MANZONI, ALESSANDRO. - Scrittore, n. a Milano il 7 marzo 1785, m. ivi il 22 maggio 1873. Esternamente la sua vita è quella di un gentiluomo milanese ben provveduto di beni di fortuna, con un gusto spiccato per gli studi, poco propenso alla vita mondana. Di lui e dei suoi s'era parlato anche troppo: sua madre, Giulia, figlia del celeberrimo marchese Cesare Beccaria (v.), aveva sposato un anziano nobiluomo, Pietro M., l'aveva lasciato, per convivere a Londra e a Parigi con un altro patrizio milanese, Carlo Imbonati, alunno del Parini; e il figlioletto era passato di collegio in collegio, da Merate e Lugano a Milano. Rientrato nella casa paterna, visse alcuni anni di dissipazione insoddisfatta, raggiunse nel 1805 a Parigi sua madre, vedova del marito e dell'amico, sposò nel 1808 Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino stabilito a Milano e calvinista. La sua vita familiare fu pacifica e calma, fra la moglie e la madre: sempre più distaccata da Parigi, dove soggiornò nei primi anni, sempre più raccolta fra la villa di Brusuglio, a poche miglia da Milano, e la casa in contrada del Morone, nel centro cittadino: potrebbe essere minutamente narrata lungo la cronaca delle nascite, delle malattie, delle morti; ma non si lascia drammatizzare, tanto è cristianamente pudica e nobilmente riservata. Nel 1833 gli morì Enrichetta (scrisse eccedere manus sull'abbozzo dell'inno in morte: disse «cara» e tacque); sposò in seconde nozze Teresa Borri, vedova Stampa, gli premorirono quasi tutti i figli. La fama, che se ne impadronì dopo il suo romanzo, crebbe dopo l'Italia unita; eppure sapeva circondarsi di silenzio, in ogni caso. Ché il grande avvenimento di quella vita, il centro ordinatore della lunghissima serie di quei giorni, è la conversione nel 1810; che è un fatto da cui la storia discende, non che in sé abbia storia; e il poeta, anche se poté dire dell'episodio della chiesa di S. Rocco, a Parigi, dove entrò chiedendo un segno, e ne uscì credente, preferiva tacere, adorando. Fra le circostanze più intime si porrà la profonda serietà di Enrichetta, che dette un contenuto religioso all'attenza morale di lui, e ne accettò con decisione estrema gli avviamenti incerti (il Battesimo cattolico della primogenita Giulietta poteva essere un generico atto di ossequio; ma la madre, cristiana, di Giulietta era pronta ad accettare conseguenze estreme di premesse dimenticate); fra le circostanze esterne, quel moto di ritorno al cristianesimo, o almeno di conciliazione fra una società profana e una «sostanza di cose sperate», che ebbe in Chateaubriand il suo poeta e nel Concordato napoleonico un'attuazione politica.
non dà luce, ma la riceve da un tal uomo, che insegnò, con i più puri dei suoi compagni della vigilia, Pellico e Confalonieri, a far giudizio spirituale della storia, a vincere soffrendo. Se poi lo tenti nella sfera dei ripensamenti religiosi, evita, per comprenderlo, di esaurirlo nella sfera di una frequentazione limitata, di confonderlo con persone anche venerate e care, di identificarlo con una sistemazione dottrinale. Chi circostanzia cronisticamente la sua conversione religiosa, p. es., s'imbatte in una frequentazione giansenistica: tale la cerchia religiosa che frequenta a Parigi, dopo che vi è ritornato con la moglie, allentati i legami con la Condorcet alla Maisonnette, il catechista di Enrichetta neofita che fu l'abate genovese Eustachio Degola, già seguace del vescovo Scipione de' Ricci, tali le letture di casa M., la venerazione per gli uomini, gli scritti e le memorie di Port Royal. Ma anche in questa cerchia, e non in questa sola, il M. mantiene una assidua custodia della sua responsabilità, una fermezza irremovibile nel sottrarsi a impegni mediocri e minori, nel vincolarsi ad una seta, nell'adattare il dogma, che va investigando nella sua più colma purezza, ad una situazione politica. Amico dei giansenisti, ma non lui pure giansenista, era mons. Tosi, prevosto di S. Ambrogio e poi vescovo di Pavia, alla cui direzione di coscienza il Degola raccomandò la nuova famiglia, ritornata in patria; e qui certo anche il nuovo ambiente ebbe un peso: benché fosse assai lento, circospetto, meditatissimo l'itinerario religioso del convertito; e il nuovo direttore svincolava, pur dubbioso di far bene, Enrichetta dalle troppo rigide istruzioni del catechista, la avviava a pratiche religiose tradizionali nella cattolicissima chiesa ambrosiana, benché egli stesso uscito dalla scuola pavese del Tamburini e dello Zola. Frutto di annosa meditazione, ma solo in parte delle insistenze di mons. Tosi, le Osservazioni sulla morale cattolica, dirette a confutare le asserzioni del Sismondi, che faceva ricadere sul cattolicesimo la responsabilità della decadenza morale italiana degli ultimi secoli: ebbene, quello che parve un pensum imposto dal direttore di coscienza al figlio spirituale, è in realtà una liberissima meditazione proseguita per anni ed anni sui rapporti tra la morale e il costume. L'opera non fu compiuta; ma resta al centro del pensiero manzoniano ed è essenziale nella storia de: Promessi Sposi: storia della meditazione e storia della poetica. Né potrebbe la vicenda della cultura italiana dell'Ottocento, sino alle sue ultime conclusioni, dal liberalismo al socialismo, per giungere sino alla reviviscenza religiosa della cultura del Novecento, spiegarsi senza questo appello, che al di là di ogni utilitarismo, di ogni costumismo, di ogni storicismo, superando dunque tutte le situazioni immanentistiche delle teorie vecchie e nuove, dimostra l'unità di religione e di vita morale, e che morale cattolica e morale senz'altro attributo sono una cosa sola.
Attraverso l'aureo libretto della Morale cattolica si comprende meglio il senso che nella spiritualità manzoniana ebbe la frequentazione delle varie cerchie di cultura: attraverso il molteplici egli tende all'unitario, attraverso il costume e la storia egli tende alla vita morale, che è vita religiosa. Anche la sua vicenda biografica si illumina così quasi di una luce provvidenziale: infatti egli percorse a ritroso le tappe dello scisma protestante verso l'unità cattolica; e come lo scisma era passato dall'istanza della riforma morale al libero esame al calvinismo all'enciclopedismo rivoluzionario, il giovane Alessandro era partito da questo enciclopedismo rivoluzionario appunto, aveva frequentato e meditato il drammatico e spietato assolutismo calvinistico, era risalito alla meditazione della morale cattolica accettando tutte le responsabilità di un'indagine critica. Ma come poteva esser diverso, se le grandi epoche della sua vita familiare erano state le pietre miliari dell'itinerario di un reduce? Le nozze civili, le nozze calvinistiche, il Battesimo cattolico della piccola Giulia, le nozze cattoliche. La sua vita è un puntualizzarsi deliberato di atti significanti e responsabili, e il poeta della nuova commedia umana fa giudizio totale su se stesso, prima che sugli altri. Tale mirabile coerenza risservi studiando gli orizzonti, le attinenze, i ritmi di sviluppo del suo pensiero: enciclo-

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pedismo, romanticismo, liberalismo sono i termini indicativi di alcune fra le sue attenzioni preminenti; ed indicano abbastanza bene alcuni capitoli assidui delle sue vastissime letture. Ma dove l'enciclopedismo sconfinava nell'idolatria scientista e nella presunzione dell'intellettualismo, egli ritrovava quella dignità della ragione umana che era stata la premessa autorizzata delle conquiste rinascimentali; e dove il Romanticismo cedeva in più d'una sua zona alle seduzioni del panteismo e del panagismo e del decadentismo, ridispersendo il generoso proposito di una cultura che fosse vita dello spirito percorsa dalla parola della creazione poetica, egli libera bensì la riflessione sull'arte dagli impicci delle regole esterne, dai visti e bugiardi tradizionalismi del mitologismo e del formalismo, ma la sospinge alla sintesi di vero, di bello e di buono e verso l'unità dell'immagine creata; e dove il liberalismo si adagiava presto nella difesa di una soluzione classista di vita economica indipendente dalla morale, egli ricollocava accanto al dono divino della ragione il dono divino della libertà, occasioni l'una e l'altra della dignità della persona. E temi preminenti del suo meditare sono la storia, la provvidenza e l'unità. L'autore del più bel romanzo storico di una tradizione europea che da Scott giunge a Tolstoj, è storico esperto in ogni sottile tecnicismo della ricerca, studioso provveduto di ogni sussidio di scienza complementare, specialmente di scienze giuridiche, acutissimo nell'indagine e robusto nella sintesi: è, soprattutto, filosofo consapevole del significato decisivo che assume nella vita dell'uomo, individuato e società, l'occasione del tempo; ed ha, per inclinazione nativa, oltre che per suggerimento della sua epoca, che assiste al prevalere della socialità sull'individuazione, il gusto dei movimenti collettivi, della psicologia di folla: erede di Muratori e di Vico, caposcuola, nonché degli storici neogueli, dei medievalisti italiani, indirettori promotore degli studi di storia economica. Ma al di là della storia, ancora su una traccia che ricollega a Vico la meditazione di Agostino e di Bossuet, egli intende la Provvidenza, che aduna i fili dispersi delle volontà umane: poeta della Provvidenza, anche nella tragedia del suo pessimismo politico, l'Adelchi, intende il soccorso che il popolo dei vinti s'attende in una sfera di religiosa spettazione. E alla metafisica dell'unità muove attraverso la meditazione del discorde: ricerca dell'unità è la vita politica, che vede nei suoi anni il trionfo dell'idea unitaria nella storia d'Italia, ricerca dell'unità è la definizione linguistica che tenta nella problematica dell'arte, ricerca dell'unità l'intima vita della poesia, che si affissa nella purezza dell'immagine creata.
Nel vivo d'una fatica che assiduamente risale alla vita da tutte le zone periferiche della cronaca e del discorso, il catalogo delle opere di pensiero e delle opere di poesia non può risultare che indicazione provvisoria di un acquisto morale: tanto è alieno dall'atto per cui lo spirito umano si chiude nella sua stessa opera, pensando o poetando, e vagheggia la propria immagine: se la nuova cultura denuncia il placido conformismo che isolava la vita dello spirito e vagheggiava beato la forma perfetta e vuota, il M. è romantico perché accetta di riosservare ogni momento della storia e della parola guidando l'uomo a fronte delle sue responsabilità definitive, davanti a Dio. Le Notizie che appone alle tragedie sono assai di più che la prova offerta da uno scrittore che si documenta: propongono anzitutto fin da principio il problema dei rapporti fra storia e invenzione; ed isolano trattatisticamente singoli problemi di grandissima importanza: come quello della divisione di Longobardi e di Latini svolto nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, che proseguendo in sede di ricerca documentaria l'immagine dell'Adelchi, tragedia di popoli, vede alle origini della catastrofe dei Longobardi l'irreparabile scisma dei dominatori e dei sudditi, degli umili e dei potenti. Ed ancora un paragrafo di una inintermessa problematica dell'unità è l'ultima delle sue opere storiche, portata innanzi in quella che taluno ritenne negittosa o isterilità vecchiezza, La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, che indica la virtualità storica del Risorgimento italiano nel fatto di essersi mosso in direzione contraria alla Rivoluzione Francese, verso l'unità, anziché verso la sua dissipazione. Lo stesso moto si rileva negli studi estetici, a cominciare dalla Lettre à M. Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, che sviluppa e documenta idee accennate nella prefazione al Conte di Carmagnola: l'unità non è un fatto estrinseco, da cercare attraverso accorgimenti esterni, quale il rappresentare i fatti in uno stesso luogo e lo stringerli nel giro di ventiquattr'ore, ma l'intima sostanza dell'opera, da cercare attraverso una meditazione che si distacca dalle circostanze, e tocca la verità autentica dell'opera, movendo dai gesti alla riflessione sentita. Prende dunque parte alla polemica no, ma alla discussione sul romanticismo movendo da uno dei punti più dibattuti e più osservati, data la popolarità, specialmente francese, della letteratura teatrale; ma sospinge l'indagine assai lontano: anche più lontano della cerchia in cui si trattenevano i romantici lombardi, che riconoscevano in lui un caposcuola, benché alieno da una vicenda di letteratura pubblicistica. Anche il suo «manifesto» romantico, la Lettera sul romanticismo al marche d'Azeglio, dello stesso anno 1823 della lettera allo Chauvet, era in realtà una lettera privata, l'apologia di un letterato cui s'era direttamente chiesto il motivo del suo mescolarsi ad una scuola; e vi si elabora, attraverso indicazioni che furono completate in redazioni successive, la dottrina del vero, del bello, del buono: metafisica dell'arte, esposta in termini che non si disconvenivano ad una difesa letteraria. Se tale manifesto, che si credette restringere ad un ambiente limitato di romanticismo lombardo, sembra (ma non è) teoricamente meno impegnativo delle dottrine del contemporaneo romanticismo germanico, si è lasciato che l'attenzione cadesse sul tono dimesso e disinvolto della discussione, anzi che valutare le responsabilità teocratiche della tesi; la quale propone all'arte, sia pur sulla traccia di una dottrina di origine platonica non mai traslacciata del tutto lungo secoli di cultura estetica, d'essere via, verità e vita: dunque di collocarsi nella meditazione del messaggio cristiano. A questo pur mira il dialogo dell'Invenzione, che discutendo sul termine, sfuggito ad uno degli interlocutori, di creazione artistica, indaga l'origine divina delle idee, che l'artista inventa solo in quanto trova: un vero trovare nella mente di Dio creatore. E qui il M. poteva dichiarare il suo debito ad Antonio Rosmini: il più fervido degli incontri manzoniani, quello che consentiva al poeta di discendere dalla verità alla certezza, e di veder conformata in una sistemazione dottrinale agguerrita la sua stessa intuizione. Infine, il capitolo degli studi sulla lingua, riassumibili in quell'opera portata tanto innanzi, e non mai compiuta, Della lingua italiana, affidata prevalentemente all'operetta postuma Sentir Messa e alla lettera Sulla lingua italiana a Giacinto Carena: una dottrina che, inserendosi in una secolare e mediocre tradizione di studi linguistici, parve abbassarsi; e un ennesimo paragrafo della dottrina dell'unità, nonché atto politico di una comunità di parlanti che per risolvere anche praticamente il problema del linguaggio semantico eleggeva uno fra i tanti dialetti italiani a rappresentare tutti quanti.
I modi della sua intelligenza si sono divulgati provvedibilmente, affidati a frasi umili e sagge come «sentire e meditare» o «pensarci su», che qui si citano anche per annotare il contrasto fra molti atteggiamenti magnificamente del romanticismo e il suo caposcuola italiano; ed anzitutto per rilevare la serietà profonda dell'impegno che lo scrittore si assume e i nessi indissolubili che egli stabilisce fra il poetare e il riflettere; ed è questa la più diritta via a intendere la virtù della sua opera poetica, dopo averla circostanziata a ritroso nella vita e nella cultura. Non gli sfuggono mai le responsabilità che legano la poesia al pensiero, conseguenti atti di vita morale; e se pochi o nessuno hanno in grado pari al suo l'abito del discriminare e la chiarezza dell'argomentare, consapevole erede di un vittorioso razionalismo, egli non accetta mai di isolare in operazioni intellettuali per sempre distinte la meditazione poetica dalla meditazione filosofica. Le poesie prima della conversione, a cominciare dal Trionfo della Libertà, dove attraverso Monti cerca.
Dante, e inneggia alle campagne d'Italia che rovesciano il dominio austriaco e i governi assoluti, sono ben altro che l'esercizio letterario di un giovane assai dotato; fissa i temi (la libertà appunto e la moralità: anzi, la libertà come vita morale) che gli si dimostrano, col tempo, problemi risolubili solo nella direzione di un rapporto totale dell'uomo con Dio; e di quanto avanza nella speculazione filosofica, di tanto si raccoglie in una cerchia più osservata. Il Trionfo è quasi contraddetto dall'Autori, dove attende dagli uomini e dagli anni di saper chi sono; e i Sermoni, che oscillano fra l'esempio pariniano e l'attenzione più corriva e disinvolta di Gaspare Gozzi, attendono la prosopopea solenne del carme In morte di Carlo Imbonati; ed ancora fra un'oggettivazione ambiziosa (la poetica delle grazie, stavolta) e un ripensamento individuale oscilla passando dall'Urania alla Parteneeide.
L'equilibrio fra il mondo individuale e il mondo sociale, che aveva cercato, neoclassicamente, in una solitudine clamante o in un raffinato riserbo, è trovato con ben altra pienezza di vita e felicità di poesia negli Inni sacri. Dovevano essere dodici inni, a celebrare le maggiori festività dell'anno liturgico; e ne pubblicò cinque, nell'ordine: Il Natale; La Passione; La Resurrezione; La Pentecoste; Il Nome di Maria. Se negli stilemi letterari essi si ricollegano anche ad una ininterrotta tradizione di poesia sacra, la loro ispirazione si riaffaccia alle origini della poesia e della lingua d'Italia, chiamando alla partecipazione liturgica la vita del popolo, adunandolo in una celebrazione religiosa che lo conforti, lo ammaestri, lo riveli a se stesso, rendendolo consapevole della dignità del suo costume, in cui la vita religiosa ha tanta parte, e dell'intimità della vita familiare, nella cui cerchia è rivissuto il rito. Ma la cronaca della composizione degli Inni rivela il cammino del poeta: La Resurrezione (1812) dice anche l'empito di vita della sua anima risorta alla Fede, e aduna alcuni temi che gli ritorneranno carni nell'episodio della conversione dell'Innominato (con il contrappunto della festa familiare e paesana e soccorrevole al tema del superbo redento). Il Nome di Maria si svolge dalla scena della Visitazione, in una narrativa intima e fervida, anche essa di remota tradizione, all'immagine guerriera che la chiude. Nel Natale la scena del presepe, pur allargandosi al canto degli angeli e al ricordo dei profeti, si aduna in un'aura di intimità familiare, da cui è più facile trascorrere lungo favolosi distacchi tematici, a La Passione, che si svolge dalla trenodia iniziale ad un confidente abbandonarsi alla certezza della Resurrezione. Ma La Pentecoste, in uno ultimo composto, riassume nella lode allo Spirito consolatore, e nella storia della Chiesa, opera sulla faccia della terra e nei secoli, e nell'annunzio della franchigia concessa ai popoli del mondo, la meditazione politica e storica che il M. conduce in quei fervidissimi anni: si dispone infatti al termine delle tragedie e delle liriche politiche; ed è suggestivo preludio al romanzo, anzi preghiera: così vivamente suggella in sé l'unità del tema degli umili, e della libertà, e della Provvidenza. Ancora alla poetica degli Inni sacri si ricollegano, con le Strofe per una prima Comunione, i frammenti per l'inno d'Ognissanti, stupendi per l'animazione che vi canta la vita della natura e la virtù degli umili ignoti al mondo, e del Natale 1833, in morte di Enrichetta.
Sempre tenendo La Pentecoste come opera riassuntiva di tutta la lirica manzoniana e condizione del romanzo, le tragedie e le liriche politiche si possono raccogliere in un solo gruppo d'opera. La canzone Aprile 1814 rispecchia le illusioni degli indipendenti e frettolosamente accorre a constatare un puntuale intervento della Provvidenza nella storia a sanare, in pieno accordo con le ragionevoli ed ovvie richieste degli uomini, le ingiustizie umane. Più sdegno a insieme più meditata la canzone Per il proclama di Rimini (1815), che incentra mente intende la guerra come atto di sacrificio e di redenzione. Intanto medita di guerra e di politica nelle due tragedie, Il Conte di Carmagnola e Adelchi: tragedie del pessimismo politico, è stato detto; ma non occorre contestare che la sventura, nella sua meditazione poetica, è
"provvida": provvida per gli individui, che attraverso il dolore si riscattano: provvida nella storia degli uomini, che soffrono per aprirsi alla dignità e alla libertà di una nuova vita. Il condottiero quattrocentesco, insofferente dell'inerzia e audace, cade vittima degli accorgimenti dei politici veneziani, che vorrebbero subordinare la sua forza alle loro mire di conquista, e che considerano tradimento la pietà umana con cui libera, dopo la vittoria, i prigionieri. E il longobardo Adelchi soggiacce ad una forza storica contro cui inutilmente reagisce combattendo da valoroso e morendo in campo: così come inutilmente si strugge l'appassionata e derelitta Ermengarda, anche essa innocente, anche essa vittima di quella feroce forza. Se periscono i generosi, nell'impari lotta contro gli egoismi, proprio attraverso il dolore si redimono; ma i popoli vivono al di là della momentanea vicenda della forza e della fortuna; se la battaglia di Maclodio, in cui vince il Carmagnola, è l'episodio luttuoso di una guerra civile, che si risolverà nel servaggio dei vinti e dei vincitori allo straniero, il coro che la celebra allarga a tutta la storia d'Italia, finalmente intesa come giudizio morale, da intendere non già nei limiti cronici della vicenda, ma in uno spazio di secoli, la vicenda puntuale. E se Franchi e Longobardi si alternano nel dominio dei vinti Latini (ma i contemporanei leggevano facilmente la vicenda delle guerre di predominio tra Francia ed Austria sul territorio d'Italia), il diacono Martino annunzia un appello ad una potenza suprema contro la forza della politica e delle armi: così i neogueli intenderanno il soccorso della Chiesa alla vita storica del popolo d'Italia. Le tragedie intendono il dramma umano ben al di là di un contrasto irrigidito nell'urto dei personaggi rappresentativi: si svolgono infatti su uno spazio epico, ed echeggiano, nei dialoghi e nei cori, in uno spazio di concentrata attenzione popolare. La meditazione politica prosegue negli inni politici: il Marzo 1821 che ripone in Dio, cui si consacrano le nuove armi popolari, il giudizio sacrale sulla storia dei popoli, e chiude in accenti indimenticabili le tavole del nuovo nazionalismo cristiano; ed il Cinque Maggio, in morte di Napoleone, drammaticamente agitato fra l'immensità dell'avventura epica e la solitudine del declino dell'eroe: dove il contrasto è ancora una volta risolto nella rassegnazione adorante, mentre il tumulto della storia si prolunga, al di là della sorte dei singoli, che muoiono solo soccorsi dalla Fede immortale, nelle vicende dei popoli.
Tra il 1821 e il 1823 compose gli Sposi Promessi, li sottopose al visto della censura, agli amici li annunziò pronti per la stampa; e non ne fece nulla: o tutto, ché, sottrattili all'attesa, li ripercorse da capo a fondo, ne fece un'opera nuova che pubblicò nel 1826-27: I Promessi Sposi. Il primo romanzo accondiscendeva ad una situazione di narrativa romantica e scontrava assai evidente, e certo gradita il pubblico d'Europa, se questo continuò a leggere i temi iniziali, più coloritamente e teatralmente drammatici, attraverso la trasfigurazione definitiva.
Lo schema dice assai poco; ma pur s'avverte che la storia non vi è più un pretesto scenografico, come nella maggior parte dei romanzi storici di moda, per un'evasione fantasticante, o una vivace coloritura di notizie: il rapporto già muta, se il centro del romanzo non è più nei potenti, che credono di far la storia, ma negli umili, che in apparenza la subiscono. In realtà la storia si muove verso di loro, e tutto concorre alla loro povera vicenda, capovolgendo ogni prestigio intellettuale e sociale delle gesta solenni. Già nel primo romanzo l'attenzione dell'autore e la serietà del suo mondo morale e la fermezza del suo giudizio, è estrema; ma se passando dalle tragedie al romanzo si è, come diceva, disliricato, se ha tralasciato per una più ferma indagine della verità l'appello all'eloquenza dei sentimenti, egli indulgere ancora a un eccesso di ricchezza artistica e di vivacità inventiva, si avvale prodigalmente di quella sostanza e di quei modi onde si accresce la vastissima tradizione del romanzo dell'Ottocento, e specialmente del costumismo, dello psicolo-
gismo, del ritrattismo: osservazione di costume, finezza d'introspezione analitica, vivacità rappresentativa dei tipi umani. È singolarissimo, anzi unico nella storia delle lettere europee, il fatto che il M. rinunzi a quelle ricchezze evidenti che saranno la moneta di scambio di tante opere memorabili, per cercare un tesoro più autentico, dando opera al secondo romanzo: che serbi la vecchia trama e la sostanza, psicologica e storica, ma tutto riosservi in una meditazione più profonda, e riaccosti a una verità più intrinseca, indaghi in una sostanza perenne. La storia diventava cronaca, e il soccorso agli umili aveva ancor qualcosa del meccanismo predisposto a una vicenda teatrale, che all'ultimo atto l'aggiustì: qui la storia diventa provvidenza, non solo perché allarga le strette di vita consueta e smonta le trappole; ma perché apre un vivo spazio d'anima alla vita, e immerge le vicende e le creature in un'aura di spiritualità attiva; nell'onda dello Spirito consolatore che aveva invocato nell'inno, preludio al romanzo. La parola, in quello strenuo artefice, era ancora, prima dei Promessi Sposi, decorazione artificiosa e solerte disposta alla cosa; ma ora diventa mediazione della verità in atto, e il poeta rivela una verità che per opera sua, se sa esserle fedele, trascorre agli altri uomini. La favola abbraccia tutto il mondo della natura, tutto il mondo degli uomini, tutto il mondo dello spirito: una cosa sola, percorsa da una sola animazione creativa. Vivo è quel mondo di natura, che va dalla circostanza coraggiosa del proemio (ma anche il avverti quanta forza terrestre nel tempo va trasformando l'immagine del paese) al prodigio vivente con cui la natura, nella misteriosa forza che la pervade l'anno della peste, invade la vigna di Renzo. Vivo è quel mondo di storia, che pure allontana i protagonisti, ora nella mediocrità della carla (la marcia delle milizie mercenarie nel territorio di Lecco è un episodio della guerra dei Trenta anni; e degli eroi di quella, Vaglienstein e Riciliù, si parla alla tavola di don Rodrigo), ora nella severità della condanna. Vivo è quel mondo morale che in ogni istante chiama al giudizio della vita dello spirito i nemoni comportamenti, che non irride, ma sorride, di una allegrezza fiduciosa e consolata, che chiede stretto conto a tutti di quello che fanno, eppure non li condanna mai per quel che sono, né li serra in una sentenza perentoria. Tutta la storia della letteratura europea dell'Ottocento oscilla fra il polo dell'arte e il polo della moralità; ma nessun poeta ha percorso dall'una all'altra con più tranquilla fermezza la vita: ecco perché quel che si dice dell'opera manzoniana indagandone la vita morale, lo si dice indagandone la vita estetica: perché si tratta di una sola vita, riassunta in mirabile egualità di meditazione di tono, assorta ad una pacata certezza. Ed anche i tratti più spiccati che tendono a isolarsi nella memoria del lettore, son li perché, sollecitato dal vivo ricordo, il lettore ripercorra tutto il territorio che il poeta ha percorso: animazione, insomma; ed è per virtù di vita, che in sé riassume ogni virtù d'arte e d'ingegno, che l'opera è viva: ogni discriminazione di lettura al suo paragone non è che provvisorio: hai appena tentato di dividere il mondo della fantasia dal mondo della religione, e tutto nel ricordo e nella parola si ricompone, come viva presenza.
Tale la cristiana parabola che il nuovo poeta ha raccontato alla gente d'Italia e d'Europa; e la letteratura d'Europa si trova ad aver percorso, dal romanticismo in giù, verso tante forme di costumismo, di psicologismo, di moralismo, il cammino che il romanzo ha percorso; e la gente d'Italia si trova ad avere arricchito la sua fantasia, la memoria popolare, che ha pur bisogno di miti e di mini, di una nuova commedia, proprio quando tramontava l'eredità della commedia antica. Renzo e Lucia, don Abbondio e don Rodrigo, padre Cristoforo e il dottore Azzecca-garbugli, l'Innominato e il card. Federico Borromeo, il conte Attilio, il Conte-zio e il padre provinciale dei Cappuccini, Agnese e donna Prassede a paragone della signora di Monza nel suo convento o della mercantessa al Lazzaretto, e creature anonime che sorgono un attimo, si affidano ad un gesto o una parola, indimenticabili, e ricordate per sempre riaffondano nel silenzio, la vituperosa vecchiezza d'uno che vuole appic

care il vicario di Provvisione o la rassegnata cautela dell'oste della luna piena, i br