CASO. - Si attribuiscono al c. quei fatti rari, i quali, benché imprevisti e imprevedibili, mostrano tuttavia un certo valore finalistico nel loro risultato. È la «combinazione», l'incontro o coincidenza (elemento oggettivo), curiosa perché «interessante» (elemento soggettivo): il contadino che zappando trova un tesoro nascosto, l'assetato che viene ucciso dai briganti in agguato presso la fonte, ecc.
Nel meccanicismo classico (Anassagora, atomisti, Empedocle, stoici, epicurei, Stratone di Lampaaco) il c. è un puro nome messo avanti per coprire l'igno-
ranza che l'uomo ha delle cause: nella natura e nella vita umana tutto procede con rigorosa necessità la quale è diversamente spiegata nei diversi sistemi (cf. Aless. di Afrod., De fato, cap. II, ed. I. Bruns, Berlino 1892).
Affine per un lato alla concezione classica è la concezione moderna dei fatti casuali che fa capo alle «leggi statistiche» o dei grandi numeri. È assodato che nella microfisica, nella microbiologia, nell'astrofisica, nei fatti sociali, mentre il fatto singolo pare in balia del c., si possono invece prevedere i «fenomeni d'insieme» e con tanto maggior precisione quanto più grande è il numero degli elementi su cui si opera. Tuttavia si conviene nel ritenere (E. Borel) che ciò riguarda puramente gli effetti del calcolo e lascia intatta la questione sulla natura del divenire, a differenza del fatalismo antico o dell'immanentismo (A. Tilgher).
Aristotele introduce la teoria del c. come integrazione delle 4 cause (Phys., II, 4-6, 195 b 31 sgg.; Metaph., VI, 7, 1032 a 27 e 9, 1034 b 9) perché viene spesso scambiato con esse, sebbene in realtà dica l'assenza delle cause. Infatti, mentre gli eventi naturali hanno luogo per l'azione della forma di un agente a cui corrispondono e da cui derivano «di necessità e sempre» se la natura della causa è necessaria, o «quasi sempre» se la causa è defettibile e contingente, il c. invece si dice di ciò che accade «per accidens», di ciò che rispetto alle cause prossime non mostra alcuna legge: sotto questa vaga denominazione si possono indicare i fatti più disparati, dalle semplici combinazioni e fatti «fortuiti» insignificanti, alle deviazioni delle leggi fisiche (nascite di mostri e simili) del mondo materiale, alle combinazioni o incidenti della vita propriamente umana che hanno cambiato la faccia al mondo (l'«ales lacta est» di Cesare e l'invio in Russia di Lenin nel vagone blindato...). Aristotele distingue il semplice caso (αὐτιέμετον) dalla fortuna e sfortuna (τύχη, ἀτύχη) in cui si considera la sua ripercussione in utilità o danno dell'uomo, senza pronunciarsi se in qualche modo dipendono dalla Causa prima. Nel creazionismo cristiano invece, e per l'onnipotenza della divina causalità e per la vastità di conseguenze che mostrano spesso questi fatti, essi sono attribuiti in modo speciale a Dio la cui provvidenza pone, svolge ed abbraccia dall'alto la storia così degli individui come delle nazioni, con un unico sguardo (Sim. Theol., 1ª, q. 115, a. 6; q. 116, a. 1; In Periferum., I, lect. 14). V. DETERMINISMO; LEGGI STATISTICHE; PROBABILITÀ.
BIBLI.: C. Ranzoli, Il c. nel pensiero e nella vita, Milano 1913; A. Lasson, Über den Zufall, 2ª ed., Berlino 1918; G. Milhaud, Etudes sur Cournot, Parigi 1927; F. Mentré, Pour qu'on lise Cournot, ivi 1927; E. Borel, Le hasard, ivi 1928; W. D. Ross, Aristotle's Physics, Oxford 1936; A. Tilgher, Il casualismo critico, Roma 1942; A. Lalande, Vocab. de la philos., 5ª ed., Parigi 1947, pp. 387-96. Cornelio Fabro