MAOMETTO. - Fondatore dell'Islām, n. alla Mecca in un anno imprecisabile, fra il 570 e il 580 d. C., dalla ragguardevole ma non più ricca e potente famiglia qurašita dei Banū Hāšim. Il padre 'Abd Allāh morì in un viaggio a Medina, prima che il figlio vedesse la luce; la madre, Aminah bint Wahb, quando il bambino aveva dieci anni. E il piccolo Muḥammad (ché tale si deve ritenere il suo vero nome originario, non molto diffuso ma già noto all'onomastica araba anteriore) crebbe affidato alle cure dapprima del nonno paterno 'Abd al-Muṭṭalib poi, morto questo, allo zio Abū Ṭālib. Benché questi parenti si prendessero affettuosa cura di lui, egli ebbe così la triste infanzia dell'orfano, che una delle più antiche sure coraniche (93, 6-8) rievoca fuggevolmente in un atto di grazie al Signore. Di
questa infanzia, come dell'adolescenza e giovinezza, sino alla matura età della vocazione, la tradizione biografica araba crede saper molte cose, che la critica moderna rigetta in blocco o mette fortemente in dubbio: tali i viaggi compiuti di buon'ora in Siria con lo zio, e poi per conto della moglie Hadiğah, e i replicati incontri con eremiti cristiani (Bahirâ, Nestorio), che avrebbero intuito e vaticinato la futura missione del giovane cammelliere; tale la parte di arbitro pacificatore che egli avrebbe avuta nel comporre contese cittadine. In realtà, della vita di M. anteriore alla vocazione, che si fissa verso il 610-12 d. C., non si sa di sicuro che il suo matrimonio in giovane età con la ricca e più anziana vedova Hadiğah, sua prima e finché visse unica compagna fedele, e prima adepta della nuova fede. Su tutto il resto, possibili nuclei di verità sono trasfigurati dalla leggenda.
Il graduale sorgere nello spirito pensoso ed eccitabile di M. di quel complesso di aspirazioni, impressioni e convinzioni che sboccò nella sua predicazione religiosa, resta un mistero su cui solo in parte è dato gettar per congettura qualche luce. Come già altri spiriti religiosi d'Arabia, a lui anteriori o contemporanei, che la tradizione musulmana designò con il nome di hanif, egli dove provare una crescente insoddisfazione del rozzo polidemonismo vigente nella sua città e nella sua terra, e il bisogno di innalzarsi a una concezione più profonda e più pura della divinità. Bisogno fecondato senza dubbio, in lui come nei suoi precursori, dai contatti con le due grandi religioni monoteistiche già largamente rappresentate al suo tempo nell'Arabia pagana; rispetto alle quali, è bene sin d'ora precisare, M. non pensò affatto in un primo tempo di apportare qualcosa di totalmente nuovo e diverso, quanto piuttosto un adattamento, una «edizione» nazionale, araba, della concezione monoteistica da esse propugnata. Accompagnato da visioni e allucinazioni, da un vero travaglio fisiologico di cui la tradizione ha serbato precisa realistica memoria, il nuovo verbo incubante proruppe alfine in M. con irresistibile violenza e indubitabile sincerità: sull'ordine del messo divino (che solo in un secondo tempo sarà specificato in Gabriele), il quarantenne riformatore cominciò a predicare i concetti originari e fondamentali del suo credo.
Essi sono, come è noto (v. ISLÂM), la proclamazione di un unico Dio signore assoluto del creato (già preesistente del resto nel nome, Allâh, e nella funzione stessa di vaga supremazia sul pantheon pagano presso gli Arabi dell'età di M.); l'affermazione e dimostrazione della sua onnipotenza creatrice e punitrice; l'annuncio del supremo giudizio, su un pauroso sfondo escatologico; l'esortazione agli uomini a prepararsi per tale redde rationem con il cieco abbandono (islâm) alla volontà divina, l'orazione, la pietà, la resistenza alle passioni peccaminose.
Questa predicazione originaria, di cui son documento le più antiche sûre del Corano con il loro stile agitato e martellante, e con i grandi quadri apocalittici dalle luci ed ombre violente, urtò, dopo un primo periodo di curiosità non malevola, nella recisa opposizione della maggioranza meccana. Fedeltà alle credenze e tradizioni avite, che M. bollava come empio politeismo, diffidenza verso l'oscuro novatore, appena protetto dalla solidarietà tribalizia del suo più vicino gruppo familiare, timore di compromettere la vigente struttura economico-sociale della «repubblica mercantile» meccana, imperniata sui traffici carovanieri e sul pellegrinaggio annuo al santuario della Ka'bah, e i connessi privilegi e profitti della aristocrazia dominante (tale ultimo motivo, economico-sociale, del conflitto è indiscutibile, per quanto da alcuni assai esagerato), tutti questi motivi

Per quasi un decennio, il profeta lottò tenacemente contro questa opposizione, che lo costrinse fra l'altro a un dato momento a far migrare temporaneamente parte dei suoi fedeli in Abissinia (gran titolo d'onore per l'islâm etiopico); e questa lotta, come ogni altra fase della sua vita posteriore alla vocazione, si riflette nelle rivelazioni coraniche dell'epoca, piene di appassionata polemica con gli increduli suoi concittadini, «tappantisi le orecchie» ai suoi richiami, e irridenti alle sue promesse e minacce di vita e giudizio oltremondano, di premio e pena eterni comminati dall'inflessibile Giudice. Dopo alternative di successi e defezioni, di speranze e scoramenti, la situazione di M. alla Mecca attorno al 620 sembrava disperata; un tentativo di trar dalla sua la cittadina di Tâ'if presso la Mecca era fallito, quando ebbero invece inaspettato seguito i rapporti allacciati con elementi dell'altra maggior città biğâzena di Jatrib (la futura Medina), che aprirono al profeta le vie dell'avvenire. Due successivi patti stretti da M. con Medinesi ad al-'Aqabah presso la Mecca, gli assicurarono l'adesione dapprima morale e religiosa, poi attiva, difensiva e offensiva ad un tempo, di quella
fiorente comunità cittadina, che vide probabilmente in lui il conciliatore delle sue annose contese interne. Il secondo patto di al-'Aqabah, con la sua « baj'ah di guerra », è del giugno o luglio 622, alle soglie di quello che sarà poi l'anno 1 dell'egira: questa, con il furtivo abbandono della Mecca da parte del profeta, e il suo passaggio a Medina (episodio su cui naturalmente la tradizione ha ricamato molti particolari leggendari), ebbe luogo nel successivo sett., e da quel momento l'opera di M. entra in piena luce di storia. Da allora la cronologia si fissa con sicurezza, inquadrando eventi noti toloro nei minimi particolari: il profeta d'Arabia cessa di essere un oscuro visionario, e senza mai perdere la fondamentale sua ispirazione religiosa diventa a un tempo un pastore di popoli, un capo politico e militare, un legislatore sociale, un diplomatico di mirabile abilità.
La comunità medinese, oltre che le due tribù sino allora pagane degli Aws e dei Hazrağ, che abbracciarono subito nella loro maggioranza l'islām (e saran questi gli ansār o « ausiliari » tra i compagni di M., accanto ai muḥāḡirūn o « emigrati » meccani), comprendeva un forte elemento ebraico, e più esattamente arabo giudiziario. Su questi ebrei, memore delle sue originarie fonti d'informazione sulle religioni rivelate, di cui si riteneva l'integratore e trapiantatore in Arabia, M. contava come su volenterosi e naturali seguaci. E grande fu la sua delusione quando li vide ripugnare alla sua fede non meno dei suoi concittadini meccani, e negargli il riconoscimento di ultimo e definitivo profeta (« sigillo dei profeti »), preannunciato, a quanto egli riteneva, dalle loro stesse Scritture. E da questa delusione, dopo vani tentativi conciliatori, sgorga la definitiva concezione dell'islām, che non rinnega l'asserita sua coincidenza o meglio sviluppo dalle precedenti rivelazioni monoteistiche, successivamente largite da Dio a diversi popoli mediante una serie di profeti, ma tutte le dichiara superate e abrogate da questa ultima rivelazione « araba » di M., che ebrei e cristiani, alteratori delle loro stesse « Scritture », hanno il torso di non riconoscere. Simbolo di questa evoluzione e rottura dell'islām dai suoi precedenti giudeo-cristiani è l'abbandono di Gerusalemme quale direzione della preghiera, e la sua sostituzione con la Mecca, dove la Ka'bah, profanata dal culto pagano, è dichiarata la santa fondazione di Abramo, progenitore comune di Ebrei e Arabi e precursore di M. nell'adorazione dell'unico Iddio, musulmano (muslim) avanti lettera egli stesso. Con questa conversione il profeta veniva a ribadire il carattere specificamente arabo della sua missione, pur rifuggendo da ogni esclusivismo nazionalistico, e aprendo così, più o meno consapevolmente, alla sua fede le vie della universalità.
I primi tempi del soggiorno medinese furono spesi da M. nell'organizzare la giovane comunità che lo riconosceva suo capo, nell'affratellare meccani e medinesi, sostituendo ai pagani vincoli tribalizi quelli religiosi della nuova fede (del che rimane memorabile documento la « costituzione » del primo anno dell'egira, che fissa tali rapporti e doveri dei cittadini del nuovo Stato teocratico). Ma presto alla politica interna si aggiunsero le cure della estera, dei suoi rapporti cioè con la ripudiata patria meccana. Non già che prendesse essa l'iniziativa di atti ostili verso il transfuga, ma fu proprio la logica della espansione guerriera dell'islām nascente a sospingere M. contro i suoi concittadini. Un tentativo predatorio contro una carovana meccana condusse M. e i Medinesi al primo scontro armato di Badr (marzo 624), ove un corpo di milizie accorse dalla Mecca a difesa della carovana fu sbaragliato e volto in fuga. L'insignificante scaramuccia ebbe per M. e i suoi enorme valore morale, e consolidò la sua posizione entro Medina stessa, ove ai credenti si contrapponevano gli ambigui « ipocriti » o attendisti (muḥāḡin) e, sordamente ostili e beffarde, le tribù giudiziarie. La prima di queste ultime, i Banū Qajnuqā', fu senz'altro espulsa da M., reduce dalla vittoria di Badr. La seconda e terza, i Banū Naḏir e i Banū Qurājah, furono del pari liquidate e quest'ultima con un efferato sterminio, nei tre anni seguenti, che rappresentarono il massimo sforzo dei Qurājāti meccani per soffocare il pericolo di Medina. Nell'anno 3 dell'egira (marzo 625)
i meccani presero la rivincita di Badr, sconfiggendo M. nella battaglia di Uḫud, ma non seppero sfruttare il successo; e quando nel 627 tentarono addirittura un investimento ed assedio della città del profeta, bastò un rudimentale fossato difensivo (onde il nome di « guerra del fossato ») apprestato da M. per consiglio di uno schiavo straniero, a trattenere il nemico ignaro di tattica ossidionale, e a farlo poi ritirare senza aver nulla ottenuto. Segui a Medina, in odiose circostanze di crudeltà e ipocrisia, l'accennato sterminio dei Banū Qurājah accusati di disfattismo e intelligenza con il nemico, e in quel bagno di sangue che è la maggior macchia sulla figura morale del profeta fu affogata ogni residua opposizione di ebrei e « attendisti » al suo assoluto dominio in Medina. Questo si esplicava del resto non con le forme dell'assolutismo orientale, ma con alcune apparenze che si possono chiamar democratiche, e soprattutto con il prestigio altissimo della rivelazione, ormai sempre più tempestivamente provocata a legittimare decisioni politiche, norme giuridiche e sociali, e sin fatti personali e incidenti della vita privata del profeta (episodi di 'A'išah, la moglie favorita, e di Zajnab); la profonda demonica ispirazione originaria si era da un pezzo raffreddata in una « ordinaria amministrazione » di rapporti con il soprannaturale, in una abile politica di compromessi e di penetrazione capillare, che estendeva via via la sfera d'azione del capo politico e religioso di Medina a buona parte dell'Arabia centrale.
Se ne ebbe una riprova quando M., nell'anno 6 dell'egira, mosse alla testa dei suoi compagni verso la Mecca, con l'asserita intenzione di compiere la più visita ('umrah) al santuario della Ka'bah, cui si è visto quale alto luogo avesse assegnato nella sua costruzione religiosa. I meccani, vivamente emozionati, gli sbarrarono il passo a Ḫudajbijjah; e qui, dopo laboriosse trattative, si venne tra loro e il profeta a un compromesso (marzo 628) che destò sulle prime profonde delusione e risentimento tra i compagni, ma che si rivelò in effetti un trionfo per il genio diplomatico di M. Questi rinunciava per quell'anno a mandare in effetto il suo proposito, e si ritirava con la intesa che la 'umrah sarebbe stata pacificamente attuata da lui e dai suoi compagni l'anno successivo, come effettivamente avvenne; tra Mecca e Medina si sanciva inoltre un armistizio e tregua decennale. Fu il primo riconoscimento ufficiale della sua posizione come capo di Stato, se non di profeta, che egli otteneva dall'antica patria, a cui si accompagnarono e seguirono le adesioni sempre più numerose delle tribù beduine, che vedevano in lui l'altro ormai dominante il firmamento politico d'Arabia. Anche alla Mecca stessa, del resto, il partito della resistenza ad oltranza si sfaldava ogni giorno di più, con il passaggio a M. delle più cospicue personalità della Repubblica (Ḫālid b. al-Walīd, 'Amr b. al-'Aṣ, Abū Sufjān), molte delle quali avranno una parte insigne nelle opere di pace e di guerra dello Stato musulmano. E quando a men di due anni da Ḫudajbijjah il profeta denunciò con un pretesto la tregua, e mosse questa volta in armi contro la città natale, questa gli aprese le porte quasi senza resistenza. Nel genn. 630 (8 dell'egira), M. entrava da trionfatore e arbitro incontrastato là donde era uscito fuggiasco meno di otto anni innanzi; si conciliava gli animi dei suoi concittadini con una amnistia quasi generale; purificava la Ka'bah dalla sua folla d'idoli, e la riconoscutava al culto primitivo di Abramo, all'Allah islamico di cui egli M. era in Arabia l'apostolo eletto.
I compagni medinesi temettero per un momento che il profeta li abbandonasse per l'antica sua patria recuperata, ma furono presto rassicurati. Spezzata in battaglia a Ḫunājin, pochi mesi dopo l'ingresso alla Mecca, l'ultima resistenza delle tribù beduine pagane, M. ritornò alla sua capitale politica di Medina, divenuta ormai il centro a cui guardavano da ogni parte d'Arabia. Ivi egli ricevé le ambascerie delle tribù che via via gli facevano atto di sottomissione, di lì avviò le ultime spedizioni militari, tra cui, già nell'estate 629, quella contro i confini bizantini di Transgiordania, risolti in un serio scacco a Mu'tah, ma importante perché sintomo e presagio di più vasti disegni. Da Medina emanò nel 631 le norme definitive (sūrah 9, della Bara'ah) che escludevano dal pellegr-
naggio ormai totalmente islamizzato gli idolatri, e nel marzo 632 lo intraprese solennemente, per la prima ed ultima volta, egli stesso. Fu il « pellegrinaggio d'addio »; la sua missione era compiuta, il paganesimo era sgominato nel Ḥiǧāz, la nuova fede aveva gettato salde radici, e una generazione ardente di compagni e figli di compagni riceveva dalle sue mani stanche la fiaccola che presto avrebbe corso con mirabile rapidità di conquista l'Asia anteriore e l'Africa del nord. Desiderò, auspicò M. questa diffusione dell'islām fuori della sua patria, l'avrebbe egli stesso promossa se la vita gli fosse durata? Nel Corano non vi è traccia d'una espressa missione dell'islām fuori d'Arabia, d'un cosciente universalismo; ma l'abbominio del paganesimo, e il netto ripudio finale del giudaismo e cristianesimo, dichiarate fedi adulterate e superate (la seconda anzi tacciata di politeismo per i dogmi della Incarnazione e della Trinità), sospingevano per forza di cose l'islām alla dilatazione oltre i confini della penisola, alla sua affermazione come religione universale, anche se questa coscienza appena vagamente albeggiò nel profeta al chiudersi della sua carriera.
Ritornato ancora una volta a Medina dal « pellegrinaggio d'addio », M. vi si spense dopo breve malattia il 13 rabī primo dell'anno 11 (8 giugno 632), senza aver designato nessun successore come capo dello Stato musulmano da lui fondato (la prerogativa profetica, naturalmente, si estingueva con lui). Egli non lasciava del resto alcun figlio maschio, e il suo sangue si continuava solo attraverso la figlia Fāṭimah, andata sposa ad 'Alī, e progenitore quindi della « gente della Casa » (Ahl al-bajt) su cui si basa il legittimismo ā'ita. La spoglia del profeta fu sepolta nella sua stessa casa, su cui sorse poi la venerata grande moschea di Medina. Le rivelazioni coraniche, che avevano guidata la sua vita e dovevano guidare quella di tutte le generazioni musulmane avvenne, restarono per qualche tempo affidate alla memoria e alla raccolta di privati, sinché non ne fu fatta sotto 'Uṭmān la redazione ufficiale.
È difficile un equo giudizio su questa figura, che grandeggia, per l'opera compiuta, fra le maggiori dell'umanità. Alla nostra coscienza di cristiani e moderni si può dire appaiano per prime in luce le sue debolezze intellettuali e morali, le sue deflesse, le sue miserie. Nonostante la trasfigurazione che ha subito nel corso dei secoli la sua storica immagine nella pietà e venerazione dei suoi seguaci, facendone un modello di vita, un taumaturgo, e fino una emanazione di luce divina, l'assoluta storicità della sua azione è troppo minutamente e in complesso fedelmente documentata perché sian possibili dubbi sulla sua povertà intellettuale, la rozzezza ed elasticità della sua morale, la subordinazione dei mezzi ai fini. Alcuni episodi della sua vita pubblica e privata restano come ombre incancellabili, non solo alla stregua d'una coscienza cristiana, ma anche alla luce dell'etica antica. D'altra parte, queste negatività anche troppo evidenti non possono far dimenticare l'assoluta sincerità della sua ispirazione iniziale, la lotta strenua dapprima sostenuta contro ogni suo materiale interesse per un ideale religioso e morale superiore a quello dell'ambiente in cui viveva, la capacità di ricredersi e di correggersi (simpaticamente attestate in più d'un caso dal Corano e dalla tradizione), la prevalente amabilità e umanità. E vi fu certo in lui qualcos'altro ancora che sfugge, ma che bisogna pur postulare a spiegare la devozione per la vita e per la morte che avviene a lui uomini talvolta anche più alti e dotati di lui, un Abū Bakr, un 'Umar: un fascino irrazionale, quale emana solo da personalità d'eccezione, oltre il bilancio percepibile dei loro difetti e virtù. Come conduttore d'uomini, manovratore di situazioni, semplificatore e risolutore di problemi, escogitatore di compromessi, M. fu insuperabile; ma la traccia la-
sciata dietro di sé dalla sua opera è troppo impegnativa nella storia dell'umanità per poter scorgere in lui non più d'un abile eresiarca fortunato.
M. E IL CRISTIANESIMO. — La conoscenza che il profeta arabo ebbe del cristianesimo, diffuso in alcune zone d'Arabia ma in forme superficiali ed eretiche, fu assai vaga e confusa. Esclusa una sua diretta familiarità con i Vangeli, sue fonti di informazione debbono considerarsi narrazioni e catechesi orali (alcuni han pensato anche a un influsso della predicazione e omiletica nestoriana, di cui serberebbe traccia il Corano), riflettenti, più dei Vangeli canonici, la vasta letteratura apocrifa fiorita nei primi tre secoli dell'era volgare: soprattutto il Protevangelium Iacobi, l'Evangelium infantiae, ecc. In questi apocrifi son da cercare le fonti della cristologia coranica, inquadrata nella generale concezione della profezia che ebbe M.
Il suo rigido monoteismo lo portò in partenza ad escludere nel modo più reciso la divinità e la divina figliolanza di Gesù (i due elementi sono inseparabili, e disperato appare un recente tentativo di distinguerli nella polemica coranica), così come ogni dottrina trinitaria. L'Allah della fede islamica « non generò e non fu generato », ed è scalzato così un cardine fondamentale della fede cristiana. Ma Gesù ('Isā nella forma arabo-coranica), se non figlio di Dio, è un nobile e taumaturgico suo profeta, l'ultimo della serie dei profeti iniziatasi con Adamo e terminante, dopo Gesù, con M. Egli nacque miracolosamente, senza opera d'uomo, da Maria Vergine, parlò sin dalle fasce attestando la sua origine e missione soprannaturale, compì prodigi come il dar vita a uccelli plasmati d'argilla, curare malati e resuscitare morti (nella tradizione musulmana post-coranica Gesù è per eccellenza il Risanatore); a richiesta degli Apostoli, fece miracolosamente scendere dal cielo una tavola imbandita; insidiato dai Giudei, fu sottratto al supplizio della croce, cui per divino accecamento i suoi nemici attaccarono un altro uomo a lui somigliante, e assunto da Dio in cielo. Tali le linee della sua vita terrena. Quanto alla dottrina, essa si riassume in vaghe affermazioni di pietà e sommessione al Creatore, nel compito di « confermare il Pentateuco » presso gli Ebrei allargandone e addolcendone alcuni precetti, in generiche esortazioni alla virtù e al timor di Dio. Se la biografia di Gesù è impoverita e alterata, lo specifico contenuto del messaggio cristiano è o negato (figliolanza divina) o svaporato (etica ed escatologia).
Analoga confusione e incertezza come per Gesù è nei dati coranici su Maria, detta figlia di 'Imrān (così confondendola con Maria sorella di Mosè ed Aronne), allevata da Zaccaria e miracolosamente merita da Dio, fatta sposa a Giuseppe dopo una gara con diversi pretendenti, Annunciata e Madre per opera dello Spirito di Dio, ma non già divinità essa stessa (in polemica contro l'eresia colliridiana), né terza persona della Trinità cristiana, quale pare averla concepita M. Fondamentale al riguardo il passo coranico 5, 116: « Disse Iddio: o Gesù figlio di Marjam, fosti tu che dicesti agli uomini: 'Prendete me e mia madre come due divinità in luogo del Dio unico?' Egli rispose: 'Gloria a Te! Io non potrei dire ciò che per me non è vero. Altro io non predicai loro, se non ciò che tu mi ordinasti, cioè: adorate Dio, mio e vostro
Signore '...'. La mariolatria è qui insieme deformata e respinta.
Verso i cristiani del suo ambiente e del suo tempo, l'atteggiamento di M. fu, nonostante queste radicali incomprensioni, dapprima simpatizzante e benevolo: cristiani dovettero essere molti dei suoi primi modelli di vita pia, e dei suoi rudimentali informatori, e la sua stessa dottrina gli apparve in un primo tempo come la «edizione araba», depurata da corruzioni ed errori, dell'originale autentico monoteismo predicato da Mosè e da Gesù. Accentuatasi poi via via la coscienza dell'originalità della propria missione, si approfondì il distacco dalle due religioni rivelate e si acul la polemica con i loro seguaci. Ma nei confronti dei cristiani, essa non raggiunse mai da parte del profeta l'acredine che ebbe con gli Ebrei, anche perché contro di essi, a differenza di questi ultimi, egli non ebbe mai a cozzare nella sua carriera come in una forza politica organizzata. L'ostilità si aggravò quando, scomparso M., l'Islâm nella sua espansione conquistatrice venne a contatto con il mondo cristiano, e si invelenì assai più tardi, nel tentativo di controffensiva cristiana delle Crociate. Ma questa è storia dei rapporti fra islamismo e cristianesimo, non fra cristianesimo e M. Nel pensiero e nella vita del fondatore dell'Islâm, il messaggio di Gesù si ripercosse con un'eco incerta e confusa, tra equivoci, alterazioni e incomprensioni tenaci; ma non senza che un pallido riflesso di quella luce filtrasse, attraverso ogni deformazione, entro la nuova religione d'Arabia, destinata presto a irradiarsi in tanta parte del mondo.