PREDESTINAZIONE. - È il disegno concepito da Dio per condurre la creatura razionale al fine soprannaturale, che è la vita eterna.
I. L'INSEGNAMENTO DELLA RIVELAZIONE
Il Vangelo è la buona novella della Redenzione che deve essere annunziata a tutti (Mt. 28, 19). S. Paolo afferma chiaramente: « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano al conoscimento della verità » (I Tim. 2, 4). Secondo l'insegnamento del Vecchio e del Nuovo Testamento, Dio, Sapienza e Bontà infinita, non comanda l'impossibile e pertanto rende realmente possibile a tutti l'osservanza dei suoi precetti. Ci sono, tuttavia, anime che per loro colpa si perdono: anime, che talora sono state assai vicine al Salvatore, come il « figlio della perdizione » (Io. 17, 12) e ciò non avviene senza una permissione di Dio, in vista di un bene superiore. Altre anime invece, gli eletti, saranno, secondo il Vangelo, infallibilmente salvate; appartengono a questa categoria i bambini che muoiono dopo il Battesimo e quegli adulti i quali, mediante la Grazia, osservano i comandamenti e ottengono il dono della perseveranza finale.Gesù Cristo affermò: « Quelli che tu mi hai dato, io li ho custoditi e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione, e questo affinché si adempisse la Scrittura » (Io. 17, 12). E in modo più generale afferma: « Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono e io dò loro la vita eterna; esse non periranno mai e nessuno
me le strapperà di mano. Il Padre mio, che me le ha date, è da più di tutti: e nessuno può rapirle dalle mani del Padre. Il Padre e io siamo una cosa sola » (Io. 10, 27). Secondo tale testimonianza ci sono degli eletti, scelti da Dio da tutta l'eternità. In altre occasioni Gesù ha accennato alla p. (cf. Mt. 20, 23; 22, 14; 24, 22-24).
L'insegnamento del Salvatore riceve la sua precisazione da ciò che s. Paolo asserisce in I Cor. 4, 7: « Poiché chi differenzia te dagli altri? e cos'hai che non abbia ricevuto? e se l'hai ricevuto, perché ti glori come non l'avessi ricevuto? »; e in Phil. 2, 13: « È Dio che produce in noi, e il volere e l'agire, a suo piacimento ».
S. Paolo inoltre parla esplicitamente della p. in Rom. 8, 28-30 (cf. Eph. 1, 3-6): « Sappiamo poi che tutto coopera a bene per chi ama Dio, cioè per quelli che secondo il suo piano sono chiamati. Perché quelli che egli ha preconosciuti li ha ancora predestinati a essere conformi all'immagine di suo Figlio, sì da essere lui primogenito tra molti fratelli, e quelli che ha predestinati, questi ha anche chiamati, e quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati ». Nella stessa lettera (capp. 9-12) s. Paolo tratta anche della sovrana indipendenza di Dio nella distribuzione delle sue grazie; i Giudei, pur essendo il popolo eletto, sono stati respinti a causa della loro incredulità, e la salvezza è stata annunziata ai pagani. S. Paolo conclude con parole, che si applicano ai popoli come egli individui: « Che cosa diremo dunque? Forse c'è ingiustizia in Dio? In nessun modo. Egli dice a Mosè: userò misericordia a chi voglio usare misericordia e avrò compassione di chi voglio avere compassione. Pertanto non è di chi vuole, né di chi corre, ma di Dio misericordioso » (Rom. 9, 14). E conclude: « O profondità della ricchezza e sapienza e conoscenza di Dio. Come imperscrutabili sono i suoi giudizi e non rintracciabili le sue vie. Chi ha conosciuto il pensiero del Signore, o chi gli fu consigliere? Chi diede a lui primo da averne il contraccambio? Ché da lui e per lui e a lui ogni cosa, a lui gloria nei secoli, così sia » (Rom. 11, 33, cf. I Thess. 5-9; II Thess. 2, 13; I Pt. 1, 1-2).
Già nel Vecchio Testamento si parla del « Libro della vita » che è riservato soltanto ai giusti. « Allora sarà salvato il tuo popolo, chiunque sarà trovato scritto nel libro della vita » (Dan. 12, 1; cf. Ev. 32, 32 e Ps. 69 [68]; 19; l'identica immagine si trova nell'Apoc. 3, 5; 17, 8; 21, 12). Ciò che anche nel Vecchio Testamento si accentua è che Dio ha liberamente scelto il popolo ebreo a preferenza degli altri, come non meno liberamente ha scelto tra molti altri Abramo, Isacco, Giacobbe, i Profeti e li ha condotti al raggiungimento della loro meta.
La dottrina della Scrittura intorno alla p. può essere riassunta nei tre punti fissati da s. Roberto Bellarmino (De Gratia et libero arbitrio, I, II, capp. 9-15) e dai tomisti: 1) Dio ha eletto certi uomini (Mt. 20, 16; 24, 31; Lc. 12, 32; Rom. 8, 33; Eph. 1, 4); 2) Dio li ha eletti efficacemente, affinché raggiungano infallibilmente la vita eterna (Mt. 24, 24; Io. 6, 39 e 10, 28; Rom. 8, 30); 3) Dio ha scelto gli eletti in una maniera del tutto gratuita (Lc. 12, 32; Io. 15, 16; Eph. 1, 4; Rom. 8, 29 e 11, 5). Da questi testi della Scrittura s. Agostino trasse gli elementi di una definizione divenuta classica: « Praedestination est praescientia et praeparatio beneficiorum Dei, quibus certissime liberantur, quicumque liberantur » (De domo perseverantiae, cap. 14). Più esplicitamente lo stesso s. Agostino dice (De praedestinatione sanctorum, cap. 10): « Praedestinatione sua Deus ea praescivit quae fuerat ipse facturus ». Mediante la sua p. Dio ha previsto e disposto ciò che doveva fare per condurre infallibilmente gli eletti alla vita eterna. S. Tommaso dice: « Praedestination est ratio transmissionis creaturae rationalis in finem vitae aeternae, nam destinare est mittere » (Summ. Theol., 1º, q. 23, a. 1). La p. è nel pensiero di Dio il disegno per condurre determinati esseri intelligenti al fine ultimo soprannaturale. In questo s. Tommaso conserva veramente
il pensiero di s. Agostino, che è a sua volta fondato sulla S. Scrittura.
II. DOTTRINA DELLA CHIESA
L'insegnamento della Chiesa sulla p. è stato formulato, da una parte, PAGANESIMO (v.) semipelagianesimo (v.), e, dall'altra, predestinazionismo (v.), protestantesimo (v.) e il giansenismo (v.): 1) contro il pelagianesimo e più particolarmente contro il semipelagianesimo la Chiesa afferma: a) la p. alla Grazia non è determinata dalla previsione delle buone opere naturali né dall'inizio naturale della salvezza: « initium naturale salutis, seu bonae voluntatis salutaris ». La salvezza ha il suo inizio nella Grazia preveniente; è Dio che per primo si volge verso il peccatore; b) la p. alla gloria non è causata dalla previsione di meriti soprannaturali che durerebbero senza il dono speciale della perseveranza finale. La Chiesa afferma contro il semipelagianesimo che la Grazia della buona morte è un dono speciale concesso agli eletti; c) la p. adeguata (che comprende tutto il complesso degli aiuti soprannaturali della Grazia, da quella preveniente della conversione a quella della buona morte) è gratuita o anteriore alla previsione dei meriti (cf. il II Concilio di Orange del 529: Denz-U, 176, 177, 178, 179 '091: 183-85-89, 191-93, 200).L'ultima proposizione (relativa alla gratuità della p.) è variamente interpretata dai teologi cattolici, secondo che ritengono o meno che la Grazia efficace è tale per se stessa e non soltanto per il nostro consenso.
I tre punti contro il semipelagianesimo sono sintetizzati nell'espressione di s. Prospero, consacrata dal Concilio di Quiersy in Gallia (Concilium Curiciacum, a. 853; Denz-U, 318): « Quod quidam salvantur, salvantis est donum; quod autem quidam pereunt, pereuntium est meritum ».
2) Contro il predestinazionismo e le dottrine protestante e giansenista, la Chiesa afferma: a) non c'è p. al male, ma Dio ha stabilito di infliggere la pena della dannazione per il peccato previsto di impenitenza finale (del quale Dio non è assolutamente causa) permesso soltanto per un bene superiore di cui egli solo è giudice (cf. Rom. 9, 22 e Denz-U, 200, 316 sgg., 318, 321 sgg., 514, 816, 827); l'uomo, dopo il peccato originale, rimane libero e sotto l'influsso della Grazia coopera liberamente a ciò che Dio vuole (Denz-U, 793, 806, 814); b) Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, anche se permette che alcuni si perdano (cf. Denz-U, 318: « Deus omnipotens omnes homines sine exceptione vult salvos fieri licet non omnes salvantur »); c) « Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et peter quod non possis, et adiuvat ut possis »; Dio non comanda mai l'impossibile, ma nel darci i suoi precetti ci ammonisce di fare quello che possiamo, di domandargli quello che non possiamo, e ci dà la sua Grazia affinché possiamo (Concilio di Trento: Denz-U, 904, che cita ad litteram il testo di s. Agostino, De natura et Gratia, cap. 43, n. 50: PL 44, 271).
Questi principi fanno intravedere la possibilità di conciliare la volontà salvifica universale (negata dal predestinazionismo, dal protestantesimo e dal giansenismo) con la p. asserita dalla Scrittura. Occorre notare, inoltre, che nel sec. IX le controversie suscitate da Godelecalco (v.) cessarono nel Concilio di Tuzey (Concilium Tusiacum a. 860: PL 126, col. 123) con l'affermazione del dogma della Provvidenza così formulato: « Nihil in coelo et in terra fit, nisi quod ipse Deus aut propitius facit, aut fieri iuste permittit ».
III. PRINCIPALI DIFFICOLTÀ DELLA P
La prima difficoltà sta nell'intima conciliazione della p. con la volontà salvifica universale. Non si vede come Dio voglia salvare tutti gli uomini, se non tutti sono predestinati. Ci si chiede pertanto se è lo sforzo umano, che rende efficace la Grazia di Dio, o, invece, se è la efficacia intrinseca della Grazia, che suscita lo sforzo umano. Unadifficoltà simile si trova nell'ordine naturale quando si affronta il problema come possa l'esistenza del male (soprattutto morale) conciliarsi con l'infinita bontà e con l'onnipotenza di Dio. Una seconda difficoltà riguarda non più i due gruppi (gli eletti e i non eletti), ma le singole persone; infatti sorge spontanea la domanda perché Dio abbia collocato Pietro nel numero degli eletti e non Giuda (cf. Rom. 9, 14).
Presentata così la duplice difficoltà del problema, sembra difficile arrivare a darne una soluzione. Pertanto, la teologia, ispirandosi ai principi del suo metodo, deve limitarsi a dimostrare la non evidente impossibilità dei misteri rivelati. Infatti s. Tommaso afferma (In Boetium de Trinitate, q. 2, a. 3) che la teologia deve mostrare che le obiezioni fatte contro i misteri della fede sono o false o non necessarie, non convincenti, non dimostrative, « sive false, sive non necessaria ». È facile cadere in errore, piegando verso il semipelagianesimo o verso il giansenismo. Il teologo deve evitare i due scogli ed è tenuto, inoltre, ad esaminare i differenti sistemi teologici e i tentativi di conciliazione proposti dall'eclestismo. Mentre i fautori di questo sistema sono incapaci, per mancanza di principi ispiratori, di offrire una soluzione soddisfacente, i grandi dottori raggiunsero una sintesi superiore, dove si conciliano i diversi aspetti del reale, alla luce dei principi più universali, che armonizzandosi possono farci intravedere ciò che non è conoscibile se non mediante la contemplazione immediata dell'essenza divina. Questi principi superiori che si armonizzano sono, da una parte: « Dio vuole salvare tutti gli uomini e non comanda mai l'impossibile e rende possibile a tutti l'osservanza dei suoi precetti »; dall'altra: « l'amore che Dio ha per noi è causa di ogni bene: nulla abbiamo noi che non ci sia stato dato (I Cor. 4, 7); nessuno è migliore di un altro, se non perché ha maggiormente ricevuto da Dio ». Questi due principi sono assolutamente certi, ma il loro intimo nesso rimane oscuro. Essi permettono di classificare i diversi sistemi teologici relativi alla p.
IV. CLASSIFICAZIONE DEI SISTEMI TEOLOGICI SULLA P
Perché la classificazione sia oggettiva, occorre preoccuparsi non della difesa della dottrina sostenuta da questa o da quella scuola, ma dalle due grandi verità di fede, di cui si è parlato.Se si classificano i sistemi ponendo più in luce le conclusioni che i loro principi, si notano due tendenze principali: a) nella prima, la p. degli adulti alla vita eterna in Dio seguirebbe la previsione dei meriti (post praevita merita: è la tendenza dei molinisti puri, come il Vásquez e il Lessio); b) nella seconda, la p. degli adulti alla gloria è anteriore alla previsione dei meriti (ante praevita merita) e la riprovazione negativa, o non-elezione, anteriore alla previsione dei demeriti (è la tendenza dei tomisti, agostiniani, scotisti e congruisti come il Bellarmino e il Suárez). Di questi teologi, però, che ammettono la gratuità assoluta della p. alla gloria, quasi tutti i più antichi (tomisti, agostiniani e scotisti) ritengono che essa è fondata sui decreti divini predeterminanti, ma non necessitanti, mentre il Bellarmino e il Suárez rigettano tali decreti e conservano la teoria molinista della scienza media dei futuri condizionati o futuribili per spiegare la distribuzione della Grazia cosiddetta « congrua » e la certezza divina del libero consenso che gli eletti daranno a tale Grazia, la quale non è intrinsecamente efficace.
Si può dare un'altra classificazione dei sistemi, partendo dai principi piuttosto che dalle loro conclusioni, come fece Norberto del Prado (De Gratia et libero arbitrio, III, Friburgo 1911, p. 188). Impostando così la questione, è facile distinguere due scuole: la prima ammette i decreti divini predeterminanti (ma non necessitanti) e la Grazia intrinsecamente efficace, che suscita il libero sforzo dell'uomo; la seconda, invece, ammette la Grazia resa efficace dal nostro consenso previsto dalla scienza media dei futuribili.
La prima scuola ritiene di essere fedele al pensiero di s. Agostino e di s. Tommaso. In realtà s. Agostino asserisce contro i semipelagiani: « Quare hunc trabat
(Deus) et illum non trahat, noli velle diudicare si non vis errare » (In Io., tr. 26, initio); s. Tommaso afferma (Sum. Theol., 1ª, q. 23, a. 5): « Tutto ciò che nell'uomo lo dispone alla salvezza rientra totalmente nell'influsso della p., perfino la preparazione alla Grazia. La quale non si ha che mediante l'aiuto di Dio ». Secondo s. Tommaso, la Grazia, per natura sua efficace, non solo non distrugge la libertà, ma la pone in atto, la fa fiorire e fruttificare (cf. Sum. Theol., 1ª, q. 19, a. 8; q. 83; a. 1, ad 3; q. 105, a. 5; 1ª-2ª, q. 6; a. 4 ad 1; q. 10, a. 4; 2ª-2ª, q. 24, a. 11; C. Gent., 1, q. 85; 3, q. 72, 73, 75; De Verit., q. 22, a. 5, 8, 9).
Occorre, d'altra parte, affermare con s. Agostino: « Dio non comanda mai l'impossibile, ma dandoci i suoi precetti, ci esorta a fare ciò che possiamo, a domandargli la Grazia per ciò che non possiamo e ci concede la Grazia affinché lo possiamo ». È questo il testo fondamentale di s. Agostino, citato dal Concilio di Trento (Denz-U, 804); si deve sempre tenerlo presente.
V. LA TRASCENDENZA DEL MISTERO
Quando si tenta di conciliare la dottrina rivelata della p. con la volontà salvifica universale, si rileva che non c'è evidente contraddizione, poiché la volontà salvifica universale è condizionata, nel senso che non esclude la permissione divina dell'impenitenza finale di alcune persone; impenitenza permessa in vista della manifestazione della giustizia divina (cf. Rom. 9, 22 e s. Tommaso, Sum. Theol., 1ª, q. 23, a. 5 ad 3). Si intravede, anzi, la positiva conciliazione di questo due grandi verità, ma si osserva anche che esse non possono armonizzarsi intimamente che nell'impenetrabile oscurità della vita intima di Dio.Conviene osservare che s. Francesco di Sales si espresse come s. Agostino quando nel Teotimo (l. IV, cap. 7) mostrò che occorre non indagare mai perché la sapienza di Dio ha distribuito la Grazia a Pietro piuttosto che a Giuda e a non cercare mai perché fa abbondare i suoi favori in un senso piuttosto che in un altro; non è dato comprendere le vie di Dio nella distribuzione della Grazia, ma è certo che egli rende possibile a tutti l'osservanza dei suoi comandamenti.
È soprattutto il mistero del male permesso da Dio per un bene maggiore che supera la nostra intelligenza e di cui Dio solo è giudice. L'oscurità è grande, ma non vi si scorgono assurdità o incoerenze, purché ci si avvicini attraverso due principi certissimi; Dio non comanda mai l'impossibile ad alcuno e nessuno diventa migliore di un altro senza un maggiore aiuto di Dio.
La sola Grazia, che è partecipazione della natura divina, può immetterci nel mistero della vita intima di Dio. Essa ci fa attendere, nell'oscurità della fede, l'alto vertice nel quale gli attributi divini si identificano al di sopra dei nostri concetti che sono tanto limitati e rassomigliano ai tasselli del mosaico, che rendono dura la fisionomia spirituale di Dio. L'anima dei Santi non ha raggiunto ancora la visione della vita intima di Dio, ma ne ha quasi un'anticipazione e quasi un segreto istinto, e nel confidente abbandono e nella fedeltà alla Grazia le impedisce di cadere nel turbamento al pensiero della p. e le dona la pace.
« Credete fermamente, dice Bossuet, che Gesù Cristo è il Salvatore e tutte le contraddizioni svaniranno » (Eléactions sur les mystères, 18ª settimana, 15ª elevazione sul mistero della Grazia).
BIEL: 1) Scrittura: M.-J. Lagrange, Epître aux Romains, Parigi 1916, p. 244 agg.; F. Prat, La théologie de st Paul, I, 15e ed., ivi 1927, p. 562 agg.; A. Lemonnier, La prédestination dans l'Écriture Sainte, in DThC, XII, coll. 1809-15. 2) SS. Padri: H.-D. Simonin, La prédestination d'après les Pères grecs, ibid., coll. 2815-32; J. Saint Martin, La prédestination selon st Augustin, ibid., coll. 2835-96; R. Garrigou-Lagrange, La prédestination d'après les disciples de st Augustin, ibid., coll. 2896-2901; L. Pelland, S. Prosperi Aquitani doctrina de praedestinazione et voluntate Dei salvifica, Montréal 1936. 3) Controversia del sec. IX ed errori seguenti: B. Lavaud, La controverse de la prédestination au IXe siècle, in DThC, XII, coll. 2901-35;
E. Amann, L'epoca carolingia, in Fliche-Martin-Fruta, VI, pp. 331-56; R. Garrigou-Lagrange, La prédestination selon le protestantisme et le panéisme, in DThC, XII, coll. 2959-63. 4) Scolastici: R. Garrigou-Lagrange, La prédestination d'après les docteurs du moyen âge, ibid., coll. 2935-59; G. Busnelli, Il dubbio di Dante sulla p., in Acta Academiae Romanae S. Thomae, nuova serie, 8 (1943), pp. 7-48. 5) Teologi moderni: R. Garrigou-Lagrange, La prédestination selon les théologiques postérieurs au Concile de Trente, in DThC, XII, coll. 2963-89; L. Cattani, Il metodo teologico di Giovanni Maldonado nella sua teoria della p., Roma 1949. 6) Sintesi speculative: N. del Prado, De Gratia et libero arbitrio, 3 voll., Friburgo 1907, passim; L. Billot, De Deo Uno, Roma 1926, pp. 283-330; A. D'Ales, Prédestination, in DFC, IV, coll. 195-270 (la sintesi speculativo-apologetica è preceduta da una esposizione storica); L. Ciappi, De divina misericordia et prima causa operum Dei, Roma 1935; R. Garrigou-Lagrange, La prédestination des Saints et la Grèce, Parigi 1936; id., La prédestination: partie théorique, in DThC, XII, coll. 2989-3022; M. Francesconi, Dottrina di s. Giovanni Damasceno sulla p., Roma 1945; A. Abertos Egües, La doctrina de la prédestinación y de la Gracia eficaz en J. Martínez de Ripalda, Pamplona 1950. Reginaldo Garrigou-Lagrange