VOLONTARIO. - È l'atto che procede dalla volontà illuminata dalla previa conoscenza dell'intelletto (cuius principium est intra cum additione scientiae [Sum. Theol., 1a-2a, q. 6, a. 1]).
Ogni atto umano è anche V. Secondo alcuni (i tosimisti), ogni atto umano è anche morale; secondo altri (gli scottisti), ci sono atti umani (gli indifferenti) che non sono morali. Ogni atto libero è anche v.; ma ci sono atti volontari, quali, ad es., l'amore del bene in genere sulla terra e di Dio in cielo, che non sono liberi. Quindi l'atto libero ha un'estensione minore del V. Fuori di queste distinzioni, i moralisti usano come sinonimi i termini di v., atto umano, morale e libero. In questa accezione i coefficienti del V. sono gli stessi che quelli dell'atto umano: intelligenza (avvertenza, attenzione, cognizione), volontà (consenso, intenzione) e libertà. L'analisi del v., dunque, non è un duplicato di quella dell'atto umano, ma un suo necessario sviluppo e approfondimento.
Più agevole è cogliere la differenza tra il v., che non ha altra causa soggettiva fuori della volontà, ed un effetto che, indipendente nel suo accadere dal volere umano, pure ne diviene oggetto (il voltum).
I. DIVISIONE
1) Per la parte che si identifica con essi, il V. è suscettibile di tutte le divisioni dell'atto umano, morale e libero, e la qualifica di V. cade sugli atti eliciti, imperati e misti, sulle omissioni e relativi effetti che fanno capo alla volontà. 2) V. necessario e libero (v. SORA). 3) V. perfetto e imperfetto, principalmente in rapporto alla quantità e qualità dell'avvertenza, che può essere totale o parziale, chiara o confusa,e secondariamente in rapporto al consenso, che può essere più o meno deliberato e cosciente. 4) V. *assoluto (simpliciter)* e *relativo (secundum quid)*, secondo che l'atto è voluto in tutti i suoi aspetti o è in parte voluto e in parte non voluto. L'atto posto in queste ultime circostanze dà luogo al cosiddetto *V. misto*, ossia ad un atto che vien qualificato *V. simpliciter* e *secundum quid* involontario. 5) V. *positivo* e *negativo* secondo che consiste in una azione o in una omissione. 6) V. *espresso e tacito*, a seconda che il volere venga manifestato a parole e altri segni esterni equivalenti, o venga arguito da atti e omissioni del soggetto. Da non confondersi con il tacito è il *V. presunto*, il quale indica un volere che non c'è, ma si presume dal modo ordinario con cui si comportano gli uomini. Il senso e la portata dell'adagio *qui tacet consentire videtur*, varia con le circostanze. In materia favorevole si può sempre concludere dal silenzio al consenso; ma in materia sfavorevole, solo nel caso che l'interessato debba e possa (moralmente e fisicamente) esprimere il proprio volere. 7) V. *diretto* (in *si* se) e *indiretto* (in *causa*): il primo (chiamato da alcuni anche *formale*) è rappresentato dall'oggetto stesso del volere in quanto voluto, ossia astratto e distinto da tutte le sue implicanze e riflessi di carattere oggettivo; il secondo, invece, va ricercato in ciò che si riconnette con il primo sia come effetto alla causa (preso in senso largo), sia come parte al tutto ecc. Il V. indiretto quindi è *presente* in *intentionem*, ma nello stesso tempo si prevede legato all'azione od omissione che son l'oggetto diretto del volere. Molto probabilmente a tale distinzione si può riaccostare quella del V. in *esplicito* e *implicito*. Un effetto volontario solo in causa e indiretto, talvolta vien chiamato semplicemente *permesso*. 8) V. *propter* se e *propter aliud*, secondo che è voluto come fine o come mezzo al fine. 9) V. *attuale*, *virtuale*, *abituale* e *interpretativo*, secondo il rapporto che intercorre tra la determinazione della volontà (l'intenzione) e la sua realizzazione. In questo senso il V. INTENZIONE (v.) che è appunto attuale, virtuale, abituale e interpretativa.
II. INVOLONTARIO
- Correlativo al V. è l'involontario, ossia l'atto che non procede dalla volontà. In senso largo è involontario tutto ciò che non raggiunge la piena umanità dell'agire. In senso più preciso si parla di involontario *negativo* o *privativo*, quando la volontà non pone alcun atto nei confronti della cosa; di involontario *positivo*, nel caso che la volontà ponga un atto di avverzione. L'involontario negativo o privativo si dice anche *non volontario*. L'involontario, infine, si chiama *perfetto* o *imperfetto*, secondo che la volontà si oppone pienamente e per quanto è in sé efficacemente all'oggetto proposto, o con minor decisione e maggior esitazione.La terminologia nella problematica del V. autore e autore. La profusione e la sottilità delle distinzioni è dovuta allo sforzo di adeguare il più possibile la sconcertante complessità del reale. Pur nella loro imperfezione, simili distinzioni trovano continua applicazione in problemi della massima importanza, quali, ad es., l'intenzione necessaria per conferire e ricevere i Sacramenti (v. INTENZIONE), il problema della moralità indiretta, dell'atto a doppio effetto.
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