MALOCCHIO. - Superstiziosa credenza popo-lare suggerita da istintiva impressione o da casuali sfortunate coincidenze per le quali si ritiene che da taluni individui emani un malefico influsso in danno di persone o di cose. In genere l’occhio è considerato come il principale organo che getta il malo influsso donde l’epiteto «lettatore» (da jettare, «gettare» nel dialetto napoletano) applicato a chi lo lancia.
Il m. può essere attribuito a una incolpevole e dis-grazia deformità dello sguardo o del corpo, ma anche a positiva perfidia di chi lo getta. I Latini lo dicevano in questo caso invidia da in-video «guardo contro» (è noto lo scongiuro lanciato contro l’invidioso, sul pavimento della Taberna dei pescivendoli di Ostia [reg. IV, isola 5a]): «invidioso, ti acceco!»); i Greci lo dicevano βάσχανον, di ignota etimologia sul quale è ricalcato il latino fascinum.
Il m. provocato da invidia può essere esercitato in danno di persone e di cose. Come rimedio si adoperava presso gli antichi (e nella prassi attuale) l’oro, metallo incorruttibile (Plinio, Nat. hist., XXXIII, 4); rami di corallo (sucrali) che come rossi e puntuti infilano il malo influsso e lo annullano (ibid., XXXII, 2) l’ambra (sicinium) capace di elettrizzarsi per sfregamento (ibid., XXXVII, 3); il fascinum e la cyprea amuleti riproducenti i genitali, per deviare gli sguardi maligni e rabbonirli con il sorriso provocato dall’esibizione; questi amuleti chiusi entro una custodia (bulla) venivano appesi al collo dei bambini, i quali del resto erano sotto la speciale protezione della dea Cunina (Tertulliano, Ad nat., II, 11); la ruta (ibid., XIX, 27); lo smilace e altre piante spinose, per infilare e trattenere il malo influsso (Dioscoro, IV, 1, 39); l’asaro (baccar) contro la lode soverchia che è stimolo all’invidia (Servio, Ad Ecl., VII, 27); per deprecare il possibile danno
di questa lode i Latini aggiungevano un avverbio: *prae fiscine!* cioè «sia senza fascino, non ne venga male!».
Il m. contro le cose si dirigeva contro i campi o contro il gregge del vicino ed era chiamato incantesimo (da *cantus*) perché eseguito con una formola magica modulata. La legge delle Dodici Tavole (tav. VIII, 1, 8, Bruns) proibisce di far passare con questo mezzo sul proprio campo i frutti del campo del vicino; Virgilio (Ecl. VIII, 99) accenna al m. fascinatore degli agnelli.