UTILITARISMO

UTILITARISMO. È la dottrina che pone per fondamento della morale l'utilità, sostenendo che le azioni sono buone nella misura in cui forgiano i mezzi del benessere materiale, e cattive nella misura in cui tendono a produrre il contrario (cf. J. Stuart Mill, Utilitarianism, cap. 2, § 4, Londra 1863). L'u. si risolve in un eudemonismo empiristico, che ha le sue radici nella concezione materialistica dell'uomo.

L'immediatezza sensualistica, propria dell'edonismo, è portata dalla mediazione di riflessione razionale a superarsi in una ricerca di mezzi più adeguati per il conse

guimento di un piacere generalizzato, stabile e completo, che prende il nome di felicità. Nella filosofia greca l'u. ebbe un aspetto prevalentemente negativo, passivo e anti-sociale: la riflessione razionale fu infatti considerata come una mediazione di liberazione da tutti gli impulsi soggettivi e legami sociali e religiosi, che fossero di impedimento alla perfetta quiete interiore del soggetto. In questa direzione si sviluppò l'edonismo cirenaico, fino a giungere alla negazione pessimistica dello stesso valore della vita (Ego-sia). L'u. negativo e antisociale ebbe la sua più completa elaborazione nella dottrina epica. Epicuro (v.), solo la conoscenza scientifica della natura materiale dell'universo e del dominio psicologico degli istinti rende possibile compiere quel perfetto calcolo utilitaristico, che assicura lo stato di serena tranquillità (γαλασμός): i bisogni si distinguono in naturali (φύσις) necessari, che debbono essere soddisfatti, in naturali non necessari, che possono essere soddisfatti con moderazione intelligente, ed infine in non naturali, dipendenti dalla consuetudine (νόμος), che debbono essere sacrificati in nome della propria felicità (cf. Diogene Laerzio, X, 36). L'epicureismo rappresenta una piena distruzione di tutti i valori morali e sociali e religiosi: pur nella sua raffinatezza, è un codice di vita senza ideali, essenzialmente egoistico e sensuale che, portato a tutte le sue conseguenze, non può risolversi se non in un pessimismo integrale.

Nella filosofia moderna, l'u. ad opera dell'empirismo e positivismo inglesi, ha invece assunto un carattere nettamente positivo, attivo e sociale. Le sue premesse sono di ricercarsi: nella concezione egoistica dell'uomo (Hobbes), secondo cui ogni azione umana è sempre radicalmente motivata dal piacere o dolore; nella dottrina utilitaristica, che pone la perfezione individuale nell'approvazione utilitaristica mediante il lavoro (Locke); nella tendenza di porre la natura della morale nella limitazione altruistica della tendenza egoistica; nelle teorie morali del sentimento, neganti l'estrinsecità dell'imperativo morale sia da parte delle leggi civili (Hobbes, Locke), che da parte delle leggi religiose (u. teologico di Tucker e Paley); nell'empirismo negatore dell'apriorismo razionalistico; ed infine nella psicologia associazionalistica, secondo la quale (Hartley, Priestley) gli elementi semplici del piacere si compongono meccanicamente nei bisogni dell'istinto d'interesse, e i beni strumentali assumono essi stessi il carattere di fine, si che lo stesso altruismo è da considerare fondamentalmente un bisogno interessato. La dottrina utilitaristica moderna ebbe la sua BENTHAM, JEREMY (v.). Egli fece la definizione della tendenza interessata propria degli associazionisti: «la maggior felicità per il maggior numero» (J. Priestley, Essay on principles of government, Londra 1768; J. Bentham, Déontologie, tr. B. Laroche, Parigi 1834, p. 86), e vide in essa il criterio oggettivo, dato dalla stessa natura, affinché potesse ogni individuo razionalmente dirigere la propria attività al suo massimo piacere ed insieme soddisfare le esigenze altruistiche della morale. Necessità quindi della deontologia che è l'arte di fare ciò che è conveniente fare, o scienza soggettiva di calcolare oggettivamente la quantità di piacere o dolore che ogni azione può produrre, alla luce delle sette dimensioni che ogni vero piacere in sé contiene (Introduction to the principles of morals and legislation, Oxford 1807, cap. IV): è una vera aritmetica del piacere, che per il suo contenuto altruistico si eleva a dignità morale, e per il suo valore scientifico assicura l'efficacià dell'azione. La conciliazione degli interessi fra i diversi soggetti operanti è data in parte naturalmente dalla stessa deontologia soggettiva di ciascuno, per il suo carattere altruistico e per il calcolo delle sanzioni sociali che necessariamente provengono dai contrasti di interesse; ma soprattutto artificialmente dalla legislazione penale: l'autorità pubblica infatti deve compiere una deontologia, basata sul criterio dell'interesse generale, e quindi calcolare il grado delle pene, in modo da bilanciare il grado di piacere contenuto nelle azioni contrarie all'interesse generale.

L'u. del Bentham fu tuttavia immediatamente superato dai suoi continuatori, in un senso naturalistico,

identificante l'interesse particolare con l'interesse generale. Ne derivarono due tendenze utilitaristiche contrastanti: quella dell'individualismo anarchico (Godwin), che dalla fusione naturale degli interessi singoli derivò logicamente la negazione dello Stato, e fece del soggetto individuale l'arbitro assoluto della propria attività; quella del positivismo di J. Stuart Mill e H. Spencer. J. Stuart Mill respinse la possibilità del calcolo quantitativo dei piaceri a favore della loro valutazione qualitativa e negò al soggetto interessato la possibilità di compiere con metodo scientifico lo studio delle vere utilità umane. La sua posizione viene così a coincidere con il pensiero razionalistico; ma solo apparentemente, perché non dall'apriorismo filosofico né da pretesi ideali morali può derivare l'etica, bensì da una scienza induttiva, che con il criterio utilitaristico dell'interesse generale, in cui naturalmente confluiscono gli interessi particolari, stabilisce le leggi positive dell'attività umana. La moralità è quindi frutto di educazione sociale, a cui ogni singolo soggetto psicologicamente preparato per le leggi dell'associazione si dà potere trovare nella sua stessa tendenza altruistica, derivante dall'egoismo, il motivo stesso dell'obbligazione morale. Con H. Spencer (The data of ethics, London, 1879) l'u. perde ogni significato di valutazione morale, per divenire un canone interpretativo della gentile e sviluppo della morale secondo le leggi dell'evoluzionismo biologico. Il brutto egoismo iniziale, per l'associazione psicologico, l'ereditarietà e la selezione naturale nella lotta per la vita, si è trasformato nell'ego-altruismo, di cui è propria l'obbligazione morale, per tendere al puro altruismo, che fa della morale un fatto spontaneo. Come mediazione fra la posizione anarchica e quella sociale dello Stuart Mill, il pensiero inglese ha mantenuto una concezione empiristica soggettiva, tendente a conciliare praticamente il massimo interesse proprio con l'interesse del maggior numero: una specie di egoismo filantropico. Il suo massimo rappresentante è H. Sidgwick (Methods of ethics, 3a ed., Londra, 1884), che definisce il bene morale: «Ciò che un uomo può desiderare» (ibid., p. 401). L'u. rappresentò la concezione morale inglese per tutto l'800; ma verso la fine del secolo se ne iniziò efficacemente la critica, specialmente ad opera di H. F. Bradley (Ethical studies, 1876). Ebbe anche una certa influenza nei paesi dell'Europa continentale, tanto che A. Manzoni sentì la necessità di aggiungere alla 2a ed. delle sue Osservazioni sulla morale cattolica una lunga confutazione «del sistema che fonda la morale sull'utilità». L'u. inglese ha certamente portato un notevole contributo allo studio scientifico dei bisogni umani, specialmente economici, e delle correlazioni innegabili fra iniziative privata e bene pubblico. Ma tutte le premesse da cui è partito sono radicalmente errate, basandosi esso su un empirismo negante ogni valore assoluto alla conoscenza e volontà umana.

È vero che l'interesse è una molla fondamentale di tutta l'attività umana e che ogni uomo agisce sempre per la sua felicità; ma è anche vero che la morale in peggina la coscienza dei singoli ai sacrificio degli interessi contingenti e della felicità empirica in nome di valori umani, che valgono in sé e per sé, ed il cui possesso dà all'uomo il suo pieno valore. Non è l'efficacia dell'azione utilitaristica che dà all'uomo la bontà morale, ma è la bontà morale che impegna il soggetto ad un'attività utilitaristica che sia vero strumento del perfezionamento umano. L'altruismo non rappresenta l'essenza della moralità, ma ne è una conseguenza: la persona umana infatti riconosce il valore delle altre persone, solo quando riconosce il carattere assoluto del bene a cui ogni persona naturalmente aspira. Volere la propria felicità e la felicità degli altri, è volere a sé e agli altri il bene assoluto. E poiché il bene assoluto umano è ultimamente lo stesso Dio, la moralità consiste fondamentalmente nell'amare Dio sopra ogni cosa: nessun uomo può raggiungere la perfezione morale, finché non aderisce totalmente alla volontà divina, e fa della sua attività terrena un servizio di collaborazione per il bene proprio e dei propri fratelli. Negli stadi iniziali della formazione morale può pedagogicamente essere usato il motivo utilitaristico per sostenere lo sforzo soggettivo di ubbidienza alla legge morale: ma non si può mai parlare di vera vita morale senza un amore incondizionato al bene onesto.

BIBL.: A. Rosmini, Storia comparata, edit. de' sistemi intorno al principio della morale, Milano, 1873; A. Manzoni, Del sist. che fonda la morale sull'utilità, appendice al cap. 3 delle Osservazioni sulla morale catt., 2a ed., Milano, 1845; C. H. Renouvier, Science de la morale, I, Paris, 1869, cap. 31; S. Leslie, The English utilitarian, 3 voll., Londra, 1900; E. Halevy, La formation du radicalisme philosoph., 2 voll., Paris, 1901; E. Albee, A history of English utilitarianism, Londra, 1900; A. H. G. Sinclair, Der Utilitarismus bei Sidgwick und Spencer, Heidelberg, 1907; M. Pradines, Les postulats metaph., de l'utilitarisme de St. Mill et Spencer, Paris, 1909; E. Goblot, La logique des jugements des valeurs, 1872; A. Uttman, Le duc negozi, dell'etica: l'u. e l'attivismo, Messina, 1932; G. Tensi, Nuova critica dell'u., Palermo, 1934; E. Garn, L'illuminismo inglese: I moralisti, Milano, 1941, p. 89; S. J. Leclercq, Les grandes lignes de la philosophie morale, Londra, 1947, p. 89; R. Le Senne, Traité de morale généré, 2a ed., Paris, 1947, pp. 216, 239, 301; D. W. Leslie, Political thought in England, The utilitarians from Bentham to Mill, Londra, 1947; S. Castellato, G. Stuart Mill e l'u. inglese, Padova, 1951.