VIZI CAPITALI. - La superbia, l'avarizia, la lussuria, l'invidia, la gola, l'ira e l'accidia sono denominati V. CAPITALE, secondo che si considerano come abitudine o propensione (vizio) oppure come atto singolo (peccato attuale). Prima di essere vizio sono atti peccaminosi: la ripetizione crea l'abitudine ossia il vizio.
Questi V. sono detti capitali non già perché come peccati siano i più gravi, che anzi, spesso, non superano la colpa veniale; ma perché sono origine e guida ad altri numerosi peccati. Come metaforicamente la parola capo si usa ad indicare chi presiede e guida, così pure metaforicamente questi peccati sono causa e guida di altri peccati (Sum. Theol., 1a-2a, q. 84). Tale causalità non è però né fisica né morale, ma solo impulsiva ed occasionale, a motivo particolarmente, secondo l'Angelico, del fine, in quanto cioè colui il quale è dominato da qualche V. c. è capace di commettere qualsiasi peccato o delitto, pur di soddisfare la sua viziose passione.
I. NUMERO SETTENARIO
Già nella S. Scrittura si trovano numerose volte nominati i vari vizi, singolarmente o in gruppo; ma sono enunciazioni non sistematiche. Un qualche fondamento per una classificazione logica possono aver fornito i seguenti testi: Eccli. 10, 15; I Tim. 6, 9-10; I Io. 2, 16. Difatti i primi scrittori, che tentano una classificazione, pongono la superbia come prima fonte universale, sulla base dell'Ecclesiastico (10, 15). Dietro la superbia enumerano gli altri sette vizi: la vana gloria, l'avarizia, la lussuria, l'invidia, la gola, l'ira e l'accidia, dando il numero di otto, che prevale in Oriente (v. appresso). In Occidente invece, dopo S. Gregorio Magno (Moralia, XXXI, 45; PL 76, 620), comunemente è accettato il numero settenario, sia pure con qualche discorso (cf. ad es., in contrario: s. Isidoro di Siviglia, Differentiarum, II, n. 161 sgg.; PL 83, 96 sgg.; Alcunio, Liber de virtutibus et vitiis, 27-34; PL 101, 653-736). Del resto anche in Oriente non erano mancati autori che si attenevano per una ragione o l'altra al numero di sette (Giovanni Climaco, Scala paradisi, 30; PG 88, 948-1164; s. Massimo, Questiones ad Thalassium, prol.; PG 90, 255). S. Tommaso osserva (Sum. Theol., 1a-2a, q. 84, a. 4) che il numero sette risponde alle sette fondamentali tendenze viziose dell'uomo. Il quale disordinatamente desidera quattro specie di beni, e rifugge da tre altri beni, perché a questi è congiunto il male. Il primo bene desiderato è di ordine spirituale: la propria eccellenza, l'onore e la gloria, che desiderati disordinatamente causano la superbia e la vana gloria. Il secondo bene è quello del corpo, che è duplice: a) la conservazione dell'individuo: ed il disordinato uso dei cibi e delle bevande è causa del vizio della gola; b) la conservazione della specie: ed il disordinato uso dei sensi è causa di lussuria. Il quarto bene sono le ricchezze, l'attaccamento alle quali, non guidato dalla retta ragione, è causa dell'avarizia. Vi sono poi i tre beni da cui l'uomo rifugge disordinatamente: a) il proprio bene spirituale, che si trascura a causa della fatica; in ciò sta l'accidia; b) il bene altrui, che si fugge o ci rattrista in quanto memoria la nostra eccellenza: è l'invidia; c) ancora il bene altrui, che si fugge e spinge alla vendetta; ciò causa l'ira (Sum. Theol., loc. cit.).
II. MALIZIA DEI
V. C
Consiste sempre in un disordine, con cui si desidera o si sfugge da qualche bene. Essa non supera la malizia degli altri peccati, ché al contrario ve ne sono di assai più gravi: l'odio di Dio, la bestemmia, ad es. Spesso il peccato capitale non raggiunge la colpa grave o mortale: ordinariamente anzi i peccati di gola e d'ira sono veniali. Non è neppur peccato veniale procurare un moderato piacere nell'uso degli alimenti e delle bevande, perché voluto dall'autore della natura per
(let. Combier) Viviers, diocesi di - Portico della Cattedrale (sec. xit).
iniciare a farne uso, allo scopo di conservare l'individuo; il disordine, e quindi il peccato, è nell'abuso per eccesso.
III. Rimedi contro i
V. c
L'uomo è tenuto a combattere i vizi e ad evitare i peccati. Chi scientemente e volentieri favorisce le propensioni ed abitudini cattive versa in pericolo prossimo di peccare gravemente, e il voler restare in tale pericolo prossimo è per se stesso un peccato grave. Sono mezzi generali contro tutti i V. preghiera, l'uso frequente della Penitenza e dell'Eucaristia ed una moderata pratica della mortificazione cristiana. Rimedi speciali propri contro i singoli V. sono considerate al lume della fede la deformità di quel determinato v., la turpitudine, ad es., dell'avarizia, che rende l'uomo schiavo delle ricchezze così irragionevolmente, da giungere perfino a privare se stesso del necessario alla vita, e il prossimo dell'aiuto dovutogli in determinate circostanze. Efficacissimo rimedio è l'impianto di Nostro Signore, sforzandosi di praticare a suo esempio atti delle virtù contrarie ai singoli v.: l'umiltà, contro la superbia; la generosità, l'elemosina contro l'avarizia; l'esercizio della temperanza contro la gola, ecc. Per la trattazione dei singoli peccati e V. c., V. le voci relative.