CATEGORIA

CATEGORIA. - In origine era l’«accusa» cioè l’azione giudiziaria opposta ad «apologia», secondo Aristotele (*Rhet.*, I, 3, 1358 b 11), il quale pare sia stato il primo ad usare il termine «c.» in senso strettamente filosofico così da farne l’oggetto del primo trattato del l’Organon. Sono, le c., i significati che hanno i termini del giudizio quando sono usati da soli «senza nessuna sintesi» come «uomo», «cavallo», «corre», «vince»; sono perciò le «indicazioni e determinazioni» più caratteristiche del linguaggio, del pensiero e della realtà: non esclusivamente i «predicati», perché Aristotele annovera fra le c., anzi mette al primo posto, la sostanza singolare ovvero l’ultimo soggetto (*Met.*, IX, 1, 1042 a 26). Difatti Boezio rese il termine greco non con predicato, *praedicatum* ma con *praedicamentum*, che è ciò che entra in qualche modo a far parte di una predicazione o come soggetto o come predicato; è vano perciò criticare, come fa qualche moderno (N. Hartmann), la nozione aristotelica allegando che non tutte le c. sono «predicati». Secondo David l’Armeno, le c. sono i significati di «prima posizione» (*Scholia*, 29 b 21), quali: sostanza, quantità, qualità, relazione, azione, passione, luogo, tempo, sito e abito. Ma pare non si tratti di un numero fisso poiché, mentre le prime opere danno l’elenco al completo (*Cat.*, 4, 1 b 25; *Top.*, I, 9, 103 b 20), le opere più mature danno elenchi variabili da un massimo di otto (*Met.*, XII, 12, 1068 a 8) fino a sei, cinque, quattro o soltanto tre (v. H. Bonitz, *Index Ar.*, 378 a 49 sgg). Anche l’ordine non è costante, se si eccettua la sostanza che ha sempre il posto d’onore. Di qui anche la radice o il pretesto delle ardure controversie che hanno angustiato gli aristotelici di ogni tempo. Anzitutto, ci si chiede se l’elenco categoriale sia da prendere come classificazione di sole voci, «φωνά» (Alessandro di Afrodisia, Eustachio e i nominalisti), o di soli concetti, «νοήματα» (Erminio, concettualisti) o di sole cose, «πράγματα» (Plotino, Porfirio, gli stoici, gli ontologi). David, a cui si deve la notizia (*Scholia*, 28 b 7 sgg.), vede prudentemente le tre soluzioni come momenti solidali dell’unica interpretazione che rende in modo adeguato l’indole e la pienezza del realismo aristotelico: sono, le c., «voci semplici le quali significano realtà semplici per mezzo di concetti semplici» (*op. cit.*, 29 b 25). Il Trendelenburg, pur riconoscendo il significato metafisico, sostenne che la prima derivazione delle c. aristoteliche è puramente grammatica: le prime quattro corrispondono ai sostantivi con gli aggettivi e i numerali, le ultime quattro ai verbi e le due di mezzo agli avverbi. Ipotesi ingegnosa e che ha una indubbia parte di verità, ma di cui manca la diretta conferma nei testi aristotelici ove la derivazione delle c. ha sempre un’impostazione squisitamente teorica, e deve quindi far capo alla metafisica (Bonitz, Brentano, Ragnisco, Ross, con i realisti della scuola).
Le c. fanno capo e si riferiscono all’«essere» di cui esprimono, prima per concetti e poi per parole, le diverse forme accessibili nella esperienza. Estraneo è quindi alla mente di Aristotele anche il tentativo di O. Apelt, di vedere nelle c. le «funzioni formali» che esplica l’«è» come copula del giudizio: esegesi contraddetta del resto costantemente dai testi che distinguono recisamente i due significati logico e reale (v. : *Met.*, V, 7, 1017 a 8 sgg; X, 10, 1051 a 35 sgg., ecc). Bisogna stare alla forte espressione aristotelica di «categorie dell’essere», di «generi dell’essere» e alla dichiarazione che «tanti sono i modi in cui si dice l’«essere, altrettanti sono i suoi significati» (*Met.*, V, 7, 1017 a 8 sgg.). Le c. sono «generi», cioè determinazioni contenuti dalla misione contenuto non ulteriormente risolubili, ma nelle quali si risolvono tutte le altre di contenuto più denso della propria sfera, come si può ben osservare percorrendo l’albero di Porfirio dal basso in alto. Inoltre sono dette c. e generi dell’«essere» e con ciò s’indica tanto il contenuto come il principio della divisione. Le c. classificano l’essere reale e non i concetti mentali dell’essere, i predicabili. Ma poiché lo classificano nella forma definita, e quindi limitata e univoca, si distinguono non meno anche dalle divisioni che appartengono all’essere nell’ampiezza dell’analogia: finito e infinito, atto e potenza, essenza ed esistenza... Fra questa divisione essenzialmente ontologica predicabili (v.) sta in mezzo la divisione delle c., la quale così partecipa alla natura di ambedue e può fungere di conseguenza da mediatrice fra l’una e l’altra. E poiché, per Aristotele, le forme dell’essere e la loro effettiva connessione precedono e fondano l’apprensione e la connessione che ne fa la mente, tale mediazione o ambivalenza della classificazione categoriale assicura ad un tempo il carattere razionale della sua metafisica e lo sfondo realistico della sua logica. Avendo per contenuto e principio di derivazione l’essere reale, cioè il composto di essenza e di atto di essere, la derivazione esprime il modo secondo il quale una natura reale si trova ad avere l’atto di essere: quella natura che ha tanta consistenza da poter avere direttamente in sé l’atto di essere, ed è perciò soggetto sussistente, è *sostanza* (v.); ciò che invece non può essere che «in altro», come modificazione della natura del medesimo, è *accidente*; gli accidenti poi si dividono ulteriormente a secondo della natura e delle modalità di questa appartenenza con la sostanza. I tentativi perciò di mettere al centro della classificazione o il movimento (Bröcker), o la relazione (Zeller), o la pura «essenza» come tale (N. Hartmann), restano fuori del realismo aristotelico-tomista.
Dovendo le c. esprimere l’economia del pensiero nel determinare la realtà rispetto all’esperienza mutabile e molteplice, il significato e la determinazione delle c. stesse dipende dal concetto di realtà che una filosofia assume al suo inizio. Perciò nelle filosofie per le quali l’essere è «dato» e offerto alla mente contemplante (oggettivismo), le c. sono determinazioni dell’essere, prima che del pensiero, e qualificano il pensiero solo in dipendenza dell’essere, sia che la realtà venga fatta consistere nelle «forme» pure sussistenti (platonismo), o nelle modalità della concretezza materiale (materialismo stoico ed epicureo), o nelle modalità dell’essere come tale (aristotelismo).
Quando invece con Kant la «cosa in sé» fu dichiarata inaccessibile ed i giudizi di verità non potevano

più coincidere con quelli di realtà, la c. fu ridotta ad una determinazione del pensiero stesso : le c. esprimono la possibilità a priori dei giudizi di esperienza di cui risultano le scienze fisiche e matematiche (giudizi sintetici a priori). Kant ne trovò dodici che divise in quattro gruppi di tre ciascuno, cioè secondo la quantità, la qualità, la relazione e la modalità (Kritik der reinen Vermunft, B. 107, ed. Kehrbach 97). Viste nella loro radice le c. per Kant dovevano esprimere le forme secondo le quali si attua la spontaneità dello «Io penso» trascendentale, ciò che, come osserva Hegel, era in contraddizione con la prima derivazione dalla tavola tradizionale dei giudizi : le c. devono essere dedotte con necessità per l'interno ed esclusivo sviluppo del soggetto o del pensiero stesso (Enc., I, §§ 42-44). Così nel groviglio della vegetazione filosofica post-kantiana il problema delle c. perdette il suo significato specifico e passò in seconda linea, fino ad essere eliminato del tutto nell'attualismo gentiliano dove l'«atto» è tutto ed ogni cosa, e sempre sé stesso in ogni cosa, nel processo infinito del divenire (G. Gentile. La riforma della dialettica hegeliana, 2ª ed., Messina 1923, p. 245).
Nel pensiero contemporaneo la nozione di c. tende ad usi sempre più vaghi ed estesi ed è applicata per indicare qualsiasi classificazione in qualunque ordine: si parla perciò di c. del conoscere, dell'essere, di c. essenziali, esistenziali, logiche, psicologiche, etiche, economiche, politiche, religiose e via dicendo; ma così va perduto anche il problema teoretico che era legato a questa nozione.

Bibl.: A. Fr. Trendelenburg, Geschichte der Kategorienlehre, Berlino 1846; H. Bonitz, Über die Kategorien des Ar., in Sitzgsb. d. Wiener Akad. d. Wiss., philos.-hist. Kl., 10 (1853), pp. 591 642 ; id., s. V. in Index aristotelicus, Berlino 1870; C. Prand, Geschichte der Logik im Abendlande, I, Lipsia 1855; Fr. Brentano, Von der mannigfachen Bedeutung des Seienden nach Aristoteles, Friburgo in Br. 1862; P. Ragnisco, Storia critica delle c., Firenze 1871; A. Casalini, Le c. di Aristotele, Firenze 1881 (eccellente esegesi del testo aristotelico); E. V. Hartmann, Kategorienlehre, 2ª ed., ed. da Fr. Kern (Philos. Bibliothek, 72b), Lipsia 1923; O. Spann, Kategorienlehre, Jena 1924; R. Eisler, Wörterb. d. philos. Begriffe, I, 4ª ed., Berlino 1927, pp. 793-810; K. von Fritz, Der Ursprung der aristotelischen Kategorienlehre, in Archiv. f. d. Gesch. d. Philosophie, 40 (1931), pp. 449-96 (fondamentale); Fr. Brentano, Kategorienlehre, Lipsia 1933; W. Bröcker, Aristoteles, Francoforte s. M. 1935; G. Calà Ulloa, L'organsità e la sufficienza delle c. aristoteliche tomiste, in Riss. di Niss., neoccol., 31 (1939), pp. 47-54; C. Giacon, C. dell'essere e c. del conoscere, in Civ. Catt., 1939, iH, p. 391 sgg.; id., Il problema della trascendenza, Milano 1942, pp. 85-97; N. Hartmann, Der Aufbau der realen Welt. Grundriss der allg. Kategorienlehre, Berlino 1940.
Cornelio Fabro