o principio del xiv) e un'altra di una fabbrica del xiv sec. Le c. di S. Maria Maggiore venivano ritenute le migliori di Roma ed erano famose per il suono armonioso attribuito alla presenza di argento nella lega. In S. Nicola in Carcere sono ancora due c. di Guidotto Pisano con la data 1286 e il nome del fonditore. Pure di Guidotto Pisano è la c. di S. Angelo in Pescheria del 1291, anch'essa con iscrizione. Bartolomeo Pisano fuse c. per S. Francesco d'Assisi nel 1239 e molte altre chiese toscane (Pisa, S. Paolo a Ripa, 1242; S. Cosimo, 1248; Firenze, museo di S. Marco, 1249); Loteringio, suo figlio, fuse quelle ora nel museo di Lucca (1242) e del campanile di Pisa (1262); Guidoccio, anche pisano, fabbricò la c. del comune di Spoleto, del 1283; di Bonaguida e Rico Fiorentini è una c. a S. Michele di Pontorno (1278). Nel duomo di Anagni è una c. del tempo di Bonifacio VII, di Andreotto e Giovanni. Ricordiamo ancora le c. di S. Martino di Lucca, quelle di Loreto, di Parma, del duomo di Milano.

Nel resto di Europa la nazione che ha, o aveva, il più gran numero di c. è la Russia (celebre quella colossale di Mosca, detta c. Zar); la Germania possiede un gran numero di c. medievali, la Spagna ne ha parecchie in ferro battuto, mentre la Francia ne ha perduta la maggior parte in seguito alla rivoluzione. Famoso nella Svizzera le c. dei monasteri di S. Gallo.
Nel campo profano vanno specialmente ricordate le c. delle torri civiche (ad es. Firenze, palazzo Vecchio). Un posto a parte hanno i cosiddetti carillons, concreti di c. accordate e distribuite a scala; notissimi quelli delle torri civiche fiamminghe.
Tra le c. italiane moderne ricordiamo la c. di bronzo omaggio dei comuni d'Italia alla tomba di Dante in Ravenna (1921), modellata da D. Cambellotti e fusa da F. Lucenti; la grande c. fusa col bronzo di varie nazioni è posta sul castello di Rovereto perché porti il saluto di pace a tutti i morti della prima guerra mondiale, disegnata e modellata da S. Zucchi (1924).

BIBL.: F. X. Kraus, Geschichte der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1908, p. 489 sgg.; A. Gerola, Antiche c. nel Trettino, Trento 1903; G. Carocci, La c. di S. Marco di Firenze, in Boll. d'Arte, 2 (1908), pp. 256-64; D. A. Tani, C. fiamminghe ed inglesi in Roua, in Roma, 2 (1924), pp. 322-325; P. Toscana, Storia dell'arte italiana, I, Il Medioevo, Torino 1927, pp. 1109 e 1144, nota 52; A. Serafini, Torri canuni, parare di Roma e del Lazio nel medioevo, Roma 1927, p. 1 sgg.; G. Astorri, Architettura sacra generale, ivi 1935, pp. 181-90; E. Giovagnoli, Il tesoro eucaristico di Canoscio, la pittura umbra nelle sue origini, Città di Castello 1940, passim (sull'origine delle c.); C. Mussini, C. del territorio artigiano, Arte cristiana, 30 (1942), pp. 29-36; P. Romano, C. di Roma, Roma 1944; V. Elisscaff, Musées Guimet: une cloche chinoise, in Bull. des Musées de France, 3 (1947), pp. 35-38.
Vincenzo Golzio

II. LITURGIA

Le c. sono per il servizio del culto, e servono a chiamare i fedeli alle sacre funzioni, ad esortarli alla preghiera in determinate ore del giorno e in varie occasioni, per i defunti e per i moribondi, nel temporale, nell'incendio, ecc. Suonare per altri motivi è permesso solo con l'autorizzazione dell'Ordinario, salvo caso di necessità o diversa consuetudine; farlo per ragioni non cristiane è proibito. L'Ordinario può ordinare il suono ob causam publicam anche ai religiosi esenti, salvo contrario privilegio o consuetudine (can. 612). Le c. sono dotazione della chiesa, la quale ne è legittima proprietaria. Considerate res sacrae, la Chiesa richiede che le c. siano consacrate o benedette (Cic. can. 1169). Questo rito risale al sec. VIII, ed è contenuto nei suoi elementi essenziali nell'Ordo romanus V. Nella liturgia odierna ne abbiamo tre formulari. Il primo è nel Pontificale romano; De benedictione signi vel campanare e si usa per le c. di chiese consacrate. La seconda sta nel Rituale romano: Benedictiones reservatae I. n. 7, ed è per le chiese solennemente benedette o per gli oratori. La terza è per la benedizione di c. destinate all'uso profano ma lecito, ed è nello stesso Rituale: Benedictiones reservatae I. n. 8. Tutte e tre sono riservate al vescovo o a sacerdote delegato. Nel '700 la c. fece la sua comparsa in orchestra, ma l'uso ne restò limitato ad alcune composizioni de scrittive o con elementi di tipo pittoresco ed evocativo. Generalmente la c. d'orchestra è di acciaio, di forma tubolare e vien percossa con martelli di legno; è quindi più maneggevole, ha sonorità moderata e suoni determinati.
BIBL.: H. Otte, Glockenkunde, 2a ed., Lipsia 1884; M. De Thon, Notes sur la bénédiction, la vertu et le rôle de la cloche, Périgueux 1897; U. Chevalier, Cloches, clochetes: Répertoire des sources historiques du moyen âge, I, Montbéliard 1894, coll. 734-35; A. Franz, Die kirchlichen Benedictionen im Mittelalter, Friburgo in Br. 1909; J. Baudot, Les cloches, Parigi 1913; K. Walter, Glockenhunde, Ratisbona 1913; A. Fortescue, La Messe. Etude sur la liturgie romaine, Parigi 1921, pp. 450-53; V. Casagrande, L'arte a servizio della Chiesa, Torino 1938, pp. 293-301. Filippo Oppenheim

III. LEGISLAZIONE ITALIANA

Nel diritto italiano precedentemente, pur riconoscendosi la competenza della Chiesa in materia di uso delle c., vi erano però alcune norme limitative. Così ad esempio il codice penale del 1889 puniva chiunque «mediante abuso di c. disturba le occupazioni o il riposo dei cittadini o i ritrovi pubblici» (art. 457). Il R. D. 12 febbr. 1911 n. 297 e poi l'art. 131 del T. U. febbr. 1915 n. 148 davano facoltà ai comuni di stabilire norme «per impedire l'abuso del suono di c.». Dopo i patti lateranensi, riaffermato nell'art. 1 del Trattato il riconoscimento del libero esercizio del culto, le possibilità di intervento statale in materia sono necessariamente diminuite. Perciò nel nuovo T. U. della legge comunale e provinciale 3 marzo 1934 n. 383 non è stata più riprodotta la disposizione che dava ai comuni la facoltà sopra riferita; e nel nuovo codice penale non si prevede più espressamente l'abuso di c., bensì genericamente l'abuso di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche (art. 659), sebbene certamente fra gli strumenti sonori siano comprese anche le c. (ma la disposizione riguarda anche e soprattutto l'abuso fatto da parte di estranei senza l'autorizzazione dell'autorità ecclesiastica). È da menzionare poi l'art. 40 lett. b del R. D. 2 dic. 1929 n. 2262, che vieta alle fabbriche di ingerirsi nel modo e nel tempo di suonare le c.; e l'art. 41 dello stesso decreto che, traducendo il can. 1185 del CIC, riserva al rettore della chiesa, salve le legittime consuetudini e convenzioni e l'autorità dell'ordinario, la nomina del campanaro.
BIBL.: J. F. Ludovici, De eo quod iustum est circa campanaria, 1739; P. Bova, Il suono delle c. nella storia e nella legge penale con speciale riguardo al regime concordatario, in Il diritto ecclesiastico, 45 (1935), p. 60 sgg.; V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, IX, II, Torino 1939, pp. 111-14. Pio Cipriotti

IV. FOLKLORE

Le usanze e credenze relative alle costituiscono un aspetto interessante della tradizione popolare. L'efficacia del suono delle c. per scongiurare la grandine ha assunto in varie località differenti modi di manifestazione. Ad es. in alcuni paesi dell'Umbria è la c. della chiesa parrocchiale che deve suonare per prima, mentre in altri è la c. della torre comunale. È opinione diffusa nel popolo che se il campanaro è sollecito a suonare le c. prima che la grandine sia arrivata nel territorio della parrocchia, essa non potrà più entrarvi. Da ciò la grave responsabilità che viene addossata al campanaro, al quale pertanto si richiede vigilanza e sollecitudine straordinarie. In Abruzzo si crede dal basso volgo, che il suono delle c. abbia efficacia quando il diavolo è appena montato a cavallo sulla «nuvola trista»: se già si è messo in viaggio, vi è poca speranza che il suono lo trattenga. La terminologia adoperata per indicare questo suono contro la grandine, varia anch'esso secondo i paesi: a malacqua, a tempe, a scongiuro, ecc.; anche ad acqua bona, per augurio. Certe particolari c. sono ritenute dotate di virtù superiori alle altre per allontanare la grandine; specialmente quelle battezzate nel nome di un santo protettore contro la grandine, come s. Pietro Martire, s. Vincenzo, s. Potenziana. Interessanti anche gli usi popolari del suono delle c. per il Battesimo e la morte. Il sesso del battezzando si può distinguere dal diverso suono delle c. Così per un maschio si usa suonare la c. grande e per la femmina la piccola; anche la durata dello scampanio è maggiore nel primo caso che nel secondo; essa dipende talvolta anche dalla maggiore o minore generosità del padrino verso il campanaro. Più ricca varietà di usi presenta il suono della c. per la morte; le differenze servono a distinguere sia l'età che il sesso. Per es. è molto diffusa l'usanza di suonare a festa per la morte di un bimbo: si dice «suonare ad angelo»; per quella di una persona anziana il primo scampanio è più lungo. Quanto al sesso, in genere, per un uomo si usa maggior numero di rintocchi che per una donna (per es. 12 nel primo caso, 9 nel secondo). Il suono delle c. si distingue anche nel fatto che prima si usa suonare un certo numero di rintocchi, a cui segue uno scampanio. Le varietà locali sono numerosissime. Da rilevare anche l'interpretazione onomatopeica che il popolo dà alle voci delle c., trasformandole in parole o frasi o versetti, quasi sempre appropriati alla circostanza in cui le c. vengono suonate, o alla chiesa a cui le c. appartengono. Il naturale umore scherzoso e satirico del popolo vi si manifesta con espressioni indovinate, grazioso e estroso, o talora anche irriverenti. - Vedi Tav. XXXII.

Birl.: P. Rieci, Dissertazioni sul costume di suonare le c. in occasione di temporali, Faenza 1789; G. Vinamore, Credenze, usi e costumi abbrazzosi, Palermo 1890; G. Bellucci, La grandine nell'Umbria, Perugia 1909; G. Pitre, Usi e costumi del popolo uriliano, I, Roma 1942 (vol. XIV della edizione nazionale). Paolo Toschi