SPENCER, HERBERT

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SPENCER, HERBERT. - Filosofo inglese, n. a Derby il 27 apr. 1820, m. a Brighton 1'8 dic. 1903. Appartenente a famiglia colta, ebbe in essa la sua completa istruzione. Dapprima ingegnere delle ferrovie, lasciò questa occupazione nel 1845 per dedicarsi agli studi.

Esordi come scrittore di politica e di economia (dal 1848 al 1853 fu uno dei redattori di Economisti) e solo nel 1855 pubblicò la sua prima opera filosofica, Principes of sociology, alla quale seguirono Progress, its law and cause (1857) e il prospetto del suo Sistema di filosofia sintetica (A system of synthetic philosophy, Program [1860]), di cui il I vol., First principles (1862; 6a ed. 1899) resta il documento fondamentale: le opere successive (Principles of biology, 2 voll., 1864-67; 2a ed. 1898; Principles of psychology, 2 voll., 1870-72; 5a ed. 1899; Principles of sociology, 4 voll., 1876-85; Principles of ethics, 4 voll., 1879-93; ecc.) sono un'applicazione delle tesi principali in esso contenute. Anche gli Essays (2 voll., 1858-63) e l'Autobiography (2 voll., 1904, postuma) vanno tenuti presenti. S. è considerato, a ragione, positivismo (v.) inglese; tuttavia, valutato in se stesso il suo pensiero difetta di vigore filosofico, di senso critico e di finezza speculativa. L'ottimismo dello S., la sua entusiastica fiducia nel progresso, EVOLUZIONE (v.) come scientismo (v.) denunziano una carenza di attitudine speculativa e un'ingenuità critica che hanno fatto precocemente e irrimediabilmente invecchiare la sua vasta e quasi enciclopedica opera.

Evoluzione e progresso sono i due principi-base del positivismo spenceriano: di qualunque cosa si tratti (dello sviluppo della terra o della società, di quello dell'industria o della letteratura, ecc.), il fondo di ogni progresso è la stessa evoluzione che va dal semplice al complesso attraverso successive differenziazioni. Evoluzionismo metafisico, dunque, secondo il quale l'evoluzione è principio cosmico e causa prima di ogni progresso. Legge della evoluzione è il passaggio della materia da uno stato di dispersione a uno di integrazione o di concentrazione; la determinazione fondamentale del processo evolutivo è la differenziazione o passaggio dall'omogeneo all'eterogeneo. L'evoluzione è, secondo S., un'integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da una omogeneità indefinita e incoerente a una eterogeneità definita e coerente e il movimento conservato soggiacce a una trasformazione parallela (First principles, § 145). Quando l'evoluzione ha raggiunto il suo culmine, cioè il massimo di differenziazione e il massimo di concentrazione, si determina il processo opposto della dissoluzione, la quale però non preoccupa l'ottimismo dello S., in quanto la dissoluzione è inizio di un'altra evoluzione. Il processo evolutivo umano porta alla realizzazione di una sempre maggiore armonia tra la natura spirituale dell'uomo e le sue condizioni di vita; e qui risiedono la sua perfezione e la sua piena felicità. Ma, per S., il principio dell'evoluzione vale solo per conoscere e sistemare i fenomeni di esperienza o il dominio del conoscibile o della scienza, al di là del quale vi è l'Inconoscibile, dominio della religione, regno

del mistero inaccessibile, che noi «ignoriamo e ignoriamo». Lo S. AGNOSTICISMO (v.) di Hamilton (v.) Mansel (v.), SCOZZESE, SCUOLA (v.) e di esso si serve per indicare il punto d'incontro di conciliazione tra religione e scienza. Secondo questa teoria, non solo la scienza, ma anche la religione si ferma di fronte al mistero (all'Assoluto, all'Incondizionato); tutte le credenze religiose (compreso il cristianesimo) intorno all'assoluto non dicono nulla che possa essere logicamente dimostrato e scientificamente provato; c'è una forza misteriosa, causa di tutti i fenomeni, assolutamente inconcepibile per l'uomo, ignota insieme alla scienza e alla religione. Tale forza misteriosa l'uomo può rappresentarla solo per mezzo di simboli. Affermazioni, queste dello S., evidentemente erronee e superficiali. Mentre proclama Dio inconoscibile, egli lo identifica con una forza immanente alla natura. La conclusione che anche la religione, come la scienza, si arresta di fronte all'Inconsolabile è fondata sul presupposto accettato a priori, dogmaticamente, dell'impossibilità della Rivoluzione. A parte questo, la dottrina spenceriana è intrinsecamente inconsistente se religione e scienza s'incontrano di fronte al mistero dell'Inconsolabile e l'una e l'altra dispongono delle stesse vie e degli stessi mezzi insufficenti a penetrarlo, è annullata la distinzione tra fede religiosa e conoscenza scientifica, cioè la distinzione tra i due regni del «conoscibile» e dell'«inconsolabile». Il problema dell'incontro della religione con la scienza non ha allora più senso, dato che le vie dell'una sono naturali come quelle dell'altra; tutt'al più si tratta di due modi umani di porre il problema dell'Assoluto, ma in tal caso non si parla più di religione, ch'è identificata con un grado inferiore della coscienza umana (quello dell'ignoranza), di fronte a quello superiore della scienza, che se non altro conosce il fenomeno. Si è così fuori del concetto di religione, che, per mancanza di esperienza religiosa lo S. non ha saputo cogliere nella sua autenticità.

Manifestazione dell'Inconsolabile sono i fenomeni, dominio della scienza. L'io e il non io (soggetto e oggetto) sono raggruppamenti «persistenti» di fenomeni, effetti condizionati della Causa incondizionata; cioè, pur essendo sconosciuto il rapporto tra l'Inconsolabile e i fenomeni, può supporsi una corrispondenza ipotetica (realismo trasfigurato, cf. First prin., § 50). La differenza tra filosofia e scienza, per S., è solo di grado di unificazione: la filosofia realizza una conoscenza completamente unificata, la scienza solo parzialmente. Dove la scienza si ferma, comincia la filosofia, non nel senso che quest'ultima abbia un oggetto e un metodo propri, ma nell'altro (che è negazione del contenuto e dell'autonomia della filosofia) che, essendo questa la conoscenza nel suo più alto grado di generalità, pone come suo punto di partenza i principi generali (indistruttibilità della materia, continuità del movimento, persistenza della forza) a cui è pervenuta la scienza. Ora questi principi si fondano sulla legge dell'evoluzione; dunque la filosofia è soltanto teoria dell'evoluzione. A questo punto, non restava allo S. che applicare dogmaticamente (e facendo un fascio di spirito e materia, di Dio e natura, ecc.) il principio evolutivo alle varie scienze: biologia, psicologia, sociologia, etica, religione. E così tutto il sistema è costruito su un'ipotesi (l'evoluzione nel senso di Darwin [v.]), che non è dimostrata vera né dalla scienza, né dalla filosofia.

La biologia è lo studio dell'evoluzione dei fenomeni organici: la vita consiste in un «adattamento» (attraverso cui si formano e si differenziano gli organi) sempre più completo delle condizioni interne a quelle esterne; l'ereditarietà conserva e accumula i mutamenti organici individuali. Nell'uomo, anche la coscienza è una forma di adattamento (S. ammette una sostanza spirituale inconsciabile); pure la ragione è una forma del processo evolutivo. Ci sono i nozioni a priori (indipendenti dall'esperienza), ma solo per l'individuo, non per la specie; prodotto dell'esperienza accumulata, trasmessa per eredità; anche la sociologia è studio o descrizione (e qui lo S. si allontana dalla sociologia del Comte [v.]) dello sviluppo evolutivo della società; fissare gli ideali e le

mete di questo sviluppo compete alla morale. S. sostiene che lo sviluppo sociale dev'essere lasciato completamente libero, affidato solo alla sua forza spontanea, senza interventi dello Stato (che fa tutto male), senza forzare l'evoluzione e anticiparla, che è disturbarla e ostacolarla con gravi conseguenze (perturbazioni sociali, guerre ecc.). S. è per la difesa di tutte le libertà individuali. Oggetto della morale è la condotta dell'uomo che, nell'evoluzione biologico dello S., significa adattamento progressivo dell'uomo alle sue condizioni di vita; pertanto la vita migliore è quella più adatta alle sue condizioni: il bene si identifica col piacere (edonismo, utilitarismo [v.]). Però S. obbligazione (v.) morale, che è tale per l'individuo, non per la specie; cioè è il risultato del processo evolutivo, per cui la coscienza (che si è sperimentata utile) diventa interiore (autonoma) e non esteriore. Con l'evoluzione questo sentimento di dovere o di obbligazione morale scomparirà: «le azioni più elevate, richieste per lo svolgimento armonico della vita, saranno così comuni come ora lo sono quelle inferiori a cui ci spinge il semplice desiderio» (The principles of ethics, § 46). A questo stadio dell'evoluzione la coincidenza del benessere del singolo con quello altrui produce l'accordo finale tra egoismo e altruismo. Anche la pedagogia (Education, intellectual, moral and physical, 1861; Essays on education, 1911, postuma) è fondata sugli stessi principi. Bisogna insegnare ciò che è utile a realizzare migliori condizioni di vita; l'importanza delle cognizioni è data pertanto dai bisogni che esse soddisfano secondo il loro grado di urgenza, e quindi dai bisogni relativi: 1) alla nostra conservazione; 2) all'allevamento dei figli; 3) al mantenimento dell'ordine sociale; 4) agli ozi di riempire per soddisfazione dei nostri gusti. Le scienze biologiche, psicologiche e sociali soddisfano i primi tre gradi di bisogni; il quarto, soddisfatto dall'istruzione umanistica, è un lusso e non una necessità. Affermazione, questa, che conferma la scarsa sensibilità dello S. per i problemi dello spirito.

Biml.: quasi tutti gli scritti principali dello S. furono tradotti in ital. tra il 1901 e il 1907 (Milano). O. Gaupp, H. S., Stoccarda 1897, trad. it., Palermo 1911; P. Carus, Kant and S., Chicago 1889; G. Vidari, S. e Rosmini, Milano 1899; G. Sergi, La sociologia di H. S., Roma 1903; G. Solari, L'opera filosofica di H. S., Bergamo 1904; E. Thouvenegz, H. S., Parigi 1905; J. Thomson, H. S., Londra 1907; W. D. Hudson, H. S., ivi 1909; E. Parisot, H. S., Parigi 1911; D. Modotti, S., Udine 1912; A. Stadler, H. S., Ethik, Lipsia 1913; G. Allievo, La psicolog. di H. S., 2a ed., Torino 1914; H. Elliot, H. S., Londra 1917; M. Jarger, H. S., Prinzipien d. Ethik, Amburgo 1922; J. Rumney, H. S., sociolog. Londra 1934; E. Diaconide, Etude critique sur la sociologie de H. S., Parigi 1938. Ampla bibli. per sezioni in Überweg, V., pp. 187-89. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, II, Berlino 1930, pp. 571-82. Michele Federico Sciacca