PRAGMATISMO. - Indirizzo della filosofia contemporanea, tra i più fortunati e diffusi, che ha avuto vaste e a volte profonde ripercussioni, oltre che nel campo della filosofia vera e propria, in quello della scienza, della pedagogia, della psicologia e anche della religione (v. alle singole voci). Non s'identifica con la cosiddetta «filosofia dell'azione», ma è certamente un aspetto tra i più significativi di quest'ultima, la quale ne ha altri - ad es., la dottrina della «certezza morale» di Olle Laprune o il «realismo integrale» BLONDEEL, DAVID (v.) - che non sono riducibili al p. vero e proprio, modernismo (v.), anche se in alcuni rappresentanti di quest'ultimo, ad es., il Le Roy, l'influenza pragmatistica sia rilevante. A parte il cosiddetto p. religioso (per il quale V. MODERNISMO) e altre forme di «filosofia dell'azione», p. es., Unamuno (v.), nel p. si possono distinguere varie correnti: a) il p. logico e gnoseologico (Peirce, Vailati); b) il p. empirico-spiritualistico (James); c) il p. umanistico (Schiller); d) il p. finzionistico (Vaihinger); e) il p. strumentalista (Dewey).
Del primo (e del p. in generale) si può ritenere fondatore lo scienziato americano C. S. Peirce, il cui saggio *How to make our ideas clear*, del 1878, è come il manifesto della nuova filosofia. Per il Peirce, il significato di una con-

si ribellarono le classi luterane che defenestrarono i luogotenenti imperiali e nel 1619 invitarono a P., quale re, Federico del Palatinato, esiliando il clero cattolico e devastando le chiese. L's nov. 1620 furono vinti da Ferdinando II sulla
cezione consiste nelle sue conseguenze pratiche; cioè, per vedere quali nozioni universali siano reali, basta applicare il criterio pragmatico di considerare quali effetti, aventi importanza pratica, abbia l'oggetto della nostra concezione. Il significato di ogni nostra asserzione sta nel futuro e pertanto tutto il senso positivo delle nostre idee risiede nelle loro conseguenze pratiche. Quando nuove idee non determinano differenze nei risultati pratici del pensiero, esse sono soltanto vari o modi di dire la stessa cosa.
Al metodo del p. si rifanno i pragmatisti italiani G. Vailati (v.) e M. Calderoni, che vollero, soprattutto il primo, restare dei logici, a differenza del James che dichiarava (A pluralistic universe, Nuova York 1909, p. 214) di «abbandonare la logica francamente, recisamente, irrevocabilmente». Il Vailati dà grande importanza allo studio della linguaggio (v.) e a quello della natura delle funzioni che esso adempie, convinto che precisare i termini è eliminare contrasti illusori e anche l'illusione di quanti credono di dire qualche cosa anche quando non dicono nulla» (Scritti, Firenze 1911, p. 895 sgg.). Pertanto il migliore «canone metodico» per non incorrere negli equivoci del linguaggio e non usare parole prive di significato è «quello che consiglia di determinare il significato di ogni frase o proposizione astratta, per mezzo dell'esame delle conseguenze che se ne traggono e quello delle applicazioni che se ne sono fatte da chi le enuncia, riguardando due frasi o proposizioni come equivalenti, o come due modi di dire la stessa cosa (Peirce), ogni volta esse vengono adoperate da chi le adotta, come mezzo di giungere alle stesse conclusioni particolari» (ibid., p. 702). Sia per il Vailati che per il Calderoni la formula peirciana — il significato di una concezione consiste nelle sue conseguenze pratiche — non va intesa in senso utilitaristico né soggettivistico. Il p. è «utilitario» solo «in quanto conduce a scartare un certo numero di questioni inutili», cioè apparenti (ibid., p. 121). La sua formula non è che un invito a introdurre «lo sperimentalismo non solo nella soluzione ma anche nella scelta delle questioni da trattarsi; a versare nelle parole, che sono l'oggetto delle nostre controversie, il loro contenuto pratico e sperimentale allo scopo di evitare confusioni e soffiomi» (Calderoni, Scritti, I, Firenze 1924, p. 217). L'esperienza, sia per il Vailati che per il Calderoni, è non solo mezzo di prova delle asserzioni e delle teorie, ma soprattutto criteri del loro significato, ossia criteri di scelta e di eliminazione delle questioni dalle asserzioni stesse provocate. Per Mario M. Rossi, la cui prima fase di pensiero è d'ispirazione pragmatista, la previsione è già di per se stessa, non solo criteri di significato, ma anche di verità (Saggio sul rimorso, Torino 1933, p. 4).
Il termine pragmatism, usato dal Peirce, fu ripreso, insieme con altre tesi, nel 1898 da W. James (v.) in un discorso all'Università di California. Ma se, da un lato, con il James il p. diventa movimento d'influenza e importanza mondiale, dall'altro si orienta in un senso empirico-spiritualistico, che non è più quello del Peirce. L'«empirismo radicale» (come James ha denominato la sua filosofia) è ben diverso da quello classico della tradizione inglese. L'esperienza di cui parla il filosofo americano è quella futura, prova e verificazione della conoscenza. Scegliere i mezzi in vista di un fine è la caratteristica propria del procedimento intelligente, quella che lo differenzia dal procedimento meccanico che non sceglie mezzi né persegue fini: «perseguire fini futuri e scegliere mezzi per il loro raggiungimento, ecco il contrassegno e il criterio per affermare che in un fenomeno è presente la mentalità» (The principles of psychology, I, Nuova-York 1890, p. 8). Pertanto, l'attività volitiva domina quella razionale e sensibile: APPERCEZIONE (v.) pensiero (v.) esistono soltanto in vista della condotta. Sia la scienza che la filosofia si costruiscono in vista di fini umani, servono (ed è questo lo scopo del pensiero) all'azione, affinché l'uomo operi efficacemente nel mondo. Di qui la difesa che James fa delle «credenze» morali e religiose (quando siano di quelle che non si possono dimostrare vere né false, e siano «vive» e «importanti») in quanto utili e necessarie a un'azione efficace. Si accettano come vere e perciò si corre il rischio di sbagliare, ma il rischio è inevitabile perché anche chi si rifiuta di credere si assume quello della decisione negativa. Conviene dunque accettare la responsabilità e il rischio, assumersi il «può essere», scegliere, voler credere (The will to believe s'intitola una celebre opera di James). Così James crede di salvare e di garantire le esigenze morali e religiose, di dare al suo p. come «volontà di credere» un carattere spiritualistico e di fondarvi la sua concezione pluralistica dell'universo, di cui Dio è uno dei tanti esseri, anch'egli finito, esistente nel tempo, «createsi la sua storia come noi stessi» e in mezzo a noi (A pluralistic universe, Nuova-York 1909, p. 319). Come un simile Dio possa appagare le esigenze della coscienza religiosa e garantire un ordine di verità nel mondo umano e fisico, resta incomprensibile e dunque credenza inefficace, cioè priva persino di valore pragmatistico.
Non sembra esatto dire che l'inglese F. C. S. Schiller, ricondosi più fedelmente del James al Peirce, abbia riportato il p. dentro i confini della logica e della gnoseologia; piuttosto va detto che egli intende la logica in maniera molto vicina al p. Jamesiano; e dato che fa nascere ogni pensiero o procedimento logico dai bisogni, dai sentimenti, dalle credenze e dalle passioni dell'anima umana, il suo può qualificarsi p. umanistico, per il quale tutto è condizionato dalle esigenze dell'azione o dal bisogno pratica. In breve, la verità — e ogni verità — è relativa all'uomo. La sua critica della logica formale, che egli considera un puro gioco dell'intelletto e un passatempo piacevole (Formal logic, 2a ed., Londra 1931, p. 388) e la riduzione di qualunque principio — che non obbedisca a un interesse pratico — a una proposizione verbale, spingono lo Schiller ad accettare come unico criterio valido quello dell'utile e a misurare con esso il grado di verità delle scienze, della matematica, della filosofia ecc. In questo senso, Schiller considera come la più grande scoperta della filosofia l'antico detto di Protagora «l'uomo è la misura di tutte le cose», senza che ciò abbia a giustificare l'uso di finzioni, di errori e di bugie, che pur possono essere utili a qualcuno. C'è, secondo lo Schiller, una specie di principio selettivo per cui l'individuo, nel corso della sua vita, tende ad abbandonare alcuni interessi iniziali e a scegliere altri più consistenti e più veri. Su questa scelta agisce l'azione sociale: delle varie scelte, fatte sempre in base al principio valutativo dell'utile, sopravvengono solo quelle che hanno un'utilità sociale e rispondono meglio alle aspirazioni del maggior numero di persone in una determinata condizione storica. Il p. umanistico dello soggettivismo (v.) relativismo (v.) radicale.
Le due forme di p. di James e Schiller influirono su alcuni scrittori italiani, che dal 1903 al 1907 diedero vita al movimento del Leonardo e soprattutto su G. Papini (più vicino allo James) e G. Prezzolini (più vicino allo Schiller). La rivista ebbe come collaboratori pure il Vailati e il Calderoni e in tal modo rappresentò, nelle sue pagine migliori e meno appassionatamente polemiche, le tre forme di p. del Peirce, dello James e dello Schiller, con aperti dissensi tra Vailati-Calderoni da un lato e Papini-Prezzolini dall'altro, i due scrittori che, in fondo, segnarono la fisionomia della rivista e le diedero carattere polemico, più critico che costruttivo, di svecchiamento della cultura e della filosofia. Secondo il Papini, il carattere fondamentale del p. è il «disrigidimento delle teorie e delle credenze», cioè il riconoscere il puro loro valore strumentale; il dire che esse valgono, cioè, soltanto relativamente a un fine a un ordine di fini e che perciò sono suscettibili di essere cambiate, mutate e trasformate ove occorra» (P., Firenze 1927, p. 91).
Il p. di James ha trovato in Italia ancora un'affermazione originale e filosoficamente elaborata nello «spiritualismo» di A. Aliotta, sul cui pensiero però, passato attraverso varie fasi, sono da rilevare altre influenze. Il p. umanistico, invece, aveva avuto in Italia i suoi rappresentanti, prima ancora dello Schiller, in G. Cesca e P. R. Troiano: il primo, movendo da un punto di vista strettamente empiristico e fenomenistico, limita al mondo esterno, fenomeno (v.), l'inizio e il fine del
l’attività umana, la quale, creando la civiltà, al tempo stesso che si libera dall’«illusione» dell’Assoluto (v.), crea il regnum hominis, prodotto incessante dell’azione trasformatrice dell’ambiente esteriore conforme ai bisogni umani» (La filosofia dell’azione, Palermo 1908, p. 23); l’altro, che pur non vuole confuso il suo «umanesimo» con il p. volontarismo (v.), accetta in fondo il principio pragmatico della conoscenza come mezzo con cui trasformare la realtà per i nostri utilitarismo (v.), che si realizza nello stato di «calma» (mancanza di piacere e di dolore) o di alivia (Le basi dell’umanesimo, Torino 1907, p. 130).
H. VAIHINGER, HANS (v.) elabora una sua forma personale di p. sotto l’Kant (v.), Lange (v.), dell’MARCHE (v.) AVE MARIA (v.), Nietzsche (v.). Anche il Vaihinger subordina il pensiero all’azione, ma non identifica la verità con l’utilità: anche credenze contraddittorie ed erronee possono essere utili. Solo l’esperienza pura è vera ma l’uomo non si appaga di essa e dunque si crea delle finzioni (immortalità dell’anima, libertà, Dio ecc.), utili per la vita pratica, esse gli danno l’illusione di soddisfare le sue esigenze più profonde. Vaihinger esaspera l’agnosticismo kantiano delle «idee» della ragione pura, alle quali è negato ogni valore conoscitivo e ne riconosciuto solo uno regolativo. Con una differenza: per Kant l’uomo deve agire come se esistesse, l’anima fosse immortale ecc.; per il Vaihinger queste credenze sono «finzioni» e l’uomo agisce come se le finzioni da lui create fossero realtà. Secondo questa filosofia del «come se» (Philosophie des AIs-Ob) è il titolo dell’opera più significativa del Vaihinger, l’inizio non sono verità né ipotesi; acquistare una sempre maggiore consapevolezza di ciò è il progresso della filosofia: aver coscienza che le finzioni sono finzioni e tuttavia servirsene ugualmente ai fini della vita. Presta, in fondo, assurda poiché una finzione o un mito o un’illusione non possono avere alcuna forza attrattiva e stimolante dal momento che sono riconosciute tali. La finzione come finzione non ha valore conoscitivo neppure pragmatico.
Prima del Vaihinger, ma sotto positivismo (v.) e con più aderenza alla posizione kantiana, l’italiano G. Marchesini aveva sostenuto che gli ideali morali e religiosi non sono che «finzioni». Il Marchesini ne accenna l’importanza sociale: «Opera come se ciò che è vero socialmente ed è socialmente impostato come assoluto, fosse vero e assoluto anche per te» (Le finzioni dell’anima, Bari 1905, p. 197; l’op. cit. del Vaihinger è del 1911). Il Marchesini attribuisce alla finzione una forza psicologica di efficacia indispensabile nella condotta morale, ma, con più coerenza del Vaihinger, gliela riconosce solo in quanto è creduta come se fosse una verità a cui corrisponde una realtà.
Lo «strumentalismo» (v.) dell’americano J. Dewey è la forma di p. oggi più influente e discussa. Anche per Dewey punto di partenza è l’esperienza, ma quella primitiva e integrale, che è anche errore e perversità, ignoranza e rischio. Tra la natura e l’uomo vi è stretta indissolubile connessione: l’uomo è parte della natura e in essa si sente radicato, ma egli è quella parte che della natura stessa è destinata a modificare la struttura e a realizzare il significato. Perciò le idee e il pensiero in generale sono strumento di organizzazione dell’esperienza futura e la ragione ha necessariamente una funzione costruttiva (Philosophy and civilisation, Nuova-York 1931, p. 25). Convincersi che l’errore, il male, il disordine, l’irrazionale, la morte sono realtà (invece che illudersi chiamandoli appartenere) e lottare per ridurre i loro effetti e limitare la porta, questo il compito dell’uomo e dell’umana società, gradualmente (ma mai compiutamente) realizzato dall’opera attiva dell’intelligenza umana, «valida nei limiti del suo successo». Ogni teoria o dottrina o costruzione mentale è un modo efficace (quando lo è), da parte dell’uomo, di trasformare la realtà per garantirsi l’uso e il godimento dei beni che gli sono necessari. Gli uomini pensano quando sono stimolati dal bisogno e dall’inquietudine, quando hanno perturbazioni da sedare, difficoltà da superare. «Una vita di riposo, di successo senza sforzo, sa
rebbe una vita senza pensiero» (Ricostruzione filosofica, trad. it., Bari 1930, p. 138).
Con il Dewey il p. manifesta uno dei suoi aspetti più pericolosi: non si tratta più soltanto di subordinare il pensiero all’azione, ma: a) di eliminare qualunque traccia di spiritualismo; b) di limitare la funzione dell’intelligenza alla sua efficacia trasformatrice della realtà (e di qualunque realtà) e perciò di negare che esistano essenze o sostanze o principi immutabili; c) con lo scopo di soddisfare i bisogni dell’uomo e con essi le sue inquietudini stimolanti, che sono effettive ed efficaci quando sono appagabili nell’ambito dell’ordine naturale e storico. Il p. del Dewey non differisce gran che dalle tesi fondamentali del Marx e del marxismo (v.); è la forma, può dirsi, «americana», di quest’ultimo, ma le conseguenze, dal punto di vista morale, religioso e filosofico, sono identiche. Ciò spiega le simpatie che il Dewey riscuote presso alcuni teorici o seguaci europei del marxismo. Constatazione grave se si tiene presente che gli Stati Uniti d’America, in politica e in economia antimarxisti, considerano oggi il Dewey come loro filosofo ufficiale e gloria nazionale.
Ma tutto il p., tranne qualche contributo apportato ai problemi della scienza, del linguaggio, della psicologia empirica e pedagogica e a parte il merito di un energico richiamo al senso del concreto, è un orientamento di pensiero pericoloso, erroneo e filosoficamente nullo, logorato da un’invincibile contraddizione interna: ogni verità morale, religiosa, scientifica, ecc. è provvisoria e contingente e tuttavia bisogna credere che sia vera e necessaria. Così, da un lato si riconosce che la verità, se non è creduta tale, perde ogni valore pragmatico e, dall’altro, che è valida solo per il suo valore pragmatico. Una delle due: o la verità ha efficacia nell’azione solo in quanto è e si crede che sia verità, e in tal caso si viene a riconoscere che non la si accetta per vera per le sue conseguenze pratiche ma in quanto la si crede ed è verità; o si sa che un principio non è verità e si pretende che, pur sapendolo, abbia efficacia pratica e allora si dice cosa senza senso, in quanto un principio che si sa non esser vero non può esercitare alcuno stimolo ed avere alcuna efficacia. Il p. viene così a riconoscere che il criterio pragmatico non ha alcun valore come criterio di verità; e con ciò nega se stesso.
Nel p. convergono istanze kantiane (depotenziate del loro significato speculativo), positivistiche ed empiristiche (ma di un positivismo e di un empirismo ora più critici ed ora più ingenui), oltre ad altre suggerire dalla teoria dell’evoluzione (v.) nei suoi vari sviluppi, da alcune posizioni recenti della filosofia della scienza e da influenze di scoperte scientifiche, di cui arbitrariamente e grossolanamente si fa subito applicazione ai problemi filosofici; il tutto convogliato a sostegno del dogma pragmatico che la verità di un principio (v.) o di un processo conoscitivo è data dalla sua efficacia pratica, cioè dal successo, che è come assumere a criterio di verità il contingente e l’empirico, il temporaneo o il relativo. criterio (v.) classico di verità, della negazione della filosofia (G. Papini, op. cit., p. 81 scrive che il p. «piuttosto che una filosofia, è un metodo per fare a meno della filosofia»), di una forma, a volte esasperata, di fare della verità una specie di candidato «democratico» in una lista di tante presunte verità, in attesa di ottenere la maggioranza dei suffragi per proclamarsi vere o non vere; e l’esito dipende dall’efficacia della messa in scena e della pubblicità. Il p. nega, in fondo, ogni verità e si risolve in una forma di storicismo empirico e, da ultimo, di autentico materialismo (v.); e,
quando si chiama religioso e spiritualista, deismo (v.) non meno rovinoso, in una specie di
mistica dell'azione e della volontà, che, non sorretta
da un saldo principio razionale né da un concetto
ben fondato della trascendenza, MAGNETISMO (v.) più radicale e perciò verso una mi-
stica dell'efficacia trasformatrice ed operativa del-
l'uomo, in vista della instaurazione di una società
futura, sempre più idonea ad appagare i suoi bisogni
e a godersi i beni del mondo; cioè s'incontra con il
marxismo.