CRITERIO. - Dal gr. χριστόφιλο, è in genere, una norma o regola per riconoscere, discernere (χρίνω = giudico, discerne) una cosa, un fatto, un giudizio. In filosofia è per lo più identificato con c. di verità e designa, in questo caso, la norma con cui distinguere il vero dal falso. Ma in senso più largo e alquanto improprio, è detto c. ogni mezzo e strumento che serva o porti alla conoscenza del vero: è in questo senso che si dicono talora c. la ragione, l'intelligenza, la coscienza, e anche il ragionamento, il silogismo, l'induzione, ecc. Nel primo significato, che è il più proprio, il c. si identifica spesso con il motivo della certezza, in quanto ciò che è norma per discernere la verità è anche principio determinante la certezza; in conseguenza il valore espressivo del termine si allarga, potendo i motivi della certezza essere molti e di varia natura. Si parla quindi di c. intrinseci e estrinseci, oggettivi e soggettivi, secondo che il motivo della certezza è o si fa consistente in una proprietà inerente all'oggetto del giudizio (l'evidenza); o invece in una norma ad esso esteriore (l'autorità divina, il consenso universale); o in una modalità soggettiva della conoscenza (la chiarezza della percezione, il gusto, il sentimento).
La questione del c. della verità fu posta nella storia della filosofia fin da quando lo scetticismo aveva negata la possibilità della certezza, proprio per la presunta mancanza di una norma sicura e infallibile con cui distinguere il vero dal falso (Sesto Empirico, Adv. Math., VII, 193). Già Socrate, contro il relativismo di Protagora, pensava poter indicare un c. universale di certezza nel pensiero naturale e comune. E analogamente gli stoici cercavano un c. di verità in quelle rappresentazioni che si ritrovano uguali presso tutti gli uomini (χοιναί ἐγνοιαι) e per la loro particolare evidenza forzano il nostro assenso (cf. N. Festa, I frammenti degli stoici, I, Bari 1932, pp. 33-36). Ma è nella filosofia moderna, e più ancora dopo il cristianismo kantiano, che la questione ha avuto ampio sviluppo, con tutte le possibili soluzioni. R. Cartesio riponeva il c. ultimo della certezza nella percezione chiara e distinta; E. Spencer nella inconcepibilità della contraddittoria; T. Reid nel senso comune che ci porta quasi per necessità istintiva all'affermazione di alcuni principi indissolubili dalla ragione; F. E. Jacobi in un sentimento spirituale che, prima e al di là di ogni percezione intellettiva, ci accerta del vero; il pragmatismo (W. James) nella funzione di utilità o necessità che una proposizione o una dottrina dimostra per la vita; il volontarismo (Ch. Renouvier) nella affermazione libera del volere; l'immanentismo e l'azionismo (Laberthonnière, Blondel) nelle esigenze della vita e dell'azione. Intanto un'altra corrente cercava il c. della certezza in una norma esteriore: P. Huet nell'autorità della divina rivelazione; L. de Bonald nella tradizione che conserva e trasmette la rivelazione divina; F. Lamenna nel consenso universale del genere umano.
La gnoseologia tradizionale non nega il valore positivo di questi c.: tanto l'autorità che il sentimento, l'inclinazione istintiva, la vita, l'azione, la fede, l'utilità pratica hanno la loro parte nell'agevolare e affiancare all'intelligenza la conoscenza del vero che è spesso una conquista in cui l'uomo deve impegnare tutte le sue forze. Ma, ammesso il primato dell'intelligenza, nessuno dei c. indicati può valere come l'unico o ultimo cui debba far appello la verità e la certezza. Ci sono indubbiamente nell'uomo stati di certezza che nascono e si fondano, almeno in parte, sul sentimento, tale, p. es., la certezza estetica; ma se si resta nel campo della conoscenza intellettuale, il c. supremo, nel senso di motivo universale della certezza (perché sarebbe vana la ricerca di un unico c., inteso come norma esteriore infallibile che ci permetta in ogni caso di discernere il vero dal falso) è, come già affermava s. Tommaso (In III Sent., dist. 23, I, 2, sol. 3), l'evidenza, intesa come necessità oggettiva dell'essere e quindi del giudizio. Certo l'evidenza, presa in senso generico, e qualora non se ne determini il concetto in funzione della necessità metafisica dell'essere, non reca con sé una universale garanzia di oggettività. Essa può anche accompagnarsi, nel concreto conoscere, a elementi soggettivi che ne rappresentano i limiti e che solo un impegno integrale delle energie spirituali umane è in grado di superare. È in questo senso che va riconosciuto un valore positivo al c. della «convergenza» recentemente propugnato da A. Brunner. Ma l'evidenza è, comunque, al fondo di ogni nostra certezza, anche quando sia posta in atto non per solo processo intellettivo o razionale (intuizione e dimostrazione) ma insieme per istanze d'ordine non propriamente conoscitivo, quali possono essere l'esperienza spirituale, il sentimento, l'amore, l'azione (v. EVIDENZA).