VOLONTÀ DIVINA

VOLONTÀ DIVINA. - Comprende tutto il complesso di atti e di virtù che formano la vita affettiva dell'Essere Supremo, Bontà per essenza, Amore infinito.

I. ESISTENZA

La S. Scrittura offre numerose testimonianze a riguardo. La Genesi riferisce il ripetuto comando divino, creativo dell'Università: «Sia fatta la luce... Si faccia il firmamento... Facciamo l'uomo» (Gen. 1): sono atti d'intelligenza divina che connotano, secondo lo stile antropomorfico del sacro testo, altrettanti atti di libera volontà. Volontà, libertà e onnipotenza divina appaiono spesso intrecciate nelle lodi che a Dio tributano gli autori ispirati (cf. Ps. 115, 3; 135, 5-6; Is. 46, 10; Esth. 13, 9). Il Nuovo Testamento addita agli uomini nella vita, la regola suprema della loro condotta: regola cui sempre si ispirò la volontà umana di Gesù Cristo: «Padre, non la mia, ma la tua volontà si compia» (Lc. 22, 42); «Padre nostro, che sei nei cieli... sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt. 6, 9, 10); «Trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito, affinché possiate ravvisare quale è la volontà di Dio» (Rom. 12, 2).

I Padri esaltano la concezione monoteistica e del tutto spirituale di Dio al di sopra del paganesimo politeistico e sensuale, e difendono la sapiente e libera provvidenza di Dio. Secondo s. Tommaso: «In Dio c'è la volontà come c'è l'intelligenza, essendo la volontà intimamente connessa con l'intelletto come inclinazione al bene appreso mediante una specie intelligibile... Perciò è necessario ammettere che in Dio vi è la volontà, essendovi l'intelletto» (Sum. Theol., 1ª, q. 19, a. 1 c.). Però in Dio la volontà non esiste come accidente inerente alla sostanza dell'essere, come negli spiriti creati, ma è identica realmente con essa, benché se ne distingua concettualmente. Né, propriamente parlando, la V. d. è principio di «appetizione», ossia d'inclinazione in un bene non posseduto e perciò desiderato; ma essa è purissimo amore di compiacenza nel Bene Infinito, con il quale forma una sola cosa (cf. s. Tommaso, ibid., a. 1, ad 3; Contra Gent., 1, 73).

II. OGGETTO

Dio vuole solo la sua Bontà come motivo ed oggetto primario, necessario ed inammissibile della propria volontà, unico oggetto proporzionato al volere dell'Essere supremo. Ogni altro bene, perciò, in quanto destinato ad esistere fuori di Dio, è termine secondario e non necessario del volere divino: è effetto del suo amore libero, più che oggetto e motivo.

Nella Scrittura abbondano i testi, in cui, pur magnificandosi l'inesauribile virtù espansiva del Bene Infinito, si avverte in pari tempo che Dio tutto ha creato per la sua gloria (Is. 43, 6-7; Ps. 115, 2-3; I Thess. 4,3). « Così, dunque, Dio vuole se stesso e le altre cose. Vuole però se stesso come fine, le altre cose come mezzo al fine, poiché si addice particolarmente alla Bontà divina di venire partecipata anche ad altri esseri» (Sum. Theol., 1a, q. 19, a. 2). Unico, in realtà, è l'atto con cui Dio ama la sua bontà e la bontà delle creature, come unico ne è il motivo formale: la somma amabilità del Sommo Bene, sia essa immanente a Dio o riflessa e partecipata nell'universo creato. Perciò, Dio ci ama per se stesso, come motivo e ultimo fine al quale ci destina; egli però vuole « medesimo a noi, in quanto nella creazione, nella conservazione e governo di tutti gli esseri ad altro non mira che alla maggiore comunicazione della sua bontà, onde imprimere in essi più fortemente la sua immagine (Dante, Par., I, 103-108).

III. Dott

Esse si trovano ripetutamente indicate dal Magistero Ecclesiastico. Il Concilio di Sens (1140) respinse come erronea l'affermazione di Abelardo: « Dio può fare soltanto ciò che ha fatto, in quel modo e in quel tempo in cui l'ha compiuto» (Denz-U. 374); il Conc. di Firenze (1441) dichiarò essere ferma fede della Chiesa romana che « l'unico e vero Dio ... quando volle, spinto dalla sua bontà produsse tutte le creature, sia spirituali che corporali» (Denz-U, 706); Pio IX rivendicò, contro il semirazionalismo di A. Günther (v.). La dottrina cattolica della suprema libertà di Dio esente da qualsiasi necessità nella creazione delle cose» (breve Eximiam tuam, 1857; Denz-U, 1655); il Conc. Vaticano « crede e confessa esservi unico Dio vero e vivo ... Il quale, per sua bontà e onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine o per acquistarla, ma a fine di manifestare la propria perfezione con l'efficace dei beni che impartisce alle creature, con liberissimo proposito, produsse dal nulla l'universo» (sess. III, cap. 1; Denz-U, 1782, 1783); e dichiara anatema chiunque affermi che « Dio non con volontà libera da ogni necessità, ma necessariamente ha creato il mondo, come necessariamente ama se stesso» (can. 5; Denz-U, 1865). Pio XII ha visto una pericolosa novità nell'affermazione di coloro che « ritengono necessaria la creazione del mondo, perché promanante dalla necessaria liberalità dell'amore divino» (encicl. Humani generis, 12 ag. 1950; AAS, 4 [1950], p. 570). Padri e teologi difesero concordemente la libertà di Dio creatore, contro rinascendi errori d'impronta deterministica o ottimistica patrocinati da Eccardo (v.) WYCLIF, JOHN (v.) nel medioevo; e, più recentemente, Lutero (v.), Calvino (v.), Malebranche (v.), Leibniz (v.), Wolff (v.), Hermes (v.) e Günther (v.).

Non si può tuttavia asserire che la libertà divina, avendo un rapporto non necessario alle creature in sé mutabili e contingenti, sia in sé una perfezione mutabile e contingente. In realtà, essa s'identifica con l'Arto Puro e consiste propriamente nella potestà dominativa o indifferenza attiva della V. Infinito.

La volontà di Dio è inoltre « ordinatissima », perché sempre regolata da somma sapienza; « semplicissima » perché sciolta da ogni legame di interna ed esterna dipendenza o successione di atti; « infallibile » nel suo effetto, purché si tratti di volontà « conseguente » o assoluta (v. PREDESTINAZIONE); « irresistibile » e cioè fortissima e insieme sovissima, perché non impone a tutti gli esseri la necessità di agire, ma predispone cause necessarie alla produzione di effetti necessari, e cause contingenti o libere alla produzione di effetti non necessari, rimanendo essa la causa prima e universale di tutti; « santissima », perché aliena dal volere in qualsiasi modo il male morale, che solo permette in vista d'un bene maggiore da trarne con la sua sapienza onnipotente (v. BENE; MALE; PECCATO; PREDESTINAZIONE).

IV. ATTI E VIRTÙ

Tre sono gli atti principali della volontà di Dio, da questa distinti soltanto concettualmente: amore, ch'è il primo e fondamentale; diletto e gaudio. « Dio si diletta propriamente di se stesso, gode poi di sé e degli altri» (Contra Gent., I, 90). L'amore di Dio verso la propria bontà non è amore di concupiscenza o di amicizia, ma una compiacenza somma, che attua quanto di perfezione vi è in tutte e due questi atti. Odio, tristezza, disperazione, timore, audacia, ira sono attribuiti a Dio nella Scrittura solo in senso metaforico; ad essi corrisponde nella volontà divina un atto di conversione perfetta al Bene, che respinge ogni benché minimo affetto verso il male. Giustizia e misericordia (cf. Ps. 36, 11; Is. 56, 1; Ier. 23, 6; Dan. 9, 7; Cor. 1, 3; Eph. 2, 4), convengono a Dio in senso proprio, formale ed eminente, identificando l'apparente antinomia dei loro concetti nell'unità superiore della Dott. Non sono, infatti, che due aspetti distinti e coeterni dell'Amore Infinito; nel loro oggetto specifico e nel loro attuale esercizio prescindono dall'esistenza delle creature.

La giustizia altro non è in Dio che l'amore ordinatissimo che egli ha della sua Bontà infinita; la misericordia, poi, è l'amore purissimo verso la sua perfezione, capace di togliere ogni miseria delle creature (cf. Sum. Theol., 1a, q. 21). Perciò s. Tommaso scrive: « Ogni opera della divina giustizia presuppone sempre l'opera della misericordia, e in essa si fonda ... E così in ogni opera di Dio apparisce la misericordia, come sua prima radice» (ibid., a. 4 c). S. Bernardo aveva espresso scultoreamente lo stesso concetto, definendo la misericordia divina: « Causa causalissima causarum omnium ». Nella volontà di Dio tutte le creature hanno la loro sorgente e nella conformità ad essa trovano la propria perfezione e beatitudine (cf. Par., III, 85-87).

BIBL.: S. Scrittura: F. Ceuppens, Theol. bibl., 1, 2a ed., Roma 1949, pp. 168-223; P. Heinisch, Teolog. del V. Test., trad. it., Torino-Roma 1950, pp. 72-81, 92-109; SS. Padri: M. J. Rouet de Journel, Enchir. Patr., 9a ed., Friburgo in Br. 1932; Teologi e filosofi: s. Tommaso, Summa c. Gent., I, 1, cap. 72-96; A. Ciappi, De div. misericordia ut prima causa operum Dei, Roma 1935; F. M. Gaetani, Dio, ivi 1941; A. Michel, Volonté de Dieu, in DTHC, XV, coll. 3322-84; G. M. L. Monsabré, Esposiz. del dogma catt., II, conf. 9, Torino 1949; R. Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, 2a ed., Parigi 1951; A. Zacchi, Dio, 4a ed., Roma 1952.