CATARSI

CATARSI. - Parola greca (κάθαρσις, sinon. καθαρμός), che significa « purificazione », e che, originariamente propria del linguaggio religioso, venne usata dai pitagorici in senso terapeutico ed etico.

Nel campo religioso il concetto e la prassi della c. sono antichissimi e fanno parte del fondo mediterraneo della religione greca. Essa ha valore fondamentalmente magico ed esclude ogni significazione etica: è un'operazione con la quale una persona o una cosa viene purificata e cioè materialmente liberata da una impurità (μίασμα) che la contamina e che è sempre intesa come impurità materiale. Le cause di contaminazione sono numerose, ma le principali sono connesse agli atti del nascere e del morire (cf. Euripide, Iph. Taur., 381 sgg.). Particolarmente grave è la contaminazione dell'omicidio. I mezzi di purificazione sono vari: principali, l'acqua, il fuoco, il sangue. Massima importanza acquista nell'età arcaica sotto l'influenza del santuario di Delfi e dell'orfismo, che ne estende l'azione all'oltretomba, allargandone e in un certo senso elevandone anche il concetto. Dal linguaggio religioso la tolsero i pitagorici per trasferirla a quello terapeutico-ascetico della loro regola di vita, chiamando c. sia la pratica dietetica della quale usavano a mantenere sano il corpo, sia quella ascetica che aveva ad oggetto la sanità dell'anima. Per la cura dell'anima, mirante ad eliminare quanto in essa v'è di emotivo e irrazionale (τὸ ἐμπάθις καὶ ἄλογον), facevano uso della musica (Aristosseno, in H. Diels, Vorsokratiker, 5ª ed., I, Berlino 1934, 58 D 1: cf. Plutarco, Is. et Oz., 384 d; Giamblico, Vita Pyth., 110-14).

Significato strettamente medico ha la parola nella scuola d'Ippocrate. E questo e gli altri sensi sopra descritti si ritrovano in Platone, che nel Sofista (226 c) definisce la catartica come una specie dell'arte «diacritica». Di particolare importanza, per quanto riguarda la c. musicale, è il luogo delle Leggi, in cui, trattando dell'azione terapeutica che ha il movimento sugli stati passionati dell'anima, Platone mette in relazione il cullare e il cantare con cui le nutrici addormentano i bambini, con la danza e la musica con le quali nella pratica dei misteri viene placata la frenesia coribantica (790 c-d). Con questo luogo va riconnesso il famoso passo dell'VIII libro della Politica di Aristotele, dove dice che tutti sono più o meno soggetti a determinate passioni, come «la pietà, il terrore», e taluni in particolar modo all'entusiasmo o furore bacchico, e che questi ultimi, quando odono «le melodie che mettono l'anima in stato orgiastico, ritornano allo stato normale (καθισταμένους) come sotto l'azione d'una medicina o d'una c.» (ὥσπερ ἰατρείας τυγόντας καὶ καθάρσεως). E continua: «lo stesso è necessario che accada a coloro che son soggetti alla pietà e al terrore e in generale alle passioni... e che in tutti si produca una specie di c. ed essi ne vengano piacevolmente alleviati» (κουφίζεσθαι μεθ' ἠδονῆς: Pol., VIII, 7, 1341 b 32 sgg.).

In questo medesimo passo Aristotele rinvia, per una trattazione più particolareggiata della c., alla Poetica, ma nella Poetica, il cui l. II andò perduto in età prebizantina, la c. vien nominata, senza alcuna spiegazione, una sola volta, nella celebre quanto tormentata definizione della tragedia, sicché, se il testo del l. I è integro, Aristotele deve averne trattato nel II. Nel passo in questione è detto che la tragedia «attraverso pietà e terrore giunge alla c. che è propria di siffatte passioni» (cap. 6). Che la c. di cui qui si parla sia identica a quella di cui Aristotele fa cenno nella Politica, non può essere dubbio, e, posto ciò, essa è un fatto psicopatico e non estetico, come a ragione hanno sostenuto l'uno indipendentemente dall'altro H. Weil (1847) e J. Bernays (1857), e come con piena evidenza risulta dagli accenni che si hanno di Plutarco (Quant. conv., 657 a), Aristide, Quintiliano (De mus., 3, 25), Giamblico (De myst., 1, 11) e Proclo (In Plat. Remp., I, pp. 42 e 49, ed. W. Kroll). La tragedia che ha in proprio di provocare pietà e terrore, ne opera contemporaneamente per via omeopatica la purgazione. La dottrina è rivolta contro Platone e fa uso delle sue stesse armi. Se omeopatica è l'azione della pietà e del terrore, non bisogna però

intendere che la tragedia sia essa stessa un farmaco omeopatico per coloro che van soggetti a queste passioni. Fine della tragedia non è la c.; la c. è soltanto un accidente (συμβεβηκός) e fa parte degli effetti che essa produce sullo spettatore, e non le è neanche propria (ἴβων nel senso tecnico del termine). Un problema, che, dati i testi, non è possibile risolvere con certezza, è come la c. si produca, se al modo indicato da Platone (v. SORA) o per lo sfogo che l'anima prova (κουφίζεσθαι), come è detto nella Politica, e se il piacere che l'accompagna sia quello che è proprio di ogni sfogo o quello che è inseparabile dalla visione e che rende piacevole anche il dolore (Poet., 4, 1448 b 9; Rhet., I, 11; Part. anim., I, 5, 645 a 11), o come è più verosimile, l'uno e l'altro insieme.

Con significato etico-metafisico la c. ha un posto importante in Plotino. Essa indica la liberazione dell'anima dalla materia e dalla vita inferiore, che s'attua gradatamente con l'arte, la scienza e la virtù (Enn., I, 2, 3; 6, 6). Mediante questa purificazione l'anima quasi ritorna alla sua originaria purezza e splendore e si dispone alla visione estatica e alla unione con l'Uno (Enn., VI, 9-11).

BIBL.: Per il generale concetto della c. e la sua storia, V. Fr. Pfister, Katharsis in Pauly-Wissowa, suppl. VI; per la c. religiosa, E. Rohde, Psyche, trad. it., Bari 1916, V. indice: per Aristotele, V. BIBLICA. s. V. Diano
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“CATARSI.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 635. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/catarsi.