CAMPANIA. -
I. Geografia
Regione storica dell'Italia meridionale, che comprende il versante tirrenico dell'Appennino, dal Golfo di Gaeta (basso Garigliano) a quello di Policasaro (Sapri). Alla zona in senso proprio appenninica (dal Macose, che si estolle fino a 2050 m ., al Cilento, dove il M. Cervati tocca i 1899 m .), di costituzione essenzialmente calcarea, ed a quella antiappenninica, cui appartiene, insieme col distretto vulcanico napoletano (formato da apparati attivi, come il Vesuvio, m. 1186, e quiescenti, quali i Campi Flegreí e l'Epomeo dell'Isola d'Ischia), la possente massa calcarea dei Lattari (m. 1443), che costituisce l'ossa-
tura della penisola sorrentina, si contrappone la sezione pianeggiante cui spettava in origine il nome di C. (cioè l'agro capuano sul basso Volturno), che con le minori pianure alluvionali (basso Garigliano, agro di Pesto), o vulcaniche (fra Napoli e la penisola sorrentina) rappresentano in complesso 1 / 5 dell'area della regione, ed i gruppi insulari delle Pontine e delle Partenopee (Ischia, Procida e Capri). Il clima della C., temperato caldo lungo le coste, si fa meno dolce nell'interno e abbastanza aspro nelle zone di montagna. Caratteristica, specie in confronto con la vicina arida Puglia, è la relativa abbondanza delle precipitazioni.
Alla grande diversità del paesaggio corrispondono contrasti notevoli nelle forme di attività e nel popolamento. L'agricoltura ( 48 % della popolazione attiva) beneficia in pianura della notevole fertilità dei terreni, dell'abbondanza
delle acque e del favore del clima; qui, oltre ai cereali, sono coltivati la canapa e gli ortaggi, mentre sulle pendici dei colli prosperano l'olivo, la vite e gli agrumi (riviere di Salerno ed Amalfi). La C. è, fra le regioni dell'Italia meridionale, quella che ha il maggior sviluppo di industrie, dalle antiche e tradizionali (paste alimentari, conserve di pomodoro e di frutta, lavorazione del corallo), alle nuove (calzature, guantificio) e nuovissime (meccaniche, navali, tessili), che vi sono ormai fiorenti; è anche, sempre nell'Italia meridionale, la regione in cui più fitte ed agevoli sono le vie di comunicazione (specie ferroviarie). L'attività marinara costituisce un'altra notevole risorsa (i pescatori del golfo di Napoli vanno fino nelle isole greche e sulle coste d'Algeria).
Con 4,2 milioni di ab. ( 1° genn. 1948) su 13.595 kmq . la C. segna ormai, in Italia, il massimo assoluto della densità di popolazione regionale ( 273 ab . a kmq .) e provinciale (Napoli: 1505 ab. a kmq.). La costiera del golfo di Napoli, da Pozzuoli a Sorrento, supera i rooo ab. a kmq.;
quasi la metà dei comuni campani registra densità superiore ai 200 ab. a kmq. È caratteristico, tuttavia, che solo un centro urbano oltrepassi i 100 mila ab., toccando anzi, ormai, il milione; e ciò basta a chiarire la posizione particolare di Napoli rispetto alla C.
Province (e ab. del capoluogo) | Superficie in kmq. | Popol. cens. 1936 | Densità a kmq. | Popol. 1-1-48 (in 1000) |
Avellino | 28.02 | 446.412 | 159 | 49.4 |
36.398 [1946] | 20.61 | 303.235 | 1.48 | 33.3 |
Benevento | 46.921 [1946] | 26.39 | 506.860 | 192 | 57.3 |
Ciserta | 42.084 [1947] | 11.71 | 1.734.848 | 150 | 202.8 |
Napoli | 998.299 [1948] | 42.22 | 705.277 | 1.43 | 81.2 |
Salerno | 89.979 [1948] | 13.595 | 3.696.632 | 273 | 424.0 |
II. STORIA
La C. ha avuto il nome dal nucleo originario di Capua e dell'*ager campanus*, il territorio pianeggiante che quasi ampio campo circonda, nome che passò ad indicare anche località circoscritte, in conseguenza di eventi storici o, più spesso, di esigenze amministrative. All'epoca aggiustata la C., facente parte della *Regio prima insieme* col Lazio, già aveva un'estensione maggiore della primitiva; in seguito venne a comprendere anche il paese degli Irpini e gran parte del Sannio.Nel 1927, soppressa la provincia di Terra di Lavoro con capoluogo a Caserta, alcuni comuni di detta provincia furono incorporati alla regione del Lazio, nelle nuove province di Frosinone e di Latina, e la C. venne a costituire una unità politica, senza vera omogeneità di tradizioni e neppure di configurazione geografica. L'11 giugno 1945 la provincia fu ricostituita, così che la regione ecclesistica coincide di nuovo con quella civile. Ragioni storiche ed esigenze tradizionali hanno contribuito alla sua formazione, dandole, in confronto con la regione civile, minore estensione ma maggiore omogeneità, sebbene anche qualche zona sia perfetta. Risulta ora formata da tre sedi metropolitane: Capua, con le suffragane: Caja, Calvi e Teano, Caserta, Isernia e Venafro, Sessa Aurunca; Napoli con le suffragane: Acerra, Ischia, Nola, Pozzuoli; Sorrento con le suffragane Castellammare di Stabia. Inoltre sono nel territorio della C., ma immediatamente soggette alla S. Sede, l'arcivescovo di Gaeta, il vescovato di Aversa, l'abbazia *nullius* di Montecassino con l'annessa prepositura di Atina; recentemente si aggiunse anche la prelatura di Pompei.
Nella C. il cristianesimo fu introdotto ben presto. Basti pensare che a Pozzuoli, approdo ordinario degli orientali che si recavano a Roma, l'apostolo s. Paolo trovò già, sbarcandovi, dei «fratelli». Che vi sbarcasse anche s. Pietro è invece notizia ben poco sicura, poiché tramandata dagli apocrifi *Actus Petri cum Sicyone*. Erma (*Pastor, Visio IIa*, capp. 1-4) ricorda Cuma ma senza accennare alla sua Chiesa. Ci viene però spontaneo il pensiero che le sedi di quei numerosi vescovati, che sappiamo esistenti in Italia alla metà del sec. III, si debbano ricercare, oltre che nel Lazio, nella C.; Capua, Napoli e Cuma si presentano come le più probabili, e forse la prima di esse si potrebbe far risalire già alla fine del sec. I. In ogni modo non sarà troppo arrischiato concludere che già verso la fine del sec. II in più luoghi della C. esistevano delle comunità cristiane, organizzate con propria gerarchia. Nel sec. IV, mentre Capua e Napoli sono fra le poche città d'Italia che hanno una basilica eretta da Costantino, la regione conta parecchie diocesi che dovevano risalire al tempo delle persecuzioni. Corrispondemente ricca è la fioritura di martiri e di santi. Rufo con il gruppo dei martiri capuani, Gennaro con quello dei Napoletani, Erasmo di Formia sono fra i più noti. A Nola, divenuta, specie per merito del suo vescovo Paolino, una piccola città santa dell'Occidente, s. Felice attira numerosi i pellegrini. Al Concilio di Nicea (325) vediamo rappresentato papa Silvestro da Vincenzo di Capua. In quello stesso secolo Capua sarà illustrata dalla dottrina di Vittore.
I vescovi della C. vengono ricordati come un gruppo numeroso da s. Atanasio, dal Concilio di Sardica nel 343, da papa Liberio, da s. Ilario di Poitiers, da papa Innocenzo I durante il sec. IV e poi da s. Leone in due lettere della metà del sec. V (Lanzoni, p. 175).
Nonostante la splendida vitalità che il cristianesimo dimostrava in tutta la regione, il culto pagano persisteva ancora qua e là, di preferenza sui monti vicino agli antichi santuari. S. Benedetto trovò infatti ampio lavoro evangelico nell'agro cassinato ancora al sec. VI, mentre sulla cima del monte, al posto degli antichi templi veniva stabilendo il suo monastero che nella formazione dell'Europa cristiana avrebbe esercitato i beneficio e decisivo influsso. Le guerre gotiche durante il sec. VI, come in altre parti d'Italia, accumularono rovine sulla C. e ce ne fa testimonianza s. Gregorio Magno; ma queste furono certamente superate, pochi decenni dopo, dalla invasione longobarda, per cui la C. fu anch'essa tutta divisa e frazionata e la vita religiosa e civile sconvolta o annientata. Il dominio romano, rappresentato ormai da Bisanzio, venne restringendosi alla fascia costiera, ove i ducati di Napoli, Gaeta e Amalfi acquistarono fisionomia e vita sempre più autonoma. La parte centrale si raggruppò nel ducato longobardo di Benevento, da cui più tardi si staccarono Capua e Salerno. Fra le signorie minori, caratteristica è quella quasi indipendente di Montecassino, alle porte della regione sulla via che conduce a Roma. La vita ecclesiastica risente di tali vicende. E con la vita religiosa riprendono vigore le manifestazioni culturali ed artistiche, alimentate dai vari centri e specie da quelli benedettini di Montecassino e S. Vincenzo al Volturno.
L'invasione saracena alla fine del sec. IX ripete un'altra volta, sebbene su scala minore, i danni della conquista longobarda. Le forze campane intervengono vittoriosamente ad Ostia (816); e nella C., con la battaglia del Garigliano, fu definitivamente fiaccata la potenza saracena nell'Italia meridionale (915).
Nel sec. XI una nuova vitalità animò quelle regioni, che, pur nel loro frazionamento, avevano riacquistato benessere e ricchezza. E mentre Benevento, alla fine del secolo, passava alla Chiesa, nella regione, così come in tutta l'Italia meridionale, si veniva radicando la monarchia normanna, che nel 1059 da Niccolò II riceveva la prima investitura ripetuta poi constantemente nelle età seguenti, quando, costituito ormai il regno di Napoli, esso fu tenuto dalle dinastie normanna, aveva, angioina e dalle altre susseguenti come feudo della Sede apostolica, pur attraverso lotte e contrasti. Ogni elemento greco viene eliminato dalla regione; mentre Napoli acquista una posizione sempre più predominante fin a diventare la capitale del regno. L'assetto della regione può dirsi oramai definitivo nell'ambito del regno che, pur riconoscendosi soggetto a Roma, sosterrà, specie nel sec. XVIII, lotte per svincolarsi e rendersi del tutto indipendente.
Nonostante questi contrasti, talora molto acuti, la popolazione della C. ha sempre conservato un fondo di viva e grande religiosità. Lo attestano le numerose

opere pie, confraternite, istituzioni e chiese, le quali ultime a Napoli, ad es., erano fino a non molti anni or sono più numerose che a Roma; i santuari, da quelli di Pompei, della Madonna dell'Arco, di S. Alfonso a Pagani, di S. Gennaro a Napoli e Pozzuoli, ai tanti altri, specie mariani, che ingemmano anche i più remoti ed umili paeselli; le frequenti, espansive manifestazioni e feste religiose, in cui appare tutta l'esuberanza dell'indole meridionale, esuberanza che vale a spiegare, se non del tutto a giustificare, quegli eccessi e mescolanze di sacro e di profano che non di rado fanno capolino in queste feste, le quali, d'altronde erano, e in più luoghi sono ancora, l'unico svago di un popolo di limitate esigenze. Tra le feste più caratteristiche vanno ricordate quella dei gigli a Nola in onore di s. Paolino, e quella dei quattro altari a Torre del Greco.
III. Arte
Le testimonianze Napoli (v.) sono assai scarse. A Cimitile presso Nola, s. Paolino, all'inizio del sec. v, volle costruire una nuova basilica accanto a quella dov'era il sepolcro di s. Felice; a Nocera Superiore quasi nello stesso periodo fu costruita la basilica di S. Maria Maggiore. Le fasi di sviluppo del-l'architettura sacra, dal sec. vi al Mille, per le distruzioni e i rimaneggiamenti degli scarsi avanzi, non sono ancora ben chiare. Dell'opera degli architetti e lapicidi longobardi che operarono a Capua, a Salerno, a Benevento e degli edifici bizantini sorti durante la dominazione dell'Impero d'Oriente restano pochi ricordi. Nel sec. viI furono costruite due chiese di tipo bizantino: la distrutta chiesa di S. Maria delle Cinque Torri a Cassino e quella di S. Sofia a Benevento ove, tuttavia, si nota una originale interpretazione dei modelli orientali. Elementi di carattere bizantino sono visibili nelle chiese di S. Giovanni a Mare a Gaeta, di S. Costanzo a Capri e in pochi altri sacri edifici della regione.
Più che nell'architettura, l'influsso dell'arte bizantina ed orientale in genere si manifestò nelle sculture decorative, nei dipinti murali e nei codici miniati. Col crescere della potenza marinara di Amalfi, con l'avvento dei Normanni, poi degli Svevi, le arti rifiorirono ed ebbero il loro periodo aureo. Già per merito di Desiderio, abate di Montecassino (1058-87), s'era dato in C. grande incremento all'attività costruttiva; infatti Desiderio fece venire dall'Oriente architetti e maestri di musaico e di tarsia e allora Montecassino divenne un centro artistico di grande importanza donde si diffusero modi architettonici e decorativi per tutta la ragione. L'architettura chiessatica si mantenne tuttavia fedele al tipo basilicale a croce latina per la struttura, mentre per la decorazione si arricchiva di particolari motivi ispirati a modelli siculo-musulmani ma con deciso carattere locale, specialmente a Salerno e ad Amalfi.
Portali decorati con sculture di carattere lombardo, con marmi frammentari di epoca romana o di tipo bizantino; battenti di bronzo importati da Bisanzio (come nella cattedrale di Salerno e di Amalfi) o di evidente derivazione da modelli bizantini (come nei semidistrutti battenti di
Benevento e in quelli del duomo di Ravello) amboni, cattedre episcopali, candelabri pasquali, transenne di iconostasi accrebbero lo splendore dei templi famosi. È allora anche frequente l'uso della decorazione musiva a motivi geometrici ad opera di maestri campani che derivavano il loro gusto dall'arte siculo-musulmana.
Nel campo della pittura domina la cultura bizantina. A S. Vincenzo al Volturno ebbe vita una scuola pittorica (sec. IX) di cui restano importanti testimonianze (oratorio dell'abate Epifanio) ma il fondamentale documento della pittura campana medievale è costituito dal ciclo di affreschi che l'abate Desiderio fece dipingere sulle pareti della basilica di S. Angelo in Formis. Il loro influsso si riflette sugli affreschi di altre basiliche medievali campane (S. Maria a Foro Claudio a Ventaroli, S. Maria del Piano ad Ausonia).
Quando Francescani e Domenicani, favoriti dagli Angioini, successero ai Benedettini in potenza spirituale, l'attività artistica campana ebbe un ulteriore sviluppo. Gli Angioini, consolidato il loro dominio, fecero venire a Napoli architetti francesi che si associarono a costruttori indigeni diffondendo nella C., dalla capitale, i principi della nuova architettura gotica. Succeduti agli Angioini gli Argonesi si affermò e prosperò il gotico spagnolo fino al Rinascimento che nella C. non ebbe germi artistici vitali. Nei secc. XV-XVI architetti, pittori e scultori rielaborarono forme artistiche ispirate a preferenza agli esemplari toscani e romani. Dall'Italia settentrionale e centrale, dalla Sicilia, dalla Spagna accorsero allora in folla gli artisti, in cerca di lavoro e di fortuna; da Luciano e Francesco Laurana a Guglielmo Sagrera a Domenico Gagini.
Durante il dominio spagnolo i viceré e soprattutto i Gesuiti, i Teatini, i Padri dell'Oratorio per rinnovare lo fondare chiese e conventi diedero un vigoroso impulso al movimento edilizio che culminò nel Seicento sotto il diretto influsso di architetti come Cosimo Fanazzo, Giovanni Antonio Dosio, Gian Battista Cavagni, Domenico e Giulio Fontana, Francesco Picchiatti e di scultori immigrati dall'Italia settentrionale come Giuliano Finelli, Andrea Bolgi ed altri. Nella pittura seicentesca, invece, Napoli e la C. si affermano con personalità eminenti; Gian Battista Caracciolo, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Mattia Preti, Luca Giordano, Francesco Solimena crearono una scuola pittorica locale che orientò verso altre mete l'arte campana portandola a confluire, con il passaggio da un secolo all'altro, nella pittura dell'Ottocento. Nella seconda metà del sec. XVIII, mentre architetti come Domenico Antonio Vaccaro e Ferdinando Sanfelice costruivano chiese e palazzi fastosi coprendoli di una ricca decorazione a stucco – ultimi sprazzi del declinante barocco chisom – L. Vanvitelli a Resina (villa Campolieto), S. Giorgio a Gremano (villa Vargas) e soprattutto a Caserta (reggia e parco) elaborava forme architettoniche destinate a preparare il graduale avvento del neo-classicismo ottocentesco. Peculiari manifestazioni dello spirito e del gusto artistico del Settecento in C. furono le maioliche, usate specialmente per rivestire gli estradosi delle cupole delle chiese e altri prodotti di arti minori: mobili, porcellane, arazzi, marmi, sculture da presepe, seterie tra cui famose quelle di S. Leucio. Tra la fine del Settecento e il principio dell'Ottocento il predominio francese impose la moda neoclassica e l'arte langui tra le formole e i canoni accademici. Dopo un periodo di stasi riprese il suo cammino per opera di G. Gigante, D. Morelli, F. Palizzi, G. Toma, M. Cammarano, V. Gemito.
Felicce de Filippis
IV. FOLKLORE
Le tradizioni popolari della C. si distinguono secondo al- cuni principali centri o zone: Napoli città, la regione costiera, l'Irpinia (Avellino) e il Sannio beneventano. Nella pittoresca varietà dei suoi usi e costumi, Napoli ha sempre avuto una delle sue principali attrattive. Un'ampia visione della vita popolare napoletana fin dal Cinquecento si può avere attraverso le opere dei suoi scrittori dialettali: Velardinello, il «Gran Cortese», G. B. Basile, e altri. Dal '700, anche l'arte, specie per mezzo delle incisioni e litografie con scene folkloristiche, offre una documentazione precisa e attraente. Sono soprattutto gli artieri e venditori ambulanti che con i loro gridi e le loro bancarelle creano il «colore locale»: il marinariello, l'ovaio, il verdummaro, il maruzzaro (venditore di luna-che), il castagnaro, il mellonaro, il frantellicaro (venditore di dolci di miele solido e di caramelle), e così, lo zoccolaro, l'arrotino, il concitagami. Figura caratteristica era anche il Rinaldo, cantastorie popolare. Data la psicologia degli abitanti e la solare bellezza dei luoghi, tutte le feste acquistano un carattere eccezionalmente rumoroso e giulivo. Basti ricordare Piedigrotta, «la festa più napoletana che esista», che si svolge l'8 sett. con pellegrinaggi al santuario della Vergine di Pozzuoli, e che da oltre un secolo è diventata anche la festa della canzone. Affollatissimo e pieno di movimento e di colore anche il pellegrinaggio al lontano santuario della Madonna di Montevergine nell'Irpinia. Forme caratteristiche di culto popolare e di particolare decorazione si hanno anche nei pellegrinaggi alla Madonna di Pompei, alla Madonna dell'Arco, ecc. Nella zona costiera, specialmente intorno ad Amalfi e a Capri, è assai caratteristica l'architettura rustica a cupolette, a terrazze, ad archi e sottopassaggi e con i muri di un bianco luminoso, che ricorda quella dell'altra sponda mediterranea. Tra gli esseri fantastici a cui crede il popolino della C. ricordiamo «o munaciello», spirito familiare benefico, ma talvolta dispetto, che suol mostrarsi in abito ecclesiastico con zucchetto: e fortunato colui che riesce a toglierglielo dal capo. Famoso il noce di Benevento, già conosciuto fin dalmedioevo come il «noce delle janare "perchć ritenuto luogo di convegno delle streghe. Ciò ha alimentato sul posto, fino a qualche tempo addietro, una tradizione di maghi, ciurmadori e donne che esercitavano la stregoneria e la medicina popolare. Tra i più bei costumi femminili, l'abito festivo delle spose di Sessa Aurunca. Il costume tradizionale si porta ancora nei vari paesi dell'Irpina (da hirpus = lupo), come a Montesalvo, Calitri, Bisaccia.
Notissimo è il «majo» di Baiano, grande albero intorno al quale il 26 dic. viene acceso un immenso falò, mentre i fedeli gridano: «O glorioso! Viva s. Stefano nostrol». Ancora ben vive le rappresentazioni di carattere sacro per la Settimana Santa, sia nella forma dei sermoni semi-drammatici, sia in quella di « misteri», grandi statue lignee costituenti dei gruppi con scene della Passione, posti lungo le vie, ai luoghi di sosta della processione: importanti quelli di Mirabella Eclano, Montoro, Lapio. Frequente è anche la rappresentazione della lotta fra s. Michele Arcangelo e il diavolo.
Molto diffuse le leggende mariane, quasi tutte collegate con luoghi di culto della Madonna, specie nella penisola sorrentina.
V. Regione conciliare campana
E una delle regioni in cui l'Italia fu ripartita con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr., 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466), ai fini della celebrazione dei concili regionali in luogo dei concili provinciali.Comprende i territori delle province ecclesiastiche di Capua, Napoli e Sorrento e inoltre l'arcidiocesi di Gaeta, la diocesi di Aversa, l'abbazia nullius di Montecassino con l'unita prepositura di Atina, e la prelatura nullius della B.ma Vergine Maria del S.mo Rosario (Pompei).
Nel capoluogo della regione (Napoli) ha sede il tribunale regionale per le cause di nullità di matrimonio; esso funziona anche da tribunale di appello per le cause giudicate in prima istanza dai tribunali delle regioni beneventana (Benevento), lucano-salernitana (Salerno), o calabrese (Reggio Calabria). L'appello contro le sentenze del tribunale regionale campano va proposto al tribunale della regione laziale (Vicariato di Roma) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio Qua cura, 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). - Vedi Tav. XXXIII.
Pio Ciprotri