MAHABHARATA. - Il M., «la grande epopea dei Bharatidi», non è solo il più ampio poema epico della letteratura mondiale, INDUISMO (v.). Digressioni di argomento mitologico, religioso, morale, giuridico; dot-trine filosofiche; rimembranze di fatti storici e novelle popolari sono abilmente inserite nel racconto epico, che, sfrondato dalle parti accessorie, potrebbe essere ridotto a un quarto dell'attuale lunghezza. Tuttavia le centomila strofe attribuite al poema dalla tradi- zione sono un numero eccessivo. Neanche il «textus ornator» rappresentato dalla recensione meridionale, raggiunge cotesta estensione; l'editio princeps (Cal-cutta 1863) comprende 8603 strofe, e l'edizione critica di Poona, giunta al fasc. XVI, ne avrà ca. 8200.
Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharatidi, Dhrtarāṣṭra e Pāṇḍu, hanno ereditato il territorio, appros-simativamente compreso tra il Gange superiore e la Su-tudri (Sutle) che ha per capitale Hastināpura, Dhrta-rāṣṭra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pāṇḍu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarāṣṭra ad assumere le redini del governo. Pāṇḍu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi; cento erano i figli di Dhrtarāṣṭra, chia-mati Kurudi, cioè discendenti da Kuru, un celebre ante-nato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuru-kṣetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'individuo Duryodhana, il maggiore dei Kurudi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando a un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadī al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadī diventa la sposa dei cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarāṣṭra, desi-deroso di vivere in pace con i nepoti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indra-prastha (Indarpat) sulla Yamunā, in prossimità della mo-derna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarāṣṭra, fa invitare Yudhishṭra a giocare a dadi con Šakuni, una prima e una seconda volta. Šakuni rappresenta i Ku-ruidi, Yudhishṭra i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 13 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhishṭra che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tre-cidene esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarāṣṭra la pa-cifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryo-dhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambe le parti si fra ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kurudi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kurudi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krṣṇa, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodìa, denominata Bhagavadgītā (v.). La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yu-dhishṭra che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno pre-ceduto i congiunti.
Ferdinando Belloni Filippi