CATARSI. - Parola greca (καθαρσός, sinon. καθαρμός), che significa «purificazione», e che, ori-ginariamente propria del linguaggio religioso, venne usata dai pitagorici in senso terapeutico ed etico.
Nel campo religioso il concetto e la prassi della c. sono antichissimi e fanno parte del fondo mediterraneo della religione greca. Essa ha valore fondamentale magico ed esclude ogni significazione etica: è un'operazione con la quale una persona o una cosa viene purificata e cioè materialmente liberata da una impurità (μλασμα) che la contamina e che è sempre intesa come impurità materiale. Le due c. di contaminazione sono numerose, ma le principali sono connesse agli atti del nascere e del morire (cf. Euripide, *Iph. Taur.*, 38 sgg.). Particolarmente grave è la contaminazione dell'omicidio. I mezzi di purificazione sono vari: principali, l'acqua, il fuoco, il sangue. Massima importanza acquista nell'età arcaica sotto l'influenza del santuario di Delfi e dell'orfismo, che ne estende l'azione all'oltretomba, all'argandone e in un certo senso elevandone anche il concetto. Dal linguaggio religioso la tolsero i patriarchi per trasferirla a quello terapeutico-ascetico del-là loro regola di vita, chiamando c. sia la pratica dietetica della quale usavano a mantenere sano il corpo, sia quella ascetica che aveva ad oggetto la sanità dell'anima. Per la cura dell'anima, mirante ad eliminare quanto in essa v'è di emotivo e irradi- zionale (τό ἐμπαθὲς καὶ ἄλογον), facevano uso della musica (Aristosseno, in H. Diels, *Vorsokratiker*, 5a ed., I, Berlino 1934, 58 D i: cf. Plutarco, *Is. et Os.*, 38d; Giamblico, *Vita Pyth.*, 110-14).
Significato strettamente medico ha la parola nella scuola d'Appocrate. E questo e gli altri sensi sopra descritti si ritrovano in Platone, che nel *Sofista* (22d c) definisce la catartica come una specie dell'arte «diacritica». Di partito colare importanza, per quanto riguarda la c. musicale, è il luogo delle *Leggi*, in cui, trattando dell'azione terapeutica che ha il movimento sugli stati passionali dell'anima, Platone mette in relazione il cullare e il cantare con cui le nutrici addormentano i bambini, con la danza e la musica con le quali nella pratica dei misteri viene placata la frenesia coriartica (79o c-d). Con questo luogo va riconnesso il famoso passo dell'VIII libro della *Politica* di Aristotele, dove dice che tutti sono più o meno soggetti a determinate passioni, come «la pietà, il terrore», e taluni in particolar modo all'entusiasmo o furore bacchico, e che questi ultimi, quando odono «le melodie che mettono l'anima in stato orgiastico, ritornano allo stato normale (καθιστωμένος) come sotto l'azione d'una med- dicina o d'una c.» (ὥσπερ ἱατρέας τυγχόντας καὶ χαθάσεως). E continua: «Io stesso è necessario che accada a coloro che son soggetti alla pietà e al terrore e in generale alle passioni... e che in tutti si produca una specie di c. ed essi ne vengano piacevolmente allevati» (ἀγαθὲς-σῶς μεθ' ἡδονήσις: *Pol.*, VIII, 7, 1341 b 32 sgg.).
In questo medesimo passo Aristotele rinvia, per una trattazione più particolareggiata della c., alla *Poetica*, ma nella *Poetica*, il cui 1. II andò perduto in età prezi- tina, la c. vien nominata, senza alcuna spiegazione, una sola volta, nella celebre quanto tormentata definizione della tragedia, sicché, se il testo del 1. I è integro, Aristotele deve averne trattato nel II. Nel passo in questione è detto che la tragedia «attraverso pietà e terrore giunge alla c. che è propria di siffatte passioni» (cap. 6). Che la c. di cui qui si parla sia identica a quella di cui Aristotele fa cenno nella *Politica*, non può essere dubbio, e, posto ciò, essa è un fatto psicopatico e non estetico, come la ragione hanno sostenuto l'uno indipendentemente dall'altro H. Weil (1847) e J. Bernays (1857), e come con piena evidenza risulta dagli accenni che si hanno di Plutarco (Quaest. conv., 657 a), Aristide, Quintiliano (De mus., 3, 25), Giamblico (De myst., 1, 11) e Proclo (In Plat. Rempl., I, pp. 42 e 49, ed. W. Kroll). La tragedia che ha in proprio di provocare pietà e terrore, ne opera contemporaneamente per via omeopatica la purgazione. La dottrina è rivolta contro Platone e fa uso delle sue stesse armi. Se omopa- tica è l'azione della pietà e del terrore, non bisogna però intendere che la tragedia sia essa stessa un farmaco omeo- patico per coloro che van soggetti a queste passioni. Fine della tragedia non è la c.; la c. è soltanto un accidente (συμβεθηκός) e fa parte degli effetti che essa produce sullo spettatore, e non le è neanche propria (ἔδον nel senso tecnico del termine). Un problema, che, dati i testi, non è possibile risolvere con certezza, è come la c. si pro- duca, se al modo indicato da Platone (v. SORA) o per lo sfogo che l'anima prova (χουρίζεσθαι), come è detto nella *Politica*, e se il piacere che l'accompagna sia quello che è proprio di ogni sfogo o quello che è inseparabile dalla visione e che rende piacevole anche il dolore (Poet., 4, 1448 b 9; *Rhet.*, I, 11; *Part. anim.*, I, 5, 645 a 11), o come è più verosimile, l'uno e l'altro insieme.
Con significato etico-metafisico la c. ha un posto importante in Plotino. Essa indica la liberazione del-l'anima dalla materia e dalla vita inferiore, che s'attua gradatamente con l'arte, la scienza e la virtù (Emm., I, 2, 3; 6, 6). Mediante questa purificazione l'anima quasi ritorna alla sua originaria purezza e splendore e si dispone alla visione estatica e alla unione con l'Uno (Emm., VI, 9-11).
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