PADOVA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Ve-neto, suffragana del patriarcato di Venezia. Ha una superfice di 2929 kmq. con una popolazione di 839.024 ab. dei quali 837.015 cattolici; conta 406 parrocchie servite da 910 sacerdoti diocesani e 190 regolari; 30 comunità religiose maschili e 328 fem-minili (Ann. Pont., 1952, p. 302).
Città bagnata dal Brenta e dal Bacchiglione e dai canali intersecantisi che dànno feracità al suolo e, nel passato specialmente, facilità di comunicazioni e difesa. Secondo la leggenda l'avrebbero fondata i Veneti Illirici sotto la guida di Antenore dopo distrutta Troia; in ogni modo non si può negare la sua grande antichità. Gli Illirici sottomiserò gli Euganei, costretti a riparare fra i monti, e portarono la città a ricchezza grazie al commercio sull'Adriatico, tanto che Mela poté annoverare P. fra le urbes opulentissimae; aiutò Roma nella lotta contro i Celti e nel 49 a. C. divenne municipio, ascritto alla tribù Fabia. Il suo territorio che ad oriente raggiun-geva il mare si protendeva alle colline di Este (Montes Euganei), al Monte Venda (territorio di Lonigo e Teolo), al territorio di Vicenza (sino a dieci miglia); incerti sono i confini verso Altino. Nel 69 d. C. appare ancora nel suo splendore, ma poi per due secoli si trova appena nominata. Di monumenti classici, oltre numerose iscrizioni, restano soltanto i ruderi dell'Arena (Pauly-Wissowa, XVIII, IV, col. 2114 sgg.). Spetta a P. la gloria di avere dato a Roma il suo più grande storico, Tito Livio.
PADOVA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Ve-neto, suffragana del patriarcato di Venezia. Ha una superfice di 2929 kmq. con una popolazione di 839.024 ab. dei quali 837.015 cattolici; conta 406 parrocchie servite da 910 sacerdoti diocesani e 190 regolari; 30 comunità religiose maschili e 328 fem-minili (Ann. Pont., 1952, p. 302).
Città bagnata dal Brenta e dal Bacchiglione e dai canali intersecantisi che dànno feracità al suolo e, nel passato specialmente, facilità di comunicazioni e difesa. Secondo la leggenda l'avrebbero fondata i Veneti Illirici sotto la guida di Antenore dopo distrutta Troia; in ogni modo non si può negare la sua grande antichità. Gli Illirici sottomiserò gli Euganei, costretti a riparare fra i monti, e portarono la città a ricchezza grazie al commercio sull'Adriatico, tanto che Mela poté annoverare P. fra le urbes opulentissimae; aiutò Roma nella lotta contro i Celti e nel 49 a. C. divenne municipio, ascritto alla tribù Fabia. Il suo territorio che ad oriente raggiun-geva il mare si protendeva alle colline di Este (Montes Euganei), al Monte Venda (territorio di Lonigo e Teolo), al territorio di Vicenza (sino a dieci miglia); incerti sono i confini verso Altino. Nel 69 d. C. appare ancora nel suo splendore, ma poi per due secoli si trova appena nominata. Di monumenti classici, oltre numerose iscrizioni, restano soltanto i ruderi dell'Arena (Pauly-Wissowa, XVIII, IV, col. 2114 sgg.). Spetta a P. la gloria di avere dato a Roma il suo più grande storico, Tito Livio.
PADOVA, DIOCESI di - Funerali della Vergine. Affresco di Giotto e collaboratori - Padova, cappella degli Scrovegni.
cessero Enrico III (1049) e ripetutamente Enrico IV sino al 1079. Non fa meraviglia perciò se il vescovo Milo seguisse le parti di quest'ultimo sino a sottoscrivere nel 1080 a Bressanone la deposizione di Gregorio VII. Anche Pietro suo successore stette con l'antipapa Clemente III; fu perciò deposto da Pasquale II a Guastalla nell'ottobre 1106, e sostituito dal cattolico Sinibaldo. Trionfava così la riforma gregoriana; però non tutte le difficoltà erano superate, se il vescovo Bellino cadeva ucciso nel Polesine il 26 nov. 1147 in difesa dei diritti della sua Chiesa, venendo poi come santo. Giovanni de Cacio che gli successe fu presente a Pavia nel 1160 presso il Barbarossa dal quale ebbe anche un diploma e riconobbe l'antipapa Vittore IV; ma per poco, perché P. già nel 1163 entra nella Lega veneto-veronese e poi in quella del 1167 contro il Barbarossa. Da lui il vescovo Gerardo ottenne nel 1177 un diploma, e la città largo favore alla Dieta di Costanza nel 1183. Ciò non le impedì nel 1195 di partecipare un'altra volta alla Lega lombarda e poi di nuovo nel 1226 quando fu messa al bando dall'Impero di Federico II. Il Comune s'era ormai affermato sull'effetto del governo vescovile; nel 1138 esso aveva i suoi consoli ed è in grado d'influire sulle vicine città di Vicenza, Bassano, Feltre, di mettersi in lotta con Venezia (1214) e di aver parte importante nelle controversie con Treviso, il Principato di Aquileia, Verona e gli Estensi.
Fu perciò in un momento di grande floridezza economica che si svolse la predicazione di s. Antonio (m. nel 1231), con immensa risonanza nella vita spirituale del tempo, e quella di Giovanni da Vicenza (o da Schio), domenicano, diretta a mettere pace nelle discorde sempre risorgenti nella regione, nelle quali P. aveva la sua parte di responsabilità. Tale movimento culminò nella grande adunanza di Paquara presso Verona (28 ag. 1233); la quale però non diede risultati duraturi.
Col soverchiare della politica di Federico II nella Venezia si affermò anche la potenza di Ezzelino III da Romano che, impadronitosi di P. il 25 febbr. 1237, tenne la città sotto durissimo dominio, prendendo di mira in modo particolare il clero secolare e regolare, sino al giugno 1256 quando fu cacciato. Ebbero ben presto parte importante nel governo del Comune i signori di Carrara, specialmente nel fronteggiare le ambizioni degli Scaligeri che da Verona miravano ad assoggettare P.; infatti Can Grande riuscì a farsene signore nel sett. 1288 e poi solo nell'ag. 1337 P. si liberò dalla signoria scaligera. Risorse così la potenza dei Carraresi con la ripresa dei tentativi di profittare delle discorde della Venezia e del Friuli per allargare il dominio, contrastato ben presto dall'astuta politica di Gian Galeazzo Visconti e di Venezia stessa. Morto il Visconti (1402), Francesco II di Carrara riuscì a farsi signore anche di Verona (1404-1405), ma non poté resistere contro Venezia che, avuto prigione con i figli Francesco e Giacomo, li mandò tutti e tre a morte (genn. 1406). P. entrò così sotto il dominio di Venezia, e, meno un breve periodo durante la guerra del 1509-11, vi rimase sino alla caduta della Repubblica. Quanto al vescovato esso fu conferito in questa età quasi esclusivamente a membri delle più illustri casate veneziane; si ricorderà fra essi Pietro Barocci (1481-1507) per le sue virtù e per essersi opposto all'averroismo imperante nell'Università; Nicolò Ornamento veronese (1570-1577) vero spirito di riformatore che aprì il Seminario nel 1571 e morì nunzio in Spagna; il b. BARBARI (v.); il card. Carlo Rezzonico (1743-67) che ricostruì quasi del tutto il Seminario e fu quindi papa col nome di Clemente XIII; Francesco Scipione Dondi dell'Orologio (1807-6 ott. 1819), critico illustratore delle memorie del vescovato padovano; il card. Callegari (v.).
La Cattedrale dedicata a s. Maria e s. Giustina entrò la città, distrutta dal terremoto nel 1117, fu ufficiata da un Capitolo, dotato di ampi beni e privilegi vescovili, papali o sovrani e che vi osservò la vita comune sino verso la fine del sec. XIII. Il card. Francesco Pisani ne intraprese nel 1524 la ricostruzione; sicché d'antico non vi rimase che il battistero. Delle più antiche chiese di P. non rimane che quella in stile romanico di S. Sofia, che fu persino ritenuta, a torto, come la primitiva Cattedrale e fu sede di una collegiata. Sotto la protezione papale vissero le collegiate dei due più illustri centri diocesani, S. Giustina di Monselice e S. Tecla di Este.
La vita monastica ebbe largo incremento nella diocesi. Il monastero più illustre fu quello benedettino sorto presso la chiesa di S. Giustina, nell'immediato suburbio. Se ne ignorano le prime origini; il vescovo Rorigo, nell'1874, gli fece una donazione; distrutto dagli Ungari nell'invasione dell'809, fu instaurato dal vescovo Gauslino, che concesse un amplissimo privilegio nel 970, e fu protetto dai suoi successori; non mancarono privilegi pontifici. Era passato in commenda quando nel 1409
BARBA (v.) vi pose i primordi della Congregazione di S. Giustina, detta poi Cassinese. Nel 1498 fu deliberata la ricostruzione dell'antica chiesa e fu condotta innanzi attraverso tutto il sec. XVI, per opera di vari architetti, finché fu consacrata il 14 marzo 1606 (cf. R. Pepi, in La Badia di S. Giustina, cenni, Padova 1943, p. 96 sgg.). Di pari passo con la chiesa procedette anche la ricostruzione del grandioso monastero; dal quale i monaci furono espulsi una prima volta nel 1797 e poi il 31 maggio 1810; la grande chiesa divenne allora parrocchiale ed il monastero fu adibito ad uso militare. La vita monastica fu ripristinata nel 1943, con monaci partiti dall'abbazia di Praglia.
Secondo grande monastero benedettino è quello di S. Maria di Praglia, sui colli Euganei, fondato verso il 1080 dal conte Maltraverso di Montebello e dalla sua famiglia sul proprio possesso e sottoposto alla Sede apostolica col tributo di due auri. Il vescovo Sinibaldo lo sottomise nel 1124 all'abate di S. Benedetto in Polirone, mantenendo il censo alla S. Sede. Ridotta a commenda nel 1389, l'abbazia fu unita alla Congregazione di S. Giustina nel 1448. Soppressa dalle leggi italiche nel 1806, rivisse nel 1904 per opera della Congregazione sublaesense.
Anche il monastero di S. Croce di Campese, fondato dall'abate cluniacense Ponzio nel 1124, passò nel 1127 sotto il governo dell'abbazia di Polirone e pagò il censo annuo alla Sede apostolica.
Dipendente dall'abbazia di S. Zeno di Verona era il monastero dei SS. Maria e Tommaso di Sacco ricordato sino dal sec. IX. Da S. Pietro di Modena dipendeva quello di S. Michele di Candiana, fondato nel 1097 da Cono di Calaone e passato dai Benedettini ai Canonici di S. Salvatore di Bologna nel 1450.
Sotto la giurisdizione vescovile erano i monasteri benedettini di S. Daniele in Monte presso Abano (carta dell'8 marzo 1134) e di S. Maria di Saccolongo (carta del 15 nov. 1147), di S. Stefano di Carrara, fondato forse nel 1027 da Litolfo di Carrara sotto il patronato di quella famiglia, ed i due monasteri muliebri di S. Pietro in città, distrutto dagli Ungari e ricostituito dal vescovo Orso, e quello di S. Stefano fuori P. unito nel 1459 con quello di S. Maria di Festumbia, che durò sino al 1810.
I Canonici Regolari Portuensi ebbero il monastero di S. Maria delle Carceri presso Este, ricordato nel 1107 e largamente favorito dai marchesi d'Este; la chiesa fu consacrata da Godofredo, patriarca di Aquileia, il 27 marzo 1189; passò nel 1408 ai Camaldolesi, fu dato in commenda nel 1494 e soppresso nel 1690. Canonica Regolare fu pure S. Maria di Ispida (Lispida) che però andò soggetta a varie vicende.
I Frati Minori avevano il convento di S. Maria Mater Domini quando, dopo la canonizzazione di s. Antonio (1232), spinti dalla pietà dei padovani e guidati dal b. Luca Belludi, che del Santo era stato il maggior confidente, diedero principio alla grande Basilica, nella quale, sullo schema romanico-gotico, innestarono le cupole bizantine sul modello di quelle di S. Marco ed i minareticampanile a modo orientale. Nel 1263 vi potevano solennemente riporre le reliquie del Santo; ma la chiesa andò ornandosi man mano di arche gotiche, di bronzi donatellesi, di sculture lombardesche, di pitture di ogni età; anche il barocco vi fece splendida comparsa nella camera di custodia delle reliquie. Accanto vi crebbe il grande convento, ricco ben presto di un'importante archivio e biblioteca. L'ardore dei pellegrinaggi non fece che crescere con i secoli. In seguito ai Patti Lateranensi la basilica del Santo con il convento passò sotto la giurisdizione della S. Sede e ne hanno il governo i Frati Minori. Conventuali. Sul sagrato del Santo la signoria veneziana fece erigere da Donatello il monumento al condottiero Erasmo Gattamelata da Narni, modello poi a tanti altri in Italia. I Domenicani poco dopo la morte del fondatore già tenevano la chiesa di S. Agostino; gli Eremitani di S. Agostino si stabilirono all'Arena dove Andrea Mantegna coprì di affreschi la loro chiesa, come Giotto aveva prima fatto il presso nella cappella di Enrico degli Serevigni; gli uni e gli altri vi tennero scuola di teologia.
La prima origine dell'Università di Padova si fa ri
Padova, diocesi di Madonna. Dipinto di Giusto de' Menabuoi (sec. XIV) - Padova, Sacrestia degli Eremitani.
La prima origine dell'Università di Padova si fa ri-

Mantegna (v.); ma alla scuola veneziana, nella pittura e scultura, fu tributaria nei secoli seguenti.
Monumento duecentesco di particolare grandezza è il Palazzo pubblico, detto della Ragione, sorto nel sec. XIII.
- Vedi tavv. XXXV-XXXVI.