VOCAZIONE. - Dal latino vocatio = chiamata. La V. divina implica, in linea efficiente, la divina volontà o elezione d'una creatura umana per un certo compito e, in linea formale - secondo il concetto del chiamare - la sua manifestazione: quest'ultima sol
tanto crea nel chiamato la responsabilità della risposta.
I.
V. SACRA
Ogni momento della vita umana, nella sua obbiettiva concretezza, trovasi di fronte allo sguardo e al volere di Dio, cui tutto è soggetto e alle proporzioni di grazie per adempiere. Sicché si può parlare per l'uomo della V. di ogni istante. Però parlando di V. divina, o anche soltanto di v., si suole generalmente intendere quella sacerdotale o religiosa. E a queste sole si riferiscono i celebri passi della S. Scrittura: «Né alcuno si appropria da sé tale onore, ma chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Hebr. 5, 4); «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti affinché andiate e portiate frutto» (Io. 15, 16); «non tutti capiscono questa parola, ma solo quelli ai quali è concesso» (Mt. 19, 11). La ragione di tale privilegiata denominazione di «V. divina» consiste nello speciale contenuto divino dello stato sacerdotale e religioso, detto, appunto perciò, sacro; che pone costato stato a un livello superiore a tutto il comune piano soprannaturale umano. Per la vita religiosa tale superiore livello consiste nell'attuazione dei consigli evangelici status perfectionis crocifiggenti le più intime e, per sé, legittime tendenze umane, allo scopo di facilitare la perfetta unione con Dio (Sum. Theol., 1-2a, 2-3, q. 108, a. 4; ibid., 2a-2a, q. 184). Per il sacerdozio consiste nella sublime e operante deformità del carattere, dei poteri e della missione - ufficiale e gerarchica - sacerdotale. Postulanti l'interiore proporzionato superamento del comune piano umano.La manifestazione della divina volontà potrà essere o miracolosa o ordinaria, secondo che avvenga per un immediato e infallibile intervento di Dio, come per s. Paolo, o mediante le provvidenziali, ma fallibili, cause seconde. Il primo caso è rarissimo; qui ci si riferirà sempre al secondo.
II. SEGNI DELLA VOCAZIONE SACRA
I. Indicazioni manifestative della divina scelta
Davanti alla divina Provvidenza, regolatrice delle cause seconde per la manifestazione della sacra elezione, sta il prescelto, preso non isolatamente e astrattamente, ma nel quadro completo e concreto della realtà, considerato cioè non solo nei suoi elementi personali, ma anche nell'ambiente di origine e di destinazione sacra. Soltanto dalla maturazione favorevole di tutti gli elementi sgorgherà l'indicazione sicura della chiamata. La Provvidenza cioè: a) renderà favorevole (o farà superare e compensare) l'ambiente originario, familiare, ecc. e poi formativo, non esclusi gli aspetti materiali, economici, ecc.; b) infonderà e alimenterà nel giovane le idonee qualità fisiche, intellettuali, e morali; c) ispirerà alla sua volontà il desiderio della vita religiosa o sacerdotale, facendo vagliare e giudicare gli elementi sopraccenati dal padre spirituale; d) illuminerà i capi responsabili dell'Istituto religioso o della diocesi, rendendone favorevole il giudizio e inducendoli all'accettazione. È importante notare in qual senso, quando si tratta della vocazione sacerdotale, il giudizio e l'accettazione del vescovo abbia un valore preminente. Non in quanto prescinda o si sostituisca agli altri elementi, ma in quanto il giudizio del capo gerarchico è l'unico capace di autenticare giuridicamente il carattere favorevole, conferendo al prescelto il diritto all'ordinazione: «vocaverunt a Deo dicuntur, qui a legitimis Ecclesiae ministris vocantur» (Catech. Rom., parte 2ª, cap. 7; Ench. Cler., n. 104); «nessuno ha mai alcun diritto all'ordinazione prima della libera elezione del vescovo» (ibid., n. 860). Il vescovo, però, deve giudicare ancora un altro elemento, di natura estrinseca al giovane, eppure anch'esso decisivo, circa il numero dei sacerdoti occorrenti alla diocesi e la possibilità di inserire la nuova recluta nei quadri gerarchici di effettivo lavoro sacerdotale (mentre il numero dei chiamati alla propria santificazione nella vita religiosa, può essere teoricamente senza limite): «Nemo ex saecularibus ordinetur, qui iudicio proprii Episcopi non sit necessarius vel utilis ecclesiis diocesis» (CIC, can. 969 § 1). Oppure ne deve essere previsto l'impiego in altra diocesi (can. 969 § 2).2. Segni nel giovane
a) Idoneità morale: delle tresuddette idoneità personali è la più problematica; 1) da giudicarsi naturalmente in vista del superiore livello della V. SACRO. La castità sostanziale ad es., essendo obbligatoria anche per un giovane laico, costituisce un segno necessario, ma non propriamente distintivo. 2) La vocazione sacerdotale non è come un gradino intermedio e un compromesso rispetto al livello della V. RELIGIONE, ma, pur non implicando, per sé, lo status perfectionis (eccetto i vescovi: cf. 2a-2a, q. 184, a. 6), corrisponde a una massima esigenza di santità, benché con modalità e titoli diversi dalla V. RELIGIONE. Per i religiosi il titolo esigittivo della santità, estrinseco, ma esplicito, è il superiore status perfectionis abbracciato per la propria santificazione; per i sacerdoti il titolo, intrinseco, ma implicito, è la sublimità del carattere, dei poteri, della missione. 3) Le necessità pratiche di ministero che privano il sacerdote secolare della preziosa difesa della regola religiosa gli impongono il più solido approfondimento delle interiori virtù. 4) L'idoneità deve maturarsi progressivamente; ma essendo il servizio sacro il titolo esigittivo della speciale santità sacerdotale, questa deve essere sostanzialmente raggiunta nel momento della s. Ordinazione (cf. l'esortazione Menti nostrae, n. 100): nel che è un'altra differenza con la V. religiosa (cf. Sum. Theol., 2a-2a, q. 189, 1 c.). 5) Pur essendo tutte le virtù solidali, il più caratteristico segno della V. religiosa è l'obbedienza (di tipo religioso), perché la castità e la povertà attuale si trovano anche in altri stati; quello della V. sacerdotale è la devozione al Sacrificio Eucaristico, perché il potere sul Corpo reale di Gesù è la massima, più impegnativa e incomunicabile grandezza del sacerdote (cf. Menti nostrae, n. 101).
b) Volontà: non è necessario che la mozione interna dello Spirito Santo, abbia carattere emotivo e tanto meno mistico (Esch. Cler., 860), bastando che inviti al «sì della retta intenzione» (cf. Pio XI, Ad Catholici Sacerdotii [1935]: in Esch. Cler., n. 1387; Menti nostrae, n. 76).
Ecco la teoria espressa chiaramente dal seguente schema:

su manifestazione
ambiente
di origine
e
formativo
giovane
fisiche
intel. volontà
morali
voglio di foro interno
del
Padre Spirituale
a) favorevole
b) idonee
c) retta
d) accettazione
III. QUESTIONI PARTICOLARI
I.V. dubbia
Esclusa la manifestazione miracolosa. Dio può permettere che le cause seconde falliscano. La frase: «Se Dio chiama, tutte le difficoltà cadranno» confonde la potenza assoluta e miracolosa di Dio con quella ordinata e ordinaria. Vi potrà essere il caso della mancanza di chiarezza, e quindi di V. dubbia. Bisogna allora regolarsi — specialmente per il sacerdozio — come se essa mancasse. Trattandosi infatti d'un tale stato arduo d'eccezione, la presunzione deve stare con prudente tuzzorismo per il no. Non si deve dimostrare che la V. non c'è, ma, con morale certezza, che c'è (cf. CIC. can. 973 § 3; Ad Cath. Sac.; Euch. Cler., 1388). Ciò varrebbe anche se il dubbio sorgesse dopo i due primi Ordini maggiori (Istrux. S. C. Sacr., 27 dic. 1930; Euch. Cler., 1224-95).3. Errore
Vi sarà anche il caso dell'irreparabile errore. Ciò che preme è che esso non dipenda colpevolmente dal giovane. Post factum, nello stato erroneamente, ma incolpevolmente da esso abbracciato, egli potrà ugualmente attendersi dalla divina bontà le grazie proporzionale e diventerà un chiamato a tale stato.4. Perdita della V
Come, resistendo alla Grazia, ognuno può respingere la V. generale alla salvezza eterna e perdersi, così il prescelto, per restringere l'osservazione alle sue responsabilità, può respingere gli interiori inviti della Grazia a dire il sì, o, dopo abbracciato il sacerdozio, può respingere le grazie per viverlo degnamente. In entrambi i casi egli diventa allora un non più voluto da Dio: è la V. perduta.5. Scarsezza di V
La concezione divina, ma non miracolosa, della V. sacra non confonde la fiducia nella Provvidenza Divina, la quale non può far mancare i necessari sacerdoti, con la noncuranza delle pur necessarie iniziative per il loro reclutamento (cf. l'epistola Officiorum omnium di Pio XI, 1° ag. 1922; Euch. Cler., 1152; Menti nostrae, n. 74-77).6. Libertà e responsabilità
Supposta la V. certa, sorge il quesito se vi sia l'obbligo sotto peccato di corrispondervi. Gravi sono gli argomenti della sentenza affermativa, «obbligatoria»: a) La tradizione ascetica vi inclina: b) supposto il puro invito, nel respingerlo mancherebbe bensì il peccato diretto, ma vi sarebbe quello indiretto dell'offesa arrecata dal rifiuto al divino invitante; c) tale rifiuto contrasterebbe con l'obbligo della carità di amare Iddio sommamente; d) costituirebbe colpevole spreco delle congiunte preziose grazie; e) violerebbe il precetto della carità verso se stessi rinunciando irragionevolmente al proprio «meglio», concretamente da Dio proposto; f) ponendo l'anima fuori del divino programma e delle preordinate grazie, potrebbe comprometterne la salvezza eterna; g) nel caso del sacerdozio costituirebbe il tradimento della sua missione sociale; h) implicherebbe il peccato, almeno per accidens, derivante dai motivi colpevoli del rifiuto; i) infine, escluso l'obbligo, risulterebbe svalutata la grandezza e la responsabilità della V. Sembra tuttavia più convincente la sentenza negativa, «libertà», per questi motivi: a) pur non essendo assurdo che Iddio imponga sotto peccato a un uomo di vivere stabilmente in un piano superiore al soprannaturale livello normale della sua natura, ciò non è presumibile; b) data la somma importanza della sacra v., la supposta peccaminosità del rifiuto dovrebbe essere grave: il che, oltre creare enormi angustie di coscienza, contrasta alla più comune opinione anche degli «obbligatori»; c) la liturgia dell'Ordinazione, mentre si mostra trepida della idoneità e libertà degli Ordinandi, omette qualsiasi richiamo alla eventuale colpa - grave o leggera - di chi respingesse la divina chiamata. Anche Pio XII, nel discorso di chiusura del Congresso generale dei Religiosi, l'8 dic. 1930, mentre inculcò il dovere dei consiglieri di non ostacolare la V. dei chiamati, omise qualsiasi accenno al reciproco obbligo dei chiamati di seguirla; d) comunque, in pratica, il peccato è certamente da escludersi per l'autorità dei «libertari», che rende, per lo meno, l'obbligo dubbio e quindi giuridicamente e moralmente inesistente.Ciò è avvalorato anche dalla critica ai suddetti argomenti obbligatori: a) la tradizione ascetica parla spesso di obbligo, dovere, obbedienza, impegno, responsabilità, ecc., in senso generico, senza entrare nell'analisi se sia sotto peccato o no; b) la classica distinzione della divina volontà in precetti gravi, precetti leggeri e desideri, non avrebbe senso se non in quanto i desideri escludano anche l'indiretto peccato del rifiuto: altrimenti risulterebbero peccaminose anche tutte le omissioni dei minimi fioretti desiderati da Dio, e le anime comuni verrebbero equiparate ai grandi santi che fecero il voto del «più perfetto», la cui conseguenza è proprio di fare diventare obbligatorio il non obbligatorio; c) la carità somma verso Dio può attuarsi in tre modi: sostanzialmente con la fuga ad ogni costo del peccato grave, perfettamente con la fuga anche di ogni veniale, più perfettamente e generosamente con l'adesione ai divini desideri: il rifiuto della V. se contrasta alla carità solo quanto al terzo modo, non implica peccato (Sum. Theol., 2a-2a, q. 184, a. 3 c.; q. 124, a. 3 ad 1); d) il rifiuto delle divine grazie, quali aiuti da Dio per l'adempimento del suo volere, non può non corrispondere, quanto alla peccaminosità o meno, alla natura del rispettivo divino volere ed esclude quindi il peccato nel
casso di volere non precettivo; e) la rinuncia al «meglio» della V. danno, come diminuzione di paradiso, può non esserlo come macchia meritevole di purgatorio o d'inferno, quando il fine specificatore dell'azione non sia il rifiuto di quel bene maggiore, in sé (che implicherebbe il suo colpevole disprezzo), ma il bene dello stato ordinario buono; f) con l'elezione dello stato buono comune l'anima, uscita dal divino programma di eccezione, potrà entrare in quello ordinario e al posto delle preordinate grazie di eccezione avere quelle necessarie per la ordinaria santificazione. In tal modo la salvezza potrebbe perfino essere talora più facile, perché le grazie sono come armi di combattimento (Eph. 6, 11-17), che, pur dando la capacità di vittoria, non ne danno senz'altro la facilità e non dispensano dalla fatica del loro impiego, ossia della corrispondenza, la quale con armi più preziose, proporzionale al più alto stato e duro combattimento, può essere anche più difficile a compiersi, tanto più nello stato sacerdotale secolare, previo dell'organizzazione difensiva e santificatrice della vita religiosa; g) la funzione sociale apostolica del sacerdozio non elimina la caratteristica del libero arruolamento, regolato dalla divina Provvidenza; h) il problema riguarda essenzialmente il peccato per sé; quello per accidiosi, per i motivi di accidia, ecc. può esservi spesso, ma non sempre; non essendo, per sé, accidia la ripugnanza a un più grande ed eccezionale sacrificio, non obbligatorio; i) dalla sentenza liberista il concetto di V. e della relativa responsabilità vengono anzi esaltate, escludendosi l'obbligo, proprio per la sublimità ed eccezionalità della V. stessa, che non può essere vissuta che con la libertà della generosità e dell'amore.
iv. Seminariorum (in Sini), Pekino 1949; si veda J
J. Olier, *Trad. de S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S. S., Paris 1967, 1968; A. Vermeersch, *De religiosis, t. II, suppl. III, a. 4, Brugge 1902; J. Lahitton, *La voc. sacerd., Pa. 1909; H. Le Carruls, *La voc. ecclesiast., 1913; J. De Guibert, *Séminaire ou noviciat?, 1913; G. M. Caméle-C. Sarti, *La forma. del Clero, Milano 1949; card. Elia Dalla Costa, *Vocationem vestram, Firenze 1945; L. Pirelli, *In sortem Domini vocati, Milano 1945; P. Geremia, *La vita relig., Milano 1945; id., *La scelta della v., 1914; J. B. Georges, *La V. card. en droit ecclés., Québec 1948; M. Quarember, *De V. sacerd., Torino 1950; E. P. Farrell, *De vocatione religiosa sacerd. dum principia Divi Thomae, St. Louis, Mo. 1951; Per i documenti pontificii più recenti, cf.: Pio X, esort. *Haerent animo, 4 aq. 1908; Pio XI, epist. *Officiorum omnium, 1 aq. 1922; Istru. della S. C. Sacr., 27 dic. 1930; encicl. *Ad Catholici Sacerdoti, 20 dic. 1935; Pio XII, esort. *Menti nostrae, 23 sett. 1950; S. C. dei Semin. e Studi, *L'escortazione Menti nostrae e i Seminari, Città del Vaticano, 1952; autori vari, *Studi sulla v., in *Sales num., 15 (1953), tutto il n. 2-3, pp. 197-510 (anche in vol. a parte).*IV. Opera pontificia delle V
Istituita da S. Santità Pio XII di *motu proprio* con la lettera apostolica *Cum nobis* del 4 nov. 1941, per custodire, incoraggiare, aiutare le V. sacerdotali. Ha sede presso la S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, che con rescritto del 30 genn. 1942 ne emanò lo statuto e le norme. Con rescritto della stessa data la S. Penitenzieria concesse all'Opera numerose indulgenze.Per raggiungere il fine proposto, l'Opera Pontificia: 1) cura anzitutto la diffusione di idee esatte e chiare sulla natura, necessità ed eccellenza del sacerdozio; 2) promuove l'offerta di SS. Messe, Comunioni, preghiere, opere di penitenzia e di carità per ottenere da Dio molte ed ottime V. sacerdotali; 3) favorisce lo sviluppo dell'Opera, eretta nelle varie diocesi, e s'interessa perché venga costruita dove ancora non esiste.
Gli enti che possono aggregarsi all'Opera Pontificia sono molti e si distinguono in: a) filiali: le opere diocesane delle V. sacerdotali; b) aderenti: le case religiose, generalizie e provinciali; gli istituti, i centri delle associazioni cattoliche, e simili, che superano l'ambito delle singole diocesi. Per aggregare un'Opera diocesana al Centro Pontificio, occorre che la domanda sia firmata dall'Ordina.
L'Opera ha per presidente il cardinale prefetto della S. Congreg. dei Seminari e la sesta forma autonoma e liberta di azione alle Opere diocesane, le quali sono organizzate e funzionano secondo i propri regolamenti.
Al fine di far sempre meglio conoscere e più adeguatamente apprezzare la dignità e la necessità del sacerdozio cattolico, l'Opera: 1) invita i sacerdoti a cogliere tutte le favorevoli circostanze per trattare l'argomento (p. es.: le predicazioni quaresimali, gli esercizi spirituali, le novelle, i catechismi per gli adulti); 2) eccita i fedeli a studiare sia i documenti emanati dalla S. Sede sia quanto i Padri della Chiesa ed i più scrittori hanno scritto circa il sacerdozio; esorta a coltivare nei fanciulli e negli adolescenti la stima al sacerdozio ed alimentare nei medesimi il desiderio della perfezione cristiana.
Allo scopo di ottenere dal Signore ottime V. allo stato ecclesiastico con gli ausili necessari al loro felice compimento, l'Opera raccomanda le seguenti pratiche: 1) le Quattro Tempore, istituite dalla Chiesa fin dai primi secoli anche per aiutare con l'orazione ed il digiuno gli aspiranti al sacerdozio; 2) la «giornata sacerdotale», più pratica approvata con decreto della S. Congregazione dei Riti (12 apr. 1937) ed arricchita di speciali indulgenze dalla S. Penitenzieria Apostolica (cf. *Enchiridion clericorum*, p. 861, n. 1534); 3) le preghiere elevate a Dio per turno dalla famiglie religiose; 4) la «giornata della sofferenza», nella quale si raccolga un tesoro di sofferenze tra i malati. Da vari anni tale «giornata» si celebra tradizionalmente il Giovedì Santo, ed alla sua riuscita concorrono le trasmissioni radiofoniche fatte nelle varie lingue per molti paesi.
L'Opera inoltre cura l'attuazione di varie iniziative per interessare al problema delle V. le varie categorie di persone: genitori, maestri, fanciulli, malati ed infermiere, studenti, laureati e professionisti, operai, contadini, marinai... Una «Comunione dei fanciulli» viene chiesta annualmente a coloro che ricevono per la prima volta il Sacramento dell'Eucarestia.
Provvede alla stampa di pubblicazioni adatte nelle lingue principali: latino, italiano, francese, spagnolo, portoghese, inglese, tedesco. Il *Foglio di comunicazioni*, che si pubblica dal 1945, mantiene i rapporti tra il Centro Pontificio e le Opere diocesane; promuove riunioni e congressi; appoggia, e talvolta partecipa attivamente, a congressi diocesani, regionali, e soprattutto nazionali, delle V. sacerdotali; suscita l'interessamento e la collaborazione delle Organizzazioni cattoliche, internazionali e nazionali.
L'Opera è consacrata a Gesù Cristo sommo ed eterno Sacerdote; è posta sotto la materna tutela di Maria S. Maria Regina degli Apostoli e sotto il patrocinio di S. Giuseppe patrono della Chiesa universale; e venera in modo speciale i principi degli Apostoli Pietro e Paolo. La sua festa principale è il Giovedì Santo, in cui ricorre l'anniversario dell'istituzione del sacerdozio. Celestino Testore